MESOPOTAMIA. - Regione compresa tra i monti (Kāśīrī) dell'Armenia nel nord, quelli Zagros nell'oriente, e il deserto siro-arabico nel sud; verso l'ovest confina con i Monti Tauro ed Antilibano. Si può dividere in M. superiore, che scende fino a 'Abd el-'Azīz, Singār e Hamrīn; in M. media, che s'estende ai confini della Babilonide; e in M. inferiore, che è la Babilonide stessa, già prima conosciuta come Akkad (nord) e Sumer (sud). Il nome M. si restringe generalmente a quella media e inferiore. Notevoli sono i due grandi fiumi, Eufrate e Tigri, che, nascendo nell'Armenia, distano nei loro corsi ca. 467 km. al massimo l'un dall'altro, poi s'avvicinano presso Bagdad, per separarsi di nuovo finché non formino insieme il Satt el-'Arab (ad el-Qurnah), fiume che dopo ca. 161 km. sbocca nel Golfo Persico. La Gezirah, è isola, è la regione tra il Tigri, l'Eufrate e il Habur, che, come pure il Balih all'ovest di esso, è affluente dell'Eufrate. Nell'est, i due fiumi Zab e specie il Dijala concorrono a dare al Tigri il suo corso ripido e violento, poco praticabile per la navigazione.
Il carattere uniforme della M. costringeva i suoi abitanti o alla coltivazione del fertile terreno, onde formare eventualmente Stati possenti (v. MARIA; MITANNI), o alla pastorizia nomade nelle parti più distanti dai fiumi.
La M. aveva molti nomi. Già Samši-Adad I (1748-1716 a. C.) d'Assiria ne parlò come « la terra tra il Tigri e l'Eufrate ». L'importanza di questi due fiumi si rispecchia nel nome nahrina di el-'Amrnah, naharin dell'egigiano e l' Arram nahārājim della Bibbia, che si usò dal sec. XVI fino al x a. C. Per la spiegazione duale o meno di questo nome, e per i sinonimi di esso, Mitanni, Hani-galbat, Hurri, V. MITANNI. Per lo più i conquistatori assiri menzionano nomi di città in M. oppure delle località come Šubaru, Kummub, Bit-Adini, ecc. Da Assurbanapal (669-626) in poi, la frase ebir nāri, « al di là del fiume », indica le province assire all'ovest dell'Eufrate, e nei testi persiani indica la satrapia di Siria, che però incluse, sotto Dario, anche la regione all'est dell'Eufrate. La forza duale di Nahārājim si vede nel greco Μεσοποταμία (nei Settanta, cod. B di Ind. 3, 8, 10 si legge invece Συρία ποταμόν), che strettamente parlando accenna al paese tra i due grandi fiumi. Ma anche qui l'uso variava. Alessandro Magno, a quanto pare, fondò una nuova satrapia sotto il nome di Μεσοποταμία, che si estese all'est del Tigri, e questa satrapia si mantenne ai tempi dei Seleucidi. Eratostene e Strabone escludono, Plinio qualche volta include la Babilonide nel concetto di M. La provincia romana della M., esistente probabilmente già dall'anno 193 d. C., sembra che s'estendesse dal Habur fino al Tigri e, dopo Diocleziano, includeva pure la regione di Amida nel nord. Per la storia della M., V. AS-SIRI.
Roger T. O'Callaghan
ANTICHITÀ CRISTIANE. - La M. è la sola regione nella quale durante i primi secoli dell'era volgare si sia sviluppata una grande arte cristiana al di fuori non solo dalle frontiere politiche dell'Impero romano ma anche e meglio al di fuori del suo ambiente culturale e senza alcun rapporto né influsso della sua espressione artistica e in generale di quel tardo ellenismo di cui essa è l'ultima sopravvivenza. Perciò essa rappresenta un fenomeno unico ed importantissimo. Si intende però sempre parlare della M. storicamente sāsāni, in quanto due province ecclesiastiche, che pur fanno parte della stessa regione in senso geografico, si trovano in ben diversa condizione: esse sono l'Osroene, cioè la regione d'Edessa con i monumenti di questa città e di Wiranēhīr, e la M. romana con quelli di Diarbekr (Amida) e di Mayafērqat (Martyrpolis), che si riconnettono con quelli della Siria settentrionale e vanno quindi studiati a parte. Le origini dell'evangelizzazione della M. sono assai oscure: probabilmente la religione di Cristo si è diffusa dapprima nelle potenti e ricche comunità giudaiche della Babilonide e di questo periodo si può tutto al più ritenere il nome semi-leggendario di Mari e l'azione di missionari provenienti da Edessa, aiutata dalla grande importazione di prigionieri romani, portati principalmente dalla Celesiria, che già nel sec. III era in gran parte cristiana. Alla fine del sec. III un'organizzazione ecclesiastica è già costituita e il seggio di Seleucia-Ctesifonte è occupato da Papa bar 'Aggai che è il fondatore storico della Chiesa della
M. I cristiani della M. si sono trovati dunque ben presto, e forse già nel sec. II, nella necessità di costruire edifici religiosi, chiese, come d'altra parte documenta anche la Mithia Zkha o cronaca religiosa dell'Adiabene, di cui si è voluto vanamente contestare l'autenticità sostanziale, per epoca molto antica.
