SPAGNA. - Lo Stato spagnolo abbraccia un po' più degli 8/10 del territorio e un po' meno degli 8/10 della popolazione della Penisola iberica. Con 505.720 kmq. di superficie (ivi comprese le Canarie) occupa, per ampiezza, il secondo posto in Europa (senza l'U.R.S.S.), dopo ed a non grande distanza dalla Francia. Quanto a popolazione, invece (28 milioni di ab. nel 1950), sta al settimo posto, precedendo di poco la Polonia. Il suo territorio ha contatto con soli due Stati: il Portogallo (989 kmq. di frontiera) e la Francia (667 kmq.), se non si tieni conto della minuscola Repubblica di Andorra (nel settore pirenaico) e di Gibilterra all'estremità meridionale.
I. GEOGRAFIA
La S. consta di un vasto altopiano interno (la meseta) che una serie di rilievi mediani (sierre) divide in due parti (Vecchia e Nuova Castiglia) e che altri rilievi periferici segregano dall'influsso marino: i Monti Cantabrici ed i Pirenei a N., i Monti Iberici a NE., la cosiddetta catena Catalena a E., la Sierra Nevada a S. Questa barriera montuosa è rafforzata localmente da altri rilievi più interni, separati dai primi per mezzo di depressioni, le quali corrispondono ai bacini dell'Ebro a N., tra i Pirenei e i M. Iberici, e del Guadalquivir a S., tra la Nevada e la Sierra Morena. I Pirenei non raggiungono altezze parti a quelle alpine (Punta d'Ameto: 3404 m.), ma, compatenti e tagliati da pochi ed elevati passaggi fra l'uno e l'altro versante, costituiscono una muraglia difensiva che in ogni tempo ha isolato la penisola dalla finitima Europa occidentale. La Sierra Nevada culmina nel Cerro de Mulhacén (3481 m.), la vetta più elevata di tutta l'Europa all'infuori delle Alpi: su di essa si trova un piccolo ghiacciaio, il più meridionale fra gli europei. Tutti gli altri gruppi montuosi hanno dimensioni ed altezze assai più modeste. Delle due parti che formano la meseta, la settentrionale (Vecchia Castiglia) è alta in media sui 700-900 m.: la meridionale sui 500-600 m. ma ambedue inclinano dagli arti margini orientali verso l'Atlantico, dove terminano con larghi terrazzi. Il contrasto morfologico fra interno e periferia si acuisce per il contrasto climatico che ne consegue: al clima oceanico di quest'ultima, con precipitazioni copiose (a N.) od anche modeste (ad E.), si oppone, nella meseta e nei bacini interni, un clima continentale tipico, con escursioni diurne ed annue forti e con scarpe di piogge quasi dappertutto. Mentre così le regioni litorane e subitane presentano un paesaggio ricco di varietà locali e con vegetazione più o meno rigogliosa, l'altopiano corrisponde ad un'aria e montuosa steppa, che trapassa talora (Mancia) addirittura a descrto.
L'Iberia, e tanto più la S., è un paese essenzialmente agricolo, non ostante le larghe possibilità che le risorse minerarie offrono allo sviluppo delle industrie: in complesso, del resto, la potenzialità economica del paese è certo assai maggiore che non appaia dall'attuale situazione, nella quale si riflettono le conseguenze della recente guerra civile e, non meno chiaramente, quella della lunga decadenza che l'ha preceduta. L'arrivo rappresenta meno di 1/5 della superficie territoriale: per una metà, all'incirca, destinato ai cereali. In realtà, l'agricoltura trova il suo optimum nelle colture legnose: l'olivo (la S. è alla testa della produzione mondiale di olio), la vite (14,3 milioni di hl. di vino: la S. è al terzo posto in Europa), gli agrumi e gli alberi da frutta (fichi e mandorle), ma questa produzione interessa soprattutto le regioni periferiche (Andalusia per l'olio, Catalogna per la vite, il Levante per gli agrumi). La meseta e le regioni interne sono il dominio della cerealicoltura: la metà dei terreni è destinata al frumento (30-35 milioni di quintali; soprattutto le due Castiglie), accanto al quale hanno importanza l'orzo (10-15 milioni di quintali), il mais (5-6 milioni), la segale, l'avena; e ancor più la patata (30-40 milioni di quintali), la barbabietola da zucchero e i legumi. Prato naturale, pascolo e macchia occupano quasi la metà della superficie territoriale, ma nell'allevamento prevalgono gli ovini (16 milioni di capi) sui caprini (4,2) e sui bovini (3,3): questi ultimi trovano condizioni più favorevoli nelle regioni settentrionali più umide, mentre ovini e caprini si adattano a quelle centrali e meridionali, e specialmente alla meseta. Notevoli la sericoltura e l'apicoltura ed anche più la pesca, che alimenta una fiorente industria di scatolati (Galizia). Le foreste sono scarse, ma il sughero è essenza assai diffusa ed utilizzata nell'industria.
