**BARBARI. - La parola, greca di origine, significò da principio i balbettanti, coloro cioè che parlavano una lingua diversa dalla greca, e fu applicata pertanto anche a popoli di antica civiltà come i Cari, i Persiani, gli Egizi. Col crescere poi di una coscienza nazionale ellenica e di un orgoglioso senso di superiorità, la parola venne a designare genti di una civiltà nefroire, non colte e non educate. La parola passò in latino e da principio con il significato linguistico originale, tanto che si poté dire Plautus vortit barbare, per dire tradusse dal greco in latino. Nell'uso poi del**

Barbara, santa - Incisione di I. van Meckenem (sec. xv). Berlino, Gabinetto delle stanqpe.
dano che da Traiano era stata annessa all'impero, ed era abitata da popolazioni seminomadi (Arabi, Nabatei) era giunta sollecitamente la predicazione cristiana. Origene, che dall'Egitto più volte visitò il paese, ebbe molto a che farvi come apologeta e difensore di rette dottrine cristiane. E i resti archeologici di chiese e di musei pavimentati cristiani attestano una fioritura cristiana molto notevole (v. ARABIA).
Missione sopra ogni altra remota dai confini dell'impero romano è quella dell'India che la tradizione affidava all'apostolo s. Bartolomeo. Il siciliano Panteno, docente nel Didaskaleion di Alessandria, recatosi nella seconda metà del sec. II a portare anche lui la buona novella in India (si dovrà con questo nome intendere propriamente la penisola indiana, o l'Arabia meridionale?) vi avrebbe trovato copie del Vangelo in aramacio di s. Matteo portato da s. Bartolomeo (v.). Non vi sono difficoltà per ammettere che Panteno possa essersi recato in India. Nel periodo in cui egli visse, ogni anno una flotta mercantile egizio-romana partiva regolarmente dal porto di Myos Hormos sul Mar Rosso per i mari del Levante, e poco prima era stato da ignoto autore compilato quel Periphus Maris Erythrae che ci è conservato. Meno sicuro è naturalmente quanto ci si dice sul rinvenimento dei Vangeli in aramacio (v. INDIA).
In un viaggio di ritorno dall'India sarebbero sbarcati in Etiopia (sec. IV) i santi fratelli Frumenzio ed Edessio (v.), primi predicatori del cristianesimo nella regione. La loro storia ci è narrata da Rufino (m. nel 410) e in accordo con questa data si sa che il re di Aksum Ezzan fu in relazione con Costanzo II e abbracciò il cristianesimo. Più tardi, per opera di missionari egizi, gli Etiopi divennero monofisiti (v. ETIOPIA).
Sulle coste settentrionali del Mar Nero può darsi che qualche gruppo di cristiani sia vissuto, ma non ne è provata l'esistenza, come invece appare sulle coste occidentali dello stesso mare nella cosiddetta Scythia Minor, dove esistevano colonie greche, e che era annessa alla provincia romana della Moesia Inferior, e nella Chersonesos Taurica (Crimea) dove erano pure arrivate colonie di Mileto, e dove si era costituito il regno Bosporano.
È bene ora considerare l'attività della propaganda cristiana tra quei popoli che più propriamente erano allora noti col nome di b., e che furono poi quelli che invasero e frantumarono l'impero di Occidente, e che costituiscono ancora il nucleo più compatto di genti cristiane.
È possibile, che anche tra quei b. il cristianesimo sia penetrato molto presto, ma si può ben comprendere come, mancando nei loro paesi di origine una organizzazione sociale a tipo greco-romano, mancando le città, la predicazione della Buona Novella sia rimasta affidata allo zelo di missionari vangeli, siano mancati centri di raccolta, gerarchie, edifici di culto, e le tracce primitive siano pertanto scomparse. Ancora nel v sec. alcuni vescovi della Gallia rilevano con qualche rammarico, che nel tractus Arnicanus dov'erano rifiuti dei Britanni cacciati dagli Angli e dai Sassoni, sacerdoti itineranti celebriose i sacri misteri su tabulae portatili (cf. L. Duchesne, in Revue de Bretagne et de Vendée, 7 [t 885], p. 4).
Alle difficoltà abituali di mancanza di strade, di ostilità delle popolazioni semiselvaggiose, sospettose e mal disposte contro ogni straniero, è pure da aggiungere lo stato molto frequente di guerre interne tra le varie tribù ed esterne contro l'impero. E quando poi a mano a mano popolazioni barbariche vennero a stabilirsi dentro i confini dell'impero, non può dirsi che le loro condizioni per la predicazione cristiana fossero subito gran che migliorate.