Il più arcaico santuario cristiano oggi noto è quello trovato nella località di Qasr bint al-Qadi a Ctesifonte. Gli scavi hanno messo in luce due chiese, costruite la seconda sulle rovine della prima, ed aventi in comune i muri perimetrali. L'inferiore è una sala rettangolare molto allungata con due file di colonne lungo le pareti più lunghe e quasi addossate a queste: la parte sbiadile è completamente scomparsa. La struttura della nostra sala è molto simile a quella di alcuni edifici reali sbiadili. La seconda chiesa è giunta ben meglio conservata: è una sala rettangolare con porte solo nei muri lunghi; quello d'occidente è completamente pieno, mentre in quello d'oriente si aprono porte che danno accesso a tre camere rettangolari formanti il triplice santuario caratteristico delle chiese mesopotamiche anche nelle epoche posteriori. Lungo i muri lunghi vi sono due file di quattro pilastri ognuna, collegati ai muri perimetrali da archi che dovevano sorreggere delle conche. La struttura identica a quella di una sala del Palazzo di Sarvistan dell'epoca di Bahrân Gûr (420-438). Dall'esame di questi monumenti risultano due fatti fondamentali: il primo è che la chiesa è concepita come una sala larga, cioè con ingressi sui lati lunghi, ripetendo con ciò un'antichissima tradizione mesopotamica nella struttura del tempio, contraariamente cioè alla tradizione del mondo classico che pone sempre (salvo rarissime eccezioni) l'ingresso al tempio su uno dei lati brevi. Il secondo è che la chiesa copia nella sua struttura architettonica una grande sala di palazzo reale sbiadile. I cristiani della M., dovendo costruire una chiesa e vivendo completamente al di fuori di ogni tradizione classica che condusse ad adottare la forma della basilica, la concepirono secondo l'antichissima tradizione indigena del tempio come sala larga e gli diedero come forme architettoniche quelle delle grandi sale di riunione dei contemporanei palazzi reali. Ciò forma la loro profonda caratteristica.
Ad epoca posteriore appartengono le due chiese scoperte ad al-Hirah. Entrambe hanno la forma generale delle chiese citate di Ctesifonte, cioè quella di rettangolo allungato con ingressi sui lati più lunghi e con lo stesso triplice santuario. Una di queste chiese ha la navata tripartita da due file di quattro grossi pilastri rotondi. Nel mezzo della chiesa, quella che sarebbe la navata centrale, vi è il Bûmaz, cioè una piattaforma sopraelevata dal suolo avente un banco per i sacerdoti su tre lati, secondo una struttura che si ritrova a Rusfah e in moltissime chiese delle Siria settentrionale, e che è ben descritta nel trattato liturgico attribuito a Giorgio di Arbelà. Le chiese di al-Hirah sono decorate con stucchi dello stile dominante nella M. nel VII sec. di un tipo completamente diverso sono le chiese che si trovano nella parte settentrionale della regione, nel Tur «Abdîn». Le più importanti sono quelle di Mar Aziz, zale a Kefz Zeh, di Mar Kyriakos a Arnâs, di Mar Philoxenus a Midyâd. Esse hanno la planimetria sempre di sale larghe a rettangolo molto allungato, senza supporti interiori e quindi con navata semplice, terminata da un abside ad est, circondato da parecchi locali, alcuni anche dietro l'abside stesso. Generalmente hanno a sud un nartecce rettangolare, lungo quanto la chiesa. Questa è coperta con una volta a botte poggiante su una serie di arcate addossate ai muri lunghi. Tale struttura si ritrova già nel piccolo tempio siriaco di Dat Ras ed è quella caratteristica delle grandi sale d'udienza, la «porta» dei palazzi musulmani: così a Mâsâtâ, Kherbet al-Mefger ed Ukhaidir. Continua dunque la concezione di prendere come modello della chiesa la grande sala di riunione palatina.
