BONA, GIOVANNI

BONA, GIOVANNI. — Cardinale, dottissimo scritore ascetico e storico-liturgico, n. a Pian della Valle presso Mondovi il 10 ott. 1609, m. santamente a Roma il 28 ott. 1674.

Discendeva da un ramo emigrato in Piemonte dei Bonne de Lesdiguières, nobile famiglia del Delfinato. Quindicenne si fece monaco cistercense della Congregazione dei Fogliesi (Feuillants) che custodiva il santuario di S. Maria di Vico (Mondovi), iniziando il noviziato nel monastero di S. Maria di Pinerolo il 19 luglio 1625.

Attese allo studio della filosofia e scienze a Torino, nel monastero della Consolata; poi fu inviato a studiare teologia a Roma, in quello di S. Bernardo delle Terme, ove fu ordinato sacerdote nel 1633.

Ritornato in Piemonte, tenne la cattedra di teologia per tre anni nel monastero di Vico (1636), per due volte fu eletto priore ad Asti, poi abate di S. Maria di Vico di Mondovi. Nel 1651 fu eletto abate generale della sua Congregazione; nel 1654 rinunciò a tale carica per ritirarsi a Vico nello studio e nella preghiera. Per volontà del suo grande amico e ammiratore Alessandro VII, nel 1655 dovette riassumere il generalato, e fu eletto consultore delle Congregazioni dei Riti, Indice e S. Uffizio. Teologo equilibratissimo, fu be-

nevolo nell'accessa controversia intorno ai Monita salutaria B. M. Virginis ad cultores suos indiscretos (al'Indice il 19 giugno 1674). Clemente IX lo nominò cardinale nel 1669. La sua vita, sia da religioso sia da cardinale, fu povera ed austera, dedita alla preghiera e agli studi. Cercò sempre nei suoi studi «non la scienza per la scienza, ma la scienza per la gloria di Dio e la salute delle anime» (Pio X, Lettera al vescovo di Mondovì in occasione del tricentenario). Rimase in fama di santità (cf. F. Tonelli, Si può sperare la canonizzazione del card. G. B. in Riv. storica bened., 5 [1910], p. 253 sg.).

Pubblico: Psallentis Ecclesiae harmoniae, tractatus historicus symbolicus asceticus de divina psalmodia ejusque causis mysteriis et disciplina etc. (Roma 1653, ripubblicato dai Benedettini di S. Mauro a Parigi 1663). Il trattato, definito dal Martène «singularis et aureus» (De antiqua ecclesiae disciplina in divinis celebrandis officiis, Lione 1706, prefazione), è il migliore apparso sino a quel tempo intorno al divino ufficio: dopo alcuni capitoli di introduzione sulla salmodia, studia le varie ore canoniche nel loro sviluppo storico, con straordinaria erudizione e ricchezza di testimonianze.

Manuductio ad coelum continens medullam sanctorum Patrum et veterum philosophorum (Roma 1658), è il suo trattato ascetico più noto, riedito nel 1660 e innumerati altre volte (17 vivente l'autore). L'opera, tradotta in più lingue, fu dai contemporanei paragonata al De imitatione Christi. Studio metodico e profondo, che dopo aver dimostrato la necessità di un buon direttore spirituale per raggiungere l'ultimo fine dell'uomo e averne elencate le qualità, espone la dottrina delle tre vie, purgativa, illuminativa, e unitiva. Il Rerum liturgicarum libri duo è un trattato sulla storia e liturgia della Messa, di grande valore storico; edito nel 1671, ebbe numerose edizioni, tra le quali notevoli quelle del Sala (Torino 1747 e 1753). Il valore spirituale del Sacrificio dell'altare viene invece studiato nel De sacrificio Missae tractatus asceticus (Roma 1658, Rouen 1663 ecc.).

Tra le numerose altre opere di B., edite ed inedite, ricordiamo: Via compendi di Deum per motos anagogicos et orationes iaculatorias (Roma 1657, Parigi 1662). L'unione con Dio si verifica mediante le frequenti giaculatorie e aspirazioni che formano quasi un glutine che lega l'anima a Dio.