Il sottosuolo della S. è ricco: il carbone (11 milioni di tonn.; estratti quasi tutti dalle miniere asturiane) copre il fabbisogno interno, ma è impari ad una industria di trasformazione che volesse trattare le molte materie prime disponibili: il ferro (regione di Santander, di Bilbao e di Oviedo), le piriti zolfiere, il rame (Sierra Morena, Rio Tinto), il piombo (Sierra Morena, Peñarroyo), lo zinco (Santander), il mercurio (Almadén), il tungsteno (Salamanca), la potassa (Catalogna), il salgemma, ecc. Per il mercurio, piombo, zinco la S. figura tra i maggiori produttori europei. D'altronde le regioni minerarie sono quasi tutte periferiche, e alimentano soprattutto l'esportazione di materiale grezzo.
Delle industrie le più sviluppate sono le tessili (Catalogna); nel resto si è ancora lontani dal coprire il fabbisogno interno, nonostante i grandi progressi realizzati negli ultimi anni, e la varietà di rami che vi sono rappresentati.
La popolazione spagnola appare in complesso più compatta dal punto di vista religioso che da quello etnico, per le varietà regionali dovute alla sua storia millenaria ed ai molti, diversi apporti di sangue che vi hanno confuso e che si riflettono, più che nelle tendenze centrifughe di alcune di queste regioni (Catalogna), nel vigore
### SPAGNA - Carta della S. di Giacomo Angelo Fiorentino (1472)
Spagna - Carta della S. di Giacomo Angelo Fiorentino (1472) - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 277, ff. 122'-23.
delle tradizioni locali e della stessa letteratura di alcuni dei gruppi meglio individualizzati (Catalani, Galleghi, Baschi, ecc.). Questa popolazione è assai variamente distribuita: le massime densità si riscontrano nelle regioni litoranee settentrionali (Biscaglia, Catalogna), le minime nell'interno, i cui indici discendono, per larghi spazi, al di sotto dei 25 ab. a kmq.
La Costituzione spagnola è quella di uno Stato autoritario, a capo del quale è ora il Caudillo, che dal 1942 è coadiuvato, nel governo della cosa pubblica, dalle ripristinate Cortes; organo legislativo composto di 438 membri, solo in parte elettivi.
| Regioni storiche | Popol. cens. 1948 (in 1000 ab.) | Dens. kmq. | Capoluogo (e popolazione rel. in 1000 ab.) |
| Andalusia | 87218 | 5219 | 60 |
| Asturie | 10895 | 837 | 77 |
| Basche (Province) | 7260 | 956 | 131 |
| Canarie | 7273 | 680 | 91 |
| Castiglia | (Nuova) | 72347 | 3129 |
| Castiglia (Vecchia) | 50221 | 1577 | 32 |
| Catalogna | 31940 | 2891 | 91 |
| León | 53338 | 1732 | 32 |
| Navarra | 10421 | 370 | 35 |
BML.: E. H. Villar, Archivo geográfico de la Península ibérica, Madrid-Barcelona 1916; id., El valor geográfico de España, Ma-.
### (fot. Biblioteca Vaticana)
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SPAGNA
(per cortesia dell'Unione spagnola del Turismo)
SPAGNA - I Pirenei aragonesi.
surrezioni e solo la distruzione di Numanzia dopo eroica difesa nel 133 a. C. segnò la pacificazione definitiva. Una ripresa si ebbe con la ribellione di Sertorio, causata dalla lotta tra Mario e Silla; il capo ribelle fu assassinato nel 72 a. C.
