INNATISMO. - Termine del linguaggio filosofico, usato ad indicare ogni sistema o indirizzo che ammetta l'esistenza originaria (congenita, innata) nello spirito umano di concetti, categorie, idee non derivate dall'esperienza. Nello stesso senso è usato talora il termine nativismo (che è anzi più comune nella specifica questione sull'origine delle idee di spazio e tempo). In un senso più largo i. può anche indicare l'esistenza di attitudini spontanee nello spirito umano.
L' i. rappresenta, nelle sue diverse forme, sensismo (v.), i quali, con la riduzione di tutti i contenuti di conoscenza a puri dati di esperienza, pregiudicano ogni vera universalità e necessità del sapere umano. È appunto nell'intento di dare un concetto (v.) che non poche forme di razionalismo hanno creduto doverne ricercare l'origine e la derivazione esclusiva nella natura stessa dello spirito.
L' i. ebbe storicamente forme diverse. In Platone (cf. Theaet., Resp., Tim.) le idee sono innate nel senso che non derivano, quanto al loro contenuto, dal mondo sensibile, ma si pongono come oggetto spirituale immediato della reminiscenza (ἀνάλυσις) intuitiva dell'anima. Tale forma di i. è accentuata nella concezione di Plotino e ha un riflesso nella gnoseologia agostiniana (v. AGOSTINO), continuata poi, sostanzialmente, in non pochi scolastici, particolarmente in s. BONAVENTURA, SANTO (v.).
Nella filosofia moderna il razionalismo cartesiano diede nuovo vigore all'i. : già esplicito nello stesso Cartesio (cf. Medit., III), come predeterminazione oggettiva nella mente di concetti e principi, esso è difeso, nel senso di preesistenza «virtuale», da Leibniz (cf. Now. es., I, 3; II, 1) e, con dipendenza agostiniana, da Malebranche. In Kant il problema della necessità e universalità della conoscenza determina la sua particolare forma di i., che intende le forme del conoscere (intuizioni e categorie) come struttura a priori della mente, condizione trascendente della stessa esperienza (cf. De mundi sensibilis principiis, § 6, e Kritik der r. Vernunft, introd.). Nella filosofia posteriore va ricordata, fra le altre, la posizione del Rosmini, per cui è innata nell'intelligenza umana l'idea dell'essere, come una immanente oggettività (cf. Nuovo saggio, sez. 5a, cap. 1, art. 8 e passim).
L'istanza positiva dell'i., fatta valere contro le insufficenze dell'empirismo, sta appunto nell'esigenza di salvare il carattere di necessità e universalità del conoscere, che assicuri il valore di un effettivo sapere. Se tale universalità non può prescindere dal significato originario dell'intelligenza come potere di pensare e di affermare nell'ordine assoluto dell'essere, tuttavia essa non esige affatto che i contenuti in cui attua il pensiero preesistano nello spirito antecedente all'esperienza. La vera soluzione del problema va cercata nel realismo tomista, che ripone nell'oggettività dell'essere, appreso nei dati reali dell'esperienza, la ragione e il principio ontologico dell'universalità e necessità della conoscenza spirituale (v. CONCETTO; CONOSCENZA; UNIVERSALISTI).
BIML.: A. Brunner, La connaissance humaine, Parigi 1943; S. Vanni Rovighi, Note sulla teoria della conoscenza e sull'ontologia, Milano 1943; C. Cuento Ferrandini, El problema del origen del conocimiento en los sistemas racionalistas, Lima 1946; G. Fausti, Teoria dell'astrazione, Padova 1947; H. Sjöberg, Subjective and objective attitude, in Theoria, 13 (1947), pp. 46-74; H. Wagner, Aprioritati und Idealität. Vom ontologischen Moment in der apriorischen Erkenntnis, in Philos. Jahrbuch, 57 (1947), pp. 292-361; S. Scimé, Problemi dell'essere, Padova 1949, pp. 77-102, 111-36. Salvatore Scimé