BULGARIA. - Stato balcanico compreso fra Jugoslavia, Grecia, Romania e Mar Nero.
I. GEOGRAFIA
Autonoma dalla Turchia (1878), indipendente come regno (zar) dal 1908, si costituì a repubblica il 15 sett. 1946. Il territorio (110.842 kmq.), che ha subito diversi mutamenti negli ultimi trenta anni (dopo la seconda guerra mondiale si è accresciuto con il riacquisto della Dobrugia, ceduta dalla Romania), è diviso in due dall'arco montuoso dei Balcani, che lo attraversano da O. ad E., finendo al Mar Nero. A N. si stende un ampio tavolato che il Danubio isola dalla finitima pianura valacca; a S. una serie di depressioni intermontane, massima delle quali quella di Plovdiv (Filippopoli); oltre di esse s'alzano ad occidente e a mezzodì altre masse montuose (Rila, Pirin, Rodopi, Strangia). La vocazione del paese è agricolo-pastorale; con prevalenza (quanto a valore economico) delle culture industriali (tabacco, girasole, rose, fragole) sulle cerealicole e dell'allevamento degli ovini su quello di tutti gli altri animali. Grande importanza ha l'avicoltura; notevoli i progressi dell'industria mo-merdiana (tessile, molitoria, gomma), che tende ad utilizzare sempre più largamente i prodotti nazionali.
La popolazione (7 milioni di ab. nel 1947; densità 63 a kmq., la più alta fra gli Stati balcanici) è costituita per oltre 4/5 da Bulgari, in massima parte ortodossi (più di 100 mila sono i Pomacchi o Bulgari islamizzati, che vivono nelle regioni montuose del S.); dopo di essi l'elemento etnico più notevole è rappresentato dai Turchi (oggi meno del 10% del totale), raccolti soprattutto nelle regioni nordorientali. Seguono gli zingari (2%), i romeni, gli ebrei (meno dell'1%), gli armeni, ecc. I centri urbani (nel nostro senso) sono pochi e piccoli. La capitale, Sofia (400 mila ab. con i sobborghi), occupa una posizione eccentrica rispetto allo Stato. Varna (70 mila ab.) e Burgas (36 mila ab.) sono i porti principali, Plovdiv (100 mila ab.) il centro maggiore della B. meridionale.
Prima della proclamazione della repubblica, lo Stato, pur riconoscendo come nazionale la Chiesa greco-ortodossa di rito slavo, cui apparteneva l'85% della popolazione, tollerava tutti gli altri culti. I musulmani erano meno di un milione, i cattolici oltre 50 mila, stabiliti soprattutto nella B. meridionale.
| Distretti | Superficie in kmq. | Popolaz. Cens. 1934 e 1941 | Densità | Capoluogo Popolazione in 1000 |
|---|---|---|---|---|
| Burgas | 13 621 | 554 947 | 41 | Burgas (36) |
| Pleven | 15 380 | 996 686 | 69 | Pleven (32) |
| Plovdiv | 15 840 | 801 755 | 51 | Plovdiv (99) |
| Sumen | 14 689 | 1 020 499 | 69 | Sumen (25) |
| Sofia | 16 921 | 1 152 053 | 69 | Sofia (288) |
| Stara Zagora | 15 552 | 812 633 | 52 | Stara Z. (300) |
| Vratca | 11 143 | 739 366 | 56 | Vratca (16) |
| Dobrugia (1941) | 7 696 | 319 551 | 41 | Dobric (28) |
| TOTALE | 110 842 | 6 397 490 | 60 |
Giuseppe Caraci
II. PROFILO STORICO DEL CRISTIANESIMO DALLE ORIGINI FINO AD OGGI
I. Dalle origini alla conquista turca (864-1393). - Come tutte le Chiese autocefale nazionali, la Chiesa bulgara ha seguito le stesse vicissitudini della nazione. La sua estensione geografica è andata variando coi confini dello Stato bulgaro; la sua indipendenza e la sua soggezione più o meno accentuata al patriarcato di Costantinopoli, furono in relazione con gli avvenimenti politici.Il territorio occupato oggi dalla Repubblica bulgara fu evangelizzato fin dai primi secoli. Nel sec. IV faceva parte della prefettura dell'Illirico e dipendeva dall'impero d'Occidente. Ecclesiasticamente dipendeva, almeno in parte, dal patriarcato romano anche dopo che l'imperatore Graziano, nel 379, ebbe ceduto l'Illirico orientale al suo collega Teodosio, imperatore d'Oriente. Non senza difficoltà i papi riuscirono a mantenere su questa contrada la loro giurisdizione che esercitavano per mezzo dell'arcivescovo di Tessalonica, il quale per questo era stato insignito del titolo di vicario della Sede apostolica. I patriarchi di Costantinopoli cercavano di scalzare, di soppiatto tale giurisdizione e varie volte tentarono di stabilirvi la loro. Furono ben soddisfatti il giorno in cui Leone Isaurico, come rappresaglia contro il papa s. Gregorio III che
aveva condannato
gl'iconoclasti, de-
cretò l'annessione
al patriarcato di
Costantinopoli del-
la parte dell'Illi-
rico orientale ri-
masta all'impero
bizantino (732).
