NIMBO. - Disco che fin dal sec. IV a. C. si
trova disposto intorno al capo di immagini di divi-
nità o di esseri divinizzati.
Nell'arte classica tale attributo fu dato alle divi-
nità dell'Olimpo, specie a quelle simboleggianti la luce,
come Apollo-Helios-Sole; Artemide-Selene-Luna; ad
Eos-Aurora; a Phosphoros-Lucifero. Nella volta di un
mausoleo pagano, trasformato in cristiano, nella necro-
poli vaticana, è rappresentato il Sole radiato e nimbato
sulla quadriga in corsa (B. M. Apollonj-Ghetti, A. Ferrua,
E. Josi, E. Kirschbaum, *Esplorazioni sotto la confessione
di S. Pietro in Vaticano*, Città del Vaticano 1951, pp. 40-
41, tavv. B. e C). Ivi pure un Phosphoros-Lucifero, con il n. sormontato da una stella (ibid., p. 62, tav. E). Il n. radiato si dette anche alla Fenice (lastra nel cimitero di Callisto [E. Josi, s. V. FENICE, in Enc. Catt., V, col. 1151] e recentissimo affresco scoperto nella cosiddetta cappella greca di Priscilla); hanno il n. anche le stagioni (cimitero inter duas lauros: Wilpert, Pitture, tav. 100), gli imperatori (medaglione adrianeo nell'Arco di Costantino [H. P. L'Orange e A. von Gerkan, Der Spätantike Bildschmuck des Konstantinsbogens, Berlino 1939, tav. 5]); nelle monete: medaglione di Costanzo II, di Valente e Valentiniano (F. Gnecchi, Medaglioni romani, I, Milano 1912, tav. 11,1), disco argenteo missorio di Valentiniano I (?) e di Teodosio I del 388 (R. Delbruck, Spätantike Kaiserporträts, Berlino 1933, tav. 79), negli avori: dittico di Probo in Aosta dell'anno 406 (ibid., tav. 106). Nell'arte cimiteriale il n. è dato prima solo a G. Cristo, p. es., davanti a Pilato nel musaico in un arcosolio a Priscilla (G. B. De Rossi, Nuove scoperte nel cim. di Priscilla, in Bull. arch. crist., 4ª serie, 5 [1887], p. 12 sg.); nelle scene dove è giudice, come in Bassilla (Wilpert, Mosaiken, tav. 247); in S. Lorenzo (ibid., tav. 206), tra le vergini prudenti e stolte (ibid., tav. 241) e tra due santi (ibid., tav. 205), come pure in Callisto (ibid., tav. 245), o tra gli Apostoli, come in Bassilla (ibid., tav. 225) e in Domitilla, dove hanno il n. anche i ss. Pietro e Paolo (ibid., tav. 155, 2). Ha il n. l'angelo che protegge i tre fanciulli nella fornace in un affresco del cimitero di Domitilla (Wilpert, Pitture, p. 332 e tav. 231, 1). Nel cimitero della Vigna Cassia in Siracusa, G. Cristo al di sopra del n. ha il monogramma ☒ (ibid., pp. 365-66, fig. 34); nel cimitero inter duas lauros ha il n. con le lettere apocalittiche, come l'agnello divino, che ha pure la croce monogrammatica ☒ (ibid., tavv. 252-253); ha il n. crucigero nelle pitture di Ponziano, di Generosa e di Callisto (ibid., tavv. 257-58, 260); nei musaici di S. Apollinare Nuovo in Ravenna; in una lastra marmorea (sec. IV) nel cimitero di Trasone, dove consegna la legge a s. Pietro (R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, Prato 1873-81, tav. 484, 14). Hanno il semplice n. i santi


(fot. Rev. Fabbrica di S. Pietro)

Il n. o aureola, nella sua forma più elementare, ebbe straordinaria diffusione in tutti i paesi e si arricchì felicemente di delicati motivi ornamentali, eseguiti con il niello nell'arte gotica, nel cui fiorire si estese anche alla scultura, che per difficoltà di esecuzioni prima ne era rimasta priva. Un decisivo mutamento si operò durante il rinascimento, con la soppressione saltuaria del n. in pittura oppure con la considerazione di esso come di un attributo reale, localizzato nello spazio ed orientabile prospetticamente, non senza virtuosismi disegnativi. Con Michelangelo e i grandi maestri del Cinquecento l'arcaica tradizione del n. viene violentemente spezzata, suscitando proteste di ordine religioso e iconografico. Tuttavia la tradizione continuò nell'arte minore e popolare, e fu sostituita in età barocca da più o meno violente fulgurazioni di luce. Al n. si ricollega la «mandorla», che include in una curva elissoidale tutta la persona che si intende onorare.
Prescrizioni attuali relative al n. o aureola - Urbano VIII nel 1625 (decreto della S. Inquisizione de cultu publico Servis Dei non exhibendo, del 13 marzo: CIC Fontes, IV, Roma 1926, pp. 3-5) e nuovamente nel 1635 (costituzione Caelestis Hierusalem, 5 luglio: Bullarium Romanum, ed. Taurinensis, XIV, Torino 1868, pp. 463-40) proibì di esporre in pubblico o in privato immagini di defunti morti in fama di santità e martirio «cum laureolis aut radiis, seu splendoribus». Tale proibizione è tuttora vigente. Il n. circolare si usa ora soltanto per i santi canonizzati, mentre per i beati si adopera un n., formato a mo' di raggi che partono soffusamente da dietro la testa del beato. Di questo n. speciale si fa menzione per la prima volta nel breve di beatificazione di s. Francesco di Sales di Alessandro VII (Spiritus sanctus, 28 dic. 1661: D. Cappelli, Contextus actorum omnium
in Byz. Zeitschr., 14 [1905], pp. 578-79), che il n. rettangolare era destinato a dare l'illusione di un vero ritratto, come, p. es., la testa del primicerio Teodoro con il n. quadrato in S. Maria Antiqua fu dipinta su tela separatamente e poi applicata all'affresco (v. DIACONIA; G. Wilpert, Beiträge zur christl. Archfol., in Röm. Quart., 21 [1907], p. 102, fig. 2). Ma l'esempio più antico è dato da un affresco del cimitero di Callisto, in cui ad un busto venne applicata la tela con l'effige del proprietario del cubicolo (ibid., p. 103, fig. 3; id.,
in beatificazione et canonizzazione s. Francisci Salesi ep. Gebenensis, Roma 1665, p. 18). Vi si legge l'espressione: «Immagines quoque radiis, seu splendoribus exumentur», che viene tuttora ripetuta nei brevi di beatificazione (cf., ad es., il Breve di Pio XII, 2 giugno 1951, per la beatificazione di Pio X: AAS, 43 [1951], p. 467). A. Pietro Frutaz