NICEA. - Antica città della Bitinia, oggi semplice villaggio, fondata nel 316 a. C., con il nome di Antigoneia, nella Frigia dell'Ellesponto, sul lago Ascanio.
Fu sede dei re di Bitinia e passò sotto la dominazione romana nel 74 a. C.; nel 29 a. C. vi fu eretto un tempo in onore di Roma e di Augusto. Quale governatore vi risiedette Plinio il Giovane nell'anno 111. Rovinata da un terremoto ca. il 112, fu ricostruita da Adriano ca. il 120. Fu incendiata dagli Sciti nel 259 e restaurata da Claudio il Gotico. Il gruppo dei martiri Cosconio, Zenone e Melanippo sono ricordati a N. il 19 genn. nell'Epitome siriaca e nel Martirologio geronimiano; Policarpo nel Martirologio siriaco è al 27 genn.; al 9 giugno il Martirologio geronimiano pone: «in Nicaea civitate Diomedis», come nel Synax. Constantinop. (p. 739); la stessa Passio ricorda la città di N. (BHG, 2, 548-52). Anche il gruppo di Teodota martire e figli sembra appartenere a N.; il Martirologio geronimiano al 2 ag. e al 2 sett. dà «in Bithynia civitate Nicaea Theodota cum tribus filii», come la Passio (BHG, 2, 1781). Vestigia del culto del martire Neofita, ricordato nel Sinassario di Costantinopoli al 21 genn., sono state ritrovate a N. (O. Wulff, Die Koimesis-hirche in Nicaea und ihre Mosaiken, Strasburgo 1903, pp. 20, 182). Non si conoscono i suoi vescovi anteriori alla pace costantiniana. A N. furono tenuti i Concili ecumenici del 325 e del 787. Venne occupata definitivamente dai Turchi nel 1333. Le rovine della chiesa di S. Sofia, a tre navate, indicano almeno quattro differenti fasi costruttive; le murature più antiche risalgono alla primitiva costruzione nella quale si tenne il Concilio del 787; il secondo periodo sembra del x sec.; il terzo periodo risale al secc. XI-XII; il quarto periodo all'epoca dei Paleologi (XIII sec.).
La chiesa della Dormizione della Vergine (Κοίμησις τῆς Παναγίας) fu costruita a cupole, ad imitazione della chiesa di S. Sofia di Costantinopoli. La data della sua
fondazione ha dato luogo a molte discussioni e mentre, in un primo tempo, si era ritenuto che fosse sorta dopo il terremoto, tra il 1059-67, in seguito agli studi di Ch. Diehl, O. Wulff, H. Grégoire, Th. Schmitt e G. De Jerphanion, la data si è arretrata tra l'VIII e il vi sec. I ruderi però ebbero molto a soffrire della guerra greco-turca. Sull'arco d'apertura dell'abside, dentro un grande cerchio, si erge il trono con suppedaneo; sul cuscino è posato un manto e il libro gemmato; sopra, nel mezzo di una croce da cui partono sette raggi, si libra lo Spirito Santo nimbato in forma di colomba (insignia Christi). A guardia del trono, due per lato, stanno le figure maestose di quattro angeli nimbati, alati, stringenti ciascuno un labaro in cui è scritto il trisagio (ΑΓΙΟC, ΑΓΙΟC, ΑΓΙΟC). L'abside ebbe una duplice decorazione musiva. In un primo tempo ebbe nel centro una grande croce; in un secondo tempo, dall'alto dell'abside, si sprigionava dalla mano divina un triplice raggio che investiva la Madonna velata stante su ricco suppedaneo, tenendo davanti a sé il Bambino con il nimbo crucigero. Nel pavimento, dietro l'altare, fu riadoperata un'iscrizione del tempo di Michele III (858). In sette monogrammi, o nessi, si leggeva l'iscrizione: «Madre di Dio, ricordati del tuo servo, monaco, presbitero egumeno». Alcuni ritennero che il nome del monaco fosse Giacinto, altri Naucratios. Nella navata la decorazione musiva era del IX o X sec. Il pavimento era a intarsi marmorei e musaici; il nartece era decorato con musaici del sec. XI.
