ARIANESIMO. - È la grande eresia del sec. IV. Dottrina e storia ne sono molto complesse; perciò la trattazione sarà divisa in due parti: esposizione dottrinale e compendio storico.
#### ESPOSIZIONE DOTTRINALE.
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1. LA DOTTRINA DI ARIO E LE SUE ORIGINI
Ario (v.) era un prete di Alessandria molto conosciuto e già in età avanzata, quando, verso il 320, cominciò ad insegnare l'eresia, alla quale ha dato il suo nome. Questa eresia consiste essenzialmente nel negare il dogma della Trinità, il dogma di una sola essenza divina sussistente in tre persone realmente distinte tra loro, coeterne, uguali in tutto, unite mediante relazioni di origine: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. A questa Trinità, che caratterizza specificamente la religione cristiana, Ario oppone la sua dottrina che riconosce un Padre, un Figlio ed uno Spirito Santo; ma solo il Padre è veramente Dio, il Dio unico, infinito, eterno, non generato, cioè non creato (ἀγέννητος ὁ ἀγέννητος: i due termini essendo presi da lui come sinonimi). La seconda persona, chiamata Verbo o Figlio, non è veramente Dio: è una pura creatura, tratta dal nulla, come tutto ciò che è creato (ἐξ οὐκ ὄντων γέγον), la prima delle creature del Dio unico, la più eccellente, prodotta da lui per essere suo strumento nella creazione degli altri esseri, l'intermediario tra lui e il mondo. Il Verbo non è eterno: ci fu un tempo in cui non esisteva (ἦν ποτς, ὅτε οὐκ ἦν). Ma egli è prima del tempo e prima dei secoli (ἀχρόνως, πρὸ αἰώνων), poiché il tempo e i secoli non cominciano che col mondo. Egli non è figlio per natura ma per grazia e adozione (κατὰ χάριν). Dio l'ha adottato in previsione dei suoi meriti, perché egli era mutevole e fallibile. La sua impeccabilità non è che una impeccabilità di fatto. Si può chiamare Dio, ma soltanto nel senso in cui la Scrittura chiama così i giusti. In realtà egli non è veramente Dio. Egli ha progredito in virtù e in merito e si è così reso degno del nome stesso che Dio Padre e la Chiesa gli hanno dato. È una specie di demiurgo estraneo e dissimile in tutto alla sostanza e alla personalità del Padre. Quanto alla terza persona, lo Spirito Santo, Ario ne parla poco nei frammenti dei suoi scritti sino a noi pervenuti. Anch'esso non è Dio, poiché non è che una creatura molto al di sotto del Verbo. «È la prima produzione del Verbo», diranno più tardi i suoi fedeli discepoli.Essenzialmente antitrinitario, l'errore di Ario scalza anche dalle fondamenta il mistero dell'Incarnazione e quello della Redenzione, poiché è una creatura, il Verbo, e non Dio, che s'è incarnato. Ed Ario intende la parola incarnato nel suo senso etimologico: il Verbo non ha preso dalla natura umana che la carne, non l'anima ragionevole. Egli non si è realmente fatto
uomo (σαρκωθείς, οὐκ ἐνανθρωπήσας). Il Redentore ariano non è che un mezzo uomo, come non è che un mezzo Dio.
L'origine dell'a. piuttosto che in alcune frasi di sapore subordinaziano (v. SUBORDINAZIANISMO) di qualche Padre apologista, va ricercata nella Scuola antiochea, dove era viva la tradizione di Paolo Samosateno. Fin dal principio della controversia, Ario si è presentato come un discepolo del prete martire di Antiochia, s. Luciano (m. nel 312). I primi ariani si sono detti seguaci di quest'ultimo. A ragione o a torto, è difficile rispondere con certezza. Sulla fede di un vago passo di una lettera di s. Alessandro di Alessandria al suo omonimo Alessandro di Bisanzio, si è fatto di s. Luciano un discepolo di Paolo di Samosata, rimasto per lungo tempo in rottura con la Chiesa. Ma alcuni critici recenti, come F. Loofs, G. Bardy, ecc. distinguono tra il martire e il discepolo di Paolo, di cui parla s. Alessandro (G. Bardy, Recherches sur s. Lucien d'Antioche et son école, Parigi 1936, pp. 50-59). Resta perciò il dubbio che il vero padre dell'a. sia s. Luciano. Invero è difficile negare che egli abbia insegnato un subordinazianismo almeno verbale come quello di Origene e non abbia avuto, col suo insegnamento, sulla divinità del Verbo, delle espressioni ambigue, che Ario e gli altri «collucianisti», come Eusebio di Nicomedia, Teognide di Nicea, Mari di Calcedonia, avranno spinto fino alle loro ultime conseguenze logiche. Ario sarà stato il primo a metterle in circolazione.