Roma non cessò
dal protestare con-
tro tale violenza e
dal chiedere oppor-
tunamente agli im-
peratori bizantini
il ristabilimento dei
suoi diritti su que-
ste contrade. Le sue
rivendicazioni di-
vennero particolar-
mente insistenti nel-
la seconda metà del
sec. IX quando i Bul-
gari, tribù di origine
turca o finnica, do-
po essersi assicurato
un regno indipen-
dente in quella re-
gione, si convertiro-
no al cristianesimo.
Fu il re Boris o Bogaris (852-89) che prese l'iniziativa
di tale conversione. A quanto sembra, avrebbe voluto in
un primo tempo chiedere il Battesimo ai Franchi coi quali
aveva stipulato un'alleanza politica nell'862 contro Rati-
slao, re di Moravia. Ma sul punto di aprire le ostilità con-
tro quest'ultimo, i Bizantini vittoriosi dei Saraceni in Asia
Minore ed alleati di Ratislao, il quale aveva loro chiesto dei
missionari (i ss. Cirillo e Metodio), fecero dimostrazioni
ostili contro la costa bulgara. Per togliersi d'impaccio,
Boris chiese la pace all'imperatore Michele III e promise
di far battezzare sé ed il suo popolo dai missionari bizan-
tini, di cui sollecitava l'invio. E così verso la fine dell'864 o
al principio dell'865, Boris ricevette il Battesimo, avendo
per padrino Michele III stesso, di cui prese il nome. Il
cristianesimo fu imposto ai sudditi bulgari e quelli che
si rifiutarono furono massacrati senza pietà (F. Dvornik,
Les Slaves, Bizance et Rome, au XIe siècle, Parigi 1926,
pp. 184 sgg., 226 sgg.).
Nacque così la Chiesa bulgara ma nello scisma,
poiché allora appunto si era in pieno scisma di Fozio,
deposto dal papa s. Niccolò I, in forma solenne, nel-
l'863. La conversione di Boris al cristianesimo era
stata sincera ma non disinteressata.
Lo scopo del Kan bulgaro era di rendersi in tutto
simile al «basileus» bizantino dando alla B. la sua
indipendenza politica e religiosa. Voleva per la sua
nuova Chiesa un patriarca che potesse conferirgli la
consacrazione imperiale e così fare di sé un vero zar,
un vero «basileus». Ma i Bizantini rifiutarono di ac-
cordargli ciò e Fozio gli mandò come missionari dei
semplici preti con una pomposa lettera dogmatica.
Scontento di questo, Boris si volse allora verso Roma
e fin dall'866 chiese al papa s. Niccolò I un arcivescovo
e dei vescovi per stabilire nel suo regno una gerarchia
completa; ma i suoi desideri furono esauditi solo in
parte. I due vescovi inviati dal Papa in B., Formoso
di Porto e Paolo di Populonia, non potevano essere
che provvisori, poiché erano già provvisti di una sede
episcopale ed a Roma si osservava ancora strettamente
il canone del Concilio di Sardica che proibiva la trasla-

che Boris insistesse per avere come arcivescovo e
patriarca Formoso, al quale si sentiva unito da parti-
colare affetto, si ebbe sempre da Niccolò I un rifiuto
come del pari gli venne negato il diacono Marino
che egli aveva designato dopo il richiamo di Formoso.
Il principe, molto contrariato, approfittò della riunione
dell'VIII Concilio ecumenico a Costantinopoli (869-
870) per far regolare definitivamente la questione della
Chiesa bulgara. Fu esaminata in una riunione extra-
conciliare, diligentemente preparata in anticipo dai Bi-
zantini, ed alla quale assistettero soltanto l'imperatore
Basilio I, il patriarca Ignazio, i legati del Papa, i rappre-
sentanti dei patriarchi d'Oriente ed i deputati bulgari.
Sulla questione da chi dovesse dipendere la Chiesa
bulgara, se da Roma o da Costantinopoli, molto abil-
mente i Bizantini proposero come arbitri della que-
stione i rappresentanti dei tre patriarchi d'Oriente,
già guadagnati alla loro causa. Invano i legati romani
cercarono di far valere i diritti antichi dei Papi sopra
l'Illirico orientale. Si passò oltre le loro lagnanze ri-
cordando che il territorio bulgaro per molto tempo
aveva fatto parte dell'impero bizantino ed i Bulgari
si lasciarono convincere. Boris espulse i missionari
latini e li sostituì con l'arcivescovo Giuseppe ed i
dieci vescovi inviati dal patriarca Ignazio (870).
Papa Giovanni VIII spiegò tutta la sua energia e la
sua diplomazia per indurre Bizantini e Bulgari a mu-
tare la loro decisione (872-82). Se ebbe causa vinta
presso i Bizantini, al Concilio foziano dell'879-80, per-
dette la sua opera presso Boris, il quale non volle
intendere ragione.
Il principe bulgaro peraltro era ben lungi dall'essere
soddisfatto dei Bizantini, poiché essi gli rifiutarono sempre
non solo il patriarca che richiedeva, ma anche il titolo di
zar per se stesso. Nell'886 i discepoli di s. Metodio, scac-
ciati dalla Moravia dal clero tedesco, si erano rifugiati presso
di lui, che approfittò dell'occasione per sbarazzarsi del clero
bizantino e per introdurre nel suo regno la liturgia slava.