I. PRIMO CONCILIO DI N
Venne celebrato nel 325 per definire la fede contro l'arianesimo, per liquidare lo scisma provocato da Melezio in Egitto e per stabilire definitivamente la data della Pasqua.1. Cenni storici. - Non si conservano gli atti del
Concilio, ma è impossibile che non sia stato fatto il verbale di una assemblea così solenne presieduta dall'Imperatore e che doveva aver effetti anche nella legislazione civile.
Del resto ci sono allusioni a tali atti in s. Girolamo (Dial. c. Lucifer., 20), in Teodoreto (Hist. eccl., 1, 6) e in Sozomeno (Hist. eccl., 2, 21). Dei documenti ufficiali oggi restano: il Simbolo, i canoni, la lista dei vescovi elencati per province (ed. H. Gelzer-H. Hilgenfeld-O. Cuntz, Patrum nicaenorum nomina, Lipsia 1898) e una lettera sinodica indirizzata alle Chiese di Egitto, Libia e Pentapoli conservata da Socrate e da Teodoreto (ed. L. Parmentier [CB, 19], p. 38). Altre fonti importanti del Concilio di N. sono Eusebio di Cesarea, Atanasio, Epifanio, Rufino, Socrate e Sozomeno.
Costantino, divenuto imperatore dell'Oriente dopo la vittoria su Licinio (autunno del 323), ARIANESIMO (v.), sortì alcuni anni prima ad Alessandria ma ormai infiltratosi in molte province orientali. Desideroso sempre di concordia, Costantino, poco istruito nella religione cristiana, volle dirimere la contesa invitando al silenzio sia Ario che il vescovo Alessandro d'Alessandria. A questo scopo scrisse due lettere (Eusebio, In Vitam Constantini, 2) una delle quali fu portata ad Alessandria dal vescovo di Cordova, Osio, consigliere di Costantino. Fallito questo tentativo di concordia, l'Imperatore, sentendosi sempre il Pontifex maximus, convocò di propria iniziativa un Sinodo da tenersi a N. e al quale dovevano recarsi, facendo uso del corriere imperiale, tutti i vescovi cristiani (ibid., 3, 4-5; Socrate, Hist. eccl., 1, 5).
Che sia stato proprio Costantino a convocare il Concilio senza chiedere il consenso della Sede Romana si deduce: 1) dal fatto che egli convocò anche di propria iniziativa, prima e dopo N., altri Sinodi (Roma, Arles, Tiro, Gerusalemme); 2) dalle testimonianze positive dello stesso Concilio (Teodoreto, Hist. eccl., 1, 9), di Costantino (In Vitam Constantini, 3), di Socrate (Hist. eccl., 1, 8) e di Sozomeno (Hist. eccl., 1, 17). Rufino dice che Costantino prese la decisione « ex sacerdotum sententia » (Hist. eccl., 1, 1), alludendo probabilmente ai consiglieri ecclesiastici imperiali. L'ariano Filostorgio dice che l'idea venne da Alessandro di Alessandria a Osio e da Osio a Costantino (Hist. eccl., 1, 7). Il primo e tardivo documento che fa intervenire Silvestro papa nella convocazione del Concilio è il Liber Pontificalis (ed. Duchesne, I, p. 171; V. anche p. 75). Lo stesso si dice dell'affermazione fatta dal VII Concilio universale (787) a N. Si aggiunga l'impossibilità quasi materiale, per la scarsità di tempo, di inviare da Nicomedia a Roma una missione imperiale per domandare l'approvazione pontificia. Nel cod. Parigino svr. 62 (sec. VIII-IX) vi è una versione siriaca di una lettera attribuita a Costantino, il quale segnala come luogo di un Sinodo N., accessibile anche agli occidentali. Si tratta di un documento di autenticità molto dubbia. Del resto nessun autore bizantino allude a tale scritto.