Derivato dal subordinazianismo, l'a. ha per ciò stesso delle affinità col platonismo, soprattutto con quello di Filone. Il sistema richiama anche, in un certo senso, gli eoni degli gnostici. All'ariatotelismo alcuni capi posteriori della setta, come Aezio ed Eunomio, hanno soprattutto attinto il metodo dialettico: il che li ha fatti considerare da s. Epifanio come « nuovi ariatotelici » (De haeresibus, LXIX, LXXVI: PG, 42, 315-570).
II. LE DIVERSE FORME DELL'A. DOPO IL CONCILIO DI NICEA. - La dottrina di Ario, che abbiamo esposto, costituisce l'a. autentico, che Nicea (v.). A fianco a questo a. sorse ben presto quello che si può chiamare l'a. politico, che si esprime in diverse formole più o meno reticenti, più o meno ambigue, suscettibili di essere interpretate in senso ortodosso come in senso eretico. La maggior parte di esse furono proposte agli imperatori da ariani più o meno travestiti, che miravano a demolire l'autorità dottrinale del primo Concilio ecumenico, sotto pretesto di stabilire la concordia tra i vescovi e l'unità religiosa nell'impero romano, divenuto ufficialmente cristiano. Questa molteplicità di formole non sarebbe esistita, se gli imperatori si fossero attenuti a quanto era stato deciso a Nicea dalla grande maggioranza dell'episcopato, d'accordo col Papa. Disgraziatamente per la Chiesa, i primi imperatori cristiani, cioè Costantino e Costanzo II, - bisogna notare che tutti e due non furono battezzati che sul letto di morte e da ariani, - vollero dogmatizzare cercando di sostituirsi al vescovo di Roma, capo della Chiesa e regolatore della sua unità, e divennero così il balocco di prelati intriganti o vendicativi. Nel 359, s. Atanasio di Alessandria, il grande campione dell'ortodossia, collezionava già dodici simboli di questa specie, e ve ne furono ancora altri dopo questa data.
A quest'epoca, cioè verso la fine del regno di Costanzo II, gli avversari più o meno dichiarati del Concilio di Nicea e della formola che esso aveva canonizzata: « Il Figlio di Dio è della sostanza del Padre, consostanziale al Padre » (ἐκ τῆς οὐσίας Πατρός, ὁμοούσιος τῷ Πατρὶ) si dividevano in tre gruppi distinti:
A) C'era anzitutto un piccolo numero di ariani puri, che primi ebbero l'audacia di attaccare direttamente il simbolo di Nicea, riprendendo per proprio conto le formole più radicali di Ario. Come lui, essi dichiararono che il Fi-
glio di Dio, il Verbo, era del tutto dissimile dal Padre (ἀνόμοιος τῷ Πατρὶ κατὰ πάντα).
Il loro grande dottore era Aezio di Antiochia, specialista in dialettica aristotelica. Nelle loro file si segnalarono in seguito Eudossio di Costantinopoli ed Eunomio di Cizico. Essi furono chiamati anomei (dal greco ἀνόμοιος) e riuscirono per un momento (357-38) ad attirarsi il favore di Costanzo. In una riunione episcopale, tenuta a Sirmio durante l'estate del 357, di cui tre vescovi anomei, Germinio di Sirmio, Valente di Mursa ed Ursacio di Singiduno, furono l'anima, fu redatta una formola in cui il Figlio era dichiarato minore del Padre e a lui subordinato, lo Spirito Santo esistente mediante il Figlio. In essa veniva interdetto l'uso dei termini di sostanza (ὀσία) e di consostanziale (ὁμοούσιος). Fu la seconda formola di Sirmio (che si riuscì a far firmare dal vecchio vescovo di Cordova, Osio), che fu, per qualche tempo, secondo la volontà di Costanzo, la tessera dell'ortodossia imperiale. Gli anomei hanno ricevuto anche i nomi di seziani, eunomiani, eterusiasti, esuconziani. Essi rappresentano l'a. radicale, quello di Ario del primo periodo.