È b. iniziavano la loro esistenza dentro i confini dell'impero con ogni sorta di violenze e di brutalità. E i cristiani che non erano mai stati dei ribelli all'impero, che ne accettavano e ammiravano gli ordinamenti, che ne apprezzavano i benefici, e credevano la pax romana voluta dalla Divina Provvidenza, che in
fine da non molto tempo avevano avuto la immensa gioia di vedere l'impero farsi cristiano, non potevano spogliarsi subito dell'invetterato, secolare sentimento di disprezzo e di ripugnanza proprio delle popolazioni civili per i b., sentimento che doveva ora essere inacessibile dalle prepotenze e dalla ferocia dei nuovi venuti. La credenza che il crollo di Roma dovesse significare la fine del mondo faceva ritenere questi invasori ministri del male da lasciarsi alla punizione divina. Tale sentimento di orrore si manifestò specialmente quando si ebbero le irruzioni degli Unni. Ci voleva del tempo, perché prevenzioni così radicali si attenuassero, e perché se ne vedesse lo spirito poco cristiano.
D'altra parte la presenza dei b. dentro i confini era una realtà della quale non si poteva non tenere conto; non solo, ma essa si estendeva e si consolidava sempre più, mentre sempre più palese diventava la impotenza dell'impero a difendersi. Scrive pertanto giustamente il De Labriolle: «Dovevano le chiese rinchiudersi nel rimpianto del passato, e ammettere che legato ad una civiltà in evidente rovina, il cristianesimo dovesse perire con essa?» (A. Fliche e V. MARTINO G, op. cit., bibl., IV, p. 356). Si iniziò pertanto quella inderogabile evoluzione che doveva avvicinare il cristianesimo agli invasori, evoluzione singolarmente agevolata dalla superiorità culturale e morale delle gerarchie ecclesiastiche cristiane. Scrive ancora il De Labriolle: «La gerarchia cattolica non poteva non accorgersi, che la sua posizione andava sempre migliorando, che la sua funzione sociale diveniva preponderante. Essa si sentiva molto più libera e più potente di fronte alle forze divise, sparse, incoerenti di b. di quanto non lo fosse stata nel potente organismo dello Stato romano. Con la sua struttura regolare, la sua solidarietà, il suo dominio sulle anime, la gerarchia cattolica rappresentava quell'ordine di cui tutti confusamente sentivano il bisogno; rappresentava anzi qualche cosa di più autorevole dell'ordine stesso: il diritto di parlare nel nome di Dio e di invocare, occorrendo, la vendetta celeste su chiunque misconoscesse la sua autorità» (ibid., p. 358).
Nella regioni d'oltre Danubio e d'oltre Reno non si hanno memorie sicure di comunità cristiane e di seccovati prima del IV sec., neanche in quella provincia di Dacia che per oltre un secolo e mezzo (107-274) fu annessa all'impero romano.
La testimonianza di Ireneo circa le «chiese fondate nelle Germanie» (Adversus haereses, I, 10, 2), si deve riferire alle due Germanie cisterne e principalmente alle città più marcatamente romane di Treviri, Co
lonia, Mogontiacum per le quali ci sono noti vescovi già dal III sec. Le grandi masse delle popolazioni barbariche d'oltre Reno e d'oltre Danubio erano rimaste pagane e di un paganesimo che si conosce solo imperfettamente da leggende del tardo medioevo.