Il Concilio si aprì, secondo Socrate (Hist. eccl., 1, 8), il 20 maggio 325 nella grande sala del Palazzo imperiale di N. nella Bitinia. Vi assistettero ca. 300 vescovi (secondo Eustazio, ca. 270; secondo Eusebio, 250; secondo Costantino, più di 300). Il numero di 318, dato da Atanasio (Ad Afros, 2), non privo di riminiscenze bibliche, è rimasto tradizionale, dimodiché molto spesso in Oriente il Concilio di N. si chiamò quello « dei 318 Padri ». I vescovi erano in prevalenza orientali di tutte le province; fra essi, s. Alessandro di Alessandria, s. Eustazio di Antiochia, s. Leonzio di Cesarea in Cappadocia, s. Atanasio, allora diacono e poi vescovo alessandrino, Eusebio di Cesarea in Palestina, Eusebio di Nicomedia e Marcello di Ancira. Fra gli occidentali primeggiava Osio di Cordova, fiduciario del Papa, insieme agli inviati pontifici, i presbiteri Vito e Vincenzo. V'erano anche Ceciliano di
Cartagine, un vescovo gallo e un altro calabrese. Non mancò neanche un vescovo persiano.
La presidenza del Concilio fu doppia: una onoraria, tenuta da Costantino, il quale, seduto in mezzo all'assemblea su di un trono d'oro, dirigeva i lavori consigliando la concordia; l'altra presidenza, quella legittima, ecclesiastica, era tenuta in nome di papa Silvestro (In vitam Const., 3, 7) da Osio e dai legati romani (Gelasio di Cizico, Hist. Conc. Nic., 2, 5). Il Concilio fu inaugurato da Costantino con un breve discorso, in cui invitava tutti alla concordia nella fede (In vitam Const., 3, 12). Poi cominciarono i lavori. Si parlò subito del Simbolo e dei canoni. Lo scisma provocato ad Alessandria da Melezio di Licopoli, il quale pretendeva essere il vescovo « della Chiesa dei martiri » e aveva costituito ad Alessandria una sua piccola gerarchia, fu risolto (v. Socrate, Hist. eccl., 1, 9) confinando Melezio a Licopoli e sospendendone ogni funzione vescovile. Quanto al suo clero, esso avrebbe potuto, previa riordinazione, figurare dopo il clero già esistente. Pasqua (v.) fu stabilito (v. la stessa lettera) che tutti abbandonassero l'usanza giudaica di festeggiarla il 14 nistin, anche se anteriore all'equinozio, e invece seguissero l'uso romano e alessandrino di celebrarla sempre dopo l'equinozio. Non si vede però dalle fonti contemporanee se sia vero, come afferma s. Leone in una lettera a Marciano (PL 54, 1055), che il Concilio di N. abbia incaricato la sede alessandrina di fissare per tutta la Chiesa la data dell'equinozio nei singoli anni.
Il Concilio si chiuse, a quanto sembra, il 19 giugno. Prima di separarsi, i Padri assistettero ai vicennalia di Costantino, il quale ossequì i vescovi con un solenne pranzo. I recalcitranti Ario, Teogni di Marmarica e Secondo di Tolemaide furono esiliati nell'Illirico.
Non è da ammettere che il Concilio di N. sia stato convocato e radunato una seconda volta nel 327. Un così grande avvenimento sarebbe stato riferito dagli autori contemporanei, i quali invece non ne parlano. Alcuni testi, in cui vi sarebbe qualche accenno al fatto, vanno interpretati altrimenti (Bardy).
2. Il Simbolo
La « fede di N. », come si apprende dai testimoni Eusebio, Atanasio e Marcello di Ancira, dalle antichissime versioni latine e siriache e dall'uso costante della Chiesa, suonava così:« Crediamo in un Dio Padre onnipotente, creatore di tutto il visibile e l'invisibile; e in un Signor Gesù Cristo il Figlio di Dio, Unigenito, generato dal Padre, ossia dalla sostanza (ἐκ τῆς οὐσίας) del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non fatto, consustanziale al Padre (ὁμοσύουν τῷ Πατρὶ), mediante il quale tutto fu fatto, quello che è nel cielo e quello che è nella terra; il quale per noi uomini e per la nostra salvezza discese e si fece carne, si fece uomo, patì e risuscitò il terzo giorno, salì ai cieli, verrà a giudicare i vivi e i morti; e nello Spirito Santo.
