MACEDONIA

MACEDONIA. - Regione centromeridionale della penisola balcanica, fino al 1912 inclusa nella Turchia europea e spartita tra Grecia, Jugoslavia e Bulgaria. Corrisponde ca. alla depressione compresa fra il massiccio del Rodope, il corso inferiore del Mesta e la catena del Pindo, allargandosi verso mezzogiorno, dove si apre sul Golfo di Salonicco. Comprende i bacini dei fiumi Bistriza, Vardar, Struma e Mesta e si estende per ca. 67.000 kmq. con una popolazione di ca. 2 milioni e mezzo di ab., suddivisi nel vasto territorio che per il 51% appartiene alla Grecia, il 39% alla Jugoslavia, il 10% alla Bulgaria.

I. GEOGRAFIA

Geologicamente la M. non ha caratteri propri, essendo costituita, nelle varie parti, da scisti cristallini, graniti, arenarie, serpentine e calcari. Morfologicamente presenta un caratteristico frazionamento del rilievo in numerosi bacini (fluviali e lacustri) di origine tettonica. Il clima è nella regione egea tipicamente mediterraneo con estati secche e inverni miti; nell'interno invece esso assume caratteri di sempre maggiore continentalità. I centri più importanti della M. greca sono Salonicco, Cavala, Dráma, Seres, Skoplje e Monastir. Basi della vita economica sono l'agricoltura e la pastorizia: grano, orzo, segala, mais, riso sono coltivati con maggiore intensità; tra le piante industriali importante il tabacco, che assorbe ca. la metà della produzione agricola. Vi sono risorse minerarie, date dalla presenza nel sottosuolo di cromite, pirite, zinco, magnesite, ecc. Si esportano tabacco, bozzoli, farine, pelli, oppio; si importano tessuti, legnami, carta, macchine, prodotti chimici. Il porto di Salonicco, sbocco meridionale per l'Europa centrale, è piuttosto un porto regionale: del resto tutto il commercio interno ed estero non è sufficientemente sviluppato, a causa dell'instabilità della vita politica.
BIBL.: D. Fauche, *En Macédoine*, in *Annales de géographie*, 28 (1919), pp. 471-75; A. G. Ogilvie, *A contribution to the geography of M., in Geogr. journ.*, 55 (1920), pp. 1-34; L. Schultze, *Mazedonien, Landschaft- und Kulturbilder*, Jena 1927; Y. Chataigneau-J. Sion, *Macédoine*, in *Géographie universelle*, XXXVII, I, Parigi 1934, pp. 519-26; A. Papanastassiou, *Vers l'union balcanique*, ivi 1934; S. Nava, *Il regime degli Streti turchi dopo la guerra*, in *Riv. di studi politici internaz.*, 4, 1938.

Gastone Imbrighi

II. STORIA ECCLESIASTICA E CIVILE

La prima missione organizzata per l'Europa, di cui si abbia documentata memoria, è quella che ca. l'a. 50 s. Paolo condusse in M. La deliberazione di recarvisi fu presa dopo chiari e ripetuti segni della divina volontà (*Act. 16, 9*). Quando l'Apostolo vi giunse, la M. già da due secoli provincia romana, ma per più anni travagliata da invasioni di Traci, di Bessi, di Scordisci, perturbata poi dall'adunarvisi dei grossi eserciti di Bruto e di Cassio e di Antonio prima di Azio, aveva finalmente ritrovato un periodo di pace e di prosperità. Raggiunto come confine dello Stato romano il Danubio, la M. poté, nell'ordinamento augusteo, esser lasciata all'amministrazione del Senato, come una delle province *pacatae et inermes*. La popolazione, fondamentale, mentre greca (anche se Isocrate e Demostene non avessero mai voluto riconoscerla per tale), si era accresciuta di molti elementi di altre genti, grazie specialmente alle molte colonie di veterani stanziate dai triumviri e da Augusto, i quali in M. appunto trovarono i grandi eserciti da congedare degli uccisori di Cesare e dei suoi vendicatori.

