NICEA

Il Concilio si aprì, secondo Socrate (Hist. ecd., 1, 8), il 20 maggio 325 nella grande sala del Palazzo imperiale di N. nella Bitinia. Vi assistettero ca. 300 vescovi (secondo Eustazio, ca. 270; secondo Eusebio, 250; secondo Costantino, più di 300). Il numero di 318, dato da Atanasio (Ad Afros, 2), non privo di rimincisenze bibliche, è rimasto tradizionale, dimodiché molto spesso in Oriente il Concilio di N. si chiamò quello «dei 318 Padri». I vescovi erano in prevalenza orientali di tutte le province; fra essi, s. Alessandro di Alessandria, s. Eustazio di Antiochia, s. Leonzio di Cesarea in Cappadocia, s. Atanasio, allora diacono e poi vescovo alessandrino, Eusebio di Cesarea in Palestina, Eusebio di Nicomedia e Marcello di Ancia. Fra gli occidentali primeggiava Osio di Cordova, fiduciario del Papa, insieme agli inviati pontifici, i presbiteri Vito e Vincenzo. V'erano anche Ceciliano di

Cartagine, un vescovo gallo e un altro calabrese. Non mancò neanche un vescovo persiano.

La presidenza del Concilio fu doppia: una onoraria, tenuta da Costantino, il quale, seduto in mezzo all'assemblea su di un trono d'oro, dirigeva i lavori consigliando la concordia; l'altra presidenza, quella legittima, eccelsiastica, era tenuta in nome di papa Silvestro (In vitam Const., 3, 7) da Osio e dai legati romani (Gelasio di Cizico, Hist. Conc. Nic., 2, 5). Il Concilio fu inaugurato da Costantino con un breve discorso, in cui invitava tutti alla concordia nella fede (In vitam Const., 3, 12). Poi c'erano in carceri i lavori. Si parlò subito del Simbolo e dei canoni. Lo scisma provocato ad Alessandria da Melezio di Licopoli, il quale pretendeva essere il vescovo «della Chiesa dei martiri» e aveva costituito ad Alessandria una sua piccola gerarchia, fu risolto (v. Socrate, Hist. ecd., 1, 9) confinando Melezio a Licopoli e sospendendone ogni funzione vescovile. Quanto al suo clero, esso avrebbe potuto, previa riordinazione, figurare dopo il clero già esistente. Pasqua (v.) fu stabilito (v. la stessa lettera) che tutti abbandonassero l'usanza giudaica di festeggiarla il 14 nisān, anche se anteriore all'equinozio, e invece seguissero l'uso romano e alessandrino di celebrare sempre dopo l'equinozio. Non si vede però dalle fonti contemporanee se sia vero, come afferma s. Leone in una lettera a Marciano (PL 54, 1055), che il Concilio di N. abbia incaricato la sede alessandrina di fissare per tutta la Chiesa la data dell'equinozio nei singoli anni.

Il Concilio si chiuse, a quanto sembra, il 19 giugno. Prima di separarsi, i Padri assistettero ai vicennialia di Costantino, il quale obsequiò i vescovi con un solenne pranzo. I recalcitranti Ario, Teogni di Marmarica e Secondo di Tolemaide furono esiliati nell'Illirico.

Non è da ammettere che il Concilio di N. sia stato convocato e radunato una seconda volta nel 327. Un così grande avvenimento sarebbe stato riferito dagli autori contemporanei, i quali invece non ne parlano. Alcuni testi, in cui vi sarebbe qualche accenno al fatto, vanno interpretati altrimenti (Bardy).