Lo sviluppo della vita civile nelle province organizzate dai proconsoli romani fu a lungo disturbato dalle incursioni delle tribù indipendenti degli Asturi e dei Cantabri che soltanto Augusto sottomise nel suo soggiorno in S. tra il 27 ed il 25 a. C. Allora le province ebbero assetto definitivo: la Tarraconense (Citeriore), la Lusitania, la Betica. La vasta penisola trovò nella occupazione romana una notevole unificazione politica e civile.
Le colonie romane ed i vecchi centri sistemati a municipi furono centri di diffusione della lingua latina. Sostituito le città sud-orientali riuscirono ad inserirsi perfettamente nella civiltà latina e diventarono centri notevoli di cultura; le lettere latine ebbero dalla S. non pochi scrittori di grande importanza: Seneca, Lucano, Marziale, Pomponio Mela, Columella, Quintiliano; la politica ebbe vari grandi imperatori, Traiano, Adriano, Marco Aurelio, Teodosio I. Durante l'età imperiale, pochi avvenimenti politici sono da ricordare per le province spagnole. Nella riorganizzazione dioclesiane dell'Impero, la S. formò una diocesi della prefettura di Gallia e fu divisa in cinque province: Lusitania, Tarraconense, Betica, Cartaginese, Gallecia.
2. La dominazione dei Visigoti
Nel 409 alcune tribù germaniche che avevano invaso la Gallia nel 406 attraversarono i Pirenei e presero a saccheggiare le province spagnole: Svevi e Vandali Asdingi nella Galizia, Alani in Lusitania, Vandali Silingi nella Betica. Il governo imperiale per combatterli usò come alleati mercenari i Visigoti che aveva stabilito in quegli stessi anni nella Gallia attorno a Tolosa. Nel 429 i Vandali Silingi abbandonarono la S. ed il possesso della penisola fu discusso tra Svevi, Alani e Visigoti. Gli Svevi tentarono la conquista di tutta la S., i Visigoti sotto re Teodorico II li respinsero dalla Lusitania nei monti di Galizia. È difficile precisare le tappe della espansione visigotica: dal 466 re Eurico si allarga nella Tarragonense, e dopo il 484 Alarico II nella Cartaginese e nella Betica. Questo periodo rappresenta il massimo sviluppo della potenza visigotica. Eurico inizia la legislazione visigotica, facendo scrivere le consuetudini nazionali; Alarico II raccoglie nel Breviarium Alarici le leggi dei sudditi romani. Contro il pericolo di una avanzata franca, il governo Amalarico, successo ad Alarico II (m. nel 507), fu protetto dal congiunto Teodorico, re d'Italia, che mise in S. come reggente il suo fidato Theudis.Scomparso Teodorico, i Franchi attaccarono di nuovo i Visigoti: Amalarico fu sconfitto a Narbona (531). Di nuovo assunse il governo Theudis che si proclamò re e ricacciò i Franchi giunti sino a Saragoza. Pare che Theudis avesse la sua sede a Barcellona; a lui successero Teudisel e poi Agila che si stabilì a Merida. La spedizione contro i romano-ispari della regione di Cordoba provocò contro Agila una ribellione: fu proclamato re Atanagildo. Nella lotta intervenne l'imperatore Giustiniano; un esercito imperiale sbarcò sulle coste meridionali ed iniziò l'occupazione della Cartaginese e della Betica, tra la foce del Iucar e quella del Guadalquivir (554). Ucciso Agila, fu padrone del regno Atanagildo che si stabilì a Toledo ed iniziò la lotta contro gli imperiali. Strinse alleanza con i Franchi, diede la figlia Brunechilde in sposa a re Sigelberto. Nel 567 salirono al trono i due fratelli Liuva e Leovigildo che dopo il 573 rimase solo al potere. Una serie di campagne felici distrusse il Regno svevo (585) e diede ai Visigoti il possesso del nord-ovest. Le tribù ancora indipendenti furono domate; così furono soffocate le aspirazioni bizantine di allargare la provincia imperiale.
Nella famiglia di re Leovigildo incominciarono ora gravi discordie: il figlio maggiore Ermenegildo (v.) sotto l'influsso della consorte, la franca Ingunthi, e del vescovo di Siviglia, s. Leandro, passò al cattolicesimo e si ribellò al padre; vinto, fu fatto prigioniero ed ucciso (585). A Leovigildo successe nel 587 il secondogenito Recaredo che passò al cattolicesimo, costringendo i sudditi a seguirlo.
