BONAVENTURA, santo. - Dottore della Chiesa.
I. VITA
S. B. n. nel 1221 a Bagnorca, oggi sobborgo di Bagnoregio, in rovina, presso Viterbo. Il padre, probabilmente medico, si chiamava Fidanza Giovanni e la madre Ritella. Vedendo il bambino gravemente infermo essa ne ottenne la guarigione in seguito ad un voto fatto a s. Francesco d'Assisi. Il fatto, attestato dallo stesso s. B., ebbe non poca influenza sul suo orientamento religioso ed intellettuale.Inviato alla facoltà delle Arti di Parigi verso il 1236, indossò l'abito francescano nel convento dei frati Minori sec. 1243 e studiò teologia sotto la direzione di Alessandro di Hales (m. nel 1245), Giovanni de la Rochelle (v.) m. nel 1245, di Eudes Rigault m. nel 1275, e forse anche di Guglielmo di Melitona (v.) m. nel 1257. Nel 1248 iniziò il suo insegnamento commentando il Vangelo di s. Luca, ed a partire dal 1250, le sentenze di Pietro Lombardo. Dopo il 1253 compose le sue Quaestiones disputatae ed il Brevilogium, piccola somma teologica. Verso tale data scoppiò la crisi che doveva mettere in contrasto il clero secolare con i Domenicani e con i Francescani, prima circa la questione dell'Università ed in seguito su quella più importante e vitale della legittimità dei due nuovi Ordini mendicanti. Essi furono attaccati direttamente da Guglielmo di St-Amour (v.) nel suo Tractatus de periculis novissimorum temporum (1256). S. B. rispose in nome dei frati Minori nelle sue Quaestiones disputatae de perfectione evangelica. Intervenendo Alessandro IV calmò momentaneamente il conflitto, imponendo, tra l'altro, all'Università, di ricevere ufficialmente fra i dottori fra' B. e fra' Tommaso d'Aquino. La cerimonia ebbe luogo il 23 ott. 1257, quando già s. B. aveva dovuto rinunciare all'insegnamento, essendo stato eletto ministro generale dell'Ordine dei frati Minori, il 2 febbr. 1257.
Quest'Ordine aveva avuto uno sviluppo prodigioso e contava allora verosimilmente più di 20.000 religiosi. Si trovava in piena crisi di sviluppo, turbato da pericolose dottrine, come quella del gioachimismo e dalle tendenze estremiste degli Spirituali. Occorreva moderare lo zelo di alcuni, stimolare altri ad una vita più regolare, perfezionare l'organizzazione amministrativa del nuovo istituto. Il nuovo ministro generale, spirito ponderato e fermo, fu l'uomo providenziale. I suoi diciassette anni di governo influirono in modo così profondo, felice e stabile sull'avvenire dell'Ordine, che, a buon diritto, egli viene considerato come il secondo fondatore. Se la sua amministrazione trovò incomprensioni, la grande maggioranza però rese omaggio alla sua virtù ed al suo talento.
Uno degli atti più memorabili del suo generalato fu la pubblicazione delle costituzioni generali, fatte al Capitolo di Narbona (1260), il cui testo servì poi di base per il contenuto e per la forma alle costituzioni posteriori dei frati Minori. Secondo quanto aveva chiesto il medesimo capitolo, B. scrisse la vita di s. Francesco d'Assisi, per porre fine alle interminabili discussioni intorno all'ideale del fondatore. Se questa preoccupazione lo indusse a sottacere alcuni aspetti o atti del Poverello, si riconosce però in s. B. una grande cura di essere oggettivo, avendo voluto, prima di scrivere, visitare i luoghi ove il Santo aveva trascorso la vita ed interrogarne gli antichi compagni. Prese, in modo reci-

S. B. risiedeva abitualmente a Parigi, che allora era come il cervello della cristianità, ma spesso si recava nell'interno della Francia, in Italia, in Inghilterra, in Germania e nelle Fiandre. Vivendo così abitualmente vicino all'Università, non poteva disinteressarsi del movimento delle idee. Durante dieci anni si astenne d'intervenire in modo palese, ma poi la diffusione delle dottrine averroiste lo indusse a tenere contro di esse due serie di conferenze quaresimali: De decem praeceptis (1267) e De donis Spiritus Sancti (1268). Quasi tutte le tesi da lui denunciate furono poi condannate nel 1270 dal vescovo di Parigi, Stefano Tempier.