Con Paolo si recarono in M. Silas e Luca, che, quando giunge a parlare di questo viaggio, muta improvvisamente il verbo dalla terza alla prima persona plurale (*Act. 16, 10*). Passati dalla Troade a Samotracia e sbarcati poi a Neapolis (oggi Cavalla), Filippi (v.), che aveva ricevuto una importante deduzione

di coloni romani, e aveva anche un nucleo di Giudei, ai quali Paolo si rivolse un sabato, quando essi si erano adunati fuori dalla città, presso il fiume. Non mancarono conversioni e persecuzioni. Avendo Paolo liberato un'os-sessa, accusarono i missionari quali Giudei perturbatori ai magistrati, che li fecero battere con le verghe e chiudere in prigione. Paolo declinò la sua qualità di cittadino romano, e ricevette le scuse e la preghiera di allontanarsi. Passando per Anfipoli e Apollonia, l'Apostolo e i SALONICCO (v.), che era stata dichiarata città libera, ed era nello stesso tempo sede del governatore della provincia. Portava perciò i titoli di πράξιν Μηχανόμων e di μηχανόμων, e grazie al buon porto e alla costruzione della Via Ignatia godeva notevole prosperità. La colonia giudica vi doveva essere numerosa e ricca; nella sinagoga per tre sabati consecutivi Paolo parlò, commentando le Scritture e annunciando la venuta e la Risurrezione di Cristo. Molti furono i convertiti, sia tra i Giudei che tra i Gentili. Ma i Giudei zelanti accusarono i missionari alle autorità come ribelli a Cesare, e queste, non avendoli trovati, trassero in tribunale Giasone che li aveva ospitati. Informati delle cose gli altri fedeli, di notte, fecero partire Paolo e Silas per Beroa (oggi Verria), dove pure esisteva una sinagoga, in cui la predicazione cristiana fu ascoltata con molto interesse e con frutto di conversioni. Senonché gli ostinati Giudei di Tessalonica, saputo della continuazione dell'opera di Paolo, vennero a Beroa, suscitando avversità e turbamenti, si che i fedeli fecero partire Paolo, che viaggiò sino ad Atene, avendo però lasciato a Beroa Silas e Timoteo, che più tardi lo raggiunsero a Corinto (Act. 22, 13 e 18, 5). Per quanto così contrastato, le comunità cristiane sorte da questa predicazione visero e fiorirono, e, a Paolo le ricordò sempre con compiacienza ed affetto, come dimostrano SALONICCO (v.), che sono le più antiche delle sue, FILIPPI (v.). Quest'ultima, scritta dall'Apostolo durante la prima delle sue prigioni di Roma, conosce una Chiesa già pienamente costituita con vescovo e diaconi. Paolo desidera rivedere i fratelli di Filippi che agli inizi della sua predicazione gli furono fedeli, invierà loro appena possibile Timoteo, ha inviato Epafrodito, del quale ha tanto a lodarsi. Aristaro di Tessalonica accompagnata Paolo nell'ultimo viaggio a Roma di cui dà conto Act. 27, 2. L'Epistola II ai Corinti fu scritta durante la seconda permanenza di Paolo in M., dopo la dimostrazione ostile che lo obbligò a partire da Efeso (II Cor. 1, 16). Lo accompagnarono i macedoni Sopatro di Beroa, Aristaro e Secondo di Tessalonica, Gaio che qui è detto di Derbe, e che poco appresso (ibid. 19, 29) è detto Macedone. Ai Corinti Paolo fa le lodi dei Macedoni, specialmente per la loro generosità nelle elemosine, pur essendo poveri.

Si ha molta ragione di dubitare delle missioni in M. di s. Matteo e di s. Andrea, ricordate da Isidoro (De vita et morte sanctorum, 67). Della ulteriore storia della Chiesa di M. non si è molto informati. Nei Meneti greci e nei Martirologi storici figurano come primi vescovi macedoni: Aristaro a Tessalonica, Epafrodito a Filippi, One-simo a Beroa. Si ha una lettera ai Filippesi di s. Poli-carpo di Smirne (v.), che rende buona testimonianza della vitalità della Chiesa di Filippi. In un passo dell'Apologia di Melitone di Sardi rivolta a Marco Aurelio, riportato da Eusebio (Hist. eccl., IV, 26, 10), si dice che Antonino Pio scrisse a varie città, e tra queste a Tessalonica, perché non suscitassero tumulti contro i cristiani. Dal 253 cominciano e si ripetono incursioni di Goti, che vincono e uccidono l'imperatore Valente nella grande battaglia di Adrianopoli (378) e non cessano, se non quando l'imperatore Zenone riesce ad allontanare Teodorico e i suoi Ostrogoti, scaricandoli in Italia.