Era un passo di più verso l'autonomia completa che finì per essere riconosciuta sia da Roma come da Costantinopoli: da Roma, prima del 924, sotto il successore di Boris, Simeone (893-927), se si deve prestar fede al re bulgaro Caloian nella sua lettera ad Innocenzo III, datata dal 1202 (cf. A. Theiner, Monumenta historiae Slavorum meridionalium, I, Roma 1863, pp. 15-20); dalla corte di Bisanzio nel 945, sotto lo zar Pietro (927-69).
Però i giorni dell'impero bulgaro erano contati perché contro di esso si accanì l'imperatore bizantino Basilio II, detto il Bulgaroctono. Dal 986 al 1018 in cinque spedizioni successive egli se lo annette pezzo per pezzo. Con l'indipendenza politica, la B. perdette la sua autonomia religiosa. Il primo patriarca bulgaro che aveva dovuto cambiare sette volte di residenza in seguito alle vicissitudini della guerra, si era stabilito alla fine ad Ocrida. Fu qui appunto che Basilio II stabilì il centro del nuovo arcivescovato greco-bulgaro autonomo incorporato alla Chiesa bizantina, e durò sotto questo nome dal 1020 fino alla conquista turca nel 1393, pur subendo trasformazioni. La più importante ebbe luogo in seguito al ristabilimento del regno bulgaro (1186-1393) ed alla creazione del secondo patriarcato bulgaro a Tirnovo (1204-1393). Come quelli del sec. x e per gli identici motivi, i principi bulgari si volsero verso Roma col fine di ottenere per sé la corona imperiale e per la loro Chiesa l'autonomia. Dopo laboriose trattative e con l'unione ufficiale alla Chiesa di Roma, il papa Innocenzo III accordò l'uno e l'altro a Caloian nel 1204. L'unione con Roma era già rotta nel 1232 e gli sforzi per ristabilirla fallirono miseramente. Il principale tentativo fu fatto in occasione del Concilio unionista di Lione, sotto Michele Paleologo, nel 1274. Il patriarca Gioacchino di Tirnovo si unì a Giovanni Bekkos di Costantinopoli nel 1277, per riconoscere la suprema autorità della S. Sede.
2. Il patriarcato di Ocrida (1393-1767). — Il patriarcato di Tirnovo si mantenne fino alla conquista turca (1393). La Chiesa bulgara ricadde sotto la giurisdizione religiosa dei Greci e fu annessa di nuovo all'arcivescovato autonomo di Ocrida (v. ACCIDIA) il quale venne decorato col pomposo nome di patriarcato e subì in seguito molte trasformazioni ed amputazioni. A partire dalla seconda metà del sec. xvii il patriarcato «ecumenico» s'ingeri sempre più negli affari dell'arcivescovato. I Greci soppiantarono il più delle volte i candidati nazionali ai vescovati, e l'ellenizzazione della regione fu proseguita ad oltranza. I prelati inviati da Costantinopoli spiegavano un barbaro zelo nel distruggere ogni monumento dell'antica letteratura bulgara e soltanto il basso clero, scelto tra la popolazione, restava all'alfabeto schiavone. Finalmente, nel 1767, questo fantasma di Ocrida fu incorporato ufficialmente al patriarcato «ecumenico».
3. L'emancipazione (1767-1872). — Gli eccessi nazionalisti dei prelati fanarioti, provocarono nei Bulgari una reazione violenta al principio del sec. xix, allorquando le nazioni balcaniche cominciarono a scuotere il giogo turco. Per mezzo del libro e della scuola, i patrioti bulgari riuscirono in pochi anni a risvegliare il sentimento nazionale. Il loro successo fu rapido e fin dal 1860 si sentirono abbastanza forti per entrare direttamente in lotta contro il patriarcato «ecumenico» ed esigere riforme radicali nell'amministrazione delle diocesi ove la popolazione bulgara era in maggioranza. I Turchi, arbitri tra i due partiti, poiché tanto i Bul-
Bulgari quanto i Greci erano loro sudditi, finirono dopo dieci anni per piegarsi alle richieste dei Bulgari. Un firmano imperiale dell'11 marzo 1870, creava un esarcato bulgaro indipendente dal patriarcato «ecumenico», il quale però respinse energicamente tale nuovo regolamento.
Si cercò inutilmente durante due anni di giungere ad un'intesa. Non potendo più far uso contro i Bulgari delle armi spirituali, il Fanar si adoperò per riunire un concilio di tutta l'ortodossia orientale e condannare i recalcitranti, ma solo le autocefalie di lingua greca risposero all'appello. Il Sinodo si riunì a Costantinopoli nel sett. 1872 e decretò la separazione dei Bulgari dalla comunione ortodossa, trattandoli da scismatici e da filetisti, cioè da razzisti (non da nazionalisti come spesso vien tradotto tale nome). I Bulgari infatti si erano resi colpevoli di una grave innovazione canonica, creando vescovi bulgari nelle località dove già vi erano dei vescovi greci. Il loro esarca stesso aveva posto la sua residenza di rimpetto al Fanar. Ora, fin dalle origini della Chiesa, la base della giurisdizione ecclesiastica è il territorio, non la razza o la tribù (τῶς). Un solo vescovo nella stessa diocesi, ecco la regola che i Bulgari violavano apertamente. Ma convien dire che i Greci stessi avevano provocato tale illegalità col riservarsi la maggior parte delle sedi vescovili ove la maggioranza della popolazione era di razza bulgara. Malgrado dunque questa illegalità, il decreto del Sinodo di Costantinopoli non fu accettato che dalle autocefalie di lingua greca.