B) C'era poi il gruppo dei semi-ariani, detti anche omeusiani od omoiusiani, i quali, invece di chiamare il Verbo consostanziale al Padre quanto all'essenza (ὁμοούσιος), lo dicevano semplicemente simile al Padre in quanto all'essenza (ὁμοούσιος). Il loro capo fu dapprima Basilio d'Ancira, che, in un concilio tenuto ad Ancira nel 358, compilò una formola in questo senso e fu abbastanza fortunato da farla adottare dall'imperatore Costanzo, che abbandonò il credo degli anomei poco prima approvato. Per istigazione di Basilio, egli arrivò perfino ad esiliare i principali anomei.
La maggior parte degli omeusiani erano, in fondo, ortodossi per quanto riguardava la divinità del Verbo, e non differivano dai cattolici che per il termine ὁμοούσιος, sostituito da essi all'ὁμοούσις niceno, nel quale essi trovavano un sapore sabelliano. Si può anche dire che il grosso degli ariani erano di questo tipo. S. Ilario e s. Atanasio si mostrarono concilianti nei loro riguardi. Un gran numero di essi non tardarono tuttavia a compromettersi, rifiutando di riconoscere la divinità dello Spirito Santo e cadendo in quella che si chiamò l'eresia pneumatomaca o macedonianismo. Costoro ben meritarono il nome di semi-ariani, perché, riconoscendo la vera divinità del Figlio, negavano la divinità dello Spirito Santo.
C) Un terzo gruppo era costituito da coloro che affermavano semplicemente che il Figlio era simile al Padre (ὁμοιος τῷ Πατρὶ), senza precisare di più. L'omeismo è una trovata dei veri ariani per demolire il credito degli omeusiani presso Costanzo, presso il Concilio di Ancira e quello di Sirmio (358). Una prima formola redatta dall'ariano Marco d'Aretusa scattava la parola ὀσία, essenza, e i suoi composti, che non si trovano nella Scrittura, ma dichiarava che il Figlio era simile al Padre in ogni cosa (ὁμοιος τῷ Πατρὶ κατὰ πάντα): il che la riavvicinava all'ortodossia. Dopo le discussioni e le vicende dei due Concili di Rimini e di Seleucia (359), la formola fu alleggerita delle parole κατὰ πάντα (simile in ogni cosa), e aggravata della proscrizione della parola ὑπόστασις, ipostasi. È questa la formola che fu definitivamente stabilita al Sinodo di Costantinopoli (primi di genn. del 360), approvata e imposta da Costanzo a tutto l'episcopato, la cui adesione fu quasi unanime e che era stata già ottenuta con l'astuzia e la violenza ai due Concili di Rimini e di Seleucia. Essa vien chiamata la formola di Rimini-Costantinopoli o anche di Nicea-Costantinopoli, perché era stata firmata a Nicea di Tracia, presso Adrianopoli, dai delegati ortodossi del Concilio di Rimini nella sua prima fase (10 ott. 359).
Questo fu il risultato dell'a. politico: una formola che è un capolavoro d'imprecisione, che si può intendere nei sensi più diversi, anche i più opposti, « che Atanasio e Aezio », come ha scritto L. Duchesne (Histoire ancienne de l'Église, II, 2e ed., Parigi 1907, p. 306), « con un po' di buona volontà avrebbero potuto recitare insieme ». È curioso constatare come l'omeismo che, secondo i termini, sembrerebbe essere il contrario dell'anomeismo, è in realtà la stessa cosa; infatti è nel senso anomeo che l'espressione:
« Il Figlio è simile al Padre » (ὁμοιος τῷ Πατρὶ) è stata interpretata da quelli che l'hanno definitivamente accettata, cioè dai veri ariani, poiché i cattolici e i semi-ariani l'avevano respinta, dopo averla accettata in un momento di sorpresa. A partire dal 360, è il credo dell'omeismo di Rimini-Costantinopoli che ha rappresentato l'a. ufficiale nell'impero romano ed anche, con l'aggiunta di qualche indicazione, l'a. dei popoli barbari.