Le persecuzioni avevano fatto vittime anche in M. Sono tramandati gli Atti del martirio subito a Tessalonica nella persecuzione di Diocleziano da un uomo, Agatone, e da sei donne, nonché dal megalomartire Demetrio, già governatore di Acaia. Presenze di vescovi macedoni sono segnate in quasi tutti i maggiori concili, a cominciare da quello di Nicea, e concili si tennero a Tessalonica stessa.

Nella divisione dell'Impero in quattro prefetture del pretorio ad opera di Costantino, la M. fece parte della prefettura dell'Illirico, la cui capitale fu da principio Sirmium, ma in seguito per qualche tempo Tessalonica, dove più volte dimorò l'imperatore Teodosio I, che vi ricevette il Battesimo in occasione di una grave malattia.

Quando con i figli di Teodosio divenne definitiva la divisione dell'Impero d'Oriente da quello di Occidente, diventò naturalmente motivo di contese la dipendenza della prefettura dell'Illirico dall'uno o dall'altro Impero. Per quanto riguarda gli ordinamenti ecclesiastici, Roma difese molto energicamente la propria giurisdizione sulle chiese dell'Illirico, ed evidentemente per poterla esercitare con maggiore efficacia il papa Siricio affidò al vescovo di Tessalonica Anisio funzioni di suo vicario, le quali più di una volta furono dai papi successivi confermate. Questa dipendenza da Roma, naturalmente mal-vista dal patriarca di Costantinopoli, fu stroncata a. il 730 dall'imperatore Leone III l'Isaurico.

Di scrittori cristiani macedoni non si ricorda che Paolino da Pella, che visse però in Gallia tra la fine del seic. IV e la metà del V, e scrisse versi in latino.

Bibl.: W. Ramsay, St. Paul, the traveller and the roman citizen, Londra 1895, pp. 205-37; P. Franchi de Cavalieri, Nuove note agiografiche (Studi e testi, 9), Città del Vaticano 1902; H. Bruders, Die Verfassung der Kirche von den ersten Jahresten der apostolischen Wirksamkeit bis zum Jahre 175 n. Ch., Magona 1904; L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, 3ª ed., Parigi 1911; A. Harnack, Mission und Ausbreitung des Christentums, IV, Lipsia 1923. Roberto Paribeni

Intanto, profondi cambiamenti etnici in M. si registrano con l'immigrazione di numerose stirpi slave, cominciate al tempo dell'imperatore Giustino (518-27), e durate fino al seic. VII inoltrato. Dopo la distruzione della ricca città di Sirmio (581) da parte degli Avari, le masse degli Slavi da essi condotte assediano senza successo Tessalonica (611), e si stabiliscono nei suoi dintorni, distruggono Stobi, capitale della M. Salutaris romana (oggi Pusto Gradsko sul Vardar), e Giustiniana Prima (costruita nel 536 dall'imperatore Giustiniano come

capitale della diocesi di Dacia e come metropolia autocefala, ma già dal 543 sottomessa al vicario papale di Tessalonica), colonizzano tutto l'interno dei Balcani compreso il Peloponneso, e nel 623 giungono persino a depredare Creta. Le popolazioni greche si ritirano nelle città e sulla ristretta fascia costiera ancor libera, mentre quelle latine, composte da coloni romani ed allogeni tracciolinici solo superficialmente latinitziati, si ritirano sulle montagne come pastori seminomadi. I loro discendenti in M. si chiamano ancor oggi «Aromani» o «Aromani», mentre altri li chiamano «Valacchi», «Kutsovalacchi», «Tzintzari» o «Morlacchi» (da Maurovalacchi). Le tribù slave (Saguditi e Dragoviti o Dragovici intorno a Tessalonica, Strumljani sulla Struma, Bersjaci intorno ad Ochrida, Versiti al nord, ecc.) non formano uno Stato organizzato nella M., dagli scrittori greci contemporanei indicata semplicemente come «Sl. inia», fino a che la tribù turca dei Bulgari non impose loro il proprio nome, dominio ed organizzazione statale, ricevendo da essi a sua volta la lingua e la cultura.