Ma il Tur «Abdîn ha conservati anche parecchi esempi di chiese monastiche. Il monachesimo è assai antico in M.: la tradizione lo riconnette con un Awgîn (Eugenio) di Clysma (Suez) che avrebbe importato dal nativo Egitto le Regole di S. Antonio e di S. Pacomio, ma certo i monumenti che ancora restano sono ben posteriari alla presunta epoca di questo leggendario personaggio. I più importanti sono: quello di Qartamîn che probabilmente risale all'epoca dell'imperatore Anastasio (491-518), quello di Mar Ibrâhîn e Mar Ubil a Midyâd. La chiesa vi è costituita da un nartecce a forma di porticato su pilastri, dal quale si accede ad una sala rettangolare coperta con volta a botte, una sala larga dove la generatrici della volta sono perpendicolari all'asse dell'edificio. Il muro di fondo della sala è forato da tre porte che danno accesso alle tre camere quadrate del santuario. Le pareti sono rivestite da grandi arcate come nel gruppo di chiese precedentemente descritto. Al convento di Mar Ya'qûb al-Habîs a Salah si ha la stessa planimetria di chiesa, con la sola differenza che la camera centrale del santuario è munita di un abside, semicircolare internamente e poligonale all'esterno, di sicuro influsso bizantino. La caratteristica del santuario tripartito in uno con quello del porticato in facciata riconnette la planimetria di queste chiese con il tipo del tempio babilonese specialmente avvicinandosi alle sue derivazioni di epoca romana, come il Qasr Fira'un a Petra o i templi degli dei palmierei e di Artemis-Nanana a Duru. Più precisi influssi siriani si trovano nella chiesa di al-Adrâ a Hâh: la decorazione scolpita è tutta di tipo nord-siriano e la planimetria della sala centrale con la parte di mezzo scoperta da una cupola e le due estreme da due semi-cupole, e la parte centrale del santuario, semicircolare con il paramento decorato da nicchie frammezzate da colonnine, la riavvicinano a monumenti a cella tricloro della Palestina e dell'Egitto.
Nel medioevo inoltrato si trovano nella M. chiese di una forma tutto affatto diversa da quella sino ad ora descritta, cioè di una struttura a tre navate allungate, separate da due file di pilastri, coperte con volta a botte tutte e tre alla stessa altezza, con il solito triplo santuario dove le camere sono coperte con volta a botte esse pure ed eccezionalmente da cupola come alla Ulu Gami di Karkûh, alle chiese di Mar Petrôs e a quella di Mar Ahûdîhêmmch entrambe a Moqul, e a quella del convento di Mar Behinâm. Altre chiese, come quelle di Mar Girgîs, di Mar Ya'qûb, di Tahrat Mirâm al-Adrâ, tutte a Moqul, hanno una forma di santuario più complesso, diverso da un caso all'altro e che non si riconduce ad una regola fissa. Non mancano però chiese ad una sola navata, come quella del convento di Mar Awgîn o quella di Mar Yûhânân a Moqul. La prima di queste è una ricostruzione del 1582 era seculare (≈ 1271). Notevolissima in queste chiese è la ricca decorazione scolpita, specialmente a Mar Ahûdîhêmmch dove alcuni elementi decorativi appartengono all'epoca di Nûr ad-Dîn ed altri all'epoca mongolica; Mar Petrôs con frammenti del tempo di Badr ad-Dîn Lû'lû, e il convento di Mar Behinâm rifatto nel 1164. Notevolissime anche le strutture delle cupole a nervature apparenti eseguite sul tipo di poligoni stellati del tipo selgûqide, che si trovano anche nella moschea di Isfahân. Tutta questa decorazione è assolutamente dello stesso stile di quella che si trova nei contemporanei monumenti islamici. Il fenomeno dell'identità stilistica ed iconografica delle produzioni artistiche cristiane e musulmane della Mesopotamia sotto i Selgûqidi e gli Il-Khân non si limita alla decorazione architettonica. Bisogna anche tener conto dei molti oggetti in bronzo ed in rame ageminati di cui parecchi portano rappresentati dei soggetti cristiani e di cui il centro di produzione era principalmente Moqul. Questa sono opere di artisti che lavorano indifferentemente per cristiani e musulmani, come il ben noto Dâwûd ibn Salamà. La tolleranza religiosa di quel periodo arriva sino al punto che il capolavoro di queste serie, cioè il gran piatto a soggetti cristiani ora alle collezioni del duca di Arenberg a Bruxelles, fu eseguito, secondo una iscrizione che vi è incisa, per Malik Sâlih Ayûb, sultano d'Egitto e di Damasco nel 1240-49, che era di origine mesopotamica. La stessa fusione dell'arte delle due comunità si manifesta anche nelle miniature: si vedano