III. IL MACEDONIANISMO
Quella che si chiama l'eresia macedoniana o pneumatomaca consiste nel negare la divinità dello Spirito Santo e nel farne la prima creatura del Figlio o Verbo. Non è che una parte del sistema ariano preso nel suo insieme. Noi abbiamo visto infatti che Ario negava la divinità dello Spirito Santo e lo poneva molto al di sotto del Verbo. Ma, fin verso il 360, la questione della divinità dello Spirito Santo rimase nell'ombra. I diversi formulari ariani non parlano che del Verbo; l'omeismo stesso di Rimini-Costantinopoli tace sul suo conto. Gli anomei furono i primi a predicare in modo esplicito la trinità ariana. Dopo il 360 avvenne che un gruppo importante di semi-ariani od omeusiani divise ciò che sembrava inseparabile; ammettendo in maniera abbastanza chiara la divinità del Figlio di Dio, essi respinsero quella della terza persona.S. Atanasio li confuta e li chiama tropicisti, τροπικοί, perché essi spiegavano mediante metafore o tropi le parole della Scrittura che urtavano contro la loro tesi. Essi sono più comunemente designati sotto il nome di pneumatomachi (« avversari dello Spirito »), o macedoniani, dal nome di Macedonio, vescovo ariano di Costantinopoli (351-60), sebbene non sembri che questi abbia insegnato simile errore, e di maratoniani, dal nome di Maratonio, vescovo di Nicomedia, uno dei loro capi. I macedoniani costituivano una setta a parte, distinguendosi dagli ariani propriamente detti per la loro credenza nella divinità del Verbo.
IV. L'A. DEI POPOLI GERMANICI. — Con l'assunzione al trono dell'imperatore Teodosio (379), l'a. non tardò a sparire dall'impero romano non solo come dottrina ufficiale, ma anche come setta condannata. Però sopravvisse ancora molti anni tra i barbari invasori dell'impero d'Occidente, sotto la forma dell'omeismo di Rimini-Costantinopoli (360). Il vescovo dei Goti, Ulfila, — successore, fin dal 341, del vescovo goto Teofilo, uno dei Padri di Nicea — assistette, infatti, al Sinodo di Costantinopoli del 360 e ne firmò il formulario. Per mezzo di lui e dei suoi compatrioti, i Goti, l'a. omeista — si può dire senz'altro l'a. — penetrò presso gli altri barbari: Visigoti, Ostrogoti, Svevi, Vandali, Burgundi, Longobardi.
Questo a. fu ora persecutore, ora tollerante, ma restò stazionario dal punto di vista dottrinale. Noi conosciamo la professione di fede di Ulfila, scritta da lui sotto forma di testamento alla vigilia della sua morte, avvenuta a Costantinopoli nel 383. Oscura e quasi contracidittoria sulla divinità del Figlio, essa nega categoricamente la divinità dello Spirito Santo, « che non è né Dio né Signore, ma semplice ministro di Cristo, sottomesso ed ubbidiente in tutto al Figlio ». Per la maniera in cui parla del Figlio, Ulfila sembra avvicinarsi agli omeusiani-macedoniani: la divinità della seconda persona sarebbe forse salvaguardata se egli non fosse schiettamente subordinaziano: « Il Figlio unico, nostro Signore e Dio, autore e creatore di ogni creatura, che non ha il suo simile, è sottomesso ed ubbidiente in tutto a Dio Padre » (cf. questa professione di fede nel t. I dei Texte und Untersuchungen zur altgermanischen Religionsgeschichte, Strasburgo 1899, p. 73-76, edizione di M. Kauffmann, Aus der Schule des Wulfila).