Quelli poi che dicono v'era [un certo periodo] quando non era (ἦν ποτε ὅτε οὐκ ἦν) e non era prima di essere generato e che osano dire che fu fatto dal nulla o da un'altra hypostasis o usia, o che il Figlio di Dio era creato o mutevole o cambievole (τρεπτὸν ἢ ἀναλλιωτὸν) vengono anatematizzati dalla Chiesa cattolica ».
Una falsa interpretazione di una lettera di s. Basilio (Ep. 244: PG 32, 924) e di un testo di s. Ilario (Pragm. hist., 2, 33: PL 10, 658 AB) ha indotto alla sbagliata conclusione che il Simbolo sia stato composto rispettivamente da un certo Ermogene e da s. Atanasio. Gli ariani (Atanasio, Hist. arian. ad monachos, 42) l'attribuirono con più ragione a Osio. Ma il vero sembra essere che la formola sia stata composta un po' da tutti i vescovi o forse da qualche comitato.
Fu proposta prima una formola di fede, probabilmente da Eusebio di Nicomedia, la quale per i suoi errori fu subito respinta con sdegno. Successivamente Eusebio propose il Simbolo battesimale di
Cesarea, il quale fu accettato come base. Non è invece sicura una dipendenza del Simbolo di N. da quello di Gerusalemme.
Il Simbolo di Cesarea non apparve sufficientemente chiaro e dopo vivaci discussioni furono introdotti incisi nettamente antiariani, e cioè: 1) «dalla sostanza del Padre», per rilevare la vera generazione del Verbo, il quale non procede dalla volontà del Padre come volevano gli ariani; 2) «generato non fatto», per respingere l'errore che faceva il Verbo «creatura» del Padre; 3) «consostanziale (v.) al Padre», espressione specialmente avversata dagli ariani e dai semiariani durante tutto il sec. IV e quindi tessera di ortodossia. «Consostanziale» significa qui che il Figlio è di natura così divina come quella del Padre. Si noti l'assenza di ogni sviluppo intorno allo Spirito Santo.
La «fede di N.» venne sostenuta dai papi del sec. IV: Giulio (Atanasio, Apol., 23,25), Liberio (Socrate, Hist. eccl., 4, 12; Ilario, Op. hist. fragm., V, 6: PL. 10, 686) e Damaso (PL. 13, 353), oltre che dai ss. Atanasio, Basilio, Gregorio Nazianzeno, Ambrogio, Ilario, e riconfermata dai Concili ecumenici di Costantinopoli (381), Efeso (431), Calcedonia (451), ecc. Si tratta della prima definizione dogmatica del magistero ecclesiastico.
3. I canoni. — Dei 20 canoni emanati dal Concilio la maggioranza riguarda la disciplina del clero. Viene stabilito: che sia escluso dal clero colui il quale volontariamente si mutila (can. 1); che non si diano troppo affrettatamente gli Ordini sacri ai convertiti (can. 2); che i chierici non coabitino con donne che non siano della famiglia o al riparo di ogni sospetto (can. 3); che l'elezione di un vescovo venga fatta da tutti quelli dell'eparchia e poi confermata dal metropolita, mentre la consacrazione va fatta almeno da tre vescovi (can. 4); che non sia tenuta in considerazione l'ordinazione del sacerdote indegno ordinato senza previ informazioni (can. 9); che i lapsi ordinati sacerdoti vengano sospesi (can. 10); che i vescovi, sacerdoti e diaconi non vadano trasferiti in un'altra chiesa (cann. 15-16); che i diaconi non amministrino la Comunione ai preti (can. 18).
Altri canoni regolano l'ammissione nella Chiesa degli apostati — si mostra particolare benevolenza verso quelli che hanno ceduto durante la persecuzione di Licinio — e dei cathari o novaziani e dei pauliniani. Per i primi viene stabilita la penitenza pubblica nella categoria degli audientes e dei substrati. Non deve essere negata la Comunione in pericolo di morte (can. 13). Viene severamente punita l'usura (can. 17) e si prescrive la preghiera in piedi la domenica e durante il tempo pasquale (can. 20).