La Chiesa slava, la Chiesa rumena e le Chiese arabofone della Siria non ne tennero conto e rimasero in comunione con la Chiesa bulgara. Ne risultò che dal 1872 in poi, l'unità di comunione ecclesiastica tra le diverse autocefalie di rito bizantino scomparve, dato che lo scisma bulgaro si è protratto fino a tempi recenti. È strano che la comunione ecclesiastica si sia mantenuta tra le Chiese greche che scomunicarono la Chiesa bulgara e le autocefalie rimaste in comunione con questa stessa Chiesa.
4. La situazione attuale. — L'organizzazione della Chiesa bulgara non cambiò subito sostanzialmente dopo la costituzione dell'esarcato nel 1870. Lo statuto organico promulgato allora fu riordinato nel 1895 e rimase in vigore quantunque certe disposizioni siano state rese caduche dagli avvenimenti. Dal 1870 infatti i Bulgari sono diventati una nazione completamente indipendente, sono riuniti quasi tutti nel territorio del loro regno e non possono più rendersi colpevoli di filetismo, mentre, ai giorni nostri, varie altre Chiese autocefale hanno creato in diversi luoghi dei vescovati filetici. La sola città di Nuova York contava in questi ultimi tempi ben sette vescovi dissidenti di differenti razze. Lo scisma bulgaro doveva dunque scomparire poiché era venuto a mancare il suo fondamento. Infatti recenti trattative tra il patriarcato «ecumenico» ed il Sinodo bulgaro per ristabilire l'unione, hanno avuto esito felice. Il 22 febbr. 1945 il Santo Sinodo di Costantinopoli ha levato la scomunica alla Chiesa bulgara riconoscendone l'autocefalia.
Il Sinodo è permanente, composto di cinque vescovi e presieduto dal metropolita più anziano che governa la Chiesa; i quattro vescovi all'infuori del presidente sono rinnovati ogni quattro anni. Vi sono undici eparchie o diocesi, i cui titolari sono eletti dal Sinodo su due candidati presentati da un'assemblea diocesana mista. Si è sempre in attesa di un nuovo statuto organico che sia pienamente conforme all'attuale situazione politica. Il numero nominale dei fedeli era nel 1937 di 5.128.298 su una popolazione totale di 6.077.934 abitanti.
5. La Chiesa bulgara cattolica. — La Chiesa cattolica conta in B. qualche migliaio di fedeli divisi in due gruppi: l'uno di rito latino e l'altro di rito bizantino-slavo.
Il primo, di gran lunga più numeroso, è costituito in massima parte dei discendenti dei Pauliciani e Bo-
gomili (v.) convertiti nel sec. XVII dai Francescani venuti dalla Bosnia donde il loro nome di Pavlicani. Perseguitati durante molto tempo dai Turchi, hanno potuto ricostituirsi nel corso del sec. XIX e formano oggi la diocesi di Nicopoli (16.500 fedeli nel 1930) ed il vicariato apostolico di Sofia e Filippopoli (24.500 fedeli nel 1930). Il servizio parrocchiale è assicurato dai Frati minori cappuccini aiutati da varie Congregazioni latine, maschili e femminili.
Il gruppo bizantino-slavo ebbe origine nel 1860 quando i Bulgari cominciavano a scuotere il giogo del patriarcato «ecumenico». Il numero delle conversioni salì ad un dato momento fino a 60.000, ma tale movimento fu soffocato sul nascere da intrighi segreti del governo russo il quale fece togliere il primo capo della Chiesa unita, Giuseppe Sokolski venerando igumeno che il Papa stesso aveva consacrato (1861). Coloro che rimasero fedeli all'unione furono raggruppati nel 1883 in due vicariati apostolici; quello della Tracia e quello della Macedonia aventi per rispettive sedi Adrianopoli e Salonicco. Un amministratore apostolico risiedeva a Costantinopoli col titolo di arcivescovo quale rappresentante presso il governo turco. Questa organizzazione è scomparsa dopo la guerra balcanica del 1912-13 e quella mondiale del 1914-18. Presentemente i Bulgari cattolici di rito bizantino in numero di 6.000 ca., sparsi nel territorio bulgaro, obbediscono ad un amministratore apostolico che risiede a Sofia. Dal 1948 il governo bulgaro, dominato dai comunisti, ha sottoposto i cattolici a un grave regime di vessazioni.