Ma quando esse si costituirono in più solidi e stabili aggruppamenti, e quando entrarono nel territorio romano, e vi stabilirono dei regni, allora la propaganda cristiana si svolse tra loro più facilmente e con maggiori successi. Non di rado le conversioni furono in massa: il battesimo del capo portò quello della intera tribù. Verso la metà del sec. IV tra i Goti da più anni retti a salda monarchia si ebbe la prima conversione generale e la costituzione di una chiesa. Il goto Uffila (v.), consacrato vescovo per la sua gente da Eusebio di Nicomedia, tornato in patria si diede con grande zelo alla predicazione e all'incivilimento del suo popolo. Introdotto un sistema di scrittura alfabetico al posto dei vecchi caratteri runici, tradusse in gotico buona parte dei libri sacri. Esercitò poi il suo apostolato più particolarmente tra quella parte di Visigoti che, cacciati dagli Unni, erano
fuggiti verso il confine romano, e dall'imperatore Valente erano stati accolti nel territorio dell'impero. Il cristianesimo accolto e propagato da Uffila era però nettamente ariano, come cioè egli lo aveva ricevuto dal vescovo consacrante Eusebio di Nicomedia, e come era praticato e favorito nella metà orientale dell'impero da Costanzo II e da Valente. E l'arianesimo fu lungamente osservato dai Goti e da altre popolazioni barbariche che a mano a mano, specialmente per influenza dei Goti meglio organizzati e più civili fra tutti, passarono al cristianesimo, per modo tale, che quando la fede del Concilio di Nicca per opera degli imperatori Graziano e Teodosio tornò ad essere la fede dell'impero, l'arianesimo rimase fino al VI e al VII sec. quale religione nazionale dei b., praticata talora con fanatica intolleranza. In questa si distinsero specialmente i Vandali che impadronitisi dell'Africa instaurarono contro i cattolici un regime di persecuzione che raggiunse di tempo in tempo estrema gravità. Ariani furono pure senza però arrivare a fanatiche persecuzioni di cattolici gli Ostrogoti in Italia, i Burgundi nelle valli del Rodano, i Suevi, gli Alani, i Visigoti stanziatisi in Gallia, e passati poi in Spagna. Anche i Longobardi che più di altre popolazioni germaniche avevano conservato rozzezza di costumi, quando giunsero in Italia in parte erano ancora pagani, in parte avevano da altri Germani accolto l'arianesimo e non furono da principio benevoli ai cattolici, fino a quando non riuscì a s. Gregorio Magno con l'aiuto
della pia regina Teodolinda di iniziarne la conversione al cattolicesimo. Più tardi di altri b., passarono al cristianesimo i Franchi, quando cioè avevano già col re Clodoveo costituito uno Stato franco nella Gallia settentrionale; siccome però il loro cristianesimo si svolse a contatto e per influenza delle popolazioni gallo-romane cattoliche, così non vi fu fra loro il passaggio nello stadio ariano.
La Britannia, pur così remota dal mondo classico e solo con Claudio entrata a far parte dell'impero romano, diede ciò nonostante un'adesione al cristianesimo più sollecita che quella di quasi tutte le popolazioni germaniche.
Al Sinodo di Arles del 316 sono presenti tre vescovi britanni, e nella Britannia nacque, verso la metà del IV sec., Pelagio, contro le cui dottrine dovette combattere s. Agostino.
L'Irlanda rimasta sempre fuori dei confini dell'impero ricevette dei missionari cristiani inviati da papa Celestino I (422-32), ma la sua conversione si deve specialmente al britanno s. Patrizio che, preparato alla cultura ecclesiastica da Gennano d'Auxerre, vi sbarc
ò nel 432 e vi svolse intensa opera di apostolato fino al 461.
Roberto Paribeni
Diritto canonico. – Con l'appellativo di b. si designano qui i popoli germanici in particolare, che si stanziarono ai confini dell'impero.
Le vestigia di diritto germanico più antico, che si trovano in Cesare (De Bello gallico) e in Tacito (Germania, Agricola) ci attestano, con la primitività di questo diritto, la mancanza di quel senso di giustizia e di equità, che caratterizzò il diritto romano, pure
nella sua fase iniziale. Nella stessa epoca in cui Tacito ci rappresenta i Germani è da escludere qualsiasi penetrazione di influsso cristiano nel loro costume giuridico.
Nel territorio della Germania propriamente detto solo con il sec. VIII ad opera di Winfrido, divenuto poi s. Bonifazio, si può parlare di vero e proprio movimento verso la fede cattolica.
Diversa invece fu la situazione dei Germani vivi fuori della loro terra. Allorché i b., specie quelli facenti parte delle militiae foederata, s'impadronirono delle province dell'Impero romano e vi instaurarono progressivamente la loro dominazione (a cominciare dal v sec.), i più fra loro avevano abbandonato le proprie credenze idolatriche, per ricevere il cristianesimo di Ariolo. Ma lentamente sentirono il contatto della civiltà romana ormai informata di principi cristiani.
È noto che la legislazione imperiale, a cominciare da Costantino, si era svolta prevalentemente sotto l'influsso della Chiesa e della sua dottrina.