Gli ultimi ariani furono i Longobardi, che non si convertirono che verso la fine del sec. VII, ca. il 671.
V. L'A. NEI TEMPI MODERNI. — Non si possono direttamente ricollegare all'a. le sette protestanti anti-trinitarie: sociniani o unitari, servetisti e protestanti
liberali, poiché ciò che caratterizza l'a. è la nozione di un demiurgo intermediario tra Dio e il mondo, nozione assente presso gli antitrinitari moderni. Questi si ricollegano piuttosto agli antichi sabelliani o modalisti. L'errore sabelliano arriva alla negazione della Trinità per una via opposta a quella dell'a. Si può tuttavia trovare una certa rassomiglianza tra il Cristo «uomo superiore» degli antitrinitari moderni e il «logos demiurgo» degli antichi ariani.
Se l'a. non è rivissuto sotto forma di satta distinta, si sono avuti però, dal sec. XVI, alcuni ariani isolati, come gli anglicani William Whinston e Samuel Clarke. In un'opera intitolata: Primitive Christianity Review (Londra 1710-11), il primo sostiene espressamente un s. mitigato, che ricorda quello di Eusebio di Cesarea. Egli dichiara anche che il Logos, creato dal Padre all'inizio del mondo, ha tenuto luogo di anima ragionevole nel Cristo. Clarke parla della produzione del Figlio per volontà del Padre, della subordinazione del Figlio e dello Spirito Santo al Padre, e respinge come contraddittoria la dottrina delle tre persone eterne, non create, nell'unità numerica di natura (cf. il suo libro: The Scripture Doctrine of the Trinity, Londra 1712). Le teorie di Whinston e di Clarke furono condannate dall'alta camera del clero anglicano. Esse causarono per qualche tempo un vero torbido nella Chiesa anglicana (cf. Le Bachelet, Arianisme, in DThC, I, coll. 1859-62).
Esposizioni sistematiche dell'a. e delle sue diverse forme si trovano, variamente corredate di informazioni storiche, nelle Storie dei dogmi conosciute da tutti: I. Schwane, I. Ticeront, A. Harnack (II, 4ª ed., Tubinga 1910), R. Seeberg (I e II, 3ª ed., Lipsia 1923). Cf. anche il lavoro notevole di X. Le Bachelet, articolo Arianisme, in DThC, I, coll. 1779-1863. Sull'omniunianismo in particolare, V. J. Gummerus, Die homniunische Partei bis zum Tode des Konstantins, Ein Beitrag zur Geschichte des arianischen Streites in den Jahren 336-361, Lipsia 1900; G. Raseur, L'homniunianisme dans ses rapports avec l'orthodoxie, in Revue d'histoire ecclésiastique, 4 (1903), pp. 189-206, 411-31. Sull'a. dei popoli germanici, e la dottrina di Ulfila: W. Bessel, Über das Leben des Ulfilas, Gottinga 1860; H. von Schubert, Das älteste germanische Christentum oder der sogenannte «Arianismus» der Germanen, Tubinga 1909; B. Capelle, La lettre d'Auxence sur Ulfila, in Revue bénédictine, 34 (1922), pp. 224-233. Bibliografia più ampia con indicazioni dei lavori più recenti in A. Fliche-V. Martin, Storia della Chiesa, III: Dalla pace costantiniana alla morte di Teodosio, trad. ital., Torino 1940, pp. 18-25, 67-71, 135-42, 245-34.
COMPENDIO STORICO.