Di notevole importanza sono i cann. 6 e 7. Il primo consacra l'eccezionale situazione del vescovo di Alessandria, che ha diritti metropolitani sull'Egitto e anche sulla Libia e la Pentapoli, provincie civilmente diverse da quella egiziana. Anche Antiochia e le altre eparchie conservano gli antichi diritti. Il can. 7 prescrive che il vescovo di Aelia (Gerusalemme) abbia la presidenza onoraria senza pregiudizio dei diritti del metropolita. Questi canoni rispecchiano l'iniziale organizzazione della gerarchia orientale in metropoliti e vescovi semplici, generalmente sulla falsariga delle provincie civili. Alessandria e Antiochia sono le principali sedi, seguite da Gerusalemme. Costantinopoli non era stata ancora edificata.
In tempi posteriori anche i canoni del Concilio di Sardica furono attribuiti a N. Inoltre esistono canoni pseudoniconi, quelli cioè approvati probabilmente come «niceni», per iniziativa di a. Mărută di Majferqat, dai vescovi persiani radunati nel Concilio di Seleucia-Ctesifonte (410; V. O. Braun, De sancta Nicaena Synodo, Münster 1898; id., Das Buch der Synhodos, Stoccarda 1900; J. B. Chabot, Synodicon Orientale, Parigi 1902, pp. 17-36, 253-75). Questi stessi canoni hanno avuto larga diffusione nell'Oriente, sono stati tradotti in arabo e chiamati quindi «niceno-arabici».
II. SECONDO CONCILIO DI N
VII ecumenico e l'ultimo ammesso dagli Orientali dissidenti.1. Avvenimenti storici. — Il II Concilio di N. fu celebrato per porre fine alle persecuzioni iconoclaste che per iniziativa degli imperatori bizantini infierivano dal 726 ed erano state approvate dal conciliabolo di Hieria del 754. Finalmente l'imperatrice Irene, avversa all'iconoclastia, fece eleggere a patriarca bizantino Tarasio (784), il quale invitò subito l'Imperatrice, reggente per il suo figlio minore Costantino VI, a convocare un concilio generale (Mansi, XII, 986-89). Infatti il 29 ag. Irene convocava il papa Adriano I al Sinodo che doveva tenersi a Costantinopoli — diceva «decrevimus ut fieret universale concilium» — per confermare il tradizionale culto delle immagini (ibid., XII, 1984-86). Adriano accolse l'invito (26 ott. 785) annunziando l'invito di legati — essi furono Pietro arciprete di S. Pietro, e Pietro archimandrita di S. Saba — a patto che in loro presenza fosse respinto il conciliabolo di Hieria e fosse concessa libertà sia al Concilio che ai legati anche per un onorevole ritorno nell'eventualità di un mancato accordo (ibid., XII, 1055-71). L'effettiva convocazione del Sinodo da parte di Irene viene confermata ancora dagli stessi Padri del Concilio a più riprese (ibid., 1051, 1113, 1001; XIII, 1, 130, 374). Tarasio invitò i patriarchi di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, soggetti allora ai califfi. I messi del patriarca non riuscirono a prender contatto che con alcuni monaci egiziani, due dei quali vennero al Sinodo come rappresentanti dei 3 patriarchi con una lettera sinodica del defunto patriarca di Gerusalemme, Teodoro, in favore del culto delle immagini.
Un primo tentativo di inaugurare il Concilio nella chiesa dei SS. Apostoli a Costantinopoli (17 ag. 786) abortì per una sommossa degli iconoclasti. Più tardi, ristabilitasi la calma, il Concilio si aprì nella più tranquilla N. il 24 sett. 787.
Le edizioni del Concilio di N. sono state fatte su tre manoscritti greci degli atti, due dei quali della Vaticana. Della prima versione latina fatta fare da Adriano I si conservano alcuni frammenti nei Libri Carolini. Essa era così sbagliata che Anastasio il bibliotecario ne compose un'altra nel sec. IX, omettendo però il resoconto dell'VIII seduta, sia perché gli sembrò di minor importanza, sia per velare il fatto che una donna, Irene, avesse tenuto un discorso ai Padri. Un'ulteriore versione latina (Colonia 1540) è meno perfetta di quella di Anastasio.