Con l'occupazione della città greca di Sardica (809), anche l'ultimo resto della M. passa sotto i Bulgari, che col battesimo del loro duca Boris, nell'863, si slavizzano definitivamente (v. BULGARIA). Per difendere da Costantinopoli l'indipendenza nazionale e statale, Boris s'avvicina temporaneamente alla Chiesa di Roma, ed accoglie munificamente, dopo la loro cacciata dalla Moravia nell'886, i discepoli degli Apostoli degli Slavi, i s. Cirillo e Metodio, che erano greci di Tessalonica, capitale della M. (v. CIRILLO (COSTANTINO) E METODIO, SANTI). Essi conducono a termine l'opera di cristianizzazione degli Slavi della M. già prima iniziata.

I più famosi tra questi, venerati dal popolo come santi, sono Clemente di Ochrida (v. CLEMENTE DI OCRIDA, SANTO) e Naum, i quali fecero della città di Ochrida, sull'omonimo ed incantevole lago, non solo un centro gerarchico di grande importanza (v. ACCIDIA), ma anche un famoso focolaio culturale della lingua vetro-solava, che in fondo non è altro che il dialetto di una tribù dei dintorni di Tessalonica, innalzato alla dignità di lingua ecclesiastico-letteraria degli Slavi. L'imperatore bulgaro Simeone nominò Clemente nell'893 vescovo di Velitsa, nei cui confini si trovava Ochrida. Ivi fu anche sepolto nella chiesa che a lui s'intitolò, scoperta nei recenti scavi (1950), mentre Naum fu sepolto nell'importante monastero da lui fondato sulle rive meridionali del lago di Ochrida.

Dopo la caduta dell'Impero bulgaro danubiano sotto i Greci nel 971, Ochrida raggiunge il suo massimo splendore sotto l'imperatore Samuele non soltanto come capitale bulgara occidentale, ma pure come erede del patriarcato autonomo di Trnovo. Ma l'imperatore Basilio II, bulgarocotono, distrugge la due volte secolare dominio zione bulgara nella M. in un mare di sangue occupando Ochrida nel 1018. Lascia ivi la sede della metropolia autocefala con una trentina di diocesi suffragane, la quale non si richiama più alla successione del patriarca bulgaro di Trnovo, bensì ai privilegi della metropolia romana di Giustiniana Prima.

La M. rimane in potere bizantino nonostante molte insurrezioni e ribellioni degli Slavi, alle quali gli imperatori rispondono con misure punitive deportando molti di loro nell'Asia Minore. Il rinnovato Stato bulgaro sotto l'imperatore Kalojan, incoronato a Trnovo dal legato papale nel 1204, s'imprigionò gradatamente di tutta la M., eccettuata Tessalonica, ove sorge l'omonimo Impero latino (1204-16). In questo medesimo tempo i monaci di Monte Athos s'uniscono alla Chiesa di Roma. Nel periodo susseguente si contendono la M. i Bulgari, i Latini ed i Greci del despotato di Epiro e dell'Impero niceno, i quali rimangono padroni del paese sino all'apparizione di un nuovo concorrente dal nord: la Serbia. I Serbi nel 1282 s'imprigionarono di Skoplje, e sotto Stefano Dušan, il più grande re serbo (1331-55), di tutta la M., Albania, Epiro e Tessaglia, per cui egli nel 1346 s'inconvolse a Skoplje come «imperatore dei Serbi e dei Greci» (Imperator Rasciae et Romaniae). Dopo di lui lo Stato si dissolve in molte conteste semidipendenti, i cui governanti diventano vassalli turchi, tra cui anche il re Marco (Kralj o Kraljević Marko), signore di Prilep, il principale eroe e personaggio assai idealizzato della poesia popolare di tutti gli Slavi del sud (m. nel 1394). Il dominio turco durato per oltre 5 secoli portò a nuovi mutamenti etnici e religiosi nella M. Immigrato dall'Asia Minore messe di Turchi, soprattutto i pastori seminomadi Juruk di Konja (da qui detti anche oggi Konjati). Essi sospinsero la maggior parte dei Valacchi dalle montagne balcaniche oltre il Danubio nella odierna Romania e in direzione nord-ovest nei territori croati e serbi.