SOMMARIO:
I. Considerazioni preliminari
II. L'a. fino alla morte di Costantino. -III. La controversia ariana sotto Costanzo
IV. L'a. dopo Costanzo.I. CONSIDERAZIONI PRELIMINARI
La controversia ariana è stata una delle più lunghe e delle più gravi della storia della Chiesa, essendo durata allo stato acuto per quasi un secolo, turbandone profondamente la vita. Si erano viste, nei primi secoli, altre eresie, ma erano sparite abbastanza presto senza causare simile tumulto. Se l'a. ha fatto tanto chiasso, se la sua storia è così aggrovigliata, ciò dipende dal fatto che gli imperatori, divenuti cristiani, vollero immischiarsi della cosa sotto pretesto di assicurare l'unità religiosa dell'impero. Se Costantino e Costanzo avessero chiuso l'orecchio alle proposte di alcuni ariani simulati, abili cortigiani, la controversia sarebbe terminata come le eresie precedenti. Condannati a Nicea come a Roma- e Nicea non sarebbe stata necessaria - Ario e i suoi seguaci avrebbero avuto la sorte di un Artemio, di un Sabellio o di un Paolo di Samosata, e la storia avrebbe ignorato questa serie interminabile di sinodi e di professioni di fede, di decreti d'espulsione e d'esilio lanciati contro i vescovi, che costituiscono la trama di questa lamentevole questione. Il cesaropapismo imperiale è dunque responsabile di tutta questa crisi.
Dalla stessa causa deriva anche la parte principale tenuta in questa storia dalle questioni personali. Non osando attaccare direttamente la definizione di Nicea, che essi avevano firmata contro la loro volontà, Eusebio di Nicomedia e gli altri prelati di corte si vendicarono dei difensori di quel Concilio e rivolsero contro di essi le violenze del potere. Da qui questo accanimento contro alcuni vescovi, in particolare contro s. Atanasio di Alessandria, portabandiera dell'ortodosia nicena.
L'imperatore Costanzo tormentò in ogni modo i vescovi per far loro firmare successivamente delle formole più o meno imprecise, più o meno contraddittorie, con le quali sperava realizzare l'unità religiosa. A un dato momento, mediante l'astuzia e la violenza, egli ottenne la firma della formola di Rimini-Costantinopoli da parte della massa dell'episcopato di Oriente e d'Occidente: il che permise a s. Girolamo di scrivere la seguente frase, in cui entra più retorica che verità: «L'universo intero gemette e si stupì di trovarsi ariano».
L'insieme della cristianità non fu mai ariano. Anche a Rimini ed a Seleucia, e dopo come prima, la grande maggioranza dell'episcopato conservò la fede nella vera divinità del Figlio di Dio fatto uomo e nella Trinità cattolica. Essa interpretava in questo senso le formole vaghe che le avevano fatto sottoscrivere. Ciò che lo prova è il dissappare generale dei firmatari, che seguì subito dopo, prima in Occidente, poi in Oriente. Certo è che la storia dell'a. mostra la necessità di un'autorità infallibile nella Chiesa, anche al di fuori del concilio ecumenico, cioè di quell'autorità che aveva mantenuto l'unità cattolica nei tre primi secoli, al di fuori di ogni ingerenza del potere secolare, quella del vescovo di Roma, successore di s. Pietro.
È impossibile scrivere qui, anche in riassunto, la storia così complicata della controversia ariana. Parlarne più a lungo sarebbe del resto inutile, poiché tutti i grandi nomi di ortodossi o di eretici che sono stati immischiati nell'affare, tutti i concili di qualche importanza che vi si riferiscono, formano oggetto di articoli a parte.
Questa storia può dividersi in tre fasi principali: 1º l'a. dalle origini alla morte di Costantino (verso il 320-37); 2º l'a. sotto Costanzo (337-61); 3º l'a. dopo la morte di Costanzo (361-81).