III. IL RITO BULGARO
Il rito vigente presso i Bulgari è quello bizantino; soltanto per alcune osservanze liturgiche proprie o di provenienza greca e per la celebrazione di alcune feste regionali si distingue dal rito di lingua slava in uso in Russia e in Serbia. Nella sua storia si possono rilevare i seguenti periodi. Quando lo zar Boris si decise (870) per la Chiesa di Costantinopoli, il rito bizantino, già introdotto da sacerdoti greci, si stabilì definitivamente nel paese; ma, con l'arrivo dei discepoli di s. Metodio, espulsi dalla Moravia (ca. 886), la lingua slava prese poco a poco il posto della lingua greca e all'inizio del regno dello zar Simeone (893) s. Clemente, primo vescovo di lingua slava, completò la versione slava dei libri liturgici.Nel sec. XIV l'importante attività corretrice del patriarca Eutimio di Tirnovo e della sua scuola, basata su una profonda conoscenza del greco, rinnovò il testo slavo, preferendo una lingua vicina a quella in uso nelle terre russe e quindi largamente diffusa. Nel periodo seguente il rito della Chiesa bulgara, governata da una gerarchia greca, accettò alcuni usi particolari dei Greci, ma dal sec. XVII subì l'influsso dei libri liturgici stampati in Russia. L'ultimo periodo, iniziato alcuni decenni fa, manifesta una maggiore indipendenza e un audace spirito di adattamento alle esigenze moderne: le rubriche soltanto in bulgaro accanto al testo delle preghiere in slavo ecclesiastico,
la celebrazione della divina liturgia senza diacono come normale, il rito matrimoniale e funerario abbreviato, il rito battesimale abbreviato e aggiornato.
Alfonso Raes
IV. ARCHEOLOGIA CRISTIANA
Per la sua posizione geografica la B. segna una via di passaggio obbligato-rio nelle relazioni tra l'Oriente e l'Occidente. Perciò la B. ha subito nel passato gli influssi delle varie tendenze artistiche che dall'Oriente migravano verso l'Occidente e viceversa. Questo spiega l'apparizione e lo sviluppo simultaneo in B. delle più svariate forme architettoniche che si riscontrano nell'architettura paleocristiana.
Il periodo più fecondo di costruzioni cristiane, prima della calata e stabilizzazione dei Bulgari, sono i secc. IV-VII. Dal vasto e ricco campionario di chiese e basiliche paleocristiane, sparse un po' ovunque, ci si rende conto che in B. sono rappresentati tutti gli stili e le forme dell'antica architettura cristiana, con i loro elementi originali puri e misti, sì da formare un insieme più o meno gradevole e armonico.
Classificate per tipi, le basiliche paleocristiane della B. presentano diverse caratteristiche con scarsa uniformità locale. Una forma di rara eccezione per l'Oriente è quella della basilica di Klisseé-Kőj (sec. VI) con pianta a croce latina, con nartece e facciata affiancata da due costruzioni rettangolari, che formano rispettivamente il battistero e lo spogliatoio, munito quest'ultimo d'un vasto atrio.
Il tipo di basilica romano, con piccoli mutamenti, è rappresentato invece dal gruppo di basiliche di Hasar Sindgirlij (secc. IV-VI), alcune delle quali sono a tre navate ed altre a una. Ma differiscono dalle romane perché hanno il nartece invece dell'atrio, e alcune presentano la forma dell'abside poligonale all'esterno anziché circolare, come sono generalmente le romane. Tipi di basiliche cruciformi, a cupola con tre navate e tre absidi, la centrale delle quali poligonale all'esterno, sono quelle del Cervo di Pirdop, di Aboba e di Pririnč Tepé. In quella del Cervo di Pirdop, la facciata è affiancata dal

Il prototipo della basilica a pianta centrale è rappresentato dalla chiesa di S. Giorgio di Sofia (sec. IV) ma più semplicemente da quella detta la basilica rossa di Perustiza (sec. VII), a pianta centrale con cupola, due absidi semicircolari contrapposte e doppio nartese.
Assai caratteristico appare il tipo basilicale del gruppo di Mesembria a tre navate e cinque absidi; l'esemplare più appariscente delle quali è quello della basilica del mare. Nettamente ellenistica nel suo insieme, questa basilica per le sue forme architettoniche, e più specialmente per la particolarità delle sue absidi, ha esercitato un grande influsso sulle costruzioni basilicali posteriori, dopo la stabilizzazione dei Bulgari nella penisola balcanica.
A Tropeos si trova la forma basilicale siriaca, con le sue caratteristiche due torri sulla facciata, che a Bèlovo sono trasformate in due vistose cupole. Ambedue sono del sec. VI.
Il tipo ravennate di basilica ad abside circolare all'interno e poligonale all'esterno, con finestre sui diversi lati del poligono, si riscontra a S. Sofia di Sofia (sec. VI), dove però le finestre sono a due ordini sovrapposti l'uno all'altro.
Altre caratteristiche della basilica paleocristiana in B. sono le porte dell'abside, come a Hissar e a Mesembria, ed anche le arcate sporgenti sulla facciata e sui diversi lati, come a Pirinč Tepé e un po' dovunque.
V. ARTE
Le recentiscoperte hanno mostrato nella regione una fiorente civiltà preistorica in rapporto con l'Asia Minore e con l'Egeo, testimoniata dai tumuli, spesso a camera per influenza ellenica, da idoli di tipo cicladico, da dolmen, da disegni rupestri antropomorfi (Backo Rivo) e da ceramiche. L'iconografia di divinità indigene mostra elementi traci, che permangono fino all'età romana; anche il tipo del cavaliere venne rappresentato secondo i modi dell'arte greca. Con il sec. VI a. C. l'influsso greco si fece maggiormente sentire (tumuli dei dinasti traci di Duvanlij) e continuò anche in età romana con predilezione per il tipo prassitelico, specie sulle coste del Mar Nero. Con la penetrazione romana sorsero nuove città quali Oescus e Nicopolis i cui avanzi mostrano ancora i segni dell'antico splendore, mentre il perturbamento prodotto dal susseguente decadere della potenza romana è chiaramente rivelato dai monumenti del secc. IIIe IV, specie le stele, che s'allontanano sempre più dal gusto classico.