2. Il Simbolo

La «fede di N.», come si apprende dai testimoni Eusebio, Atanasio e Marcello di Ancia, dalle antichissime versioni latine e siriaiche e dall'uso costante della Chiesa, suonava così:

«Crediamo in un Dio Padre onnipotente, creatore di tutto il visibile e l'invisibile; e in un Signor Gesù Cristo il Figlio di Dio, Unigenito, generato dal Padre, ossia dalla sostanza (ἐκ τῇ σοφίᾳ) del Padre, Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, generato non fatto, consustanziale al Padre (ἀκολουθῶν τῷ Ἀρχιτέρῳ), mediante il quale tutto fu fatto, quello che è nel cielo e quello che è nella terra; il quale per noi uomini e per la nostra salvezza discese e si fece carne, si fece uomo, patì e risuscitò il terzo giorno, salì ai cieli, verrà a giudicare i vivi e i morti; e nello Spirito Santo.

Quelli poi che dicono v'era [un certo periodo] quando non era (ἐγνὼν ὅτε οὐκ ἦν) e non era prima di essere generato e che osano dire che fu fatto dal nulla o da un'altra hypostasis o usia, o che il Figlio di Dio era creato o mutevole o cambievole (τὰ πνεῦμα ἦν ἀναλωτὸν) vengono anatematizzati dalla Chiesa cattolica».

Una falsa interpretazione di una lettera di s. Basilio (Ep. 244: PG 32, 924) e di un testo di s. Ilario (Fragm. hist., 2, 33: PL 10, 658 AB) ha indotto alla sbagliata conclusione che il Simbolo sia stato composto rispettivamente da un certo Ermogene e da s. Atanasio. Gli ariani (Atanasio, Hist. arian. ad monachos, 42) l'attribuirono con più ragione a Osio. Ma il vero sembra essere che la formola sia stata composta un po' da tutti i vescovi o forse da qualche comitato.

Fu proposta prima una formola di fede, probabilmente da Eusebio di Nicomedia, la quale per i suoi errori fu subito respinta con sdegno. Successivamente Eusebio propose il Simbolo battesimale di

Cesarea, il quale fu accettato come base. Non è invece sicura una dipendenza del Simbolo di N. da quello di Gerusalemme.

Il Simbolo di Cesarea non apparve sufficientemente chiaro e dopo vivaci discussioni furono introdotti incisamente antiariani, e cioè: 1) « dalla sostanza del Padre », per rilevare la vera generazione del Verbo, il quale non procede dalla volontà del Padre come volevano gli ariani; 2) « generato non fatto », per respingere l’errore che faceva il Verbo « creatura » del Padre; 3) « consolata ziale (v.) al Padre », espressione specialmente avversa dagli ariani e dai semiariani durante tutto il sec. IV e quindi tessera di ortodossia. « Consostanziale » significa che il Figlio è di natura così divina come quella del Padre. Si noti l’assenza di ogni sviluppo intorno allo Spirito Santo.

La « fede di N. » venne sostenuta dai papi del sec. IV: Giulio (Atanasi, Apol., 23:25), Liberio (Socrate, Hist. eccl., 4, 12; Ilario, Op. hist. fragm., V, 6: PL 10, 686) e Damaso (PL 13, 353), oltre che dai ss. Atanasi, Basiliano, Gregorio Nazianzeno, Ambrogio, Ilario, e riconfermata dai Concili ecumenici di Costantinopoli (381), Efeso (431), Calcedonia (451), ecc. Si tratta della prima definizione dogmatica del magistero ecclesiastico.

3. I canoni

Dei 20 canoni emanati dal Concilio la maggioranza riguarda la disciplina del clero. Viene stabilito: che sia escluso dal clero colui quale volontariamente si mutila (can. 1); che non si diano troppo affrettatamente gli Ordini sacri ai convertiti (can. 2); che i chierici non coabitino con donne che non siano della famiglia o al riparo di ogni suo spettro (can. 3); che l’elezione di un vescovo venga fatta da tutti quelli dell’eparchia e poi confermata dal metropolita, mentre la consacrazione va fatta almeno da tre vescovi (can. 4); che non sia tenuta in considerazione l’ordinazione del sacerdote indegno ordinato senza previe informazioni (can. 9); che i lapsi ordinati sacerdoti vengano sospesi (can. 10); che i vescovi, sacerdoti e diaconi non vadano trasferiti in un’altra chiesa (can. 15-16); che i diaconi non amministrino la Comunione ai preti (can. 18).

