SPAGNA. - Lo Stato spagnolo abbraccia un po' più degli 8/10 del territorio e un po' meno degli 8/10 della popolazione della Penisola iberica. Con 505.720 kmq. di superficie (ivi comprese le Canarie), occupa, per ampiezza, il secondo posto in Europa (senza l'U.R.S.S.), dopo ed a non grande distanza dalla Francia. Quanto a popolazione, invece (28 milioni di ab. nel 1950), sta al settimo posto, precedendo di poco la Polonia. Il suo territorio ha contatto con soli due Stati: il Portogallo (989 kmq. di frontiera) e la Francia (667 km.), se non si tien conto della minuscola Repubblica di Andorra (nel settore pirenaico) e di Gibilterra all'estremità meridionale.
I. GEOGRAFIA
La S. consta di un vasto altopiano interno (la meseta) che una serie di rilievi mediani (sierre) divide in due parti (Vecchia e Nuova Castiglia) e che altri rilievi periferici segregano dall'influsso marino: i Monti Cantabrici ed i Pirenei a N., i Monti Iberici a NE., la cosiddetta catena Catalena a E., la Sierra Nevada a S. Questa barriera montuosa è rafforzata localmente da altri rilievi più interni, separati dai primi per mezzo di depressioni, le quali corrispondono ai bacini dell'Ebro a N., tra i Pirenei e i M. Iberici, e del Guadalquivir a S., tra la Nevada e la Sierra Morena. I Pirenei non raggiungono altezze pari a quelle alpine (Punta d'Aneto: 3404 m.), ma, compatti e tagliati da pochi ed elevati passaggi fra l'uno e l'altro versante, costituiscono una muraglia difensiva che in ogni tempo ha isolato la penisola dalla finitima Europa occidentale. La Sierra Nevada culmina nel Cerro de Mulhacén (3481 m.), la vetta più elevata di tutta l'Europa all'infuori delle Alpi: su di essa si trova un piccolo ghiacciaio, il più meridionale fra gli europei. Tutti gli altri gruppi montuosi hanno dimensioni ed altezze assai più modeste. Delle due parti che formano la meseta, la settentrionale (Vecchia Castiglia) è alta in media sui 700-900 m.: la meridionale sui 500-600; ma ambedue inclinano dagli erti margini orientali verso l'Atlantico, dove terminano con larghi terrazzi. Il contrasto morfologico fra interno e periferia si acatasce per il contrasto climatico che ne consegue: al clima oceanico di quest'ultima, con precipitazioni copose (a N.) od anche modeste (ad E.), si oppone, nella meseta e nei bacini interni, un clima continentale tipico, con escursioni diurne ed annue forti e con scarsezza di piogge quasi dappertutto. Mentre così le regioni litoranee o sublitoranee presentano un paesaggio ricco di varietà locali e con vegetazione più o meno rigogliosa, l'altopiano corrisponde ad un'arida e montuosa steppa, che trapassa talora (Mancia) addirittura a deserto.
L'Iberia, e tanto più la S., è un paese essenzialmente agricolo, non ostante le larghe possibilità che le risorse minerarie offrono allo sviluppo delle industrie: in complesso, del resto, la potenzialità economica del paese è certo assai maggiore che non appaia dall'attuale situazione, nella quale si riflettono le conseguenze della recente guerra civile e, non meno chiaramente, quella della lunga decadenza che l'ha preceduta. L'arativo rappresenta meno di 1/5 della superficie territoriale: per una metà, all'incirca, destinato ai cereali. In realtà, l'agricoltura trova il suo optimum nelle colture legnose: l'olivo (la S. è alla testa della produzione mondiale di olio), la vite (14,3 milioni di hl. di vino: la S. è al terzo posto in Europa), gli agrumi e gli alberi da frutta (fichi e mandorle), ma questa produzione interessa soprattutto le regioni periferiche (Andalusia per l'olio, Catalogna per la vite, il Levante per gli agrumi). La meseta e le regioni interne sono il dominio della cerealicoltura: la metà dei terreni è destinata al frumento (30-35 milioni di quintali; soprattutto le due Castiglie), accanto al quale hanno importanza l'orzo (10-15 milioni di quintali), il mais (5-6 milioni), la segale, l'avena; e ancor più la patata (30-40 milioni di quintali), la barbabietola da zucchero e i legumi. Prato naturale, pascolo e macchia occupano quasi la metà della superficie territoriale, ma nell'allevamento prevalgono gli ovini (16 milioni di capi) sui caprini (4,2) e sui bovini (3,3): questi ultimi trovano condizioni più favorevoli nelle regioni settentrionali più umide, mentre ovini e caprini si adattano a quelle centrali e meridionali, e specialmente alla meseta. Notevoli la sericoltura e l'apicoltura ed anche più la pesca, che alimenta una fiorente industria di scatolati (Galizia). Le foreste sono scarse, ma il sughero è essenza assai diffusa ed utilizzata nell'industria.
Il sottosuolo della S. è ricco: il carbone (11 milioni di tonn.: estratti quasi tutti dalle miniere asturiane) copre il fabbisogno interno, ma è impari ad una industria di trasformazione che volesse trattare le molte materie prime disponibili: il ferro (regione di Santander, di Bilbao e di Oviedo), le piriti zolfifere, il rame (Sierra Morena, Rio Tinto), il piombo (Sierra Morena, Peñarroya), lo zinco (Santander), il mercurio (Almadén), il tungsteno (Salamanca), la potassa (Catalogna), il salgemma, ecc. Per il mercurio, piombo, zinco la S. figura tra i maggiori produttori europei. D'altronde le regioni minerarie sono quasi tutte periferiche, e alimentano soprattutto l'esportazione di materiale grezzo.
Delle industrie le più sviluppate sono le tessili (Catalogna); nel resto si è ancora lontani dal coprire il fabbisogno interno, nonostante i grandi progressi realizzati negli ultimi anni, e la varietà di rami che vi sono rappresentati.
La popolazione spagnola appare in complesso più compatta dal punto di vista religioso che da quello etnico, per le varietà regionali dovute alla sua storia millenaria ed ai molti, diversi apporti di sangue che vi hanno confluito e che si riflettono, più che nelle tendenze centrifughe di alcune di queste regioni (Catalogna), nel vigore delle tradizioni locali e della stessa letteratura di alcuni dei gruppi meglio individualizzati (Catalani, Galleghi, Baschi, ecc.). Questa popolazione è assai variamente distribuita: le massime densità si riscontrano nelle regioni litoranee settentrionali (Biscaglia, Catalogna), le minime nell'interno, i cui indici discendono, per larghi spazi, al di sotto dei 25 ab. a kmq.

La Costituzione spagnola è quella di uno Stato autoritario, a capo del quale è ora il Caudillo, che dal 1942 è coadiuvato, nel governo della cosa pubblica, dalle ripristinate Cortes; organo legislativo composto di 438 membri, solo in parte elettivi.
| Regioni storiche | Superf. kmq. | Popol. cens. 1948 (in 1000 ab.) | Dens. kmq. | Capoluogo (e popolazione rel. in 1000 ab.) |
|---|---|---|---|---|
| Andalusia | 87218 | 5219 | 60 | Siviglia 383 |
| Aragona | 47609 | 1059 | 23 | Saragozza 267 |
| Asturie | 10895 | 837 | 77 | Oviedo 104 |
| Baleari | 5014 | 407 | 81 | Palma 138 |
| Basche (Province) | 7260 | 956 | 131 | Bilbao 231 |
| Canarie | 7273 | 680 | 91 | Las Palmas 150 |
| Castiglia (Nuova) | 72347 | 3129 | 43 | Madrid 1440 |
| Castiglia (Vecchia) | 50221 | 1577 | 32 | Burgos 70 |
| Catalogna | 31940 | 2891 | 91 | Barcellona 1240 |
| Estrenadura | 19940 | 511 | 30 | Badajoz 85 |
| Galizia | 28449 | 2496 | 86 | La Coruña 125 |
| León | 53338 | 1732 | 32 | León 53 |
| Murcia | 26179 | 1093 | 42 | Murcia 215 |
| Navarra | 10421 | 370 | 35 | Pamplona 73 |
| Valenza | 23304 | 2177 | 93 | Valenza 527 |
| Spagna | 503061 | 25878 | 51 |
Bibliografia15 opere
Giuseppe Caraci
II. STORIA CIVILE
1. La dominazione romana
Quando i Romani conquistarono la penisola iberica, trovarono un paese in cui era già avvenuto un profondo mescolamento di razze. Lo strato più antico della popolazione era formato da Liguri ed Iberi: nel sec. VI a. C. tribù celtiche si erano spinte, secondo Erodoto, sino al golfo di Cadice; le tracce linguistiche dei Celti si fermano al Tago. Il mescolarsi di questi elementi diede origine al termine generale di Celtiberi. Sulle coste prima del 1000 a. C. i Fenici usavano l'emporio di Cadice per il traffico dello stagno delle Cassiteridi e quello di Tartesso (Tharsis) per l'argento della Andalusia; da Massalia erano discesi lungo le coste i Focesi. Le ricchezze minerarie iberiche fin dalla preistoria ebbero importanza nella formazione della civiltà mediterranea. Il programma cartaginese di creare un vasto impero afro-iberico trovò opposizione in Roma. Nel 210 comparve in S. il console Gneo Scipione; nel 206 la Betica era conquistata, la prima colonia, Italica, era fondata e da quell'anno comincia l'era della provincia romana di S.
Dopo Zama, le legioni romane iniziarono aspra lotta con le tribù celtibere ribelli; in mezzo ai moti furono organizzate le due province dette Citeriore ed Ulteriore (197). Alle repressioni violente succedettero non poche insurrezioni e solo la distruzione di Numanzia dopo eroica difesa nel 133 a. C. segnò la pacificazione definitiva. Una ripresa si ebbe con la ribellione di Sertorio, causata dalla lotta tra Mario e Silla; il capo ribelle fu assassinato nel 72 a. C.