Un nuovo attacco contro gli Ordini mendicanti fu sferrato nel 1269 Gerardo d'Abbeville (v.) e s. B. fu uno dei primi a controbatterlo con la sua Apologia pauperum (1270), «l'opera più perfetta della letteratura francescana» (E. Longpré).
Vedendo come, malgrado l'intervento di Stefano Tempier e della S. Sede, le dottrine averroiste andavano ognor più diffondendosi, B. si decise a salire di nuovo sul pergamo. Dal 9 apr. al 28 maggio 1273 diede le sue conferenze in Hexaemeron davanti ad un numeroso uditorio composto di maestri, baccellieri e
studenti, affrontando i più gravi problemi della filosofia e della teologia e dandone la soluzione. In nessun'altra opera il suo pensiero trova più piena e vigorosa espressione. Questi discorsi furono disgraziatamente interrotti con la sua promozione al cardinalato. Allorché Clemente IV lo nominò arcivescovo di York, B. poté fare accettare la sua rinuncia, ma Gregorio X che aveva bisogno di lui per preparare il prossimo concilio ecumenico, lo nominò cardinal vescovo di Albano e gl'ingiunse di recarsi quanto prima alla corte pontificia. Durante un anno B. presiedette la commissione incaricata di preparare il Concilio, che fu aperto il 7 maggio 1274.
Poco dopo giunsero a Lione i quattro frati Minori inviati dal Papa precedentemente alla Chiesa greca per preparare l'unione delle Chiese, accompagnati dai delegati dei Greci. L'unione trovò la sua realizzazione il 28 giugno e fu l'ultima grande gioia provata da B. poiché, in conseguenza della sua salute sempre delicata, soccombette all'esaurimento causato da tanti viaggi e da tante fatiche. Morì nella notte tra il 14 ed il 15 luglio (1274) assistito dal Papa medesimo, il quale ordinò ai sacerdoti del mondo intero di celebrare una Messa per il riposo della sua anima.
Fu canonizzato da Sisto IV nel 1482 e proclamato « Dottore della Chiesa » da Sisto V nel 1588. La sua festa si celebra nella Chiesa universale il 14 luglio. Il titolo di « Dottore Devoto » che aveva ricevuto dopo la morte, venne poi sostituito, a partire da Gerson, con quello di « Dottore Serafico ». B. lasciò il ricordo di un uomo naturalmente amabile e benigno: Ecce vir bonus et benignus, verecundus visu, modestus moribus et eloquio decorus (Brev. Romano-Seraficum, ant. I ad I Vesp. 14 luglio); i suoi nemici stessi furono obbligati a riconoscere la santità della sua vita. Possedeva i doni della prudenza e del consiglio in sì alto grado, che i cardinali, riuniti per dare un successore a Clemente IV, non riuscendo ad intendersi ricorsero ai suoi lumi ed elessero il candidato da lui raccomandato. Quello che maggiormente ci meraviglia si è che questo perfetto superiore, che doveva vivere tanto a contatto con tante contingenze umane, sia stato un egregio metafisico, un profondo pensatore ed uno scrittore fecondo.
II. GLI SCRITTI
Le opere di B. furono sovente trascritte e gli furono attribuiti molti opuscoli mistici. Le edizioni complete o parziali dei testi originali latini e le traduzioni in lingue moderne si contano a centinaia, ma il loro elenco non ha che un valore storico, dopo che apparve l'edizione critica, voluta dal p. Bernardino da Portogruaro nel 1871, preparata dal p. Fedele di Fanna (m. nel 1881). Fu condotta a termine dai Frati Minori del collegio S. Bonaventura di Quaracchi presso Firenze, dal 1882 al 1902, sotto la direzione del p. Ignazio Jeiler. È un'opera insigne, giudicata, fin dal suo primo apparire, come un modello del genere. Malgrado le difficoltà che presentava tale lavoro nel tempo in cui venne eseguito, non ebbe che a subire piccole critiche, ritocchi o addizioni di secondaria importanza. Consta di 10 voll. in-fol. (più 1 vol. di tavole per il Commentario sulle Sentenze [I-IV] non numerato). Qui non si menzionano che le opere più importanti o più caratteristiche ed eventualmente si rettificherà l'edizione critica alla quale si rinvia, accennando alle opere in essa omesse e alle varie edizioni manuali che ne pubblicarono gli editori, come pure gli studi e le traduzioni più importanti.1. Opere teologiche
I Commentarii in quattuor libros Sentent. Petri Lombardi (vol. I a IV) furono scritti dal 1250 al 1254 e son generalmente considerati come i migliori; vi rivela infatti e la potenza speculativa del suo spirito e le sue tendenze dottrinali. Però un principiante, anche se provvisto di genio, non è un uomo maturo e giova
controllare ed all'uopo correggere il Commentario con le opere teologiche posteriori.