Si rafforzano invece discretamente gli Albanesi, specialmente dopo l'islamizzazione e la trasmigrazione dei Serbi verso il nord. Una parte dei Bulgari (Pomaki) e dei Greci (Valachides) passa all'Islam. I resti delle colonie cattoliche medievali dei Croati (Ragusei) e dei minatori Sassoni, si conservarono sino alla fine del sec. XVII in Skoplje, Kratovo ed altrove, a Letnica ancor oggi, amministrati dai vescovi di Skoplje e Prizren.

In questo difficile periodo il patriarca «ceumenico», approfittando della sua posizione di privilegio nell'Impero turco, e dell'influsso che le ricche famiglie dei «Panarioti» esercitavano presso la Porta Sublime, abolisce la liturgia slava e brucia i libri sacri slavi, mentre sceglie vescovi ed alto clero esclusivamente tra i Greci. La pressione greca in M. raggiunge il colono dopo l'abolizione della Chiesa autocefala di Ochrida (1767). Ma intanto anche il risveglio nazionale bulgaro s'inizia in M. Padre Paisie, di nascita macedone, che scrive per primo la storia bulgara (1762). Così pure il movimento per l'emancipazione della Chiesa bulgara dagli odiatissimi Fanarioti compare dapprima a Skoplje nel 1829. Nell'ardore della lotta contro il Fanar ed i Greci s'inizia dapprima nella città di Kukš (Kilkiš), a nord di Tessalonica, un forte movimento per l'unione con Roma, cui aderiscono ben presto oltre 60.000 persone. Lo stesso Pio IX nel 1861 consacrò il primo vescovo unito, l'Igumen Giuseppe Sokolski.

Preoccupati della prospettiva che tutti i Bulgari macedoni ritornassero in seno alla Chiesa cattolica, la Russia, ed accanto ad essa l'Inghilterra, manovranno presso il Sultano che col suo firma dell'11 marzo 1870 eresse l'esercito bulgaro con sede a Costantinopoli, indipendente dal patriarcato «ceumenico». Il Sinodo della Chiesa greca scomunicò perciò gli aderenti all'esercito e li condannò come «razzisti» («filetisti»). La scomunica fu tolta solo nel 1945.

La causa dell'Unione subì in M. un grave colpo col rapimento del vescovo Sokolski, dovuto ad intrighi russi, e di cui si perse ogni traccia. Una parte dei fedeli rimase devota all'Unione, ma fu gravemente dispersa dalle guerre, dalla distruzione di Kukš e da trasmigrazione forzate. Con ciò scompariva praticamente il vicariato di Tessalonica, fondato nel 1883 ed amministrato dai Lazzaristi. Oggi dei fedeli di rito orientale, delle tre parti in cui è diversa la M., quelli sotto la Bulgaria appartengono all'esercito cattolico bulgaro di Sofia (ca. 7000), quelli sotto la Jugoslavia alla diocesi di Crisio (5 parrocchie con 3000 fedeli) e quelli sotto la Grecia al vicariato apostolico della M. greca, eretto nel 1926. Nelle prime due parti lavorano le suore Eucaristiche, fondate nel 1883 dalla madre Giuseppina Alleotti. La causa dell'Unione gode ancora oggi in M. larghe simpatie tanto nel popolo come tra gli intellettuali. I cattolici di rito romano, per lo più nuovi immigrati, hanno la loro diocesi a Skoplje.