I più antichi monumenti protobulgari (sec. V) sono i campi trincerati di Sumen, Aboba, Preslav e Pliska che i Bulgari appresero a costruire dai Cinesi, alcuni resti di palazzi (Madara) che mostrano l'origine sassanide specie nelle divisioni interne, numerose ceramiche e statuette funerarie di legno e di pietra quali si ritrovano tuttora presso i Ciuvasci, i Jakuti ed i Kirkisi, il Cavaliere di Madara alto ventitré metri scolpito su di una roccia e quel vasellame d'oro finemente lavorato che va sotto il nome di « tesoro di Attila » (museo di Vienna). Sotto lo zar Simeone (897-927), Preslav divenne una bellissima città specie per le grandi basiliche e nel « Tempio d'oro », che era decorato all'interno con musaici a piastrelle di terracotta invetriata
con una difficile tecnica di imitazione assira e di palese influsso bizantino. Dopo un periodo di decadenza dovuto alle condizioni politiche, l'arte cominciò a rifiorire al tempo del re valacco Kalogan incoronato nel 1204: al posto delle grandi costruzioni basilicali sorsero chiese ad una sola navata con o senza cupola, o cruciformi con cupola di influenza bizantina e specialmente a due piani (Ivan Asen, Boyana, monastero di Bačkovo) di cui l'inferiore serviva da sepolcro; fino a tutto il sec. XIV si coltivò in modo notevole la pittura murale re-

(da C. Gurlitt, Alte Bauten in Bulgarien)
Con l'occupazione turca (1393-1877) ed il conseguente isolamento l'architettura tanto civile quanto religiosa decadde, sfruttando fino al più esasperante convenzionalismo le forme dell'arte monastica di Monte Athos e soltanto nella pittura vi fu un influsso del primo Rinascimento italiano (affresco del sec. XVI di Poganovo). Dopo la pace di Adrianopoli (1829) le chiese ripresero il tipo basilicale con o senza cupola (monastero di Rilo, 1834-37) e la pittura religiosa fiori a Razlog, a Kruševo e specialmente a Samokov, dove operò Hristo Dimitrov, che nel 1770 aveva studiato a Vienna, con i suoi figli.
Dopo di lui Stanislao Dospevski, diplomatosi a Pietroburgo nel 1857, fu attivo ritrattista, paesista e pittore di iconi. Conseguita l'indipendenza (1878) l'arte bulgara risentì l'influsso occidentale e particolarmente della pittura italiana, francese e tedesca, o direttamente o attraverso pittori cechi e polacchi qui emigrati. Alla scuola di pittura fondata a Sofia nel 1896 seguì nel 1921 l'Accademia di Belle Arti che largamente influisce sullo sviluppo culturale dei giovani artisti.
sulle derivazioni e sui caratteri dell'arte provinciale romana, Milano 1933; U. Todorov, Le grandi strade romane in B., Roma 1937; G. Bobich, La B., in Le vie del mondo, 1 (1938), pp. 1-31; G. J. Kazarov, Die Denkmäler des Thrakischen Restergotten in Bulgarien, Budapest 1938; D. Tzontchev, Monuments antiques de la Bulgarie du Sud, in Revue Archéologique, 4 (1940), pp. 203-274; A. Frova, Mesia preromana e romana, in Le vie del Mondo, 3 (1941), pp. 1-17; A. Protitch, Les origines sassanides et byzantines de l'art bulgare, in Mélanges Charles Diehl, II, Parigi 1930, pp. 137-159. Fabia Borroni
VI. LETTERATURA
L'origine della letteratura bulgara risale alla seconda metà del sec. IX, agli anni in cui i Bulgari per opera del principe Boris si convertirono al cristianesimo (865).I primi testi rispecchiano la cultura religiosa e nacquero infatti in chiese e monasteri. Per cinque secoli (IX-XIV), questa letteratura rimase nella cornice ecclesiastica (versioni della Sacra Scrittura, agiografie, prediche, libri di preghiere). Il bizantinismo concorse alla formazione della civiltà cristiana bulgara. L'antica letteratura bulgara esercitò a sua volta notevole influsso sulla letteratura russa (v. RUSSIA). Tra le cose di rilievo dell'epoca di Simeone (897-927) si sogliono citare lo Sbornik dello stesso zar, florilegio didattico, lo Šestodnev [*Sei giorni, Esamero] di Joan Ekzarch, compilazione filosofico-religiosa, il trattato polemico O pismenech (Sulle lettere) del monaco Chrabár, difesa dell'alfabeto slavo dagli attacchi del clero bizantino. Da ricordare ancora, fra altri, il presbitero Kozma, il patriarca Eutimio e il suo allievo Grigorij Camblak. Il primo impero bulgaro fu abbattuto da Bisanzio nel 1018, il secondo venne distrutto dai Turchi nel 1393. Con l'invasione turca cominciò un periodo di oppressione, durato cinque secoli (XIV-XIX) sino al 1878: il popolo bulgaro vegetò nella misera esistenza di suddito dei Turchi, avendo perduto persino il proprio nome. I Turchi, peraltro, mancando di una propria cultura, non intervennero nella vita spirituale dei Bulgari. Fu nondimeno viva in questi oscuri secoli la poesia popolare: canti rituali (il cui contenuto è legato alla primitiva religione dei Bulgari), canti amorosi, lamenti sulla schiavitù, componimenti epici sui chajduti*, briganti generosi che conducevano un'aspra lotta contro i Turchi ed i fanarioti. Durante il dominio turco, la lingua croata, specialmente nelle forme ragusee, esercitò un influsso sui cattolici bulgari.