Il Breviloquio, scritto verso il 1257, è una brevissima somma teologica (vol. V, pp. 199-201; ed. man., commentario letterale di volgarizzazione per cura del p. Teodoro Barbaliscia 2 voll., Pompei 1934). Padrone del suo piano e del suo metodo, il Dottore Serafico vi rivela l'alta idea che aveva della teologia speculativa ed alcune sue tesi favorite sono esposte con maggior chiarezza che nel Commentario.
La grande edizione ha pubblicato diverse Questioni disputate: sette De scientia Christi, otto De mysterio Trinitatis, quattro De perfectione evangelica (vol. V, pp. 1-198). Altre sono state scoperte in seguito: due De existentia angelorum e De mendicitate (sono state identificate e pubblicate dal p. Ferd. Delorme in S. Bonaventurae collationes in Hexaemeron et bonaventuriana quaedam selecta, Firenze-Quaracchi 1934, pp. 295-327 e 328-56); dieci De caritate e De novissimis (furono ritrovate dal can. P. Glorieux e sono in corso di pubblicazione nella France Franciscaine, 1936 sgg., documento II). Inoltre il p. Vittorino Doucet (Descriptio codicis 172 bibliothecae communalis Assiviensis, in Archivum Franciscanum Historicum, 25 [1932], pp. 514-15; e Quaestiones centum ad scholam franciscanam saec. XIII ut plurimum spectantes, ibid., 26 [1933], pp. 474-96) ed il p. Francesco M. Henquinet (Un branillon autographe de s. Bonaventure sur le Commentaire des Sentences, in Etudes Franciscaines, 44 [1932], pp. 635-55 e 45 [1933], pp. 59-82) attribuiscono a B., con più o meno certezza, un insieme di questioni teologiche bastevoli a formare un nuovo volume in-fol. della grande edizione. Esse sono però inedite.
Il testo delle conferenze sui Dieci comandamenti (1267), sui Doni dello Spirito Santo (1268) e sull'Hexaemeron (1273) non fu redatto da s. B., ma dai suoi uditori (vol. V, pp. 327-503). Il p. Ferd. Delorme, op. cit., ha pubblicato un testo delle conferenze in Hexaemeron che permette di controllare e talora correggere quello pubblicato dai Padri editori di Quaracchi (vol. V, pp. 327-454).
Il piccolo trattato De reductione artium ad theologiam (vol. V, pp. 317-26: ms.) è stato ritenuto da uno specialista (G. Rabeau, Introduction à l'étude de la théologie, Parigi 1926, p. 365) come « il contributo più importante del medioevo all'introduzione della teologia ».
2. Scritti esegetici. - Il più importante è il Commentario su s. Luca (1248), opera giovanile, probabilmente ritoccata più tardi, utile specialmente ai predicatori (vol. VII intero).
3. Scritti essetici o mistici. - Il più celebre è l'Itinerarium mentis in Deum (vol. V, pp. 293-316) scritto alla Verna nell'ott. 1259, molto letto, tradotto e commentato.
Altrettanto si potrebbe quasi dire del De triplici via (1259: VIII, pp. 3-27) ove, in termini concisi, s. B. ha esposto le grandi linee della sua dottrina mistica (J. Fr. Bonnefoy, Une somme bonaventurienne de théologie mystique, le « De triplici via », Parigi 1934).
Devotissimo alla santa Umanità di Cristo, B. ne scrisse con soavità nel Lignum vitae (VIII, pp. 68-87), nella Vitis mystica (VIII, pp. 159-229), da cui la liturgia attinse le lezioni proprie dell'ufficio del Sacro Cuore, e nel De quinque festivitatibus pucri Iesu.