Altri canoni regolano l’ammissione nella Chiesa degli apostati — si mostra particolare benevolenza verso quelli che hanno ceduto durante la persecuzione di Licinio — e dei cathari o novazioni e dei pauliniani. Per i primi viene stabilita la penitenza pubblica nella categoria degli audientes e dei substrati. Non deve essere negata la Comunione in pericolo di morte (can. 13). Viene severamente punita l’usura (can. 17) e si prescrive la preghiera ai piedi la domenica e durante il tempo pasquale (can. 20).

Di notevole importanza sono i cani. 6 e 7. Il primo consacra l’eccezionale situazione del vescovo di Alessandria, che ha diritti metropolitani sull’Egitto e anche sulla Libia e la Pentapoli, provincie civilmente diverse da quella egiziana. Anche Antiochia e le altre eparchie conservano gli antichi diritti. Il can. 7 prescrive che il vescovo di Aelia (Gerusalemme) abbia la presidenza onoraria senza pregiudizio dei diritti del metropolita. Questi canoni rispecchiano l’iniziale organizzazione della gerarchia orientale in metropoliti e vescovi semplici, generalmente sulla falsa religione della provincia. Alessandria e Antiochia sono le principali sedi, seguite da Gerusalemme. Costantinopoli non era stata ancora edificata.

In tempi posteriori anche i canoni del Concilio di Sardica furono attribuiti a N. Inoltre esistono canoni pseudonici, quelli cioè approvati probabilmente come « nici », per iniziativa di s. Màruta di Majerqat, ai vescovi persiani radunati nel Concilio di Seleucia-Ctesiponte (410; V. O. Braun, De sancta Nicaena Synodo, Münster 1898; id., Das Buch der Synhados, Stoccarda 1900; J. B. Chabot, Synodicon Orientale, Parigi 1902, pp. 17-36, 253-75). Questi stessi canoni hanno avuto larga diffusione nell’Oriente, sono stati tradotti in arabo chiamati quindi « nicono-arabici ».

BIBL.: per la storia, V. Hefele-Leclercq, 1, p. 386 sqq. (con bibl.); P. Batiffol, La paix constantinienne, Parigi 1914; id., Les sources de l’histoire du Conte, de Nicée, in Echos d’Orient, 26 (1927), pp. 5-17. Le Analecta Sacra Tarraconensia pubblicarono il vol. 2 (1926) dedicato a N., nel quale V. fra l’altro K. Bihlmeyer, Das erste allgemeine Konzil zu N., und seine Bedeutung, pp. 109-218; A. Vaccari, La S. Scrittura al Conte, di N., pp. 349-356; A. Mallon, Le Concile de Nicée dans la littérature copte, pp. 219-26. Cf. inoltre: G. Bardy, Sur la réitération du Conte, de Nicée, in Recherches de science religieuse, 23 (1933), pp. 430-450; I. Ortiz de Urbina, La politica di Costantino nella controversia ariana, in Atti del V Congresso intern. degli studi bizantini, Roma 1936, pp. 284-98; E. Honigmann, Recherches sur les listes des Pères de Nicée et de Constantinopole, in Byzantion, 11 (1936), pp. 429-49; id., La liste originale des Pères de Nicée, ibid., 14 (1939), pp. 17-76; id., The original lists of the members of the Council of N. The Robber-Synod and the Council of Chalcedon, ibid., 16 (1944), pp. 20-28; M. Goemans, Het algemeen concilie in de IV eeuw, Nimega 1941; Fliche-Martin-Frutaz, III, p. 85 sqq. Per il Simbolo: A. d’Alès, Le dogme de Nicée, Parigi 1926; I. Ortiz de Urbina, El simbolo nicono, Madrid 1947; P. Cumelot, « Symbole de N. » ou « Foi de N. », in Orient. Chr. Period., 13 (1947), pp. 425-33. Per i canoni: R. Marti, El Conte, de N. la seva celebració i els seus cànons, in Anal. Sacra Tarra., 2 (1926), pp. 227-58. Ignazio Ortiz de Urbina

II. SECONDO CONCILIO DI N

VII ecumenico e l’ultimo ammesso dagli Orientali dissidenti.

