IPOSTASI. - È la trascrizione della parola greca ὑπόστασις, che ha la stessa etimologia della parola latina substantia, subsistentia, suppositum e significa letteralmente ciò che sta sotto, ciò che permane sotto il fluire delle apparenze, ciò che vien posto dal pensiero sotto i fenomeni. È termine teologico assai importante, il cui significato si è precisato in seguito a vive controversie, nel linguaggio della Chiesa, dei Padri e della filosofia scolastica.
A parte il significato comune che aveva nell'uso popolare e letterario, i., nella filosofia greca e nei Padri, significò anzitutto l'essenza propria di una cosa, come sinonimo di οὐσία: ciò che una cosa realmente è, il suo
fondamentale e specifico contenuto: la sua propria natura (οὐσία). I. era quindi anche sinonimo di natura, la quale è concepita come il fondamento di tutte le proprietà di una cosa, come il principio delle sue specifiche attività. In s. Paolo significa appunto fondamento («i. delle cose sperate», Hebr. 11, 1), principio («immagine del suo principio», ibid. 1, 3) e anche essenza.
Secondariamente, nella filosofia greca e nei Padri, i. ebbe il significato di «colui che ha la sussistenza, o l'essenza o la natura», divenendo quindi sinonimo di individuo esistente o persona.
Dovendo enunciare con termini del linguaggio comune le nozioni dei misteri cristiani, i Padri si trovarono di fronte a possibili fraintendimenti e furono costretti a dare ai termini un significato più proprio e più preciso. Così per il mistero della S.ma Trinità la parola i. diventava fonte di equivoco, sia dicendo che nella divinità vi sono tre i., perché poteva fraintendersi nel senso di tre essenze o sostanze o nature (eresia ariana); sia dicendo che vi è in Dio una sola i., perché poteva fraintendersi nel senso di natura sussistente come persona (eresia di Sabellio). Onde s. Girolamo ebbe a dire che nella voce i. si nascondeva il veleno (Epist. XV, a papa Damaso). Il Sinodo di Alessandria, nel 362, lasciava libero a ogni credente di professare che in Dio vi è una sola i. oppure che vi sono tre i. appunto per il senso duplice di quella parola (essenza-sostanza e persona). Non si poteva però rimanere nell'equivoco e fu opera chiurificatrice dei Padri, contro le ambiguità degli eretici, di annettere ai termini un significato tecnico preciso. Così i., distinguendosi da οὐσία (οὐσία) e da fusis (οὐσία), assunse il significato proprio di individuo per sé e in sé sussistente, ossia di persona e il dogma trinitario ebbe la sua formulazione ortodossa definitiva: una sola οὐσία o fusis (= sostanza o essenza o natura) in tre i. (= tre persone).
Così per l'enunciazione del mistero dell'Incarnazione nascevano equivoci, se non si precisava bene il senso di i. Se infatti la si prendeva nel senso di οὐσία e di fusis, si doveva dire, per essere nell'ortodossia, che in Cristo vi sono due i., perché dicendo che in Cristo vi è una sola i. si affermava la fusione delle nature, umana e divina, cadendo nel monofisismo.
Se invece la si prendeva nel senso di persona, bisognava dire, per essere ortodossi, che in Cristo vi è una sola i., per non cadere nel nestorianesimo.
Precisando invece il significato di i. in quello di persona o ente per sé e in sé sussistente, la formula ortodossa del mistero dell'Incarnazione restava fissata così: in Cristo vi è una sola i. (la persona divina, il Verbo) e due οὐσίαi o fusis (la natura divina e la umana); l'unione quindi del Verbo con la unione ipostatica (v.).