Il risveglio si annunzia alla fine del sec. XVIII. La rinascita pigliò l'abbrivo dai monasteri dell'Athos (Chilandar e Zografu) e di Rila. E i primi letterati furono appunto dei monaci, come il Paisij, patriarca della nuova cultura, autore d'una famosa Storia slavo-bulgara del popolo, dei re e dei santi bulgari (1762). La maggior parte dei monaci si limitava ad un lavoro di compilazione. Interessante tuttavia in questo periodo è l'autobiografia del vescovo Sofronij dal titolo Vita e sofferenze del peccatore Sofronij (1804). Ma più che la cultura monacale e bizantina furono gli influssi stranieri e l'autora di patrioti emigrati che agivano dall'estero a risvegliare la letteratura bulgara. Coincidendo con il risorgimento del popolo, essa conservò per tutto il primo periodo un tono patriottico e moraleggiante e un carattere utilitario. Gli scrittori non si preoccupavano d'altro che di ridestare il popolo dal sonno secolare. I Bulgari avevano allora dinanzi a sé due problemi: l'autonomia ecclesiastica dai Greci (raggiunta solo nel 1870 con la creazione di un esarco bulgaro a Costantinopoli) e l'indipendenza dai Turchi (ottenuta attraverso la rivoluzione del 1866, la guerra russo-turca del 1877-78 ed il relativo trattato di S. Stefano).
Agli scritti piuttosto ingenui e goffi del principio dell'Ottocento, si sostituiscono nella seconda metà del secolo opere con finalità artistiche, sebbene assai spesso ricalcate su modelli stranieri e specialmente russi. Prima della liberazione del paese le maggiori figure, ricche di un avventuroso romanticismo a sfondo tipicamente balcanico,
furono Georgi Rakovski (1831-67), rivoluzionario e pubblicista, Petko Slavejkov (1827-95), padre della poesia bulgara, raccoglitore e cultore di canti popolari, Ljuben Karavelov (1837-79), il quale, educato alla scuola degli scrittori russi radicali (Černyševskij e Dobroljubov), diede nel racconto Bulgari d'altri tempi un quadro del principio del sec. XIX, con i due tipi caricaturali di nonno Liben e Chadži Genčo. L'era rivoluzionaria tra il 1860 e il 1870 si riflette nella creazione di Christo Bůtev (1848-76), uno dei maggiori poeti bulgari, sebbene non abbia lasciato che una ventina di poesie in tutto, significativi documenti di un'epoca e di un ambiente. Dalla Russia egli passò in Romania per preparare l'insurrezione; e da Bucarest, insieme con Ljuben Karavelov, diffuse tra l'«intelligenza» bulgara le idee radicali apprese dagli scrittori russi. Bůtev cantò eroi e briganti idealizzati, mentre biasimò i pusillanimi: nei suoi versi è esaltato il sentimento della patria. Come certi eroi delle proprie poesie, Bůtev morì a sé anni: nel 1876, alla testa di una banda di duecento volontari si imbarcò segretamente da un porto romeno sul piroscafo austriaco «Radetzky», e, mentre la nave risaliva il Danubio, se ne impadronì, dirigendosi in Bulgaria, per prendere contatto con il popolo in rivolta, ma l'impresa non riuscì e Bůtev cadde ucciso. Dopo la liberazione, per più di venti anni, la letteratura bulgara fu dominata dal nome di Ivan Vazov (1850-1921). Egli è l'autore di numerosi racconti a fondo prevalentemente realistico (il migliore dei quali è Nomo Joco guardo), del romanzo Sotto il giogo, tradotto in molte lingue europee, delle raccolte liriche Lo stendardo e la gusla, I tormenti della Bulgaria, Campi e foreste, Italia, ecc. di vari poemi epico-lirici, e d'una Epopea dei dimenticati, intesa ad esaltare le maggiori figure del risorgimento nazionale. Al circolo di Vazov appartennero Konstantin Veličkov (1855-1907), il maggiore italianista bulgaro, primo traduttore di Dante, Stojan Michajlovski (1856-1937), che coltivò l'ideale d'una B. civilizzata alla maniera occidentale, Kyril Christov (1875-1945), poeta di tendenze erotiche alla Stecchetti e di lirici paesaggi. La prima reazione contro lo stile patetico di Vazov fu quella di Aleko Konstantinov (1865-97) nel libro Baj Ganju (1894), opera comica in cui, con ironia che spesso trapassa in sarcasmo, volle mettere in ridicolo i difetti del bulgaro uscito dalla secolare servitù. Procedeva frattanto a ritmo accelerato l'europeizzazione del paese. S'erano in un primo tempo i Bulgari modellati sulla Russia, i poeti si ispiravano a Puskin, Batiuškov, Kol'cov, all'uccraino Ševčenko, e persino le idee occidentali erano penetrate attraverso la Russia. Ora invece l'«intelligenza» bulgara si rivolge anche alla Francia ed alla Germania. Nel ventennio che va dal 1895 alla prima guerra mondiale rinnovarono