Principia et documenta vitae christianae (Roma 1673, e altre numerose edizioni) è un aureo trattato di ascetica, che insegna a tutti i cristiani la moderazione delle passioni e la pratica delle virtù; De disceptione spirituum in vita spirituali deducendorum (Bruxelles 1671, 1672; Roma 1672, ecc.); Testamentum sive praeparatio ad mortem (Firenze 1675); Hortus coelestium deliciarum, florilegio spirituale edito per la prima volta da mons. Vattasso nel 1918.

Cursus vitae spiritualis facili ac perspicua methodo perducens hominem ab initio conversionis usque ad apicem sanctitatis (Roma 1674, numerose riedizioni elencate da J. de Guibert, Theologia ascetica et mystica, ivi 1926, p. 55) sotto il nome di Carlo Giuseppe Morozzo, che ne curò l'ed., al quale fu in seguito falsamente attribuito; trad. II. di A. Tisi, Corso di Vita spirituale (2 voll., Roma - Alba 1942).

È un eminente liturgista e un profondo maestro di ascetica e mistica. Come liturgista ricercò attivamente fonti (manoscritti ecc.); per i suoi uffici di consultore, abate e cardinale, non poté estendere molto le sue ricerche oltre le biblioteche romane, limitandosi per le altre fonti a relazioni di seconda mano dedotte dalla amplissima letteratura da lui consultata. Nonostante queste lacune, «la sua critica delle fonti segna un progresso su quanti lo precedettero» (H. Dumaine, s. V. in DACL, II, col. 998). B. fu un indefesso lettore degli autori che trattarono gli argomenti da lui studiati: «Si può dire che nulla gli sfugge della letteratura del suo soggetto» (ibid., col. 997). È nota la controversia che suscitò il suo De rebus litur

gics, circa l'uso del pane fermentato o azimo nella Chiesa latina. B. ha una teoria propria, desunta dal Sirmond, e la sua tesi, pur non raggiungendo l'evidenza, che ancor oggi non si ha, è la più verosimile. Per B. non è da ammettersi la perpetuità assoluta dell'uso del pane azimo nella Chiesa latina. Tale opinione sollevò contrasti tra gli studiosi del tempo; il Mabillon, dapprima avversario, in seguito vi aderì quasi integralmente (De pane eucharistico azymo et fermentato, Parigi 1674). Più MACEDONIA (v.) che tacciò la dottrina di B. di eresia.

Nel campo ascetico è grande merito di B. la fedeltà alla dottrina tradizionale; armonizza la spiritualità antica e quella moderna. La sua dottrina è quella classica che parte da un chiaro e centrale concetto della perfezione, concepita come unione attuale e amorosa dell'anima con Dio, per discendere alla descrizione dei mezzi di santificazione. L'unione mistica, termine ultimo della contemplazione e dell'ascesa dell'anima a Dio, si avvera mediante frequenti e ardenti giaculatorie. La perfezione, dono divino, è generalmente data a chi persegue con amore e fedeltà la via ascetica: è una legge quasi normale. L'ascetica di B. insiste molto sul dominio delle passioni, sulla pratica delle virtù, sulla necessità di una buona e sicura direzione spirituale, sulla completa vittoria di se stesso. B. compose anche un ottimo corso di esercizi spirituali, sul tipo di quelli ignaziani: Phoenix rediviva, annua spiritus renovatio per anachoresim et exercitia spiritualia (1° ed. Parigi 1847, trad. francese di De Boissieu, La renaissance du Phénix, ivi 1922).

Bibl.: I. Bertolotti (Luca di S. Carlo), Vita Ioannis B., Asti 1677; E. Rosa, Per il 3° centen. del card. Bona, in La Civiltà Cattolica, 1909, IV, pp. 673-88; G. B. Ressa, Il card. G. B., maestro di vita cristiana, Mondovì 1910; G. B. Francesca, Il principe degli asceti nel sec. XVI, Torino 1910; J. M. Canivez, s. V. in DSP, I, coll. 1762-66; H. Dumaine, s. V. in DACL, II, col. 992-1002; Hurter, IV, coll. 308-12; M. Vattasso, introduz. ed. di Hortus coelestium deliciarum (Studi e Testi, 32), Roma 1918; P. Hoffer, La devotion à Marie au déclin du XVIIe s., Parigi 1938, pp. 166-80.