D'altra parte anche per questa ragione la Chiesa aveva fatto sua molta parte del diritto romano e se ne serviva nei suoi rapporti esteriori. Attraverso i due accostamenti predetti, tra loro convergenti, e cioè la civiltà romano-cristiana, e l'opera diretta della Chiesa, i Germani mutarono insensibilmente le proprie norme, ricevendo sempre maggiori elementi giuridici romani e canonici nel corpo delle proprie leggi.
Così quando la lex Ribuaria accoglie attraverso la legge romana l'istituto della manumissio in ecclesiis e ne accentua di sua parte, in senso cristiano, il motivo spirituale e le formalità esteriori, tiene poi a dichiarare apertamente che la Chiesa stessa vive secondo il diritto romano, scoprendo con ciò i due lati del nuovo orientamento spirituale del popolo a cui quella legge si dirige: romanità cristiana e diritto della Chiesa.
Eccone il testo relativo: "Hoc etiam iubemus, qualesumque Francus Ribuarius seu tabularius servum suum pro animae suae remedium seo pro precio secundum legem Romanam liberare voluerit, ut (eum) in ecclesia coram presbyteris, diaconibus, seo cuncto clero et plebe, in manu episcopi servo cum tabulas tradat, et episcopus archidiaconu iubeat, ut ei tabulas secundum legem Romanam, quam ecclesia vivit, scribere faciunt" (ed. Sohm, in MGH, Leges, V, p. 242).
La Chiesa stessa d'altra parte si fa propagatrice delle leggi romane tra le popolazioni barbare, vedendo in queste leggi uno strumento idoneo per la più agevole diffusione dei suoi principi morali, senza tuttavia trascurare di rivedere queste leggi e adattarle alla sua equità e alla sua dottrina spirituale, quando lo ritenga necessario.
Fu infatti papa Gregorio Magno che sul finire del sec. VI iniziò l'invio in Spagna e in Inghilterra di testi di diritto romano, dopo averli opportunamente modificati, perché i suoi legati ne facessero intendere il nuovo spirito e ne raccomandassero l'uso. Talora gli stessi le barbarici accolsero direttamente le norme della Chiesa, e ciò specialmente dopo il passaggio dei loro popoli al cattolicesimo. A questo si convertirono i Franchi con Clodoveo nel sec. V e i Longobardi nel sec. VII, specialmente per opera della regina Teodolinda. La legislazione longobarda risente molto dell'influenza cristiana soprattutto dall'epoca di regno malo, ma fu veramente il successivo re legislatore longobardo, Liutprando, a modificare radicalmente in vari punti il diritto longobardo, ispirandosi alla dottrina della Chiesa. Egli afferma essere suo scopo di giovare «pro salute anima et gentis nostrae salvatione» (prologo dell'ed. dell'a. 728), «ut omnes in pace et gratia Dei vivere valeant» (cap. 35).
Rientra nell'accoglimento degli istituti canonistici, operato da questo re nella legislazione longobarda, la trasformazione del matrimonio, non più inteso come «conformazione della donna, secondo l'originario concetto germanico, ma come «convincente» quam Deus praecipit» (cap. 117); nel quale l'uomo «cum solo anulo cum sub-harrat». È il rito dell'anello nuziale (subharratio cum anulo), inteso questo come signum fidei. Ricevendo l'anello la donna, non più oggetto passivo del negozio matrimoniale, espirmava il consenso e lo manifestava allo sposo e all'orator. Attraverso l'evidente influenza della Chiesa, Liutprando accoglie altresì l'istituto dei lasciti per l'anima, con la sua «donatio post obitum» (cap. 6), piegando insieme il diritto del suo popolo ad accogliere le disposizioni testamentarie, sconosciute al genuino costume germanico. Lo stesso re accoglie espressamente la norma canonica degli impedimenti matrimoniali per i gradi di parentela, affermando «quia canones sic habent» (cap. 32), «quia Deo teste papa urbis Romae qui in omni mundo caput ecclesiasticum et sacerdotum est, per suam epistolam nos adoravit» (sic!), ut tale coniugium fieri nullatenus permitteremus» (cap. 33).
Ma là, dove non è possibile vincere la costantanza germanica, come nel caso del duello, della fida, delle ordalle, questi istituti sono volti con la persuasione della Chiesa a minor danno. L'uso del duello si cerca di limitare proponendo in suo luogo un giudizio regolare, ma più snellito. Si tenta di evitare la fida (vendetta famigliare) opponendole sempre più il rimedio delle equivalenti con-positiones (ammende in danaro). Le ordalle (giudizi di Dio) si combattono, dimostrando la vacuità della loro efficienza probatoria e inculcando il timore del castigo divino per il colpevole che osi impudentemente sfidare la collera divina.