Se le famosi Meditazioni della vita di Cristo non sono, quali le possediamo noi, l'opera di B., sembra però averne egli fornito il nocciolo primitivo e lo spirito (p. Col. Fischer, Die « Meditations Vitae Christi ». Ihre handschriftliche Überlieferung und die Verfeinerfrage, in Archivum Franciscanum Historicum, 25 [1932], pp. 3-35, 175-209, 305-48). L'influenza considerevole che ebbero sulla spiritualità e sull'arte, specialmente sul testo religioso, si deve quindi attribuire in pari e a lui. I Sermoni di s. B. (V, pp. 532-74 e IX) furono dati davanti ad uditori molto diversi e specialmente in ambienti istruiti: clero, religiosi, università, e ciò spiega la ricchezza del loro contenuto dottrinale (G. Cantini, S. B. da Bagnoregio, in Antonianum, 15 [1940], pp. 29-74, 155-88, 245-74).
III. LA DOTTRINA DEL DOTTORE SERAFICO
1. Origine della sua dottrina. - La lista considerevole degli autori citati da B. è stata compilata dai padri editori (X, pp. 265-77) e fa prova della straordinaria ricchezza della sua documentazione.Miracolosamente guarito da s. Francesco d'Assisi, B. si fece suo umile discepolo. Più istruito del suo serafico padre, egli saprà tradurre in formole, ed ove occorra, giustificare e difendere l'ideale del Poverello d'Assisi. Al pari di lui diffiderà delle « glorie greche e latine » e ricercherà l'impronta di Dio non solo nel mondo visibile, ma si ancora nel mondo invisibile. Al pari di lui condannerà ogni scienza che non insegni ad amare e andare a Dio con tutta l'anima. È il « dottore francescano » per eccellenza. La dottrina di s. Agostino si adatta meravigliosamente all'ideale francescano e B., più di ogni altro suo contemporaneo, parla di lui con la massima riverenza. Lo ritiene il dottore « maxime authenticus inter omnes expositores sacrae Scripturae » (Qu. disp. de scientia Christi, q. 4, vol. V, p. 23) e si è calcolato che nell'edizione critica di Quaracchi è citato ben 2625 volte. B. non si è contentato di compilare i soliti florilegi o « catene » di testi, ma ha attinto direttamente alle opere e ne ha così assimilata la dottrina, che la sua opera appare come la migliore sintesi del pensiero agostiniano nel medioevo (E. Longpré, S. Augustin et la pensée franciscaine, in La France Franciscaine, 15 [1932], pp. 5-76).
Tra gli autori preferiti da B. si dovrebbero annoverare ancora Dionigi cioè lo pseudo-Areopagita, Boezio, s. Gregorio, s. Giovanni Damasceno, s. Anselmo, Alessandro
di Hales, da lui ritenuto rispettosamente come « suo maestro e suo padre ». La principale fonte d'ispirazione resta la Sacra Scrittura; la si potrebbe ricomporre in gran parte con le sole citazioni disseminate nelle sue opere, tanto che la loro elencazione occupa 84 pagine (su tre colonne) della grande edizione. Quando cita un testo, generalmente ne dà la riferenza indicandone il libro ed il capitolo.
2. Caratteri generali della dottrina di s. B. L'unità di dottrina. - È il carattere che spicca maggiormente. Secondo la felice espressione del p. Monnot, « filosofia, teologia, mistica, si trovano sistematicamente fuse, ma non confuse ». Il Dottore Serafico sapeva opportunamente distinguere, ma questa vivisezione del mondo reale, necessaria nelle esperienze di laboratorio, non gli faceva perdere la vista dell'insieme. Il solo mondo esistente, nel quale ci muoviamo e che dobbiamo conoscere, è quello di un'umanità fondata sul Cristo, da lui redenta, orientata verso di lui. Un ordine puramente naturale è soltanto ipotetico, ne sappiamo ben poco e non possiamo ricostituirlo che con delle congetture. Da vero francescano, B. non crede di dover perdere il tempo in vane ricerche, ma mirando il fine al quale siamo destinati, orienta risolutamente verso la teologia, anzi verso la mistica e la stessa estasi, tutte le scienze inferiori, compresa la filosofia. Questo medesimo senso del reale, del concreto, spiega l'importanza attribuita all'esperienza, « principio di scienza » (III Sent., d. 24, a. 2, q. 3, f. 4, p. 522) e l'espressione ut patet per experientiam, ritorna spesso. I ragionamenti più sottili, come le splendide dimostrazioni, non riescono a convincerlo, ove le conclusioni cozzino con l'esperienza. Tiene conto di ogni esperienza scientifica, storica o religiosa e questo spiega il suo rispetto per la tradizione e la sua tendenza, nel dubbio, a propendere verso l'opinione, che più si accosta alla pietà. Si fece spesso notare, ed a buon diritto, il suo rispetto per l'autorità, anche puramente umana, ma in ciò ancora noi scorgiamo la sua fedeltà per la verità. Spiega sempre, quando lo può, caritatevolmente una proposizione erronea e talora la sua carità appare fin troppo ingegnosa, ma, dopo tutto, vuole che si dica la verità, « ne amore hominis veritati fiat praeiudicium » (II Sent., d. 44, dub. 3, p. 1016 b). Vuole che si segua Aristotele, ma soltanto quando dice il vero (Col. in Hex., ed. Fr. Delorme, p. 92).