l'atmosfera tre poeti riuniti intorno alla rivista Il Pensiero di Krástev: Penčo Slavejkov, Javorov, Todorov. Penčo Slavejkov, figlio di Petko Slavejkov, si ispirò a Heine e Nietzsche. Egli è autore delle raccolte Sagno di felicità e Nell'isola dei beati e dell'incompiuto poema Il canto insanguinato. Sotto l'influsso di Slavejkov si formò Peju K. Javorov (1877-1914), creatore del verso moderno nella poesia bulgara e vicino alla tematica dei simbolisti francesi. Petko Ju. Todorov (1879-1916) pubblicò gli Idilli e qualche dramma. Javorov e Todorov sono considerati gli iniziatori del simbolismo bulgaro, al quale appartengono anche Todor Trajanov (1888), cantore di Regina mortua e di Inni e Ballate, Ljudmil Stojanov (1888) con Visioni al crocicchio e Spada e verbo, Nikolaj Rajnov (1886) con le Leggende dei Bogomili, Dimčo Debeljanov (1887-1916), caduto a Salonicco, autore, tra altro, della Leggenda della Regina traviata, Nikolaj Lilev (1885), autore di fragili e melanconici versi (Uccelli nella notte e Macchie di luna). Della poesia scritta tra le due guerre mondiali ricordiamo il poema Settembre di Geo Milev, rivoluzionario vicino all'espressionismo tedesco ed al cubofuturismo russo, perito dopo i torbidi del 1923, e le liriche di Christo Jasenov, collettivista come Milev, sebbene la sua arte sia molto vicina alle confessioni intimiste. Dmitár Poljanov si ispira nei suoi versi civili al russo Nekrášov, E. Bagrjana si avvicina formalmente alla poetessa russa Achmatova. Tra i narratori hanno avuto successo K. Petkanov, G. Rajčev, Elin-Pelin, Jordan Jovkov, G. Karaslavov. Il romanzo
bulgaro moderno oscilla tra il tema storico (l'epoca della dominazione turca) ed un realismo villorico (quadretti di natura, scene di genere, idiliche descrizioni della vita rustica). Negli ultimi anni la letteratura bulgara ha espresso talvolta aspirazioni di carattere nettamente sociale. Durante la seconda guerra mondiale alcuni scrittori hanno partecipato, nell'ultima fase, alla resistenza contro i tedeschi. La recente produzione poetica rispecchia a volte influì di Majakovskij e di altri poeti sovietici. Sempre più alla letteratura vengono indicate rigide direttive che dovrebbero coincidere con gli orientamenti ideologici del nuovo regime.
VII. ORDINAMENTO SCOLASTICO
Il Consiglio superiore dell'istruzione stabilì negli anni 1945-48 una serie di riforme scolastiche, facendo della scuola bulgara i centri politici del Fronte patriottico popolare, dai quali è stato bandito l'insegnamento religioso; i nove istituti cattolici che erano frequentati da oltre 5000 studenti furono chiusi come pure numerose scuole straniere, escluse quelle appartenenti a missioni diplomatiche, che però non possono essere frequentate dai figli di cittadini bulgari.I testi scolastici stampati prima del 9 sett. 1944 non sono ammessi e sono sostituiti con i nuovi manuali curati dalla «Direzione delle edizioni statali del ministero del fronte patriottico popolare». L'ordinamento scolastico della B. monarchica prevedeva i seguenti tipi di scuola: scuole elementari divise in proginnasi triennali e in scuole comunali quadriennali; i ginnasi divisi in scientifici, semiclassici e classici.
Questi tre tipi di ginnasio sono stati successivamente modificati in scientifici e classici. Il regolamento del 14 ag. 1941, abolito dal regime comunista, stabiliva che l'insegnamento scolastico dovesse essere apolitico, libero, e nazionale. L'insegnamento della religione veniva impartito in tutti i tipi di scuola. Esisteva un ginnasio magistrale della durata di sei anni che veniva frequentato dagli studenti che si dedicavano alla carriera dell'insegnamento comunale; invece i maestri elementari dovevano frequentare i magisteri biennali. L'istruzione odierna si divide in prescolastica e scolastica.
La prescolastica si impartisce in 738 giardini d'infanzia, 926 case del fanciullo e in 2300 case estive del fanciullo.
La scolastica si divide in 6433 scuole comunali, in 2800 proginnasi, in 258 ginnasi popolari che corrispondono al vecchio tipo del ginnasio scientifico dove il latino e il greco sono materie facoltative mentre la lingua russa è obbligatoria oltre ad una delle lingue moderne a scelta (italiano, inglese, francese, tedesco). Molto numerose le scuole professionali.
Esistono 3 università: una a Sofia, fondata nel 1888, una a Filippopoli fondata nel 1946, e una a Varna, fondata nel 1946.
Dal 1946 esiste a Sofia una cattedra ordinaria per la filosofia italiana. - Vedi Tav. XIV.