Alcuni istituti appaiono poi introdursi nel più tardo diritto longobardo per effetto dei principi canonici, come quello dell'obbligazione valida e perfetta con il puro consenso (stantia) che si contrappone al pactum nudum romano, incapace di generare obbligazione vera.
Non è poi da nascondere che qualche influenza la stessa Chiesa ebbe a sentire nel suo diritto per l'accostamento di essa con il diritto germanico. Ciò in parte fu dovuto all'esistenza di centri ecclesiastici viventi secondo legge germanica. Esempio tipico in Italia il monastero di Farfa, che seguiva la legge longobarda. Di qui venne, che specialmente la procedura canonica abbia attinto in più luoghi ai principi e forme germaniche, e che la tessitura giuridica di alcuni rapporti sembri richiamarsi al meccanismo di corrispondenti istituti germanici. Al qual ultimo proposito si osservi la stessa corrispondenza dell'antica distinzione del matrimonio canonico in coniugium initiatum e coniugium ratum (accolta da Graziano nel suo Decretum) e la distinzione germanica di desponsatio e di traditio, ad indi-care i due momenti del matrimonio germanico. La prima fase dell'uno e dell'altro tipo di matrimonio, rappresenta un vero stadio, sia pur iniziale e imperfetto, del rapporto matrimoniale.
Maggiore però fu l'influenza che la Chiesa riuscì ad esercitare sotto i Franchi e specie a cominciare dai Carolingi, quando il primo di questi, Carlomagno, fu rivestito della dignità di imperatore romano e assunse, tra gli altri poteri, quello precipuo della tutio Ecclesiae.
Ma questa che doveva essere funzione di appoggio e di assistenza alla Chiesa nella sua missione spirituale, degenerò presto in immoderata ingerenza nelle cose e nella disciplina stessa della Chiesa: onde quel dissidio dei due poteri, che sfociò nella dura lotta delle investiture.
Tuttavia tale dissidio, anziché diminuire, accrebbe lo spirito religioso, e la morale cristiana si fece sempre più strada nell'ispirazione dello stesso diritto laico e nel miglioramento del costume.
Fu infatti quel Pietro Crasso, fautore di Enrico IV nella lotta con Gregorio VII, che ripeté, dall'epistola 147 di papa Leone I, il principio della sottomissione della norma civile a quella canonica, quando scrisse nel suo famoso libello de lite: «in his quae vel dubia fuerint aut obscura, id novimus sequendum, quod nec praeceptis evangelicis contrarium, nec decretis sanctorum patrum inveniatur adversum» (Defensio Enrici IV regis, cap. 4).
La legislazione degli imperatori franchi meritò d'altra parte d'essere raccolta da parte di ecclesiastici, come attestano FONTANA (v.) Benedetto Levita (v.), il quale ultimo introdusse altresì nella propria raccolta la tripartizione in capitularia ecclesiastica, mundana e mixta. Ciò che rivela anche formalmente la prevalente aderenza di quella legislazione civile ai principi cristiani. D'altra parte il profondo sentimento religioso di quell'epoca si rivela riflettendo alle innumeri serie di donazioni fatte alle Chiese per assicurarsi la salvezza dell'anima, alla frequenza di ingressi nei monasteri pur di signori laici, in qualità di oblati, e allo spirito di larga penitenza che precedette e seguì l'avvento dell'anno Mille.
Lo stesso spirito di avventura e l'indole combattiva della popolazione germanica furono volte al bene dalla Chiesa e ne nacquero i primi pellegrinaggi in Terra Santa e le Crociate, con l'istituzione di quegli ordini della cavalleria cristiana, che tante gesta gloriose e di civiltà compirono nel nome della fede. In tal modo con la sua opera lenta, ma sicura, di civilizzazione e di elevamento tra i b., di predicazione della pace e di accostamento tra vincitori e vinti, di elevazione delle classi umili, di mitigazione del servaggio personale e della gleba, di intima penetrazione dei principi cristiani nelle coscienze rozze dei b., la Chiesa, appoggiandosi in questo anche sul diritto e sulla civiltà superiore della popolazione romana, maturava quel lievito di rinnovazione che fruttò il medioevo cristiano, tutto slancio di fede e di dedizione ai più nobili ideali, così promettente di civiltà e così fervido di vita religiosa. - Vedi Tav. LII.