Lo sviluppo della vita civile nelle province organizzate dai proconsoli romani fu a lungo disturbato dalle incursioni delle tribù indipendenti degli Asturi e dei Cantabri che soltanto Augusto sentono nel suo soggiorno in S. tra il 27 ed il 25 a. C. Allora le province ebbero assetto definitivo: la Tarraconense (Citeriore), la Lusitania, la Betica. La vasta penisola trovò nella occupazione romana una notevole unificazione politica e civile.
Le colonie romane ed i vecchi centri sistemati a municipi furono centri di diffusione della lingua latina. Soprattutto le città sud-orientali riuscirono ad inserirsi perfettamente nella civiltà latina e diventarono centri notevoli di cultura; le lettere latine ebbero dalla S. non pochi scrittori di grande importanza: Seneca, Lucano, Marziale, Pomponio Mela, Columella, Quintiliano; la politica ebbe vari grandi imperatori, Traiano, Adriano, Marco Aurelio, Teodosio I. Durante l'età imperiale, pochi avvenimenti politici sono da ricordare per le province spagnole. Nella riorganizzazione diocleziana dell'Impero, la S. formò una diocesi della prefettura di Gallia e fu divisa in cinque province: Lusitania, Tarraconense, Betica, Cartaginese, Gallecia.
2. La dominazione dei Visigoti
Nel 409 alcune tribù germaniche che avevano invaso la Gallia nel 406 attraversarono i Pirenei e presero a saccheggiare le province spagnole: Svevi e Vandali Asdingi nella Galizia, Alani in Lusitania, Vandali Silingi nella Betica. Il governo imperiale per combatterli usò come alleati mercenari i Visigoti che aveva stabilito in quegli stessi anni nella Gallia attorno a Tolosa. Nel 429 i Vandali Silingi abbandonarono la S. ed il possesso della penisola fu discusso tra Svevi, Alani e Visigoti. Gli Svevi tentarono la conquista di tutta la S., i Visigoti sotto re Teodorico II li respinsero dalla Lusitania nei monti di Galizia. È difficile precisare le tappe della espansione visigotica: dal 466 re Eurico si allarga nella Tarraconense, e dopo il 484 Alarico II nella Cartaginese e nella Betica. Questo periodo rappresenta il massimo sviluppo della potenza visigotica. Eurico inizia la legislazione visigotica, facendo scrivere le consuetudini nazionali; Alarico II raccoglie nel Breviarium Alarici le leggi dei sudditi romani. Contro il pericolo di una avanzata franca, il giovane Amalarico, successo ad Alarico II (m. nel 507), fu protetto dal congiunto Teodorico, re d'Italia, che mise in S. come reggente il suo fidato Theudis.
Scomparso Teodorico, i Franchi attaccarono di nuovo i Visigoti: Amalarico fu sconfitto a Narbona (531). Di nuovo assunse il governo Theudis che si proclamò re e ricacciò i Franchi giunti sino a Saragozza. Pare che Theudis avesse la sua sede a Barcellona; a lui successero Teudisel e poi Agila che si stabilì a Merida. La spedizione contro i romano-ispani della regione di Cordoba provocò contro Agila una ribellione: fu proclamato re Atanagildo. Nella lotta intervenne l'imperatore Giustiniano; un esercito imperiale sbarcò sulle coste meridionali ed iniziò l'occupazione della Cartaginense e della Betica, tra la foce del Iucar e quella del Guadalquivir (554). Ucciso Agila, fu padrone del regno Atanagildo che si stabilì a Toledo ed iniziò la lotta contro gli imperiali. Strinse alleanza con i Franchi, diede la figlia Brunechilde in sposa a re Sigelberto. Nel 567 salirono al trono i due fratelli Liuva e Leovigildo che dopo il 573 rimase solo al potere. Una serie di campagne felici distrusse il Regno svevo (585) e diede ai Visigoti il possesso del nord-ovest. Le tribù ancora indipendenti furono domate; così furono soffocate le aspirazioni bizantine di allargare la provincia imperiale.
Nella famiglia di re Leovigildo incominciarono ora gravi discordie: il figlio maggiore Ermenegildo (v.) sotto l'influsso della consorte, la franca Ingunthi, e del vescovo di Siviglia, s. Leandro, passò al cattolicesimo e si ribellò al padre; vinto, fu fatto prigioniero ed ucciso (585). A Leovigildo successe nel 587 il secondogenito Recaredo che passò al cattolicesimo, costringendo i sudditi a seguirlo.
Questo fatto favorì la fusione delle due razze: la soppressione del divieto di matrimonio, nel 583, ne è indice. Recaredo accelerò l'uguaglianza di diritto tra Goti e Romani e pubblicò delle leggi valide per tutte e due le popolazioni. Dopo la morte di Recaredo (601), il figlio Leova II fu vittima di una ribellione di nobili ariani che difendendo il principio di elezione portarono al trono Witteric; assassinato questi nel 610, gli successe Gunthimar; nel 612 salì al trono Sisibuto che per il primo fu consacrato introducendo così nelle incoronazioni regie l'unzione sacra. Sisibuto ottenne dal governatore Cesario la cessione di Malaga e Cartagena e l'Impero conservò il possedimento d'Algaviva con le città di Osonoba e Lacobriga, occupate però anch'esse dopo il 620 dal successore Swinthila genero di Sisibuto. Tuttavia successive ribellioni mostrano come la monarchia visigota non riuscisse a domare l'aristocrazia troppo ricca e potente; anche l'episcopato era legato ad essa da vincoli familiari e ne condivideva gli interessi.
Il re Kindaswinth si sforzò di abbattere l'aristocrazia, mandando a morte tutti i sospetti; nel VII Concilio del 646 decretò esilio e confisca dei beni contro i ribelli laici ed ecclesiastici. Ma tutti i suoi sforzi furono inutili. Nell'VIII Concilio del 653 fu stabilito che il re dovesse essere eletto dai grandi laici e prelati; per il re fu redatto una specie di codice morale: obbligo di difendere la fede cattolica, di essere moderato, di non estorcere denaro ai sudditi, di non usare dei beni dello Stato nel proprio interesse; ogni re prima di salire al trono doveva giurare tali impegni sotto pena di scomunica e di perdita del trono. Sotto il re Kindaswinth vi fu presso i Visigoti una attività legislativa notevole: fu abolito il Breviarium Alarici, fu stabilito che tutti i sudditi, sia barbari come romani, fossero giudicati secondo la sola legge visigotica (Forum judicum o Fuero Juago) e dagli stessi giudici. La monarchia visigota si avviava così alla fusione delle due società, romana e barbara, sotto gli auspici della Chiesa cattolica.
Dopo la morte di re Rekiswinth nel 672 ricominciarono le lotte civili. L'aristocrazia di corte proclamò re Wamba, mentre in Settimania fu proclamato re Hilderich conte di Nimes. Il duca Paolo dopo repressa la ribellione fu a sua volta proclamato re. La crisi fu rapidamente superata da Wamba: batté e sottomise le tribù basche ribelli; rioccupò la Tarraconense e la Settimania; catturò il rivale Paolo. Però non era una vera vittoria della monarchia: si trattava di lotta tra due gruppi della aristocrazia. Il tentativo di Wamba di rendere obbligatorio il servizio militare per tutti i sudditi senza distinzione di razza e di stato fallì. Nel 680 Wamba si ritirò a vita privata e designò come successore Erwig; questi fu riconosciuto nel XII Concilio toletano ed abbandonò le riforme di Wamba. Sulla monarchia dominarono ora apertamente i nobili ed i vescovi: i concili apparvero come il fondamento unico dello Stato. Rimaneva però un partito fedele a Wamba ed Erwig fu costretto a dare in sposa la figlia ad Egika, figlio di Wamba, e poi ad abbandonargli il trono. Lo Stato era ora in pieno disordine: cospirazioni di nobili, ribellioni di ebrei d'accordo con quelli d'Africa. Nel 698 Egika associò il figlio Witiza che gli successe nel 701. Non si conoscono gli avvenimenti di questi anni: nel 711 pare che a Witiza si sostituisse con la violenza Roderich. La lotta civile spiega l'intervento di un corpo di Arabo-berberi inviato nel 711 da Mūsā ibn-Nusajr: nel 712 le forze visigote condotte dal re Roderich vennero distrutte in battaglia sul Rio Salato tra Vejer de la Frontera e Conil. La conquista della S. avvenne senza difficoltà. Un nuovo periodo storico incominciava per la S.
3. Organizzazione cristiano-visigotica della S. settentrionale
Fuggendo davanti all'avanzarsi degli arabo-berberi, visigoti e romani organizzarono la resistenza in Asturia. Loro capo fu Pelagio che portò la lotta sui monti Peñas de Europa, e Asturia, Santander, Burgos, León, Galicia formarono l'occupazione cristiana mentre gli invasori si arrestarono sul Duero; fra mezzo si stendeva una regione deserta abbandonata su cui si disputava da ambo le parti. A Pelagio successe pure verso il 717 un Alfonso I. La storia di questi principi si riduce a respingere tentativi nemici a soffocare ribellioni di gruppi nobiliari autonomisti. Nell'età di Carlomagno il centro principale dei cristiani era Oviedo; altri centri si formavano in Navarra ed in Aragona. La Catalogna alla fine del sec. VIII veniva da Carlomagno liberata dai musulmani e formò la Marca spagnola nel quadro della organizzazione carolingia.
La vita degli staterelli cristiani si svolse nei secc. VIII-IX assai misera: la povertà e ristrettezza del paese poco atto all'agricoltura spingeva i principi alla conquista dei territori musulmani fertili e ricchi. L'avanzata a sud forniva ai principi non solo i mozarabi ma anche i nudejares, i musulmani vinti che rimanevano sotto il governo dei principi cristiani con le loro leggi e la loro religione, elemento prezioso per la vita economica degli Stati cristiani. Non solo i principi, ma anche ricchi signori, chiese, monasteri attendevano al popolamento delle terre conquistate in virtù delle lettere di popolamento (cartas pueblas) che davano il diritto di possedere le terre occupate, di avere in proprietà i terreni dissodati con esenzione da tributi. Alla fine del sec. IX tutta la regione settentrionale dalla Galizia alla Catalogna era libera dall'Islām, ma non si poteva parlare di una avanzata sistematica verso sud e neppure vi era unità: alla morte di Ordoño I (866) i figli si spartirono i domini, ma subirono il predominio di 'Abd ar-Rahmān III; le lotte interne facilitavano i califfi di Cordova: Sancho, figlio di Ramiro II, in lotta con il fratello Ordoño si rifugiò a Cordova ed un esercito arabo lo rimise sul trono.

Solo la decadenza del califfato al principio del sec. XI segna l'inizio della riconquista cristiana, e tutta la storia della S. per cinque secoli è dominata da questa idea motrice. È vero che tra i principi cristiani le lotte eran continue. León, Castiglia, Navarra sono retti da principi strettamente imparentati, ma in lotta tra di loro; Sancho di Navarra riesce ad assorbire Castiglia e León; nel 1035 i figli si dividono i domini; nel 1037 Ferdinando riunisce Castiglia e León e domina su tutti i territori tra il Duero ed il Mare cantabrico. A parte continuarono a vivere la Navarra e l'Aragona. Così alla metà del sec. XI tre erano i nuclei cristiani principali della S. La disgregazione del califfato nei vari staterelli dei re di Taifas fu sfruttata assai presto dai principi cristiani. Ferdinando I di Castiglia tra il 1060 ed il 1065 sottomise a tributo i re berberi di Toledo, Badajoz e Siviglia e conquistò la zona tra il basso Douro ed il Mondego con Coimbra. Contemporaneamente Ramiro I iniziò l'espansione nella valle del Gallego ed il figlio Sancho Ramirez combatté con il re di Huesca. Nel 1065 alla morte di Ferdinando I di Castiglia i figli lottarono aspramente per la divisione. Di essi nel 1085 Alfonso VI riuscì ad occupare Toledo e si spinse con rapida corsa sino a Siviglia ed al mare; al suo servizio fu Rodrigo Díaz detto el Cid Campeador. La minaccia cristiana commosse il mondo islamico: l'emiro almoravide Jūsuf passò in S. e batté i cristiani a Sagrajas (Zalacca) nel 1086. Fortunatamente Jūsuf non poté sfruttare la vittoria perché i principi di Taifas spaventati osteggiarono il pericoloso vincitore. Alfonso VI poté conservare Toledo.