I Padri riuniti a N. erano ca. 350. Furono celebrate 8 sedute (sette nella chiesa di S. Sofia, l'ultima, più solenne, sotto la presidenza di Irene, a Costantinopoli il 23 ott., nel Palazzo della Magnaura). Il primo posto fu oc-
cupato da Tarasio, ma i legati papali furono sempre i primi a sottoscrivere. Vicino all'ambone sedevano i commissari imperiali: il patrizio Petrona e il logotheta o cancelliere Giovanni.
Nella prima seduta, dopo un breve discorso di Tarasio, fu data lettura di una lettera di Irene in cui veniva garantita la libertà richiesta da Adriano e si ordinava la lettura delle lettere pontificie e di quelle delle Chiese orientali dominate dai califfi. Vennero poi discussi alcuni casi di vescovi iconoclasti che ora chiedevano la riconciliazione. La discussione, complicatasi con questioni sulla validità delle ordinazioni degli eretici, non si risolve favorevolmente se non nella terza seduta. Nella seconda furono lette le lettere di Adriano I a Irene e a Tarasio, la prima però non integralmente poiché venne omessa l'ultima parte, in cui il Papa richiedeva la restituzione di alcuni possedimenti romani strappati durante la lotta iconoclasta, protestava contro il titolo di «ecumenico» datosi dal patriarca e si lagnava che a coprire questa carica fosse stato scelto un laico. La prima parte della lettera del Papa, dopo aver rilevato il primato di s. Pietro ereditato dai suoi successori, dichiarava che la sede romana aveva sempre favorito il culto delle immagini. A questo proposito Adriano raccontava le narrazioni su Costantino, in gran parte leggendarie, contenute nelle Gesta Sylvestri e adduceva esempi del Vecchio Testamento e testimonianze patriatiche in favore delle immagini. La lettera del Papa a Tarasio ripeteva in parte lo stesso contenuto. Alla domanda dei legati pontifici Tarasio rispose dichiarandosi favorevole al culto delle immagini. Nella terza seduta fu letta una sua lettera sinodica in cui riconosceva i 6 concili ecumenici, lanciava l'anatema contro tutti gli eretici, compreso papa Onorio, e accettava il culto delle immagini. Lo stesso pressava poco veniva confermato nella sinodica di Teodoro di Gerusalemme che fu letta in seguito. La quarta e la quinta seduta furono dedicate a dimostrare l'utilità del culto delle immagini adducendo i casi simili del Vecchio Testamento, le testimonianze dei Padri e recenti casi portentosi. Nella sesta seduta fu prolissamente refutato il decreto iconoclasta del conciliabolo di Hieria. Finalmente nella settima seduta (13 ott.) fu promulgato il decreto dogmatico. Esso fu sottoscritto da tutti e tutti lanciarono anatemi contro gli iconoclasti. Tarasio in una lettera a Irene (Mansi, XIII, 404-405) comunicò all'Imperatrice il felice esito del Sinodo e lo stesso fu fatto da tutti i Padri in una lettera sinodica al clero di Costantinopoli (ibid., 407-14). Non si conosce invece nessuna lettera ufficiale indirizzata dal Sinodo al papa Adriano I. Nella solenne seduta ottava Irene tenne un breve discorso e dette ordine di leggere il decreto dogmatico e avuta risposta che tutti l'avevano accettato, anche essa a suo figlio lo sottoscrissero. Dopo la seconda lettura di alcuni testi patristici il Concilio si chiuse fra le solite acclamazioni.
2. Decisioni dogmatiche e disciplinari. - Nella settima seduta i Padri promulgarono all'unanimità il decreto dogmatico, il quale, dopo aver professato il Simbolo costantinopolitano e aver lanciato l'anatema contro tutti gli eretici, non escluso Onorio, dichiarava che le immagini del Signore, della Vergine e dei santi venissero esposte un po' dappertutto.