3. Il filosofo cristiano. - B. è il « filosofo cristiano » per eccellenza. La filosofia, che in un mondo senza grazia, sarebbe fine a se stessa, nell'ordine attuale non può raggiungere il suo scopo che sottomettendosi alla fede ed accettando il suo controllo; essa non è che la serva della teologia, ma serva indispensabile. La filosofia di B. si inquadra nettamente nella tradizione platonica; però egli non conobbe Platone che indirettamente, mentre ha letto direttamente senza pregiudizi Aristotele, che all'uopo giudica e rettifica liberamente. All'astrazione aristotelica preferisce la teoria agostiniana dell'illuminazione, ed è in s. Agostino che ha preso la teoria delle ragioni seminali, germi formali che Dio ha posto nella materia. Non condivide con altri scolastici l'interpretazione dell'ilemorfismo aristotelico e si spiega così come attribuisca la composizione di materia e forma, equivalenti di potenza ed atto, anche agli esseri spirituali. Tali particolarità, al pari di altre che si notano, quando si parla della filosofia di s. B., non costituiscono la sua filosofia. Nell'opera La philosophie de s. Bonaventure di E. Gilson (Parigi 1924, trad. ted. di Böhner), ritenuta come il più profondo studio dottrinale sul Dottore Serafico, è messa in luce la solidità, la ricchezza, la
profondità di questo genio, teso costantemente verso l'unione con Dio e che giudica ogni cosa alla stregua del santuario. A questa cura della ricerca costante di Dio corrisponde l'esaltazione dell'analogia universale e la dottrina dell'esemplarismo che la spiega (J.-M. Bissen, L'exemplarisme divin selon s. Bonaventure, ivi 1924).
4. La teologia di s. B. - La sua teologia trae l'ispirazione, al pari della filosofia, da s. Agostino, pur essendo autenticamente scolastica. Per il primo nel medioevo seppe distinguere nettamente la S. Scrittura, che era allora quello che è per noi la teologia positiva, dalla teologia speculativa, frutto e gloria della ragione umana, ma scienza fallibile (Proem. in I Sent., q. 2, ad 4, p. 11 b). Con mano sicura, scrivendo il Brevilogio, tratteggiò l'ideale che si formava del teologo: spiegare con ragionamento deduttivo, partendo da un attributo divino, sia quello che Dio è in se stesso, sia quello che ha operato all'infuori di sé (J. Fr. Bonnefoy, De synthesi operam Dei ad extra ad mentem s. Bonaventurae, in Antonianum, 18 [1943], pp. 17-28). Diversi autori (in particolare A. Stohr, Die Trinitätslehre des heiligen B., Münster in W. 1923) hanno cercato di rintracciare le fonti della teologia trinitaria di B. e parlarono di s. Agostino, dello pseudo-Areopagita, di s. Giovanni Damasceno, di Riccardo di S. Vittore, di Alessandro di Hales, di Eudes Rigault ecc., ma quantunque in lui vi sia un po' di tutto questo e vi si noti, in particolare, l'influenza della teologia greca, B. è del tutto personale. Conforme alla sua concezione teologica, pur senza trascurare le analogie psicologiche di s. Agostino, dà la preferenza alle dimostrazioni a priori della Trinità, anziché alle spiegazioni per via mistica (J. Fr. Bonnefoy, Le St-Esprit et ses dons selon s. Bonaventure, Parigi 1929, pp. 12-57).
La sua teologia è spiccatamente cristocentrica e trova la sua maggiore espressione nelle Collationes in Hexaemeron, e si può affermare che egli ha spianato la via alla dottrina scotista del primato assoluto ed universale di Cristo.