4. Avvenimenti storici

Il II Concilio di N. fu celebrato per porre fine alle persecuzioni iconoclaste che per iniziativa degli imperatori bizantini infierivano dal 726 ed erano state approvate dal conciliabolo di Hieria del 754. Finalmente l’imperatrice Irene, avversa all’iconoclastia, fece eleggere a patriarca bizantino Tarasio (784), il quale invitò subito l’Imperatrice, reggente per il suo figlio minore Costantino VI, a convocare un concilio generale (Mansi, XII, 986-98). Infatti il 29 ag. Irene convocava il papa Adriano I al Sinodo che doveva tenersi a Costantinopoli — diceva « decrevimus ut fieret universale concilium » — per confermare il tradizionale culto delle immagini (ibid., XII, 1984-86). Adriano accolse l’invito (26 ott. 785) annunziando l’invio di legati — essi furono Pietro arci-prete di S. Pietro, e Pietro archimandrita di S. Saba — a patto che in loro presenza fosse respinto il conciliabolo di Hieria e fosse concessa libertà sia al Concilio che ai legati anche per un onorevole ritorno nell’eventualità di un mancato accordo (ibid., XII, 1055-71). L’effettiva convocazione del Sinodo da parte di Irene viene confermata ancora dagli stessi Padri del Concilio a più riprese (ibid., 1051, 1113, 1001; XIII, 1, 130, 374). Tarasio invitò i patriarchi di Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, soggetti allora ai califfi. I messi del patriarca non riuscirono a prender contatto che con alcuni monaci egiziani, due dei quali vennero al Sinodo come rappresentanti dei 3 patriarchi con una lettera sinodica del defunto patriarca di Gerusalemme, Teodoro, in favore del culto delle immagini.

Un primo tentativo di inaugurare il Concilio nella chiesa dei SS. Apostoli a Costantinopoli (17 ag. 786) aborti per una sommossa degli iconoclasti. Più tardi, ri-stabilita la calma, il Concilio si aprì nella più tranquilla N. il 24 sett. 787.

Le edizioni del Concilio di N. sono state fatte su tre manoscritti greci degli atti, due dei quali della Vaticana. Della prima versione latina fatta fare da Adriano I si conservano alcuni frammenti nei Libri Carolini. Essa era così sbagliata che Anastasio il bibliotecario ne compose un’altra nel sec. IX, omettendo però il resoconto dell’VIII seduta, sia perché gli sembrò di minor importanza, sia per velare il fatto che una donna, Irene, avesse tenuto un discorso ai Padri. Un’ulteriore versione latina (Colonia 1540) è meno perfetta di quella di Anastasio.

I Padri riuniti a N. erano ca. 350. Furono celebrate 8 sedute (sette nella chiesa di S. Sofia, l’ultima, più solenne, sotto la presidenza di Irene, a Costantinopoli il 23 ott., nel Palazzo della Magnaura). Il primo posto fu oc-

cuprato da Tarasio, ma i legati papali furono sempre i primi a sottoscrivere. Vicino all'ambone sedevano i commissari imperiali: il patrizio Petrona e il logotheta o cancelliere Giovanni.