«Più guarderà queste immagini e più lo spettatore ricorderà colui che è rappresentato e si sforzerà di imitarlo e si sentirà portato a dimostrargli riverenza e onorevole venerazione (ἀστασμὸν καὶ τιμητικὴν προσκύνησιν) senza attestargli però la vera latria (τὴν ἀληθινὴν λατρείαν) che solo a Dio spetta; ma gli offrirà in segno di venerazione incenso, lumi, come si fa per l'immagine della Santa Croce e per i Santi Vangeli e per i vasi sacri; tale era la pia abitudine degli antichi, poiché l'onore fatto a una immagine si rivolge a colui che essa rappresenta. Chiunque venera (προσκυνεῖ) una immagine, venera la persona ivi rappresentata». Il decreto finiva scomunicando coloro che pensassero altrimenti e condannassero il culto dato tradizionalmente dalla Chiesa alle immagini della Croce e dei santi, ai Vangeli e alle reliquie dei mar-
tiri. Il decreto distingue chiaramente due gradi nel culto; uno di latria o adorazione riservato a Dio e un altro inferiore, relativo, dato alle immagini dei santi. Quest'ultimo viene espresso mediante il vocabolo προσκυνεῖν che in tempi anteriori significò piuttosto la vera adorazione. Ma lo stesso Tarasio nella lettera a Irene (Mansi, XIII, 404-405) afferma l'equivalenza fra προσκυνεῖν e ἀσταξέσθαι e che Anastasio tradusse rispettivamente per «adorare» e «salutare».
I 22 canoni disciplinari, emanati a quanto pare nella ottava seduta, sono, anche nella forma, un po' secondo lo stile delle Regole monastiche in cui si premette l'insegnamento evangelico da attuarsi nella pratica. I canoni riguardano molte questioni e tendono generalmente a restaurare la disciplina, specie fra i vescovi, rilassata durante la controversia iconoclasta.
Il vescovo deve sapere a memoria il Salterio (can. 2); sarà deposto se viene eletto dal potere civile (can. 3); non potrà chiedere per sé metalli preziosi (can. 4); sarà deposto se è stato scelto per simonia (can. 5); non può portare abiti di lusso né profumi (can. 16) né potrà permettere il soggiorno di donne nella sua casa (can. 18). Una volta all'anno si terrà sinodo provinciale (can. 6). Si ritorni all'uso di mettere reliquie nelle chiese (can. 7) e si raccolgano nell'episcopio di Costantinopoli tutti gli scritti iconoclasti (can. 9). Vi saranno economi sia nelle metropolie che nei monasteri (can. 11). Non si dia, a Costantinopoli, accoglienza ai chierici che si allontanano dalle proprie chiese (can. 10). Gli ebrei siano accettati purché non continuino a osservare il sabato e i costumi giudaici (can. 8). È invalida la donazione di beni ecclesiastici fatta dal vescovo o dagli igumeni in favore dei principi (can. 12). Pena la scomunica debbono essere restituiti alla Chiesa gli edifici convertiti ora in caravanerraglio (can. 13). Viene vietato ai chierici non ancora «lettori» - il lettorato era oltre al suddiaconato il solo Ordine minore in Oriente - di leggere, nella liturgia, dal pulpito (can. 14). Nessun chierico deve avere a sua cura due chiese (can. 15). I monaci non abbandonino il proprio monastero per sfuggire all'ubbidienza (can. 17). Non si deve mettere come condizione all'ingresso nello stato ecclesiastico o monacale la consegna di una certa somma di danaro (can. 19). Vengono proibiti i monasteri doppi di uomini e donne (can. 20). Nessun monaco può per propria autorità trasferirsi in un altro monastero (can. 21). Il canone 22 dà norme al monaco e al chierico riguardo al mangiare presso donne o in case private.
Adriano I scrivendo nel 794 dichiarò di aver accettato il Sinodo di N. («ipsum suscepimus synodum») benché ancora (dopo quasi 10 anni) non avesse inviato nessuna risposta alle autorità bizantine «metuentes ne ad eorum reverterentur errorem» (Jaffé-Wattenbach, 2483): parole che vanno interpretate nel senso che il Papa non voleva dare una approvazione completa a tutto l'operato del Concilio prima che fosse stata eseguita la richiesta restituzione dei beni romani. I Franchi non accettarono subito le decisioni di N. sia per non aver capito il testo degli atti che per motivi politici. Nello stesso Oriente la recrudescenza dell'iconoclastia impedì una pacifica approvazione generale del Concilio di N. fino all'842. L'VIII Concilio ecumenico considerò quello di N. un sinodo universale.