Per le numerose e sanguinose insurrezioni provocate dalla lotta dei Macedoni per l'indipendenza, per il muscolio razziale e per le mene degli Stati limitrofi in questa zona centrale dei Balcani, strategicamente importanti, la M. è considerata come un «vulcano in eruzione», la «polveriera dell'Europa» e «quintessence of the near eastern question». Si sono tentate varie soluzioni

di questo problema finora insoluto. La conferenza senza
successo tra le quattro grandi potenze europee e la Turchia
per la compilazione dello Statuto bulgaro del 1876,
come pure il trattato di pace di S. Stefano nel 1878, ave-
vano assegnato l'intera M. con Skoplje, Castoria e Ochrida
alla Bulgaria. Il Congresso di Berlino del 1878 lasciò la
M. alla Turchia temendo un influsso troppo forte della
Russia sui Balcani. Si cercò una soluzione — specialmente
dopo la sanguinosa insurrezione della M. occidentale il di
di S. Elia, 2 ag. 1903, secondo il vecchio calendario
(« Illindensko vostanie ») con centinaia di paesi distrutti
e 5000 combattenti uccisi — mediante riforme interne,
ma inutilmente. Tanto i Greci, che nei Macedoni orto-
dossi s'ostinano a vedere soltanto dei « Greci bulgarofoni »,
quanto i Serbi, che a loro volta presentano i Macedoni
come « Slavi senza coscienza nazionale specificata » pronti
a diventare « Serbi meridionali », vedono la possibilità di
realizzare le loro aspirazioni solo mediante una divisione
della M. I. Bulgari macedoni, specialmente dopo la crea-
zione dell'I.M.R.O. (Organizzazione Macedone Interna
Rivoluzionaria), considerando la presenza nel territorio
di numerose minoranze nazionali, vogliono uno Stato
macedone autonomo organizzato sull'esempio della Sviz-
zera, cioè non su principi nazionalistici, bensì regionali,
col motto: la M. ai Macedoni. La guerra balcanica del
1912 cacciò, sì, i Turchi dalla M., ma la nuova guerra
balcanica e la pace di Bukarest nel 1913 divisero la M.
tra i Greci (1.015.000 ab.), Serbi (1.071.000 ab.) e Bul-
gari (213.000), divisione confermata più tardi con la pace
di Neuilly nel 1919 a ulteriori spese dei Bulgari. Incomin-
ciò l'esodo e l'espulsione di centinaia di migliaia di per-
sone, specialmente dopo lo scambio di popolazioni tra
Grecia e Turchia nel 1922.

Sui ca. 2.300.000 ab. prima della guerra balcanica
del 1910, erano Bulgari 1.000.000 (non esistono statisti-
che ufficiali per nazionalità ma solo quelle per religione),
540.000 Turchi, 250.000 Greci, 184.000 Albanesi, 78.000
Valacchi, 40.000 Zingari, 100.000 tra Ebrei ed altri.

Il regime di Tito in Jugoslavia riconosce la M. iugo-
slava come una delle 6 Repubbliche federali della Jugo-
slavia e tenta di creare una nuova « lingua macedone ».

L'infelice divisione della M., l'eterna inquietudine
della popolazione e lo sforzo che la Russia fa di « liberare »
ed « unificare » il paese, rendono ancor oggi la M. una
delle zone nevralgiche più pericolose dell'Europa. — Vedi
tav. CXIX.

BIBL.: K. Jirček, Geschichte der Bulgaren, Praga 1876; H. Gelzer, Das Patriarchat von Ochrida, Lipsia 1902; L. Domi- nian, The Frontiers of Language and Nationality of Europe, Nuova York 1917; Derjavin, Les Rapports Bulgare-Serb et la Question Macedonienne, Losanna 1918; A. Belić, La Macé- donie, Parigi 1919; L. Jirček-Radoničić, Istorija Srba, Belgrado 1922-23; G. Weigand, Ethnographie von Macedonien, Lipsia 1924; I. Snigcarov, Istoria na obhradska arhiepiskopija-patrijarišta, Sofia 1924 e 1932; Statistica con cenni storici della gerarchia e dei fedeli di rito orientale, Città del Vaticano 1932; Ch. Ana- stasoff, Autonomos M., St. Louis 1945; I. Mihailoff, M. a Switzerland of the Balkans, ivi 1950; G. Stadtmüller, Ge- schichte Südosteuropas, Monaco 1950. Per l'arcivescovo di Ochrida V. A. P. Pechaire, in Echos d'Orient, 35 (1936), pp. 183- 204, 280-323, e V. Laurent, Le patriarche d'Ochrida Athanase
II et l'Eglise Romaine, in Balcania, 8 (1937), pp. 3-65.

Stefano Draganović