Barcellona, Raimondo Berengario IV. Così si operò l'unione dell'Aragona e della Catalogna si da costituire una potenza iberica mediterranea.
Ad occidente invece il Regno di Castiglia-León subì un indebolimento per la separazione del Portogallo (v.). Alfonso Enrico nel 1139 arbitrariamente si proclamò re, poi nel 1143 vassallo del Papa; riconciliatosi con il re di Castiglia, lo riconobbe suo signore, ma nel 1179 si fece prosciogliere da ogni legame.
Dopo la morte di Alfonso VI di Castiglia, la figlia ed erede Urraca, rimasta vedova di Raimondo di Barcellona, sposò Alfonso I re di Aragona. Così per un momento si ebbe, al principio del sec. XII, l'unione di Aragona e di Castiglia; ma il matrimonio fu dichiarato nullo dal Papa ed i due Regni ritornarono divisi. Il figlio di Urraca, Alfonso VII, nell'ambizione di dominare tutta la S. nel 1135 assunse a León il titolo di imperatore di S., imponendo ai vari principi l'omaggio feudale. Non dimenticava però la lotta contro l'islam: nel 1146 occupò Cordova. Nel 1147 comparve in S. il capo degli Almohadi, nuovo movimento islamico sviluppatosi nel Magrib. La nuova ondata ritolse ai cristiani molte città conquistate: la difesa di Castiglia e di Aragona era impacciata dai contrasti tra i due re. Solo dopo il 1147 si ebbe l'intesa tra castigliani ed aragonesi e nel 1179 stabilita tra Alfonso II di Aragona ed Alfonso VIII di Castiglia la divisione delle future conquiste. Il califfo almohade an-Nāṣir fu vinto nella grande battaglia di Las Navas di Tolosa (1212) da Alfonso VIII di Castiglia e Pietro II di Aragona. Sebbene la vittoria non fosse subito sfruttata, era evidente che con la caduta degli Almohadi, anche l'islamismo spagnuolo avesse perduto tutta la sua vivacità e capacità offensiva.
4. L'equilibrio tra le monarchie spagnole nei secc. XIII-XV
Se durante il sec. XII tra i vari Stati iberici aveva tenuto la supremazia la Castiglia, nel sec. XIII lo Stato aragonese-catalano, accresciuto ancora delle contee di Montpellier e di Urgel, fu in grado di rivaleggiare vittoriosamente con quello castigliano. Pietro II nel 1204 visitò papa Innocenzo III ed ottenne da lui la corona regia. Dopo la battaglia di Las Navas la lotta contro gli arabi posò; solo Giacomo I nel 1229 riprese l'avanzata: sloggiò i musulmani da Maiorca e da Minorca, poi occupò il Regno di Valencia sino al capo de La Nao. Contemporaneamente Ferdinando III di Castiglia occupava l'Andalusia, faceva vassallo il Re di Murcia ed imponeva la sua alleanza al Re di Granata. I due Re cristiani ora conclusero un accordo per spartire le conquiste: il punto di confine sarebbe stato Biar presso Alicante; i paesi conquistati a sud sarebbero spettati alla Castiglia. Castiglia ed Aragona ora avevano una vita indipendente. A Ferdinando III successe in Castiglia Alfonso X il Saggio (1252-84). Alla lotta contro i Mori di Granata dedicò una spedizione contro Cadice ed una contro Cartagena.
L'Aragona, non toccata dall'ondata almoravide, alla fine del secolo riprese la lotta. Pietro I nel 1096 occupò Huesca, nel 1101 Barbastro; Alfonso I conquistò le città dell'Ebro, Tudela nel 1110, Saragozza nel 1117; nel 1125 attraversando in forza i Regni di Valencia e di Murcia arrivò al Mediterraneo, e nel 1134 morì sotto le mura di Lerida. Il successore di Alfonso I, il fratello Ramiro, non guerriero e non politico, diede la figlia in sposa al conte di
La sua attenzione era però rivolta altrove. La sua opera giuridica Las siete partidas si ispirava al diritto romano, la sua attività politica rivelò una tendenza assolutista contro la quale si alzarono in armi i nobili del Regno. Riprendendo vecchie ambizioni degli avi aspirò a fare della S. il centro della politica europea conquistando la corona imperiale: nel 1257 alcuni Elettori di Germania lo elessero re dei Romani, ma non osò mai affrontare il problema di un viaggio in Germania. Sebbene egli stabilisse come principio la successione del figlio primogenito e suoi discendenti, essendo morto il figlio ed erede Ferdinando de la Cerda, fu costretto dalla nobiltà a riconoscere come erede il secondogenito Sancio anziché i nipoti de La Cerda; poi si disdisse e riconobbe il buon diritto dei nipoti. Il Regno di Sancio IV fu ora funestato dalla lotta contro i La Cerda. La lotta si aggravò per l'intervento del re di Francia a favore dei La Cerda e solo nel 1308 la questione fu composta con un indennizzo ai pretendenti. Al principio del sec. XIV vi fu una attività militare contro Granata; ristabilita la pace, il Re moro di Granata si impegnò a pagare un tributo. Morto porono Ferdinando IV (1295-1312), il lungo Regno di Alfonso XI (1312-50) fu funestato da lunghe lotte civili per le pretese dei vari principi alla reggenza e poi al governo. Più violente lotte si svolsero dopo il 1350 tra Pietro il Crudele figlio di prime nozze di Alfonso XI ed il suo fratello illegittimo Enrico di Trastamara che si fece proclamare nel 1366. Nel conflitto intervennero Francia ed Inghilterra e la guerra in Castiglia diventò un vivace episodio della guerra dei Cent'anni. Prevalse con l'aiuto francese Enrico di Trastamara che riuscì a chiudere i conflitti con le monarchie limitrofe; il suo erede Giovanni I si riconciliò anche con l'Inghilterra sposando il figlio Enrico - che per primo fu detto principe delle Asturie - con una principessa inglese. Enrico III salì al trono attraverso una nuova fase di lotte tra i principi per la reggenza: ristabilita la pace, iniziò una bella attività guerresca, distruggendo i pirati di Tetuan ed occupando le Canarie. Più tranquilla si svolse durante questa età la vita politica interna del Regno d'Aragona che fu costretto ad occuparsi dei problemi mediterranei.
Pietro III, figlio e successore di Giacomo I, avendo sposato Costanza, figlia dello svevo Manfredi Re di Sicilia, nell'ag. 1282 sbarcò a Trapani in aiuto dei Siciliani ribellatisi nel marzo al re Carlo d'Angiò. La guerra tra Angiò ed Aragona si complicò per l'intervento del Papa e della monarchia francese. Bonifacio VIII nel 1295 concesse con il Trattato di Anagni a Giacomo II le isole di Sardegna e di Corsica, ma Federico, fratello di Giacomo, conservò, con il Trattato di Caltabellotta, la Sicilia. La conquista della Sardegna occupò i Regni di Alfonso IV (1327-36) e di Pietro IV il Cerimonioso (1336-87): i re aragonesi costretti a combattere con le Repubbliche di Genova e di Pisa, che avevano interessi nelle due grandi isole, cercarono l'alleanza di Venezia. Sotto Giovanni I (1387-95) risorse la questione della Sicilia per lo spegnersi di quel ramo della dinastia aragonese: Martino, che aveva sposato l'crede del Regno siciliano Maria, morendo nel 1409, lasciò l'isola al padre Martino I che era successo in Aragona al fratello Giovanni.
5. L'organizzazione interna degli Stati spagnoli nei secc. XIV-XV
Formatisi lentamente per successive conquiste attraverso vari secoli, gli Stati spagnoli ebbero tutto il carattere di conglomeramento di regioni diverse con differenti organizzazioni e costumanze. I re che avevano guidato alla guerra contro gli infedeli i loro guerrieri avevano guadagnato privilegi e ricchezze. Essi donavano terre a chi li aiutava nella conquista, ma il feudalesimo di tipo franco non si formò in S., fatta eccezione della Catalogna, Marca carolingia.
A fianco dei re vi sono i ricos hombres che nel sec. XIII formarono i maggiornarchi per garantire l'indivisibilità del patrimonio familiare; sotto vi erano i hidalgos, nobiltà antica, ed i caballeros, classe nobile aperta a chi potesse procurarsi un cavallo e le armi. Nell'Aragona a poco a poco si introdusse il feudalesimo catalano. Le città avevano una situazione speciale per la libertà o privilegi ottenuti con la conquista e registrati nei loro fueros dati dal re. Le borghesie spagnole potevano organizzare delle hermandades per difendersi contro le violenze dei nobili e dei principi; nel sec. xiv avevano statuti, assemblee, ufficiali; si riunivano in armi per punire delitti gravi (somatent). Nello Stato catalano importanza eccezionale aveva Barcellona dove comandava una ricca borghesia di commercianti ed armatori. Le Cortes erano assemblee generali derivate dallo sviluppo della Curia del re e comprendevano: i ricos hombres, gli ecclesiastici, i procuratori delle città. Si riunivano per ordine del re, per ascoltare la proclamazione di ordini regi e l'imposizione di tributi; giuravano fedeltà al nuovo re; partecipavano alla formazione delle reggenze; esprimevano petizioni, e nel sec. xiv esercitavano un certo controllo sulle entrate e sulle spese. Le Cortes di Castiglia furono dominate da un senso di lealtà monarchica, di devozione e di collaborazione con i re. In Aragona non si ebbero Cortes generali, ma quelle particolari di Aragona, di Catalogna, di Valencia, e si occupavano degli affari di ogni singolo regno. Nonostante le varietà locali, Castiglia ed Aragona offrivano una unità tipica di istituzioni, di razza e perciò stesso erano paesi destinati ad unirsi.
6. L'unificazione castigliano-aragonese
Il sec. xv vide nella penisola iberica la conclusione della storia politica medievale con la unificazione dei principali regni cristiani e la distruzione definitiva della dominazione musulmana. I due Stati dominanti erano ormai la Castiglia e l'Aragona. La Navarra tra l'influsso di Castiglia e quello di Francia perdette ogni possibilità di agire attivamente nella penisola. In Castiglia il re Giovanni II sposando nel 1418 la cugina Maria di Aragona stabilì già un legame di grande importanza tra i due Regni. La debolezza del Re permise una ripresa di lotte civili, male dominate dal connestabile Alvaro de Luna nei suoi tentativi di piegare la nobiltà prepotente. Fiacco e pieno di agitazioni fu il governo di re Enrico IV (dal 1454): le lotte ora riguardavano la successione; il Re, costretto a riconoscere la legittimità della figlia, riconobbe come erede la sorella Isabella che si impegnò a sposare il cugino Ferdinando di Aragona (1468). In Aragona, spentasi la vecchia dinastia con Martino I (1410), le Cortes tra i vari pretendenti elessero re Ferdinando di Antiquera, castigliano, che dovette però combattere contro il rivale, il conte di Urgel. Alfonso V, succeduto al padre nel 1416, presto si gettò nelle lotte d'Italia per la conquista del Regno di Napoli e fu re più italiano che spagnolo; dei 42 anni di regno, ne passò 29 in Italia. In Aragona governò per lui la consorte Maria e poi il fratello Giovanni, re consorte di Navarra, che gli successe nel 1458. Ora l'Aragona entrò in un lungo periodo di lotte per il contrasto tra il Re ed il figlio di prime nozze Carlo di Viana. Solo nel 1472 l'Aragona ritrovò la pace; a Giovanni nel 1479 successe il figlio Ferdinando II che aveva sposato Isabella, dal 1474 regina di Castiglia.
L'organizzazione del doppio Regno Castiglia-Aragona fu regolata dai patti stabiliti nel contratto di matrimonio (capitulationes) e dall'arbitrato pronunciato tra i due monarchi nel 1474 dal card. Ximenes: la giustizia era esercitata da ambedue e da ciascuno separatamente; i documenti regi erano firmati da ambedue; le monete avevano l'effigie dei due re; il sigillo, gli stemmi dei due Regni. Il principio di uguaglianza assoluta risulta dalla famosa formula: «tanto monta, monta tanto Isabel come Ferdinando». L'unione castigliano-aragonese determinò la ripresa della lotta contro i musulmani di Granata che riposava dal 1431 quando Alvaro de Luna aveva vinto i mori a La Higuera ed imposto un tributo; riprese nel 1482 con l'avanzata dei castigliani sotto Granata. Le lotte scoppiate nella famiglia del re Abū l-Hasan facilitarono l'occupazione di tutti i castelli attorno a Granata: nel 1487 cadde Malaga, nel 1489 anche Almeria e la stessa capitale, Granata, fu assediata e costretta a capitolare il 2 giugno 1492; gli abitanti musulmani ebbero salva la vita ed i beni e la facoltà di partirsene.
7. L'età dei Re Cattolici
Il Regno di Ferdinando e di Isabella rappresenta per la S. un'epoca di grandi glorie. Nello stesso anno in cui si compiva la riconquista cristiana, Cristoforo Colombo in base al contratto pattuito con la regina a Santa Fe (17 apr. 1491) partiva da Palos con le tre caravelle che il 12 ott. toccavano l'isola Guanahami nelle Bahamas (S. Salvador, Watling). Così incominciava quella serie di scoperte geografiche che dovevano fare della S. in pochi decenni il più importante Stato coloniale europeo sino al sec. xix. I contrasti con il Portogallo, che attendeva anch'esso a viaggi di esplorazione e di colonizzazione verso l'Oriente, furono composti dalla bolla di Alessandro VI che stabilì una linea di demarcazione (4 maggio 1493) e dal Trattato di Tordesillas (7 giugno 1494). Liberi da ogni preoccupazione interna, i due Re seguivano con il maggiore interesse le vicende politiche europee. Con il Trattato di Barcellona (1493) Ferdinando riebbe dalla Francia la Cerdagne ed il Roussillon perduti da Giovanni II; poi la conquista di Napoli da parte di Carlo VIII riaprì il conflitto. Partecipando alla coalizione antifrancese, Ferdinando ricacciò da Napoli Carlo VIII e stabilì il suo predominio sugli Aragonesi di Napoli; la nuova invasione di Luigi XII determinò l'intesa franco-spagnola per la divisione del Regno napoletano (Trattato di Granata 1500); ma da ultimo i Francesi furono cacciati e Ferdinando fu padrone di tutto il Regno (1503). La S. diventò ora una delle colonne fondamentali del sistema politico europeo partecipando alla Lega di Cambrai contro Venezia (1508), alla Lega Santa di Giulio II contro la Francia (1511), e rese definitivo il predominio nella penisola italiana. Nella politica interna, sotto i Re Cattolici il potere monarchico guadagnò in forza. Le agitazioni dell'aristocrazia non ebbero più possibilità di imporsi. La centralizzazione del governo fece progresso: furono creati funzionari regi per fare inchieste. La nobiltà si trovò ad avere perduto gran parte della sua autorità politica, ma conservò i suoi privilegi sociali e si avviò a diventare nobiltà di corte. Anche l'autorità delle Cortes si indebolì assai: in Castiglia la regina le convocò nove volte; in Aragona, Ferdinando solo sette, sei in Catalogna, una a Valencia. Grandi le riforme nel campo delle finanze, riorganizzate, creando nuovi tributi, così nella giustizia. Fu organizzato un esercito permanente, ad imitazione delle compagnie svizzere, per opera di Consalvo di Cordova. Isabella morì nel 1504 ed il governo sentì assai la perdita nella compattezza e nell'indirizzo politico. L'unica figlia che potesse succederle era Giovanna detta la Pazza (perché mentalmente incapace): Isabella nominò reggente il consorte Ferdinando. Questi cercò di tenere con energia la direzione degli affari. Fece una serie di spedizioni contro gli Stati barbareschi (1508-11); nel 1512 tentò l'annessione della Navarra. Ferdinando m. il 23 genn. 1516.



