ARIO

ARIO. - Eresicara, ARIANESIMO (v.), n. nel 256 in Libia, m. nel 336 a Costantinopoli. Discepolo, a quanto sembra, di Luciano d'Antiochia, non si sa nulla della sua vita prima del 306, quando prese parte ad Alessandria allo scisma di Melezio. Se ne distaccò poco dopo, e, a 306 ricevette il diaconato dal vescovo Pietro di Alessandria. Il rigore usato da questo verso i meleziani spinse A. all'opposizione, e tanto fece che il vescovo lo sconvinciò. Fu solo sotto il successore Achilla che si riconcilia con la Chiesa e venne ordinato prete (312). Nel 313 egli era a capo di una chiesa di Alessandria detta Baucali, dove il suo nome divenne presto popolare. I contemporanei che ci hanno tramandato il suo ritratto lo descrivono alto e asciutto nella persona, di costumi austeri, di presenza seducente, colto e abile dialettico, ma orgoglioso e avido di dominio, astuto e poco sincero.

Per alcuni anni visse in armonia con Alessandro, successore di Achilla nell'episcopato, ma tra il 318 e il 320 (secondo altri il 323) scoppiarono i primi dissensi intorno alla consostanzialità del Verbo. Nello spiegare la Scrittura nella sua chiesa di Baucali, A. mise avanti teorie nelle quali si faceva strada l'insegnamento di Luciano di Antiochia con tutto quello che esso implicava di subordinazione e di tendenze esegetiche e dialettiche contrarie a quelle prevalenti in Alessandria. In fondo A. negava la divinità del Verbo, che presentava come un dio secondario, sostanzialmente differente dal Padre, che lo aveva creato dal nulla e per un atto libero di volontà. Il vescovo Alessandro, dopo aver dato prova di pazienza, rigettò le concezioni di A. che, noncurante della condanna, andò in cerca di aiuti presso l'episcopato. Contro la campagna epistolare scatenata dal ribelle, il vescovo d'Alessandria rispose con contromisure, e allo stesso tempo fece condannare da un sinodo di 100 vescovi, riunito nella sua città, il prete di Baucali e i suoi adepti. Divenuta impossibile la sua permanenza ad Alessandria, A. cercò rifugio presso il suo potente protettore, il vescovo Eusebio di Nicomedia, il quale fece dichiarare da un sinodo ortodossa la dottrina dell'amico. Questo successo gli valse altri appoggi: dal vescovo Eusebio di Cesarea ottenne la convocazione di un sinodo che consentì ad intervenire presso Alessandro con una domanda per la reintegrazione di A. Durante il suo soggiorno a Nicomedia A. scrisse il suo principale lavoro intitolato Thalia (il banchetto), di cui non ci restano se non frammenti tramandati da S. Atanasio (Oratio I contra Arianos: PG 26, 16-33; De Synodis, 15: ibid., 26, 705, ecc.), e che fu composto, a

quanto sembra, parte in prosa e parte in versi, secondo la metrica del poeta egiziano Sotades: A. scelse questa forma leggera per rendere familiare alle masse la dottrina che propugnava. Eusebio di Nicomedia, pieno di zelo per il suo collocatina, interessò anche la sorella dell'imperatore, Costanza. Presto fu Costantino stesso ad interessarsi del conflitto, e in una lettera invitante alla concordia biasimò la condotta di Alessandro e di A. per aver posto delle questioni inutili. Per ristabilire la pace e l'unione, indisse un concilio ecumenico a Nicea. I 300 vescovi che vi presero parte nel 325 condannarono A. e la sua dottrina. Ma questi si rifiutò di sottoscrivere il simbolo e Costantino l'esilio nell'Illirico insieme a pochi partigiani renitenti.

Checché ne sia del disaccordo degli storici sugli avvenimenti posteriori, un cambiamento ebbe luogo nella condotta di Costantino verso gli ariani. Dopo alcuni anni, sotto l'influsso della sorella Costanza e di Eusebio di Nicomedia, Costantino si decise a richiamare gli esiliati. L'opposizione di s. Atanasio non valse ad impedire la riabilitazione di A., decreata nel Concilio di Gerusalemme (335) in seguito ad una professione di fede da lui emessa e giudicata ortodossa dai suoi partigiani. Così, mentre il patriarca di Alessandria prendeva la via dell'esilio, A. entrò trionfante nella città. Ma il popolo, fedele ad Atanasio, gli si sollevò contro, e l'imperatore impensierito lo chiamò a Costantinopoli, dove, spinto dagli eusebiani, diede ordine al vescovo della capitale di ricevere A. nella comunione della Chiesa. Ma la vigilia della cerimonia, che doveva aver luogo nella basilica dei SS. Apostoli, A. fu colpito da morte improvvisa, mentre attraversava le vie della città, seguito da una folla di aderenti (s. Atanasio, De morte Arii: PG 25, 685-90).

Bibl.: Le fonti principali sulla vita e il carattere di A. sono, oltre gli scritti di Atanasio, Epifanio, Panarion, Haeres. 69 (PG 42); le storie ecc. di Socrate, Sozomeno (PG 67), Teodoro (PG 82), Filostorgio (PG 65) e Rufino (PL 21); l'Historia concilii Nicaeni di Gelasio di Cizico (ed. G. Loeschke e M. Heinemann, in CB, 28, Lipsia 1918). La bibliografia, per ciò che si riferisce alle prime vicende della crisi ariana, è assai vasta: cf. in proposito la voce Arianisme di X. Le Bachelet, in DTHC, I, coll. 1779-1863; si vedano pure le voci Arianisme, di F. Cavallera, e Arius, di R. Aigrain, in DHG, IV, coll. 103-13, 208-15; inoltre: Tillemont, VI, Venezia 1732, pp. 213-687, 730-823; Hefele-Leclercq. I, pp. 349-678 (ampi riferimenti bibliografici specialmente a p. 349, nota 2); L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, II, 4a ed., Parigi 1910, pp. 125-191; G. Bardy, in Storia della Chiesa diretta da A. Fliche e V. MARTINO G, vers. ital. A. P. Frutaz, III, Torino 1940, p. 73 seq.

Mario Scaduto