Questo fatto favorì la fusione delle due razze: la soppressione del divieto di matrimonio, nel 583, ne è indice. Recaredo accelerò l'uguaglianza di diritto tra Goti e Romani e pubblicò delle leggi valide per tutte e due le popolazioni. Dopo la morte di Recaredo (601), il figlio Leova II fu vittima di una ribellione di nobili ariani che difendendo il principio di elezione portarono al trono Witteric; assassinato questi nel 610, gli successe Gunthimar; nel 612 salì al trono Sisibuto che per il primo fu consacrato introducendo così nelle incoronazioni regie l'unzione sacra. Sisibuto ottenne dal governatore Cesario la cessione di Malaga e Cartagena e l'Impero conservò il possedimento d'Algarvia con le città di Ossonoba e Lacobriga, occupate però anch'esse dopo il 620 dal successore Swinthila generò di Sisibuto. Tuttavia successive ribellioni mostrano come la monarchia visigota non riuscisse a domare l'aristocrazia troppo ricca e potente; anche l'esposito era legato ad essa da vincoli familiari e ne condivideva gli interessi.
Il re Kindaswinth si sforzò di abbattere l'aristocrazia, mandando a morte tutti i sospetti; nel VII Concilio del 646 decretò esilio e confisca dei beni contro i ribelli laici ed ecclesiastici. Ma tutti i suoi sforzi furono inutili. Nell'VIII Concilio del 653 fu stabilito che il re dovesse essere eletto dai grandi laici e prelati; per il re fu redatto una specie di codice morale: obbligo di difendere la fede cattolica, di essere moderato, di non estorcere denaro ai sudditi, di non usare dei beni dello Stato nel proprio interesse; ogni re prima di salire al trono doveva giurare tali impegni sotto pena di scomunica e di perdita del trono. Sotto il re Kindaswinth vi fu presso i Visigoti una attività legislativa notevole: fu abolito il Breviarum Alarici, fu stabilito che tutti i sudditi, sia barbari come romani, fossero giudicati secondo la sola legge visigotica (Forum judicum o Fuero fuzgo) e dagli stessi giudici. La monarchia visigota si avviava così alla fusione delle due società, romana e barbara, sotto gli auspici della Chiesa cattolica.
Dopo la morte di re Rekiswinth nel 672 ricominciavano le lotte civili. L'aristocrazia di corte proclamò re Wamba, mentre in Settimania fu proclamato re Hilderich conte di Nîmes. Il duca Paolo dopo repressa la ribellione fu a sua volta proclamato re. La crisi fu rapidamente superata da Wamba: batté e sottomise le tribù basche ribelli; rioccupò la Tarragonense e la Settimania; catturò

surrezioni e solo la distruzione di Numanzia dopo eroica difesa nel 133 a. C. segnò la pacificazione definitiva. Una ripresa si ebbe con la ribellione di Sertorio, causata dalla lotta tra Mario e Silla; il capo ribelle f
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il rivale Paolo. Però non era una vera vittoria della monarchia: si trattava di lotta tra due gruppi della aristocrazia. Il tentativo di Wamba di rendere obbligatorio il servizio militare per tutti i sudditi senza distinzione di razza e di stato fallì. Nel 680 Wamba si ritirò a vita privata e designò come successore Erwig; questi fu riconosciuto nel XII Concilio toletano ed abbandonò le riforme di Wamba. Sulla monarchia dominarono ora apertamente i nobili ed i vescovi: i concili apparvero come il fondamento unico dello Stato. Rimaneva però un partito fedele a Wamba ed Erwig fu costretto a dare in sposa la figlia ad Egika, figlio di Wamba, e poi ad abbandonargli il trono. Lo Stato era ora in pieno disordine: cospirazioni di nobili, ribellioni di ebrei d'accordo con quelli d'Africa. Nel 698 Egika associò il figlio Witiza che gli successe nel 701. Non si conoscono gli avvenimenti di questi anni: nel 711 pare che a Witiza si sostituisse con la violenza Roderich. La lotta civile spiega l'intervento di un corpo di Arabo-berberi inviato nel 711 da Mūsā ibn-Nuṣājr: nel 712 le forze visigote condotte dal re Roderich vennero distrutte in battaglia sul Rio Salato tra Vejer de la Frontera e Conil. La conquista della S. avvenne senza difficoltà. Un nuovo periodo storico incominciava per la S.