8. La monarchia degli Asburgo
Gli Asburgo regnarono in S. dal 1516 al 1700: essi crearono realmente l'unità dello Stato spagnolo. Carlo I, figlio di Giovanna la Pazza, moglie di Filippo d'Asburgo, nel 1516 assunse la reggenza per la madre, ma si considerò presto veramente re. Egli non conosceva la S. né la lingua castigliana, essendo nato a Gand (1500). Si circondò, venuto in S., di consiglieri fiamminghi e quando nel 1519 fu eletto imperatore, vide gli interessi spagnoli solo nel complesso degli interessi dei suoi vari domini: i Paesi Bassi ereditati dal padre, l'Impero, gli Stati di S. e di Italia, ereditati dagli avi materni. Il governo di Carlo I in S. iniziò un politica finanziaria rigidissima e destò presto malcontento; molte città si ribellarono: Toledo, Segovia, Avila, Burgos, Zamoras ed il movimento dei comuneros borghesi fu diretto da persone nobili, tra le quali si distinse Juan de Padilla. Il governatore del Regno, il card. Adriano di Utrecht, fallì nel tentativo di domare la sollevazione con la spedizione contro Segovia. I deputati di 15 città il 29 luglio 1520 crearono la S. Junta, giurando di vivere e morire al servizio del Re e della Comunidad.
I ribelli protestavano la loro devozione al Re, ma chiedevano riforme nelle finanze e nella giustizia; ma poi il movimento assunse carattere antinobiliare e perdette di forza. Già nel 1521 le milizie della S. Junta vennero sconfitte; i capi Juan de Padilla, Maldonado, Bravo vennero decapitati. Carlo V, ritornato in S. nel 1523, annunciò un perdono generale, ma con la riserva di molte eccezioni che mascherarono una dura repressione. Dopo la crisi l'autorità regia apparve fortificata ancor di più; le Cortes però conservarono il diritto di lagnarsi e di votare i servicios. Agitazioni di carattere sociale si ebbero anche a Valencia ed a Majorca, ma furono soffocate duramente. La guerra scoppiata tra Francia e S. nel 1521 ebbe una fase bellica anche al confine, specie in Navarra. I comuneros pare tentassero di stringere accordi con Francesco I contro Carlo V: questi per la crisi interna era in una condizione di inferiorità rispetto alla Francia compatta. Dalla Navarra la guerra franco-spagnola fu trasportata in Italia: a Pavia le forze spagnole vinsero, il 24 febbr. 1525, Francesco I che fu fatto prigioniero e portato a Madrid dove il 15 genn. 1526 firmò il Trattato con cui rinunciava alle sue aspirazioni sull'Italia e sui Paesi Bassi. Dopo la liberazione, il re di Francia organizzò una lega contro Carlo V per togliergli Napoli e Milano. Per punire Clemente VII di avere aderito a tale lega, Carlo V organizzò la spedizione che terminò con il sacco di Roma. La notizia del terribile avvenimento fece molta impressione in S. ed imbarazzò Carlo V.
Dopo la Pace di Cambrai con la Francia (1529), il re di S. si riconciliò con il Papa che lo incoronò imperatore a Bologna. Nel 1535, morto Francesco II Sforza, le forze spagnole occuparono Milano, sebbene giuridicamente appartenesse all'Impero. Ora riprese la lotta tra S. e Francia per il predominio in Italia: nel 1544 si ebbe una breve pace (Créspy) per ricominciare e durare sino alla Pace di Cateau-Cambrésis (1559). Costretto ad occuparsi dei gravi problemi della Germania, Carlo V poco curò dopo il 1530 le cose di S. Provvide a difenderne il prestigio nel Mediterraneo con la spedizione a Tunisi nel 1535 per reprimere la pirateria. Un completo insuccesso ebbe una seconda spedizione sulle coste africane nel 1541. Truppe spagnole si recarono in seguito in Austria per sostenere Ferdinando d'Austria, fratello di re Carlo, contro i Turchi. Mentre il Re usava senza risparmio le forze finanziarie e militari della S. per stabilire in Europa il primato della sua Casa, oltre Oceano gli ufficiali spagnoli esploravano il continente americano e creavano i grandi possedimenti dell'America centrale e meridionale: la scoperta delle miniere d'argento del Potosi servì notevolmente a rafforzare la politica europea di Carlo V. Nel 1556 il Re, stanco (sebbene non vecchio) di una vita politica così tumultuosa che durava da quaranta anni, abdicò al trono di S. a favore del figlio Filippo che ebbe anche i Paesi Bassi, i domini d'Italia, i possessi d'America; nel 1558 abbandonò l'Impero ed i domini asburgici al fratello.
Filippo II regnò sulla S. dal 1556 al 1598. Il programma del suo governo di 42 anni fu di stabilire sull'Europa il predominio della S. che per lui si confondeva con il trionfo della fede cattolica sopra l'eresia. Chiusa la guerra dopo la battaglia di S. Quintino (10 ag. 1557) con il Trattato di Cateau-Cambrésis che segnò l'umiliante resa della Francia, Filippo II dovette dirigere la sua attività in varie direzioni. Le minacce dei Turchi su Malta e su Cipro determinarono la Lega cristiana la cui flotta capitanata da don Giovanni d'Austria fratello del Re vinse i Turchi a Lepanto (7 ott. 1571) pur non riuscendo a salvare Cipro. Dopo il 1565 egli si trovò a fronteggiare la ribellione dei Paesi Bassi che aveva a capo il principe d'Orange ed il conte di Egmont. Nel 1580, spentasi la dinastia d'Avis in Portogallo, il Re di S. per i diritti di credità materna occupò il Regno giungendo così all'unificazione completa della penisola. Negli anni seguenti i rapporti di Filippo II con la regina d'Inghilterra, che aveva assunto la protezione dei ribelli dei Paesi Bassi, giunsero sino alla rottura completa e dopo la condanna di Maria Stuart il Re di S. organizzò una grande spedizione navale per sbarcare in Inghilterra che però fallì miseramente (1588). Si gettò allora in aiuto dei cattolici francesi che combattevano contro il re di Navarra, Enrico IV, pretendente al trono di Francia. La lotta portò però al trionfo di Enrico IV che fattosi cattolico seppe riunire attorno a sé tutti i suoi sudditi: la Pace tra Francia e S. avvenne nel 1598. Tutta questa politica di interventi armati in tutta Europa pesava terribilmente sulla vita interna della S. Con Filippo II l'assolutismo prese il suo aspetto definitivo. Egli credette di poter fondere i vari Regni spagnoli in un tutto omogeneo. Per servire meglio alle sue concezioni politiche, Filippo II si creò una capitale nuova in posizione centrale a Madrid; la sua residenza fu nel grande Palazzo monastero dell'Escorial a 50 km. da Madrid. La sua fu una monarchia burocratica; egli governava da solo con i suoi segretari che erano almeno in apparenza puri esecutori di ordini. Il Re sentiva però il consiglio dello Stato (Consejo de Estado), suo consiglio privato, poi i consigli dei diversi Stati, Castiglia, Aragona, Italia, Indie; poi i Consigli tecnici, della Guerra, della Inquisizione, degli Ordini, della Hacienda. La Corte, fastosa per il cerimoniale borgognone importato da Carlo V, era complessa, pesante e costosa. Le Cortes continuarono, ma senza reale importanza. Le finanze dovevano provvedere a pesi sempre più gravi e, nonostante gli apporti dalle Americhe del metallo prezioso e le tasse dirette ed indirette, non si riusciva mai ad ottenere quel che era necessario. Il deficit si fece costante: nonostante ricorresse ai banchieri genovesi, nel 1557-60 il Re dovette subire una prima bancarotta; una più grave nel 1574.

Il malcontento nel paese era grave, ma sotto la pressione del governo diventò triste rassegnazione. Nel sec. XVII
(da Ars Hispaniae, II, Madrid 1917, fig. 201)
SPAGNA - Abside della chiesa di S. Salvatore di Valdediós (Asturie), consacrata il 16 ott. 893.
le condizioni economiche peggiorarono. L'agricoltura era in piena decadenza per l'accrescersi del latifondo, il formarsi sempre maggiore dei maggioraschi, l'organizzazione della Mesta in difesa del pascolo e del commercio delle lane, la distruzione dei mariscos, l'emigrazione in America e soprattutto per il disdegno marcato del popolo spagnolo (insuperabile per le scoperte e per le conquiste) per tutto ciò che era lavoro manuale. La decadenza del commercio mediterraneo dal sec. XV colpì grandemente l'Aragona e la Catalogna: il gran porto di Barcellona si vuotò. Fiorivano ora invece i porti castigliani di Cadice e di Siviglia per le relazioni con l'America, ma la legislazione protezionista e l'organizzazione del commercio facevano passare ogni beneficio nelle mani degli stranieri. Il commercio infatti non era nelle tradizioni castigliane e nonostante l'immenso impero coloniale non si sentì la spinta ad una attività commerciale che determinasse la formazione di una ricca borghesia. La nobiltà feudale subì a sua volta le conseguenze della rivoluzione dei prezzi, ed alla diminuzione dei redditi fondiari rimediò inserendosi nella Corte ed attingendo all'erario. La conseguenza di tale crisi fu la diminuzione della popolazione: alla fine del sec. XVII si calcola fosse ridotta a sette milioni. Tale situazione economica disastrosa non poté più permettere alla monarchia di sostenere nel sec. XVII quella politica che doveva difenderle i domini ed il prestigio. Dopo Filippo II la S. partecipò ancora ai grandi conflitti europei, ma in condizioni di sempre maggiore inferiorità. Nel 1609 dovette riconoscere l'esistenza della Repubblica delle Sette Province fiamminghe con la tregua dei 12 anni.

In Italia a stento riuscì tra il 1614 e il 1618 ad imporsi a Carlo Emanuele I di Savoia. La guerra per la Valtellina (1621-26) terminò con l'umiliazione del governo di Madrid. La successione di Mantova vide di nuovo la sconfitta della S. (1627-31). Nel 1640 il Portogallo si ribellò e ritornò indipendente. La guerra dei Trent'anni, che riguardava il predominio degli Asburgo in Germania, costrinse il governo di Madrid ad una dura lotta per la difesa dei suoi domini in Italia e nei Paesi Bassi; alla Pace di Vestfalia riconobbe l'indipendenza delle Sette Province unite (1648); alla Pace dei Pirenei cedette alla Francia l'Artois, il Roussillon, la Cerdagne (1659). Quindi fu necessario resistere agli attacchi della Francia di Luigi XIV: la guerra di devoluzione tolse alla S. non poche città delle Fiandre (Trattato di Aquisgrana 1668); la Pace di Nimega diede alla Francia la Franca Contea ed altre città nelle Fiandre (1678). La S. non aveva più denaro e uomini per resistere; essa si reggeva più che altro per il contrasto degli aspetti delle Grandi Potenze.