Nella prima seduta, dopo un breve discorso di Tarasio, fu data lettura di una lettera di Irene in cui veniva garantita la libertà richiesta da Adriano e si ordinava la lettura delle lettere pontificie e di quelle delle Chiese orientali dominate dai califfi. Vennero poi discussi alcuni casi di vescovi iconoclasti che ora chiedevano la riconciliazione. La discussione, complicatasi con questioni sulla validità delle ordinazioni degli eretici, non si risolve favorevolmente se non nella terza seduta. Nella seconda furono lette le lettere di Adriano I a Irene e a Tarasio, la prima però non integralmente poiché venne omessa l'ultima parte, in cui il Papa richiedeva la restituzione di alcuni possedimenti romani strappati durante la lotta iconoclasta, protestava contro il titolo di "ecumenico" datosi dal patriarca e si lagnava che a coprire questa carica fosse stato scelto un laico. La prima parte della lettera del Papa, dopo aver rilevato il primato di s. Pietro ereditato dai suoi successori, dichiarava che la sede romana aveva sempre favorito il culto delle immagini. A questo proposito Adriano raccontava le narrazioni su Costantino, in gran parte leggendarie, contenute nelle Gesta Sylvestri e adduceva esempi del Vecchio Testamento e testimonianze patristiche in favore delle immagini. La lettera del Papa a Tarasio ripeteva in parte lo stesso contenuto. Alla domanda dei legati pontifici Tarasio rispose dichiarandosi favorevole al culto delle immagini. Nella terza seduta fu letta una sua lettera sinodica in cui riconosceva i 6 concili ecumenici, lanciava l'anatema contro tutti gli eretici, compreso papa Onorio, e accettava il culto delle immagini. Lo stesso preso a poco veniva confermato nella sinodica di Teodoro di Gerusalemme che fu letta in seguito. La quarta e la quinta seduta furono dedicate a dimostrare l'utilità del culto delle immagini adducendo i casi simili del Vecchio Testamento, le testimonianze dei Padri e recenti casi portentosi. Nella seduta seduta fu prolissamente refutato il decreto iconoclasta del conciliabolo di Hieria. Finalmente nella settima seduta (13 ott.) fu promulgato il decreto dogmatico. Esso fu sottoscritto da tutti e tutti lanciarono anatemi contro gli iconoclasti. Tarasio in una lettera a Irene (Mansi, XIII, 404-405) comunicò all'Imperatrice il felice esito del Sinodo e lo stesso fu fatto da tutti i Padri in una lettera sinodica al clero di Costantinopoli (ibid., 407-414). Non si conosce invece nessuna lettera ufficiale indirizzata dal Sinodo al papa Adriano I. Nella solenne seduta ottava Irene tenne un breve discorso e dette ordine di leggere il decreto dogmatico e avuta risposta che tutti l'avevano accettato, anche essa e suo figlio lo sottoscrivere. Dopo la seconda lettura di alcuni testi patristici il Concilio si chiuse fra le solite acclamazioni.

5. Decisioni dogmatiche e disciplinari

Nella settima seduta i Padri promulgarono all'unanimità il decreto dogmatico, il quale, dopo aver professato il Simbolo costantinopolitano e aver lanciato l'anatema contro tutti gli eretici, non escluso Onorio, dichiarava che le immagini del Signore, della Vergine e dei santi venissero esposte un po' dappertutto.

« Più guarderà queste immagini e più lo spettatore ricorderà colui che è rappresentato e si sforzerà di imitarlo e si sentirà portato a dimostrargli riverenza e onorevole venerazione (ἀσπασμὸν καὶ τῇ μητρίτῃ προσεκύνησιν) senza attestargli però la vera latria (τὴν ἀληθινὴν λατρείαν) che solo a Dio spetta; ma gli offrirà in segno di venerazione incenso, lumi, come si fa per l'immagine della Santa Croce e per i Santi Vangeli e per i vasi sacri; tale era la più abitudine degli antichi, poiché l'onore fatto a una immagine si rivolge a colui che essa rappresenta. Chiunque venera (προσεκυνεῖ) una immagine, venera la persona ivi rappresentata». Il decreto finiva scomunicando coloro che pensassero altrimenti e condannassero il culto dato tradizionalmente dalla Chiesa alle immagini della Croce e dei santi, ai Vangeli e alle reliquie dei mar