B., come quasi tutti i suoi contemporanei, negò l'Immacolata Concezione, ma come avvenne per altri, quest'errore non velò la sua teologia mariale sugli altri punti ed è così che, con efficaci espressioni ed un'insistenza particolare, affermò la mediazione mariana universale (P. Di Fonzo, Doctrina s. Bonaventurae de universali mediatione B. Mariae Virginis, Roma 1938; E. Chiettini, Mariologia s. Bonaventurae, ivi 1941).
5. La teologia mistica di s. - B. In teologia mistica B. occupa un posto preminente ed incontrastato: « His postquam maxime arduas speculationis summitates conscendit - scrisse Leone XIII - de mystica theologia tanta perfectione disseruit ut de ea communi hominum peritissimorum suffragiis habeatur facile princeps ». « La dottrina di s. B. segna, al nostro modo di vedere, il punto culminante della mistica cristiana e costituisce la sintesi più completa che mai sia stata realizzata » (E. Gilson, La phil. de s. Bonav., p. 472). Ciò non recherà meraviglia, ove si pensi che ha fatto sistematicamente convergere verso la pace dell'estasi tutte le conoscenze sensibili, intellettuali e soprannaturali: è il programma del suo Itinerario dell'anima a Dio, perfetto manuale di contemplazione mistica. È anche la realizzazione del primo comandamento, poiché non prescrive soltanto di amare Dio con tutto il cuore, ma ancora « con tutta l'anima e con tutto lo spirito » (Mt. 22, 37). Come il suo se-

6. L'influenza di s. B. - La sua influenza fu e rimane considerevole. Le sue opere furono molto lette mentre viveva e s. Tommaso, a varie riprese, si servì di larghi brani tolti da certe questioni del suo amico (P. Glorieux, De quelques « emprunts » de s. Thomas, in Recherches de Théologie ancienne et médiévale, 8 [1936], p. 166). Molti autori hanno commentato o riassunto il Commentario di B., o ne hanno tratto ispirazione (ed. di Quaracchi, I, pp. LXIV-LXXIII). I Frati Minori Cappuccini furono i più fedeli a s. B. tra le tre famiglie francescane, poiché tanto i Frati Minori come i Frati Minori Conventuali aderirono nella grande maggioranza alla scuola scotista. Il seguace più noto del B. BARBARI (v.), che ha lasciato tra l'altro un corso di teologia ed un corso di filosofia ad mentem Seraphici Doctoris Bonaventurae.
La voce di s. B. non si fece udire soltanto al Concilio di Lione (1274), in cui agiva come vicario del Papa, ma è stata evocata nei Concili posteriori di Vienna (1311), Costanza (1414-17), Basilea (1431), Firenze (1439), Laterano (1512), Trento (1545-63) e Vaticano (1869-70) (cf. Ludovicus de Castroplanio, Seraphicus doctor s. B. in oecumenici catholicae ecclesiae conciliis cum Patribus dogmata definiens, Roma 1874). Restaurando la scolastica sotto l'alto patrocinio di s. Tommaso, Leone XIII non tralasciò di rievocare il nome di B. ed elogiò il ministro generale dei frati Minori per avere intrapreso l'edizione critica delle sue opere.
L'influenza esercitata dalla sua dottrina mistica è ancor più vasta. Essa si operò direttamente con la diffusione incredibile dei suoi « divini opuscoli », come usava chismarli s. Francesco di Sales; indirettamente per opera di tanti predicatori, oratori o santi, che si sono formati alla sua scuola ed hanno propagato il suo spirito. Il grande numero di scritti anonimi che circolarono sotto il suo nome sono dovuti, in gran parte, ai suoi discepoli. Né mancò la sua influenza sull'arte gotica (R. Boving, B. und die französische Hochgoth, Werl in V. 1929); sull'arte di Giotto, con la sua vita di s. Francesco; sui pittori e maestri in vetrate, che si ispirarono ai suoi scritti sulla Passione (E. Gilson, S. Bonaventure et l'iconographie de la Passion, in Revue d'Histoire Francaise, 1 [1924], p. 420).
Il suo ricordo è perenne nella Chiesa greca e fra i dissidenti bramosi dell'unione delle Chiese, come Arsenjew, Kobilinski; ci sono convertiti, come Denissoff, i quali pensano che solo la filosofia platonica di s. B. e la sua teologia cristocentrica possono fornire una base d'intesa con i dissidenti, sulle questioni dottrinali. Potrebbe darsi che B. sia chiamato, in un prossimo avvenire, a far la parte di conciliatore, come già al Concilio di Lione.