9. La monarchia dei Borboni
Spentasi con Carlo II la dinastia asburgica (1700), si contesero la successione il re di Francia Luigi XIV, per i diritti provenienti dalla madre Anna d'Asburgo e dalla consorte Maria Teresa d'Asburgo, e l'imperatore Leopoldo d'Austria per i diritti della consorte Margherita Teresa di Asburgo. Da Vienna si inviò in S. il figlio dell'imperatore, Carlo III, appoggiato dagli anglo-olandesi, mentre Luigi XIV installava a Madrid il nipote Filippo V a favore del quale aveva fatto testamento Carlo II. La lunga guerra di successione portò alla Pace di Utrecht (1713): Filippo V ebbe il trono di S. con i possessi coloniali, ma la S. perdette i domini d'Italia e dei Paesi Bassi, ed in più Gibilterra e Minorca. Ma appena firmata la Pace, i Borboni subito ripresero l'attività diplomatica per preparare la riconquista dei domini perduti. L'anima della nuova politica fu la seconda consorte di Filippo V, Elisabetta Farnese, preoccupata di conservare per i figli l'eredità farnesiana, e sorretta dal ministro card. Alberoni. Però il tentativo di ricostruire la potenza spagnola fallì: Elisabetta Farnese riuscì solo a far riconoscere al figlio Carlo l'eredità di Parma e Piacenza che poi passò all'altro figlio Filippo, mentre Carlo di Borbone con la Pace di Vienna otteneva Napoli e Sicilia (1738). Il governo di Madrid nelle guerre di successione di Polonia e d'Austria finì per seguire pedissequamente il governo di Versailles. Si delineò così una politica di famiglia che portò la S. a combattere contro l'Inghilterra sacrificando i propri interessi coloniali e danneggiando il programma di ricostruzione interna. Il primo atto di tale politica fu il Patto di famiglia di Fontainebleau (1743). Le promesse fatte a Filippo V di dargli la Lombardia, Napoli, Gibilterra, Minorca svanirono alla Pace di Aquisgrana. Durante la guerra dei Sette anni la S. stette in disparte; un nuovo Patto di famiglia fu rinnovato nel 1761 dal ministro di Carlo III, il Grimaldi: le quattro monarchie borboniche, Francia, S., Napoli, Parma, si unirono in difesa. Così la S. entrò nella guerra contro l'Inghilterra, ma alla Pace di Parigi (1763) perdette la Florida ed ebbe in cambio dalla Francia la Luisiana. Il Patto di famiglia continuò a dominare la politica spagnola come unica difesa contro l'imperialismo britannico.
Nella lotta per l'indipendenza degli Stati Uniti, la S. aderì all'alleanza con i ribelli (Convenzione di Aranjuez, 1779), ma le speranze di riavere Gibilterra e la Florida fallirono al Trattato di Versailles (1783). La perdita dei domini europei anziché di danno fu per la monarchia borbonica un vantaggio perché le permise di dedicarsi ai problemi interni del paese. Si sentì il bisogno di restaurare la ricchezza nazionale, si risvegliarono le industrie ed i commerci ancora completamente nelle mani dei francesi ed inglesi. Per svolgere tale azione i Borboni impressero al loro governo un indirizzo assolutista ed accentratore ancora più spiccato. Così furono aboliti i fueros di Aragona, di Catalogna, di Valencia, di Maiorca e scomparvero le autonomie amministrative e le leggi particolari di varie regioni. Sotto Carlo III fu importato in S. l'indirizzo politico del dispotismo illuminato. L'agricoltura sentì l'influsso dei nuovi metodi; si iniziarono lavori di bonifica; si ridussero i privilegi della Mesta; si autorizzarono le associazioni di proprietari agrari; si ripartirono tra i contadini le terre lavorative dei comuni.
10. La S. e la Rivoluzione Francese
Il Patto di famiglia durò sino al 1790: quando l'Assemblea Costituente lo dichiarò nullo ed irrito. La Corte spagnola fece ogni sforzo per salvare Luigi XVI, e dopo l'esecuzione capitale del Re ruppe le relazioni diplomatiche; la Convenzione il 7 marzo 1793 dichiarò guerra alla S. Si combatté sui Pirenei; l'esercito spagnolo avanzò verso Perpignano, ma nel 1794 i francesi entrarono in Catalogna. La guerra era popolare in S. per la predicazione del clero, sebbene una grave crisi economica tormentasse le popolazioni. Gli elementi che simpatizzavano per le idee rivoluzionarie furono costretti a fuggire in Francia. Dopo le sconfitte dell'autunno 1794 si aprirono trattative di pace: il Trattato di Basilea del 22 luglio 1795 concesse alla Francia la parte spagnola dell'isola di S. Domingo. Segretamente la S. divenne alleata della Francia per una azione contro l'Inghilterra. La guerra fu rovinosa: perdettero gli Spagnoli Minorca e la Trinità, i Francesi li opprimevano con le loro prepotenze. Il Primo Console continuò in questo la politica del Direttorio; costrinse il governo di Madrid a mettere porti e flotta a sua disposizione. Dopo l'occupazione del Portogallo nel 1808, Napoleone giudicò necessario fare entrare direttamente la S. nel suo sistema; approfittando dei dissidi dinastici, impose l'abdicazione a Carlo IV, la rinuncia al trono al principe Ferdinando per dare alla S. come re il fratello Giuseppe. Questi entrò in Madrid il 20 luglio 1808, ma subito ad Oviedo scoppiò la ribellione. Dovunque si formarono giunte insurrezionali; quella di Siviglia si proclamò suprema ed assunse il governo. La lotta assunse carattere di atrocità estrema; i Francesi incendiavano villaggi, distruggevano le popolazioni; gli Spagnoli uccidevano i Francesi isolati ed i prigionieri. Nel nov. 1808 intervenne Napoleone con i corpi della Grande armée, e ricondusse Giuseppe a Madrid, ma dopo la sua partenza nel genn. 1809 la S. fu di nuovo in piena insurrezione. La giunta di Siviglia si trasportò nel genn. 1810 a Cadice ed organizzò un Consiglio di reggenza; le Cortes vi si riunirono e crearono un governo. Tale attività era però scucita per le discordie tra i capi militari e civili, per il malcontento delle popolazioni contro la coscrizione. Non si riuscì mai ad avere più di centomila uomini sotto le armi e la guerra contro i Francesi con il sistema della guerriglia durò sino al 1813. Nel 1812 le Cortes, dominate da una maggioranza di deputati liberali che non rappresentavano il conservatorismo delle popolazioni, compilarono una costituzione che scimmiottava la Costituzione francese del 1791: abolizione dei privilegi; proclamazione della sovranità nazionale; separazione dei poteri; la monarchia limitata al potere esecutivo con il veto sospensivo. Il cattolicesimo era però considerato come religione di Stato.
11. Le lotte del sec. XIX per l'organizzazione dello Stato
L'invasione francese aveva rovinato il paese; le colonie d'America insorte contro Napoleone rimanevano in armi contro il governo. Nel 1820 al campo di Cadice scoppiò il movimento degli ufficiali liberales; soffocato dapprima, riprese a La Coruña: una giunta insurrezionale proclamò la Costituzione del 1812. Il re Ferdinando cedette e si organizzò il governo costituzionale. L'intervento della S. Alleanza e delle forze militari francesi ristabilì il governo assoluto: la repressione fu feroce; così di nuovo dopo la sollevazione liberale del 1824. Poi il governo di re Ferdinando inclinò alla mitezza ed alla amnistia; gli scontenti si raccolsero attorno al fratello del Re, don Carlos.
Quindi la crisi cambiò aspetto, Re Ferdinando riconobbe la successione alla figlia delle sue quarte nozze, Isabella, a danno del fratello (1833). Ora due partiti si contesero la S.: i cristiani, partigiani della regina reggente, Cristina, ed i carlisti: questi conservatori, quelli liberali. Nel 1834 la Reggente concesse uno Statuto, modellato sulla Carta francese di St-Ouen: monarchia costituzionale con ministero non responsabile e con Cortes divise in due estamientos che votavano leggi ed imposte. La vita parlamentare rimase in S. senza importanza: la massa dei cittadini non partecipava. I liberali però erano divisi in moderati e progressisti; questi vessavano chiese e monasteri per rappresaglia contro i carlisti: insorti nel 1834 e padroni delle province settentrionali, dove don Carlos aveva creato un suo governo; la guerra fu per alcuni anni assai aspra.
Dopo il 1840, partita dalla S. la regina Cristina, attorno alla giovane regina Isabella si contesero il governo i generali. Dittatore fu dal 1840 al 1843 il generale Espartero; rovesciato, venne sostituito fra il 1844 ed il 1851 dal generale Narvaez; poi governò Bravo Murillo; nel 1854 ricomparve Narvaez, poi Espartero. La regina Isabella, dichiarata maggiorenne nel 1843, sposò il cugino Francesco d'Assisi; nel 1845 fu proclamata una nuova Costituzione; un'altra nel 1855.
Nel 1868 un partito democratico che reclamava il suffragio universale e la repubblica determinò una insurrezione militare dei generali Prim e Serrano. La regina Isabella fuggi. Il governo provvisorio decise di stabilire una nuova monarchia liberale. Fu chiamato a Madrid il principe sabaudo Amedeo duca d'Aosta (1870), ma combattuto da tutti i partiti questi abdicò nel 1873. Allora venne proclamata la Repubblica, ma i partiti erano discordi tra la concezione unitaria e quella federale cantonale. Attraverso vari colpi di Stato militari, i generali nel 1874 ristabilirono la monarchia e fu riconosciuto re il figlio di Isabella, Alfonso XII. Governò tuttavia in modo dittatorio Canovas del Castillo, mentre violenta continuava la guerra dei carlisti. Il papa Pio IX, che aveva riconosciuto come legittimo re Carlo VII, ora si indusse a riconoscere Alfonso XII. La Costituzione del 1876 stabilì una monarchia costituzionale liberale: re inviolabile, ministri responsabili, due camere, una vitalizia ed una censitaria. Fu organizzato un governo parlamentare e si formarono partiti costituzionali monarchici, conservatori, liberali; poi vi erano i carlisti ed i repubblicani. Il governo fu prima dei conservatori con il Canovas, poi dei liberali con Sagasta e Martínez Campos. Alfonso XII morì nel 1885; la vedova Maria Cristina venne riconosciuta reggente per il nascituro, che fu poi Alfonso XIII. La lunga reggenza, sino al 1912, vide la disgregazione dei vecchi partiti e la formazione di nuovi. La dolorosa guerra del 1896 con gli Stati Uniti e la perdita di Cuba e delle Filippine, ultimi resti dell'Impero coloniale, ebbero echi nel paese.
Alfonso XIII, dopo l'insurrezione repubblicana di Barcellona del 1912, chiamò i liberali al potere. Gravi problemi si presentarono alla S.: la necessità di stabilire la dominazione effettiva sulla zona marocchina concessa alla S. dalle Potenze europee; l'atteggiamento da assumere tra i due blocchi di Potenze in cui si divideva l'Europa. Quando nel 1914 scoppiò il conflitto europeo, la S. rimase neutrale sebbene le simpatie fossero per la Germania. La neutralità fu redditizia perché il paese trasse grandi vantaggi con il rifornire i belligeranti, ma la S. uscì dal periodo della guerra anch'essa stanca: i partiti di governo erano corrosi e nuova vivacità mostravano invece i partiti estremi. La guerra contro i ribelli marocchini si conchiudeva nel 1921 con un disastro grave, la cui responsabilità venne attribuita al Re. Alfonso XIII, dopo aver tentato di appoggiarsi agli elementi conservatori, acconsentì che il generale Primo de Rivera creasse nel 1923 una dittatura in correlazione con l'Italia fascista. Si ritornò al governo parlamentare nel 1930. Ma con le elezioni municipali nell'apr. 1931 si ebbe una netta prevalenza del Partito repubblicano e per evitare una insurrezione popolare, Alfonso XIII abbandonò la S. (14 apr. 1931). La proclamazione della Repubblica, invece di dare la pace, segnò l'inizio di una catena continua di scioperi, tumulti, incendi di chiese e di conventi: presto infatti sui repubblicani borghesi di vecchio tipo prevalsero i socialisti e gli anarchici. Nel 1933 si cercò di organizzare un governo forte moderato, ma le Asturie e la Catalogna erano in grave insurrezione. Nelle elezioni del 1936 vinsero i gruppi di sinistra del Frente popular, che tentò di imporre al paese una dittatura proletaria; non vi riuscì, ma determinò solo una fase più vivace di anarchia.

La reazione si ebbe attraverso una sollevazione militare diretta dai generali Sanjurjo e Franco (luglio 1936). La S. ora si divise tra il governo «democratico» di Madrid ed il governo rivoluzionario militare organizzato da Franco a Burgos. Tra le due fazioni si scatenò una guerra civile senza quartiere. Il problema spagnolo assunse subito una grande importanza nella politica europea: l'Italia e la Germania parteggiarono per Franco e lo aiutarono con l'invio di volontari e di materiale. Per il governo «democratico» si schierarono la Russia sovietica e più velatamente la Francia. La guerra civile durò sin quando il 28 marzo 1939 il generale Franco occupò Madrid, ed il governo rosso si rifugiò in Francia. Incominciò così l'opera di restaurazione e di repressione degli elementi più spinti di sinistra. Il governo assunse il carattere di una dittatura militare appoggiata dagli elementi conservatori. Italia e Germania cercarono di trascinare la S. nella guerra europea, ma il Franco fu rigido e fortunato custode della neutralità.
Bibliografia42 opere

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Francesco Cognasso
III. S. MUSULMANA
1. L'occupazione (710-36)
Nel 710 salì al trono del Regno visigotico Rodrigo, vincendo i fautori di Witza. Questi ultimi ed il governatore di Ceuta, don Julián, favorirono l'invasione araba. Dopo uno sbarco su piccola scala di Tarif nel 710, Târiq b. Zijâd approdò sul luogo della futura Gibilterra con truppe in maggioranza berbere nel 711 e nello stesso anno batté Rodrigo al lago de la Janda, spingendosi fino a Toledo. Lo seguì nel 712 Mûsâ b. Nuṣajr, governatore musulmano del nord-Africa; la conquista continuò rapidissima, fermata solo a Poitiers da Carlo Martello (732). La moderata politica di occupazione (v. ISLAM) conciliò sì musulmani la popolazione; ma le lotte interne tra Berberi e Arabi, tribù del sud e del nord, li indebolirono. I Berberi abbandonarono le province del nord-ovest, dove si organizzò la resistenza e la prima reconquista intorno allo Stato cristiano delle Asturie. Nel 756 la frontiera musulmana andava da Coimbra a Toledo e di qui a Tudela e Pamplona nei Pirenei.
2. L'emirato umajjade (756-929)
L'umajjade 'Abd ar-Rahmân, sfuggito alla strage dei suoi ad opera degli 'Abbâsidi, giunse nel 755 in S. e nel 756 fu riconosciuto emiro in Cordova, iniziando la dinastia umajjade spagnola. Organizzò saldamente lo Stato, reprimendo una rivolta berbera; in quel tempo avvenne l'episodio di Roncisvalle (777). Successe Hišâm I (788-96), sotto cui si affermò il potere dei giureconsulti (Juqahâ'). Questi insorsero contro il figlio al-Hakam I (796-821), scontenti della sua vita libera, sollevando in Cordova i renegados, cioè i convertiti all'islām, che malgrado la conversione erano trattati da inferiori: la rivolta fu sanguinosamente domata; e così pure un'insurrezione a Toledo. 'Abd ar-Rahmān II (821-52) ebbe a fronteggiare a Merida ed a Toledo l'agitazione dei sudditi cristiani (« mozarabi »); essi andarono incontro al martirio sotto la guida di s. Eulogio (v.). Le loro rivolte continuarono anche sotto Muḥammad I (852-86); per di più i renegados costituirono centri autonomi a Toledo, in Aragona, a Medina e a Bobastro ('Omar b. Ḥafsūn). La crisi, dopo l'emirato di al-Mundir (886-88), precipitò con 'Abdallāh (888-912); 'Omar b. Ḥafsūn estese il suo potere l'aristocrazia araba insorse in Siviglia. Fu 'Abd ar-Rahmān III (912-61) a ristabilire la situazione. Egli assunse nel 929 il titolo di califfo.