II. L'A. FINO ALLA MORTE DI COSTANTINO. - Gli inizi della controversia ariana prima del Concilio di Nicea sono molto oscuri. Probabilmente verso il 320 Ario, prete della Chiesa alessandrina di Baucalis, cominciò ad insegnare pubblicamente la sua teoria sul «Logos». Invitato dal suo vescovo, Alessandro, ad uniformarsi all'insegnamento tradizionale, egli si rifiutò e raggruppato intorno a sé un certo numero di chierici e di laici, per mezzo di lettere fece appello a parecchi antichi allievi del prete Luciano d'Antioche, fra i quali si trovava Eusebio, vescovo di Berito, più tardi vescovo di Nicomedia. Alessandro condannò allora, in un concilio, il novatore, che subito fuggì a Cesarea di Palestina, dove il vescovo Eusebio gli fece
buona accoglienza. La contesa si inaspri non solo in Egitto, ma anche in Palestina, in Siria, in Asia Minore. Il vescovo di Alessandria notificò l'errore e la condanna di Ario all'episcopato di Oriente e al papa Silvestro. La questione si trovava a questo punto, quando l'imperatore Costantino, vinto Licinio (323), tentò di riportare la concordia, mandando in tutta fretta ad Alessandria il vescovo di Cordova, Osio. Il tentativo di conciliazione non riuscì. Allora l'imperatore riunì il Concilio di Nicea (325). La grande maggioranza dei vescovi riuniti — ca. 300, forse meno — proclamò la sua fede nella divinità del Figlio di Dio fatto uomo e nella Trinità cattolica, mediante una formola in cui il tratto principale è l'espressione: ἀρχήστρας τῷ Πατρᾷς: il Figlio è consostanziale al Padre. Il numero degli oppositori fu di diciassette, che finirono per sottoscrivere il simbolo, salvo due vescovi egiziani, subito esiliati, come Ario e due dei «collucianisti» più in vista, Eusebio di Nicomedia e Teognide di Nicea, i quali però avevano votato con la maggioranza.
L'affare sembrava terminato, ma non lo era. La sorella dell'imperatore, Costanza, guadagnata segretamente all'eresia, ottenne la grazia di Eusebio e di Teognide. Anche Ario fu richiamato, dopo che ebbe firmato una formola equivoca. Da allora Eusebio di Nicomedia divenne il consigliere ascoltato di Costantino cui ispirò una serie di misure contro i difensori della definizione di Nicea. Furono successivamente depositi Eustazio d'Antiochia (330), Atanasio d'Alessandria (335), Marcello d'Ancira (336), l'ortodossia del quale era molto sospetta perché era seguace deciso dell'omonitos niceno ma l'interpretava in un senso sabelliano. Parecchi altri preti ortodossi ebbero la stessa sorte. Non si toccava la formola di Nicea, che restava ufficialmente intatta, ma si espellevano i suoi difensori per sostituirli con degli arianizzanti. Tale era la situazione, alla morte di Costantino (337).
3. LA CONTROVERSIA ARIANA SOTTO COSTANZO
Sotto i successori di Costantino, la persecuzione contro gli ortodossi cessò per qualche tempo. Atanasio e gli altri vescovi esiliati poterono ritornare ai loro seggi. Finché visse l'imperatore d'Occidente, Costante (337-50), favorevole ai cattolici, non soltanto l'Occidente restò al riparo dagli intrighi ariani, ma anche in Oriente non avvenne niente di troppo grave, malgrado il favore accordato agli eusebiani da Costanzo II, imperatore di Oriente. Bisogna segnalare tuttavia il secondo esilio di Atanasio (339-46), il suo viaggio a Roma, il Concilio Romano del 340, in cui il papa Giulio annullò le sentenze orientali, decretate contro Atanasio ed altri niceni, le trattative tra gli imperatori per la riunione di un concilio ecumenico a Sardica (343), la secessione degli eusebiani e la loro aperta rottura col Papa e gli occidentali. Già al Sinodo d'Antiochia del 341, essi avevano sostituito al simbolo di Nicea quattro formole differenti, in cui la parola consostanziale non appariva affatto. Mediante l'astuzia, Costanzo permise ad Atanasio di rientrare ad Alessandria, dove poté restare fino al 356. Ma dopo la morte di Costante, essendo divenuto unico imperatore per tutto l'impero, egli diede apertamente il suo favore al partito ariano, sempre all'erta, anche dopo la scomparsa del suo capo, Eusebio di Nicomedia (341). I capi del partito si trasferirono allora in Occidente e manovrarono in parecchi sinodi per far allontanare Atanasio. Non vi riuscirono. I vescovi recalcitranti, come Ilario di Poitiers, Eusebio di Ver-celli e il papa Liberio, furono esiliati. Nel 357 gli antiniceni trionfarono apertamente. Ma essi erano lungi dall'intendersi tra di loro. Allora apparvero i due partiti estremi: gli anomei e gli omeusiani, di cui abbiamo parlato sopra. Vincitori per un istante, gli anomei caddero in disgrazia (358) a vantaggio degli omeusiani di Basilio di Ancira. Ma i veri ariani ripresero subito il sopravvento e furono abbastanza fortunati da far firmare la loro formola dalla grande maggioranza dell'episcopato nei due Concili di Rimini e di Seleucia (359) dopo varie peripezie. Sebbene la vittoria fosse solo apparente, Costanzo, morendo (361), poté darsi l'illusione di aver realizzato l'unità religiosa nel suo impero.
