KENOSI. - Dal gr. κένωσις (κενόω = svuoto =), equivale a spogliamento, annientamento, ed è oggetto di una teoria cristologica moderna, in prevalenza protestante, che sostiene, in base a un testo di s. Paolo (Phil. 2, 7), una limitazione o una perdita della Divinità da parte del Verbo nel momento dell'Incarnazione. Il testo paolino integrale suona così: «Il quale (Cristo) sussistente nella natura di Dio non ritenne come una preda la sua uguaglianza con Dio, ma si spogliò (ἐκένωσεν) prendendo la natura di servo, fatto simile agli uomini e all'esterno riconosciuto come un uomo».
I Padri intesero questo passo in senso morale, leggendovi cioè la volontaria umiliazione di Cristo,
che pur essendo e rimanendo veramente Dio (ἐν μορφῇ τοῦ θεοῦ ὑπάρχων... εἶναι ἕσα θεῖ) si ab-bassò fino a nascondere la sua infinita grandezza nell'umiltà della nostra carne per apparire nostro fratello. Così s. Leone Magno raccoglie il senso della tradizione: «Nell'una e nell'altra natura dunque è il medesimo Figlio di Dio, che assume quello che è nostro senza perdere ciò che è suo, rinnovando l'uomo nell'uomo, ma restando immutabile in se stesso» (Serm. 7 de nat. Dòmini, 1). Presso i Padri il termine k., quando si trova, non ha nessun significato particolare, ma è sinonimo di Incarnazione.
Fu Lutero che cominciò ad abusarne, spiegando il testo di s. Paolo nel senso di un trapasso di attributi divini dal Verbo alla natura umana, che perciò rimase come deficata (De libertate christiana e Defensio verbo-rum Christi, tt. VII e XXIII, ed. Weimar).
Nel sec. XVII nacque una controversia fra i teologi di Tubinga e quelli di Giessen sull'uso degli attributi divini in Cristo Uomo: la natura umana assunta fin dall'inizio prese possesso (κτῆσαι) di tutte le divine proprietà del Verbo, senza però farne uso, come se se ne fosse spogliato (κένοια), ritenevano i teologi di Giessen: oppure facendone uso soltanto di nascosto (προθύμα), sostenevano quei di Tubinga.
Nel secolo scorso si cominciò a parlare di k. nel senso tecnico di spogliamento, di limitazione del Verbo. E precisamente il Thomasius (Beiträge zur kirchlichen Theologie, Erlangen 1845) di una limitazione (Selbstschränkung), il Ges. (Lehre von der Person Christi, Basilea 1854) di una vera perdita o completa rinunzia (Entäusserung) delle proprietà divine per una specie di sonno o di caduta nell'incoscienza.
Ma la teoria tecnica emigrò presto in Inghilterra, dove ebbe largo sviluppo. Dopo qualche timido saggio di O'Brien e Hutten, si ebbe una serie di scritti tecnici del vescovo anglicano Charles Gore, seguito da numerosi discepoli, che adottarono e ampliarono le idee del maestro (Ottley, Moorhouse, Bright, Rashdall e più tardi Garvie, D'Arcy, Forrest, Valentine e altri). Con vedute più personali ripresero la questione il Forsyth, il Mackintosh e il Bethune-Baker.
Si possono distinguere in questi autori tre forme di kenticismo: 1) gli attributi divini si dividono in fisici (estrinseci-relativi) ed etici (intrinseci-assoluti); il Verbo incarnato si spogliò dei primi (p. es., onnipotenza, ubiquità) e ritenne gli altri (p. es., amore, verità); gli attributi fisici durante la vita terrena di Cristo rimasero fuori dell'ambito della sua potenzialità (così il Faibairn sulle orme del Thomasius); 2) il Verbo nell'incarnarsi perdette la coscienza della sua Divinità e si sentì puro uomo, capace di errare e di peccare; durante la vita terrena non esercitò più le funzioni cosmiche di Creatore e Conservatore dell'universo (così il Clarke sulla traccia del Gess); 3) nel Verbo bisogna considerare due sfere, una divina, l'altra umana; nella prima egli continua a godere degli attributi divini, nella seconda si autolimita, deponendo gli attributi fisici relativi, per adattarsi alle condizioni di uomo (tale l'opinione di Gore). Quest'ultimo, nonostante la self-limitation del Verbo, mantiene il principio delle due nature, delle due volontà e perfino delle due coscienze, cercando però di salvare l'unità personale psicologica di Cristo. Ma autori più recenti e più spregiudicati, come il Mackintosh, abbandonano la dottrina tradizionale metafisica della natura e della persona e si mettono decisamente sulla linea psicologica per superare il dualismo astratto con l'unità vitale in Cristo. Per questo la kenticismo anglicano scivola nello psicologismo, per cui la divinità di Gesù Cristo è asserita in virtù della sua coscienza umana, alla quale il divino si manifesta progressivamente. Questa tendenza psicologica, in cui si diluisce definitivamente il kenticismo anglicano, è stata sviluppata in sistema compiuto da W. Sanday, che ha sfruttato allo scopo le teorie del James e del Myers intorno al subcosciente. Per il Sanday, Cristo è anzitutto uomo, in cui va distinta la coscienza chiara da quella oscura o subliminale (subcoscienza), che è un'edema propria dell'esperienza del divino. Cristo uomo senti dunque il divino nella subcoscienza, da cui mano mano il divino stesso affiorò nella coscienza chiara fino a produrre la persuasione di essere figlio vero di Dio, il Verbo eterno.
La k., come è stata intesa e spiegata dai teologi protestanti, manca di fondamento biblico e patristico; s. Paolo non vi riconoscerebbe di suo niente più che la parola k., che peraltro è stata piegata a significati stravaganti. Ma essa rappresenta un assurdo metafisico per la pretesa della possibilità di una limitazione o mutazione intrinseca della divinità, che è necessariamente infinita e immutabile. Dal punto di vista teologico il kenticismo della prima maniera, con l'affermazione di una metamorfosi del Verbo o di una deificazione della natura umana da esso assunta, riporta inesorabilmente alle posizioni del vecchio errore di Eutiche (v. EUTICHIE E EUTICHIANESIMO). Il kenticismo più recente, a sfondo psicologico, insistendo su Cristo uomo e sulla sua coscienza umana, in cui si attuerebbe l'esperienza e il contatto con il divino, richiama la vecchia eresia di Nestorio (v.). Il Bethune-Baker, per la stessa via psicologica del Sanday, arriva logicamente a difendere la dottrina di Nestorio, come espressione dell'ortodossia definita al Concilio di Calcedonia. Il kenticismo dunque è falso nella sua origine, nel suo sviluppo e nel suo più recente epilogo.