3. Il califfo umajjade (929-1031)
'Abd ar-Rahmān pose fine alle guerre civili tra Arabi, Berberi e Spagnoli; contrattaccò al nord il regno cristiano delle Asturie, che nel frattempo (910-24) aveva assunto il nome di León ed aveva guadagnato terreno, stabilizzando la frontiera sul Duero; estese la sua influenza al nord-Africa, respingendo la minaccia fatimida. Sotto il figlio al-Hakam II (916-76) fiorirono la pace e la cultura; con Ḥišām II (976-1008) ripresero le imprese militari, guidate dal famoso al-Manṣūr (m. nel 1002), che a capo di un esercito di eslavos stranieri, di Berberi e di cristiani mercenari compì grandi incursioni in territorio cristiano, spingendosi fino a Barcellona, León, Santiago de Compostella. Alla morte di al-Manṣūr seguì una rapida crisi, tra lotte interne degli elementi militari. Il califfo si smembrò in piccoli regni locali (reinos de taifas) e finì in Cordova nel 1031.
4. I « reinos de taifas »
I principali sono i seguenti: al sud, con prevalenza degli elementi berberi: Malaga (Ḥammūdidi) e Granada (Zīridi). All'est, con prevalenza degli eslavos: Almaria, Denia e Valenza. Al nord-est: Saragozza. Al centro: Toledo (Dū'n-Nūnidi). Ad ovest: Badajoz (Aftasidi), Siviglia ('Abbādidi). Del frazionamento approfittarono gli Stati cristiani: al nord-ovest il Regno di León, divenuto dal 1037 di León e Castiglia; al nord-est la Navarra. L'Aragona ed altri Stati minori, affermatisi dopo oscure origini in questo periodo. Ferdinando I di León e Castiglia rese tributari Saragozza, Toledo, Badajoz e Siviglia. La crescente potenza del figlio di lui Alfonso VI indusse gli Stati del sud a chiamare gli Almoravidi di Africa.
5. Gli Almoravidi e gli Almohadi
Jūsuf b. Tāšufīn sbarcò ad Algeciras e batté Alfonso VI a Zallāqah (1086). Ritiratosi in Africa, tornò nel 1090 e conquistò quasi tutta la S. musulmana. Gli Almoravidi tennero in onore i fuqahā' ed instaurarono un regime di intolleranza religiosa, che alienò loro ebrei e mozarabi. Al nord i cristiani premevano: Alfonso I d'Aragona batté gli Almoravidi a Cutanda nel 1120 e nel 1125 effettuò una grande scorreria nella S. musulmana; Alfonso VII di León e Castiglia si spinse fin presso Jerez e Almeria. Lo Stato almoravide si frammentò in nuovi reinos de taifas, che provocarono nel 1145 l'intervento degli Almohadi, già affermatisi in Africa del nord. Gli Almohadi conquistarono progressivamente la S. musulmana; solo Maiorca resisté fino al 1202. Per alcuni decenni essi fronteggiarono i cristiani, travagliati a loro volta da discordie interne. Ma nel 1212 le forze cristiane si unirono e li batterono a Las Navas de Tolosa: mentre gli Almohadi si frammentavano in regni minori (tra cui Valenza e Murcia), Ferdinando III di León e Castiglia conquistava Cordova (1256) e Siviglia (1248), assoggettando Murcia (1241); Giacomo I di Aragona s'inpadroniva di Maiorca (1220) e Valenza (1238). Ca. il 1270 rimaneva ai musulmani solo il Regno di Granada.
6. Il Regno di Granada (1232-1492)
Questo Stato, che si estendeva sulla costa da Gibilterra fin oltre Almeria, si mantenne a lungo autonomo, seguendo una politica di equilibrio tra gli Stati cristiani e i Marinidi, che avevano soppiantato nel Marocco gli Almohadi nel 1269 ed occupato qualche punto della costa spagnola (Tarifa, Algeciras, Ronda). I cristiani, dopo aver inutilmente tentato di battere Granada in unione con i Marinidi (1309), riuscirono ad espellere questi ultimi tra il 1340 e il 1344. Gibilterra fu presa nel 1462. Finalmente i re cattolici, dopo l'unione nelle monarchie, attaccarono i musulmani nel 1481 e nel 1492 ultimarono la conquista entrando a Granada. Ai musulmani rimasti sotto i re cristiani (moriscos) fu garantita in un primo tempo la libertà religiosa; ma ben presto vennero misure di persecuzione, l'ordine di conversione o d'esilio (1502) e finalmente l'espulsione, con decreto di Filippo III (1609).

Bibliografia7 opere
Sabatino Moscati
IV. STORIA ECCLESIASTICA
1. Le origini fino alle invasioni dei popoli germanici
L'apostolo s. Paolo parla del suo proposito di predicare in S. (Rom. 15, 24, 28), e pochi anni più tardi ne fa testimonianza il papa s. Clemente (Cor. 1, 5, 6), ricordando il viaggio di s. Paolo « fino ai confini dell'Occidente », espressione allora adoperata per indicare la S.; il Fragmentum Muratorianum lo asserisce espressamente; ci manca però ogni particolare sull'opera sua. Non è invece provata storicamente la predicazione dell'apostolo s. Giacomo, e non se ne ha menzione anteriore al sec. VII. Perciò con s. Paolo, e non con s. Giacomo, vanno messi in relazione i sette « uomini apostolici », la cui realtà storica viene ogni giorno più accettata dalla critica: Torquato, Ctesifonte, Secondo, Indalecio, Cecilio, Esichio e Eufrasio, i quali avrebbero governato le prime sette sedi episcopali.
S. Ireneo nel sec. II (Adv. haer., I, 10) e Tertulliano al principio del sec. III (Adv. Iud., 7) accennano genericamente alle fiorenti cristianità della S. Nel 250 s. Cipriano cita concretamente (Ep., 67) le diocesi di León-Astorga, Merida e Saragozza, e allude ad altre sedi episcopali; quella di Tarragona compare negli Atti di s. Fruttuoso. Al Concilio di Elvira (ca. 304) appaiono le sedi di 19 vescovi, dei 24 sacerdoti che vi assistettero, alcuni almeno erano delegati di vescovi che non avevano potuto assistere. È noto che le persecuzioni imperversarono in S. Durante quella di Decio (250), apostatarono Basilide e Marciale, vescovi di León-Astorga e Merida, che ottennero il «libellus pacis» e contro di loro reagì con energia la Chiesa spagnola; in quella di Valeriano (257-58) soffrirono il martirio il vescovo di Tarragona, Fruttuoso (v.), con i diaconi Augurio ed Eulogio. Della persecuzione di Diocleziano si conserva una lunga lista di martiri, attestati soprattutto dagli inni di Prudenzio e dagli atti contenuti nel Passionario ispanico; tali sono, p. es., Emeterio e Celedonio di Calahorra, Giusta e Rufina di Siviglia, gli «innumerevoli» di Saragozza, le due Eulalie di Merida e Barcellona, Vincenzo, Sabina e Cristeta di Avila, ecc. Degli 81 canoni del Concilio di Elvira alcuni rivelano ancora un ambiente di persecuzione.

La Chiesa spagnola si sviluppa liberamente ed ampiamente dopo la pace: 6 vescovi spagnoli assistono al Concilio di Arles, nelle Gallie, l'a. 314; il vescovo di Cordova, Osio (v.), presiede nel 325 quello ecumenico di Nicea e l'a. 343 prende parte, insieme con altri 5 spagnoli, e quello di Sardica. Lasciarono scritti Gregorio vescovo di Elvira (v.), uno dei sostenitori del movimento luciferiano, e Potamio vescovo di Lisbona (v.) compromesso nella controversia ariana; Giovenco e Prudenzio, i poeti più rappresentativi del cristianesimo del sec. IV, il chierico Bachiario del nord-est della penisola e s. Paciano di Barcellona, scrittore antinovaziano. Il movimento ascetico-eretico, con a capo Prisciliano (v.), provocò una dura crisi nella Chiesa spagnola nella seconda metà del secolo; si diffuse più ampiamente nella regione del nord-est e provocò l'energica repressione della gerarchia. Il movimento e la repressione continuarono nella prima metà del sec. V fino all'estinzione (primo Concilio di Braga [561]); contemporaneamente fioriva l'ascetismo ortodosso.
2. L'invasione dei popoli germanici, alani, vandali, svevi e visigoti
L'a. 409 creò in S. un clima di terrore descritto dal cronista Idacio, vescovo di Aquasflavias (Chaves), che paralizzò in parte la vita della Chiesa: parte del clero, come Orosio di Braga, fuggì in Africa, e lo stesso fecero alcuni vescovi, ma la maggioranza sopportò tutti i pericoli per la difesa e l'assistenza dei propri fedeli (s. Agostino, Ep., 168); ne diede esempio il già citato Idacio. All'inizio del sec. VI il Regno visigoto abbraccia la Narbonense e la S., eccettuato il nord-est della penisola, occupato dagli Svevi. Questi, alla loro entrata in S. erano pagani; nel 448 si convertirono al cattolicesimo, con il re Rekhiario, forse per la predicazione di s. Toribio di Astorga; ma il successore Remismundo trascinò il suo popolo all'arianesimo (465) predicato dal monaco Ajace, venuto dalla corte dei Visigoti. Ritornarono però al cattolicesimo al tempo di Carriarico o Teodomiro (558-70), grazie a s. Martino di Braga, che ebbe una grande influenza nella corte e celebrò due importantissimi concili. Nel 583 furono sottomessi da Leovigildo e molti abbracciarono nuovamente l'arianesimo ufficiale dei Visigoti per abbandonarlo poi definitivamente nel III Concilio di Toledo (589). I Visigoti invece erano ariani per la predicazione di Ulfila; sino dal loro soggiorno nella valle del Danubio erano costituiti in Chiesa nazionale, organizzata probabilmente secondo le divisioni militari del popolo visigoto (Schubert). Generalmente furono tolleranti con i cattolici: Eurico ed Alarico II esiliarono alcuni vescovi, piuttosto per motivi politici; Leovigildo (568/572-586) fu l'unico che perseguitò duramente il cattolicesimo: castigò con l'esilio e la confisca dei beni alcuni vescovi e chierici e facilitò il passaggio dal cattolicesimo all'arianesimo, sopprimendo l'obbligo di farsi ribattezzare (580); vi furono diversi apostati, fra cui, Vincenzo vescovo di Saragozza. Uno dei migliori difensori della fede fu Masona di Merida, che più tardi presiedette il III Concilio di Toledo. Nel 583, per influsso della sposa Ingunda e di s. Leandro di Siviglia, si convertì al cattolicesimo Ermenegildo (v.); la sua ribellione contro il padre sembra aver avuto in prevalenza carattere politico e non fu approvata dalla Chiesa; vinto, fu decapitato nel 585 dopo essersi rifiutato di ricevere la comunione da un vescovo ariano; per questo è venerato come martire (s. Gregorio Magno, Dial., III, 31). Recaredo, successore di Leovigildo, si convertì al cattolicesimo e con lui, almeno moralmente, tutto il popolo visigoto, come si proclamò ufficialmente nel Concilio III di Toledo (589). A s. Leandro di Siviglia va il merito di questa conversione.
L'organizzazione della Chiesa era già ben definita dal principio del sec. V; aveva cinque province ecclesiastiche e in un dato periodo sei, mentre, nel Regno svevo, si formarono le due distinte province di Braga e di Lugo; in tutta l'età visigota si contano 77 vescovi, inclusi i dodici della Narbonense. Si celebrarono concili nazionali, provinciali e diocesani, di carattere anzi tutto disciplinare: nel II Concilio di Toledo (527), si trova la prima prescrizione sull'educazione del clero nelle scuole vescovili, che più tardi saranno consacrate nel Concilio IV di Toledo (633). Una parte della provincia di Cartagine, occupata dai Bizantini, non poté seguire l'andamento generale. Si mantenne costante relazione con Roma, l'Oriente e le Gallie, e nei primi tempi con Cartagine. Il cristianesimo si trovava già profondamente radicato, benché si conservassero ancora numerose tracce di paganesimo. Con la conversione dei Visigoti al cattolicesimo, comincia uno dei secoli più gloriosi per la Chiesa in S. I Concili nazionali acquistarono una importanza straordinaria, anche dal punto di vista politico. Alla realizzazione dell'unità perfetta tra Chiesa e Stato collaborarono i re, che nell'arianesimo erano stati arbitri supremi della religione, e grandi figure ecclesiastiche, come s. Leandro e s. Isidoro di Siviglia, s. Braulio, s. Ildefonso, s. Giuliano di Toledo influenzati dall'ideale di Bisanzio.
Si ebbe allora quella serie di concili generali che regolarono la disciplina ecclesiastica con l'intervento anche del re che li convocava, e proponeva nel « tomus » gli argomenti civili e religiosi da trattare, assieme con alcuni magnati. I vescovi quali delegati dei re vigilavano i giudici civili nell'amministrazione della giustizia; sebbene il re stesso intervenisse nella loro elezione che un Concilio definisce « sacra regalia » (599). Il metropolitano di Toledo acquistò autorità di primate, con il diritto di presentare al re e consacrare i vescovi di tutto il Regno, nel Concilio XII di Toledo (681). Il clero ebbe privilegi ed immunità. Acquistò una importanza grande anche il monachesimo; s. Isidoro scrisse una regola per il governo dei monasteri e due ne scrisse s. Fruttuoso, che inoltre fondò cenobi in tutto l'Occidente della penisola. Nel sec. VII appaiono i doppi monasteri che dovevano moltiplicarsi nei secoli seguenti. Nel medesimo periodo si organizzò la liturgia, che ricevette più tardi il nome di visigotica o mozarabica (v.), o meglio ancora quello di ispana; nel Regno degli Svevi, per lo meno fino all'annessione al Regno visigotico, si seguiva in parte la liturgia romana, comunicata nel sec. VI dal papa Vigilio al vescovo Profuturo di Braga. Non vi fu nessuna eresia importante; ma l'errore più grave della Chiesa ispano-visigotica fu quello di avere esercitato forte pressione per indurre gli Ebrei ad abbracciare la fede. La legislazione dei Concili spagnoli, raccolta nella collezione canonica Hispana, influì molto nel medioevo, e soprattutto nei concili e capitolari carolingi.
3. La invasione degli Arabi nel 717
Provocò nuove condizioni di vita alla Chiesa. Nella parte dominata da loro, in generale vi fu tolleranza: si conservò la organizzazione in tre province con 29 vescovi, non senza però interferenze arabe nella elezione dei prelati e nel governo delle diocesi. 'Abd ar-Rahmān II e Muhammad I perseguitarono i cristiani nel sec. IX, provocati dallo zelo eccessivo di alcuni di questi, che fu causa di divisioni: s. Eulogio di Cordova, i cui scritti sono la fonte più importante per questa età, fu il martire più illustre. Un altro personaggio importante fu Alvaro Paulo, del quale si conserva parte della corrispondenza. Nella Chiesa mozarabica sorse, nel sec. VIII, l'eresia adozianista, difesa prima da Elipando di Toledo e poi da Felice di Urgel, e combattuta da Beato di Liebana ed Eleuterio di Osma, e definitivamente annientata dai teologi franchi, diretti da Alcuino. Nella stessa epoca sorse l'errore di Nigezio, che identificava le tre persone della S.ma Trinità, con David, Gesù e s. Paolo; fu combattuto da Elipando di Toledo e da Saulo di Cordova e condannato da due Concili di Siviglia nel 782 e 785. La Chiesa mozarabica continuò nella stessa tolleranza, senza che le mancasse una certa facilità di comunicazione con la S. cristiana e con le altre Chiese e conservando interamente la struttura e le istituzioni visigotiche, fino alla fine della « Riconquista », nel sec. XV. Maggiormente soffrì l'organizzazione e la vita interna della Chiesa nella parte settentrionale della penisola. Molti vescovi e monaci fuggendo dall'invasione passarono in Francia, portandovi quello spirito e cultura visigotica, che tanto influsso vi ebbero nell'ambito culturale; alcuni di essi divennero figure di prim'ordine nella Chiesa carolingia, come s. Pirminio e S. Benedetto di Aniane, Claudio, vescovo di Torino, Prudenzio Galindo, vescovo di Troyes, Teodulfo, vescovo di Orléans, e Agobardo vescovo di Lione. Molti altri vescovi, chierici e fedeli, si rifugiarono nelle montagne del nord e collaborarono efficacemente nel lavoro della « riconquista » e nella ripopolazione dei territori devastati dalle scorrerie arabe e dalle battaglie con gli eserciti cristiani. La « riconquista » ebbe fin dal principio un ben definito carattere nazionale e religioso, che tendeva alla restaurazione politica dello scomparso Regno visigotico. Il nucleo fondamentale fu la regione asturiana, con la capitale prima a Oviedo e poi (914) a León, dove Ordoño I eresse un vescovato. A dare un maggior impulso al carattere religioso della lotta contribuì moltissimo la devozione e il culto dell'apostolo s. Giacomo di Compostella, a partire dal sec. IX, quando la notizia della scoperta del suo sepolcro commosse gli spiriti e fece sì che subito esso divenisse meta di pellegrinaggio, non solo per gli spagnoli, ma anche per le altre nazioni europee; s. Giacomo divenne, infatti, il patrono della S. e l'ispiratore della liberazione dai Mori, e « Santiago y cierra Espana » fu il grido di guerra nella crociata contro i musulmani. Lo spirito religioso invase come mai il popolo cristiano; mentre contro il rilassamento del clero e la simonia reagivano i Concili che si riunivano abbastanza frequentemente, secondo la tradizione visigotica, ed il rilevante numero di santi vescovi e monaci: come martiri si considerano i sacrificati da Almanzor (al-Manṣūr) in Cardeña e in S. Cugat del Valles. Superato il naturale isolamento in cui le condizioni della riconquista li collocava, cominciano ad intensificarsi i contatti con il papato nel sec. IX e più ancora nel sec. XI; a partire da Alessandro II i papi incominciano a considerare la lotta spagnola contro i Mori di interesse generale per la cristianità e pensano di organizzare crociate; Gregorio VII estende alla S. la sua politica centralizzatrice ed aspira a mettere i Regni di Catalogna, di Aragona e di Navarra sotto la sovrana dipendenza della S. Sede. Però la sua attività è diretta soprattutto alla riforma della Chiesa ed alla unificazione liturgica con Roma, soprattutto per mezzo dei legati pontifici e dei monaci cluniacensi, che entrano prima in Catalogna e poi in Aragona e in Navarra, in Castiglia ed in Léon, dove il monastero di Sahagún diventa il centro della riforma ecclesiastica, decisamente appoggiata dai re.