4. L'A. DOPO LA MORTE DI COSTANZO (361-81). — Sotto i brevi regni di Giuliano l'Apostata (361-63) e di Gioviano (363-64) la questione ariana ebbe tregua. L'episcopato occidentale ne approfittò per riprendersi e cancellare l'onta della capitolazione di Rimini. Eccettuati alcuni arianizzanti, che riuscirono a mantenersi nei loro seggi ancora per qualche tempo, il ritorno ufficiale alla fede di Nicea fu completo. La tranquillità si mantenne sotto il regno cattolico di Valentiniano I (364-75). In Oriente, dove la confusione era estrema in seguito alle molteplici espulsioni di vescovi di ogni specie, la calma non durò a lungo, fuorché in Egitto, dove si lasciò morire in pace a Atanasio. Questi aveva fatto sentire il risveglio dell'ortodossia e preparato le pratiche future mediante il suo Concilio di Alessandria del 362 e il suo Tomo agli Antiocheni. L'imperatore d'Oriente, Valente (364-78), si pronunziò per l'a. sotto la forma dell'omeismo, stabilita a Rimini-Costantinopoli. I cattolici furono perseguitati, ma non dappertutto. Il loro grande torto fu quello di essere divisi tra loro per questioni di persone e di formole. Le due controversie apollinarista e macedoniana, scoppiate in quest'epoca, complicarono ancora la situazione. In questo momento intervenne l'azione benefica di tre dottori cappadoci Basilio di Cesarea, Gregorio di Nissa, suo fratello, e Gregorio di Nazianzo. Essi chiarificarono la dottrina cattolica sulla Trinità, la liberarono dalle logomachie sorte intorno alle parole ousia ed ipostasi, agirono per realizzare un accordo ufficiale con Roma e i cattolici d'Oriente. La morte di Valente e l'assunzione all'impero di Teodosio, divenuto unico imperatore, favorirono il ritorno dell'Oriente all'ortodossia. Questo ritorno fu consacrato ufficialmente al Concilio plenario di Costantinopoli nel 381, divenuto in seguito il secondo ecumenico. Ormai l'a. non sussiste più nell'impero che allo stato di setta condannata e più o meno perseguitata. Gli imperatori la tollerarono presso i mercenari Goti, che ingrossavano le loro armate. Esso si conservò solo presso i barbari d'Occidente.
BIBLI: Le fonti sono le stesse che sono state indicate per l'esposizione dottrinale, utilizzate con varia critica da tutte le storie della Chiesa un po' sviluppate. Bisogna preferire le più recenti, che tengono conto degli innumerevoli lavori particolari che sono stati scritti sulla controversia ariana. La storia dell'a. abbonda di questioni oscure, di punti controversi, soprattutto per quanto riguarda le date degli avvenimenti e l'autenticità di un certo numero di documenti. I lavori più recenti sono indicati nelle bibliografie dei capitoli del t. III della Storia della Chiesa, di A. Fliche e V. Martin, vera. ital., Torino [1940], riferendosi all'a., e nel corso stesso dei suoi capitoli L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, II, Parigi 1907, offre una narrazione molto chiara e piena di interesse di tutta la controversia, V. anche: H. M. Gwatkin, Studies of Arianism, 2ª ed., Cambridge 1900; Tillemont, VI, pp. 239-633; VII, pp. 1-258. Sui concili del sec. IV, V. Hefele-Leclercq, I e II; P. Batiffol, La paix constantinienne et le catholicisme, Parigi 1914; J. P. Kirsch, Kirchengeschichte, I, Friburgo in Br. 1930. Martino Jugie