3. Organizzazione cristiano-visigotica della S. settentrionale. - Fuggendo davanti all'avanzarsi degli araboberberi, visigoti e romani organizzarono la resistenza in Asturia. Loro capo fu Pelagio che portò la lotta sui monti Peñas de Europa, e Asturia, Santander, Burgos, Leon, Galicia formarono l'occupazione cristiana mentre gli invasori si arrestarono sul Duero; fra mezzo si stendeva una regione deserta abbandonata su cui si disputava da ambo le parti. A Pelagio successe pure verso il 717 un Alfonso I. La storia di questi principi si riduce a respingere tentativi nemici a soffocare ribellioni di gruppi nobiliari autonomisti. Nell'età di Carlomagno il centro principale dei cristiani era Oviedo; altri centri si formavano in Navarra ed in Aragona. La Catalogna alla fine del sec. VIII veniva da Carlomagno liberata dai musulmani e formò la Marca spagnola nel quadro della organizzazione carolingia.
La vita degli statelleri cristiani si svolse nei secc. VIII-IX assai misera: la povertà e ristrettezza del paese poco atto all'agricoltura spingeva i principi alla conquista dei territori musulmani fertili e ricchi. L'avanzata a sud fornisce ai principi non solo i mozarabi ma anche i mudejares, i m

Spagna - Punta di Ifach (Alicante).
usulman
18a Ars Hispanus, I, Madrid BÚ, 29. 291
Spagna - Interno del grande dolmen di Soto (Huclva), composto di massi monolitici con incisioni di carattere rituale.
i vinti che rimanevano sotto il governo dei principi cristiani con le loro leggi e la loro religione, elemento prezioso per la vita economica degli Stati cristiani. Non solo i principi, ma anche ricchi signori, chiese, monasteri attendevano al popolamento delle terre conquistate in virtù delle lettere di popolamento (cartas pueblos) che davano il diritto di possedere le terre occupate, di avere in proprietà i terreni dissodati con esenzione da tributi. Alla fine del sec. IX tutta la regione settentrionale dalla Galizia alla Catalogna era libera dall'islam, ma non si poteva parlare di una avanzata sistematica verso sud e neppure vi era unità: alla morte di Ordoño I (866) i figli si spartirono i domini, ma subirono il predominio di 'Abd ar-Rahmān III; le lotte interne facilitavano i califfi di Cordova: Sancho, figlio di Ramiro II, in lotta con il fratello Ordoño si rifugiò a Cordova ed un esercito arabo lo rimise sul trono.
Solo la decadenza del califfato al principio del sec. XI segna l'inizio della riconquista cristiana, e tutta la storia della S. per cinque secoli è dominata da questa idea morale. È vero che tra i principi cristiani le lotte erano continue. León, Castiglia, Navarra sono retti da principi strettamente imparentati, ma in lotta tra di loro; Sancho di Navarra riesce ad assorbire Castiglia e León; nel 1035 i figli si dividono i domini; nel 1037 Ferdinando riunisce Castiglia e León e domina su tutti i territori tra il Duero ed il Mare cantabrico. A parte continuarono a vivere la Navarra e l'Aragona. Così alla metà del sec. XI tre erano i nuclei cristiani principali della S. La disgregazione del califfato nei vari staterelli dei re di Taifas fu sfruttata assai presto dai principi cristiani. Ferdinando I di Castiglia tra il 1060 ed il 1065 sottomise a tributo i re berberi di Toledo, Badajoz e Siviglia e conquistò la zona tra il basso Douro ed il Mondego con Coimbra. Contemporaneamente Ramiro I iniziò l'espansione nella valle del Gallego ed il figlio Sancho Ramiro combatté con il re di Huesca. Nel 1065 alla morte di Ferdinando I di Castiglia i figli lottarono aspramente per la divisione. Di essi nel 1085 Alfonso VI riuscì ad occupare Toledo e si spinse con rapida corsa sino a Siviglia ed al mare; al suo servizio fu Rodrigo Díaz detto ed Cid Campeador. La minaccia cristiana commosse il mondo islamico: l'emirio almoravide Jusuf passò in S. e battè i cristiani a Sagrajas (Zalacca) nel 1086. Fortunatamente Jusuf non poté sfruttare la vittoria perché i principi di Taifas spaventati osteggiarono il pericoloso vincitore. Alfonso VI poté conservare Toledo.
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