Non si conseguì tutto questo senza grande resistenza da parte della Chiesa spagnola: gli ultimi ad accettar la riforma furono gli abitanti della Castiglia e di León, che alla fine l'accettarono nel Concilio di Burgos del 1080.
Nel 1085, con la riconquista per opera di Alfonso VI, la sede di Toledo riacquista l'autorità primaziale; il suo primo arcivescovo fu D. Bernardo, abate cluniacense di Sahagún, che diede un impulso straordinario alla riforma; cluniacensi sono anche i vescovi di Braga, Osma, Siguenza, Zamora, Salamanca, ecc. Nel 1100 il vescovo di Compostella, Diego Gelmirez, mira ad innalzare il prestigio della sua sede ed ottiene che divenga metropolitana, attentando anche ai diritti di Toledo, sebbene questi fossero ripetutamente confermati dal Papa; contesa, questa, durata per secoli e in cui intervengono anche Braga, Siviglia e Tarragona. L'intervento dei papi, decisivo sino dal sec. XI, non cessa più per rafforzare il potere politico di Castiglia nella suprema direzione effettiva della « riconquista », alla quale cooperano insieme con gli ordini militari stranieri, soprattutto quelli spagnoli di Santiago, Calatrava e Alcantara (sec. XII; v. ORDINI CAVALLERESCHI). Sotto il Regno di S. Fernando, in Castiglia (1217-52), e di Giacomo I in Aragona e Barcellona (1213-76) praticamente si conclude la restaurazione ecclesiastica spagnola con cinque province (Toledo, Compostella, Braga, Siviglia e Tarragona) e cinquanta diocesi, cinque delle quali esenti. Nello scisma di Occidente i Regni spagnoli presero partito per i papi di Avignone in seguito alla legazione di Pietro di Luna, che diventò Benedetto XIII, ma si allontanarono da lui durante il Concilio di Costanza quando apparve evidente la sua ostinazione.
La vita religiosa tuttavia aveva guadagnato in estensione ed osservanza; nel 1183 arrivano in Castiglia i monaci cistercensi ed i loro monasteri furono presto numerosi, ed alcuni di essi raggiunsero grande importanza e splendore con il favore dei re, come Veruela e « Las Huelgas » presso Burgos; nel 1218 s. Pietro Nolasco fondò l'Ordine della Mercede per il riscatto degli schiavi; contemporaneamente furono introdotti i Francescani, e i Domenicani fondati da s. Domenico di Guzman; questi religiosi furono nominati inquisitori contro le eresie da Gregorio IX, il quale nel 1232 introdusse l'Inquisizione nell'Aragona, dietro consiglio di s. Raimondo di Peñafort, per reprimere il movimento albigese. Questo si fece sentire maggiormente a Léon, ma per poco (1216-1232). La legislazione contro gli eretici era la stessa in Castiglia ed in Aragona ma solo in quest'ultimo Regno era un tribunale proprio della Chiesa, il quale si estese poi sotto i re cattolici a tutta la S. La cultura acquistò uno splendore nuovo ed a Toledo si organizzò, sotto la direzione dell'arcivescovo D. Raimondo (1126-52), la famosa « Scuola dei traduttori », la quale mise alla portata degli studiosi cristiani i tesori della fiorentissima cultura araba, con la collaborazione di Giovanni di Siviglia, Domenico Gundisalvo, Hermann di Carinzia e Gerardo da Cremona; Alfonso VIII istituì nel 1212 il primo Studio generale a Palencia, e vi fece venire maestri dalla Francia e dall'Italia; Alfonso IX nel 1220 fondò sulla scuola cattedrale e su varie monastiche lo Studio di Salamanca, che nel 1254 fu dichiarato da papa Alessandro IV uno dei quattro Studi generali del mondo. Alfonso X il Saggio, fondò poi quelli di Siviglia (1254) e Alcalà (1293). Fra i nomi più gloriosi di questa epoca, figurano quelli di Rodrigo Jimenez Di Rada, arcivescovo di Toledo (1247), fr. Pietro Nicolas e Alfonso di S. Maria, l'arcivescovo di Toledo Gil Alvarez de Albornoz, pacificatore degli Stati Pontifici, che fondò a Bologna il Collegio di S. Clemente per studenti spagnoli, ecc. Nel Regno di Aragona fu Giacomo I colui che diede maggior impulso alla cultura; basti ricordare Arnaldo di Villanova, enciclopedico e in parte eretico, Raimondo Lull, poeta, teologo e missionario, Raimondo Martín, domenicano, filosofo ed apologista, ed il canonista s. Raimondo di Peñafort. Giacomo II fondò l'Università di Lerida (1300), Pietro IV quelle di Huesca e di Perpignano (1354); più tardi sorsero quelle di Gerona (1446) e Saragozza (1474). Nel 1468 compare la tipografia a Barcellona, nel 1474 a Valenza. La cultura spagnola di questa età è caratterizzata dalla traduzione e diffusione degli autori ispano-arabi, come Algazel, Avicenna, Averroé e Maimonide, e, attraverso questi, degli antichi classici greci, soprattutto di Aristotele e della sua scuola.
4. « L'età d'oro »
Sotto il regno dei re cattolici (1474-1516), finita la riconquista ed ottenuta l'unità politica e religiosa, incomincia nella Chiesa una riforma vigorosa e definitiva, si inizia l'evangelizzazione del Nuovo Mondo e fiorisce nella cultura il movimento umanistico-rinascimentale. Si prepara insomma il meraviglioso dischiudersi del secolo d'oro della S. La riforma religiosa cominciò dal clero secolare e concretamente dalla gerarchia: a questo scopo i re cattolici si opposero decisamente alla nomina dei vescovi da parte del papa senza la loro presentazione, e alla loro ferma politica in questa materia si deve se da allora le sedi spagnole furono in genere rette da prelati di alto valore morale e si rimediarono in gran parte gli abusi. I re ebbero diritto di patronato dal 1483 per il Regno di Granata e dal 1523 per tutta la S.
Il Concilio nazionale di Siviglia del 1478, convocato dai re, ed altri Concili posteriori dettarono norme per la moralità del clero; e la regina Isabella in modo speciale promosse gli interessi della Chiesa, consigliata da persone di valore come il card. D. Pietro Gonzalez di Mendoza e dal confessore, Hernando di Talavera, poi arcivescovo di Granada. Più efficacemente l'aiuto nella riforma Ximenes di Cisneros (v.), francescano, confessore a cominciare dal 1595, che riformò prima i conventi del suo Ordine e più tardi quelli domenicani, agostiniani e carmelitani, con poteri ottenuti dai papi Alessandro VI e Giulio II. Per provvedere all'integrità della fede i re decretarono nel 1492 l'espulsione dalla S. dei giudei, mossi dal timore dell'influenza delle loro dottrine; l'espulsione dei « moriscos » si ebbe più tardi: al tempo di Filippo II (1568-70) e di Filippo III (1609-11). Per identico motivo teologico i re cattolici estesero a tutta la S. il tribunale dell'Inquisizione (v.) contro gli eretici e i giudaizzanti, che Sisto IV innovò nel 1478 d'accordo con le leggi dell'antica Inquisizione romana; cominciò a funzionare nel 1481 a Siviglia. Nel 1487 la si introdusse in Catalogna, nonostante l'opposizione degli abitanti; nel 1490, a Mallorca.
Nel 1492 Colombo scoprì l'America, compreso ed assunto in una impresa nazionale dai re cattolici, che nel Nuovo Mondo, oltre alla conquista di nuove terre, cercarono anche di diffondere la fede di Cristo. I papi concessero ai re il diritto di patronato universale per le Indie, quasi potestà delegata, con il grave obbligo di inviare missionari e vescovi e di provvedere in tutti i sensi per le Chiese d'America. Questo diritto durò fino alla metà del sec. XIX.
Anche la vita culturale ricevette dai re un impulso vigorosissimo, che durò nei regni successivi, dando alla S. nelle scienze teologiche ed umane quella egemonia che già possedeva nell'ordine politico; il migliore aiuto dei re fu, anche qui, il Cisneros (m. nel 1617), che fondò l'Università di Alcalá, il centro più potente dell'umanesimo spagnolo, riproducendo nei suoi statuti quelli dell'Università di Parigi, e facendo venire da questa città i migliori maestri di arte e teologia, tutti spagnoli; l'opera più importante fu allora la Poliglotta Complutense (1502-1514); importantissima fu anche la stampa di un gran numero di opere dei migliori autori spirituali, stampa che influenzò la splendida fioritura ascetico-mistica del secolo d'oro. Ma il rinnovamento della teologia si dovette alla scuola di Salamanca con alla testa, dal 1526, Francesco de Vitoria (v.); rese sistematica la sua dottrina Melchiorre Cano (1546-52) e continuò la sua opera Domenico di Soto (1494-1560); della profondità della teologia spagnola si ebbe testimonianza al Concilio di Trento e si manifestò per mezzo del magistero di teologi spagnoli nelle Università europee. Dal 1525 si erigevano le prime università in America (Méjico, S. Domingo, Lima).
Nel frattempo in S. continuava la riforma degli Ordini religiosi (s. Pietro di Alcantara, s. Teresa, s. Giovanni della Croce), se ne fondavano dei nuovi per opera di s. Ignazio di Loyola, di s. Giovanni di Dio, di s. Giuseppe di Calasanzio. I due unici centri di protestantesimo che avessero una qualche importanza, a Valladolid e Siviglia (1459-60) furono presto debellati, come più tardi le deviazioni ascetico-mistiche degli «alumbrados» (v.); fiorivano intanto le scuole ascetico-mistiche dei Francescani, con Bernardino di Laredo (m. nel 1565) e Francesco di Osuna (m. nel 1540), dei Domenicani, con Fr. Luigi di Granada (m. nel 1582), dei Carmelitani con le gigantesche figure di s. Teresa (m. nel 1582) e s. Giovanni della Croce (m. nel 1591) e dei Gesuiti con s. Ignazio di Loyola (m. nel 1556), Alonso Rodriguez (m. nel 1616), Luigi della Palma (1614), Alvarez de la Paz (m. nel 1620) e Luigi de la Puente (m. nel 1624); altri autori importanti furono pure il benedettino García di Cisneros, per il suo influsso su s. Ignazio, il b. Giovanni d'Avila, s. Tommaso di Villanova e fr. Luigi di León.
5. La decadenza
Con Filippo III (1598-1621) insieme con quella politica incomincia la decadenza religiosa. Mancava a quei re quella purezza dell'ideale religioso che aveva animato i loro predecessori sino a Filippo III, e i larghissimi privilegi di cui quei predecessori si erano serviti per il bene della Chiesa, furono invece strumento per ostacolarne l'attività e la libertà. Con la dinastia dei Borboni si aprono in S. le porte alle idee dell'enciclopediamo e dell'illuminismo; la peggiore letteratura francese inquina anche una parte del clero; la maggior parte dei primi ministri e dei favoriti che governano la S., come Macanaz, Roda, Aranda e Urquijo, che portarono fino alle sue ultime conseguenze la ideologia regalistica, erano enciclopediati. Il vescovo di Cartagena, card. Belluga, ottenne che si firmasse nel 1737 un Concordato che morì prima di essere applicato; solo dopo molte difficoltà si ottenne da Benedetto XIV il Concordato nel 1735, che riconosceva in tutta la sua estensione il patronato reale, con insignificanti concessioni da parte dello Stato. Carlo III, per suggestione del ministro Aranda, Gran Maestro della Massoneria, espulse i Gesuiti nel 1767 e fu l'ambasciatore spagnolo a Roma che maggiormente influì su Clemente XIV per strappargli il breve di estinzione generale della Compagnia di Gesù nel luglio 1773. Il clero continuava ad essere molto numeroso e rispettato dal popolo, ma l'apostolato era poco attivo, salvo alcune eccezioni, come quella del grande predicatore missionario popolare, b. Diego da Cadice, cappuccino; erano in completa decadenza le scienze ecclesiastiche, eccetto nel campo della storia ecclesiastica, in cui compirono un lavoro immenso il p. Burriel (m. nel 1762) e il p. Florez (m. nel 1775) che pubblicò la Espalda Sagrada, continuata più tardi da altri. Una gran parte del clero, alto e basso, parteggiava per le nuove idee gianseniste e regaliste.