tiri. Il decreto distingue chiaramente due gradi nel culto; uno di latria o adorazione riservato a Dio e un altro inferiore, relativo, dato alle immagini dei santi. Quest'ultimo viene espresso mediante il vocabolo προσεκυνεῖν che in tempi anteriori significò piuttosto la vera adorazione. Ma lo stesso Tarasio nella lettera a Irene (Mansi, XIII, 404-405) afferma l'equivalenza fra προσεκυνεῖν e ἀσπάσμὸν καὶ τῇ μητρίτῃ προσεκύνησιν e salutare».

I 22 canoni disciplinari, emanati a quanto pare nella ottava seduta, sono, anche nella forma, un po' secondo lo stile delle Regole monastiche in cui si premette l'insegnamento evangelico da attuarsi nella pratica. I canoni riguardano molte questioni e tendono generalmente a restaurare la disciplina, specie fra i vescovi, rilassata durante la controversia iconoclasta.

Il vescovo deve sapere a memoria il Salterio (can. 2); sarà deposto se viene eletto dal potere civile (can. 3); non potrà chiedere per sé metalli preziosi (can. 4); sarà deposto se è stato scelto per simonia (can. 5); non può portare abiti di lusso né profumi (can. 16) né potrà permettere il soggiorno di donne nella sua casa (can. 18). Una volta all'anno si terrà sinodo provinciale (can. 6). Si ritorni all'uso di mettere reliquie nelle chiese (can. 7) e si raccolgono nell'episcopio di Costantinopoli tutti gli scrittori iconoclasti (can. 9). Vi saranno economi sia nelle metropoli che nei monasteri (can. 11). Non si dia, a Costantinopoli, accoglienza ai chierici che si allontanano dalle proprie chiese (can. 10). Gli ebrei siano accettati purché non continuino a osservare il sabato e i costumi giudicati (can. 8). È invalida la donazione di beni ecclesiastici fatta dal vescovo o dagli igumeni in favore dei principi (can. 12). Pena la scomunica debbono essere restituiti alla Chiesa gli edifici convertiti ora in caravanserraglio (can. 13). Viene vietato ai chierici non ancora «lettori» — il lettorato era oltre al suddiaconato il solo Ordine minore in Oriente — di leggere, nella liturgia, dal pulpito (can. 14). Nessun chierico deve avere a sua cura due chiese (can. 15). I monaci non abbandonino il proprio monastero per sfuggire all'ubbidienza (can. 17). Non si deve mettere come condizione all'ingresso nello stato ecclesiastico o monacale la consegna di una certa somma di danaro (can. 19). Vengono proibiti i monasteri doppi di uomini e donne (can. 20). Nessun monaco può per propria autorità trasferirsi in un altro monastero (can. 21). Il canone 22 dà norme al monaco e al chierico riguardo al mangiare presso donne o in case private.

Adriano I scrivendo nel 794 dichiarò di aver accettato il Sinodo di N. («ipsam suscepimus synodum») benché ancora (dopo quasi 10 anni) non avesse inviato nessuna risposta alle autorità bizantine «metuentes ne ad eorum reverterentur errorem» (Jaffé-Wattenbach, 2483): parole che vanno interpretate nel senso che il Papa non voleva dare una approvazione completa a tutto l'operato del Concilio prima che fosse stata eseguita la richiesta restituzione dei beni romani. I Franchi non accettarono subito le decisioni di N. sia per non aver capito il testo degli atti che per motivi politici. Nello stesso Oriente la recrudescenza dell'iconoclastia impedì una pacifica approvazione generale del Concilio di N. fino all'842. L'VIII Concilio ecumenico considerò quello di N. un sinodo universale.

BIBL.: Hefele-Leclerq, III, 741-804; G. Fritz, s. V. in DThC, XI, coll. 417-411; Fliche-Martin-Frutaz, VI, pp. 114-30. Ignazio Ortiz de Urbina