Ciò nonostante il cattolicesimo continuava a vivere nel popolo, che nella guerra d'indipendenza contro Napoleone (1808-13) difese con la patria le sue idee religiose; però nel frattempo trionfavano nelle corti di Cadice, grazie alla Costituzione del 1812, le idee della Rivoluzione Francese, furono soppressi più della metà del 2128 monasteri, con 77.000 religiosi e fu proclamata la libertà di stampa e l'abolizione dell'Inquisizione. Queste misure, completamente impopolari, furono abrogate da Fernando VII nel 1814, che instaurò un esagerato assolutismo; una rivoluzione militare gli fece giurare la Costituzione di Cadice nel 1820 con tutte le sue conseguenze; fu espulsa la Compagnia di Gesù, restaurata da Pio VII ed ammessa in S. poco prima, e si ruppero le relazioni con la S. Sede. Nel 1823 si restaurò il regime assolutista con l'intervento della Francia (i 100.000 figli di s. Luigi). Contribuì a riscaldare gli animi la guerra dinastica fra carlisti e liberali: questi rinnovarono nel 1835 le misure contro i monasteri, aggravarono quelle concernenti le libertà ecclesiastiche e dettarono le leggi di disammortizzazione, in virtù delle quali si confiscava una gran parte dei beni della Chiesa; sono altre prove della sanguinaria persecuzione che soffriva la Chiesa: i conventi bruciati, i religiosi assassinati a Madrid nel 1834 e nell'anno seguente a Saragozza, Murcia, Barcellona ecc. e l'esilio di vari vescovi. Nel 1851 si ottenne di poter firmare un Concordato per il quale si dichiarava la religione cattolica unica in S., si faceva una nuova divisione e circoscrizione delle diocesi, la Chiesa rinunziava ai beni disammortizzati, mentre lo Stato si obbligava a dotare il culto, il clero, ecc.; conservando per il re un illimitato diritto di patronato. Negli aa. 1854-56 (biennio liberale) si fa più crudele la persecuzione: le rivolte del 1868 e degli anni seguenti rendono praticamente inutile il Concordato; nel regno di Alfonso XII (1874-85) si proclama la libertà di coscienza ed i protestanti svolgono attiva propaganda. Negli anni successivi, fino all'avvento della Repubblica del 1931, con l'alternarsi al Governo dei partiti liberali e conservatori e con le conseguenti ripercussioni nella vita della Chiesa, la situazione si fa più difficile per la divisione tra le forze cattoliche e lo stesso clero nell'Ordine politico-religioso (tradizionalisti ed integristi), divisione che non riescono a curare neppure i più grandi pensatori come Jaime Balmes (m. nel 1848) e Donoso Cortés (m. nel 1853) né le buone intenzioni di alcuni governanti. Non mancano abili apologisti come Menéndez Pelayo (m. nel 1912) e Vázquez de Mella (m. nel 1928), né grandi apostoli popolari, fra i quali a. Antonio María Claret (m. nel 1880) ed il gesuita Padre Tarín (m. nel 1910) prototipo di missionario popolare; si fondano istituti come la Università ecclesiastica di Comillas (1890) ed il Collegio Spagnolo di Roma (1892), che contribuiscono al risorgere dei Seminari. Nei primi decenni del sec. XX si alternano le grandi manifestazioni popolari di fede cattolica e gli atti di persecuzione dei governi liberali e massonici. La dittatura militare di Primo de Rivera (1923-30) portò con sé anni di prosperità politica ed economica e di pace religiosa; nel 1931 si stabilì la Repubblica, il cui carattere settario si manifestò dopo poche settimane con i conventi bruciati (maggio 1931) a Madrid, Malaga ed altre città; poco dopo si votò una Costituzione laica persecutrice, si sciolse la Compagnia di Gesù, si espulse il cardinale di Toledo, si dichiararono beni nazionali tutti i beni ecclesiastici. Nel 1933 vi fu una breve reazione cattolica comandata dal deputato José María Gil Robles, ma nel febbr. 1936 ritornarono al potere le forze rivoluzionarie che misero come norma di vita il disordine e l'assassinio.

5. La restaurazione religiosa
La reazione definitiva, anticipata dell'assassinio di Calvo Sotelo, capo dei monarchici, fu il «Movimento Nazionale», comandato dal generalissimo Francisco Franco: la guerra che durò dal 1936 al 1939 ebbe il carattere non solo di insurrezione militare e di guerra intestina, ma di reazione religiosa in difesa della religione cattolica e della civiltà cristiana, come la sentì la maggior parte degli spagnoli e come l'Episcopato dichiarò solennemente nella lettera collettiva del 1937. Morirono, «martiri nel senso vero di questa parola», come disse Pio XI, assassinati dai rossi, 11 vescovi, ca. 4200 sacerdoti del clero secolare e 2500 religiosi con 45 religiose e moltissimi altri secolari condotti a morte per il solo fatto di essere cattolici. Il nuovo Stato soppresse le leggi di persecuzione del regime anteriore e le sostitui con una legislazione nettamente cattolica; preparando un nuovo Concordato con la S. Sede si sono firmati vari accordi particolari relativi alla presentazione dei vescovi, sovvenzioni del governo ai Seminari e alle Università Pontificie, restaurazione del Tribunale della Rota Spagnola, clero castrense ed esenzione militare del clero.
Bibliografia46 opere
V. CONDIZIONE GIURIDICA DELLA CHIESA
Prima dell'avvento della Repubblica, la condizione giuridica della Chiesa ed i rapporti tra la S. Sede ed il governo spagnolo erano regolati dal Concordato del 1851, e da una serie di decreti emanati per chiarire diversi articoli. Il regime repubblicano non volle riconoscere il Concordato, anzi emanò leggi ostili alla Chiesa. In seguito a ciò, il Concordato fu dalla S. Sede considerato decaduto.
Salito al potere il generale Franco, la S. Sede mantenne il suo punto di vista, e, in attesa di stipulare un nuovo Concordato, si addivenne alla firma di alcuni convenii, che regolano alcune delle più importanti materie che interessano le due parti.
Il primo di essi fu stipulato nel giugno 1941 e riguarda la provvista delle sedi vescovili. Al governo è concesso l'esercizio del privilegio di presentazione, che differisce in modo sostanziale dall'antico diritto di patronato. La nunziatura apostolica, previa intesa con il ministro degli Esteri, presenta alla S. Congregazione romana competente una lista di almeno sei candidati. Di essi la Congregazione forma una terna, da cui il capo di Stato sceglie la persona, che ritiene più idonea per la nomina. Tale nomina, come è naturale, è fatta unicamente dalla suprema autorità ecclesiastica, come ad essa sola spetta giudicare delle attitudini dei candidati a reggere una diocesi. I neo-eletti prestano giuramento al capo dello Stato, con una formola analoga a quella fissata nel Concordato italiano.
Il convenio, inoltre, contiene l'impegno del governo a non emanare leggi su materie miste o su materie che siano di interesse per la Chiesa, senza previa intelligenza con la S. Sede; stabilisce che siano iniziate subito le pratiche per stabilire le norme da osservarsi nella provvista dei benefici non concistoriali; richiama in vigore i primi quattro articoli del Concordato del 1851.
In forza dei medesimi, la religione cattolica «cum omnibus iuribus ac praerogativis quibus potiri debet iuxta legem Dei et canonicas sanctiones» è la religione dello Stato (art. 1); l'istruzione nelle università, collegi, scuole pubbliche e private sarà conforme alla dottrina cattolica, e gli Ordinari diocesani hanno diritto di vigilare al riguardo anche sulle scuole pubbliche (art. 2); i ministri del culto avranno la debita assistenza da parte dello Stato nell'adempimento del loro ministero (art. 3); vescovi e clero godranno piena libertà in tutto ciò che riguarda il diritto e l'esercizio dell'autorità ecclesiastica (art. 4).
Il convenio relativo alla provvista dei benefici non concistoriali fu firmato il 15 giugno 1946. La provvista di tali benefici appartiene all'autorità ecclesiastica (art. 1). Alcuni privilegi, tuttavia, sono concessi allo Stato, in quanto è prevista nella nomina dei parroci la notificazione al governo dei candidati per sapere se ci siano difficoltà di ordine politico generale (art. 2), e nella nomina di alcune dignità dei Capitoli metropolitani, cattedrali e collegiali, del cappellano maggiore delle cappelle reali di Toledo, Granada e Siviglia e dei cappellani e beneficiati minori delle medesime, la comunicazione di terne al capo dello Stato, da parte dell'Ordinario, per la scelta e la presentazione alla S. Sede del nominando (art. 3); per altri benefici poi è stabilita l'alternativa per la provvista, e sempre con il metodo della terna da prepararsi dall'autorità ecclesiastica (art. 3 § 3; 5 § 3).
L'8 dic. 1946 veniva firmato un terzo convenio, con il quale sono determinati i contributi economici dello Stato ai seminari ed alle università ecclesiastiche. Notevole in tale accordo l'art. 7, il quale riconosce le università ecclesiastiche erette dalla S. Sede.
Un quarto convenio, infine, firmato il 5 ag. 1950, regola la giurisdizione castrense e l'assistenza religiosa alle forze armate. La nomina del vicario castrense, che avrà dignità di arcivescovo (art. 2), sarà fatta secondo le norme in uso per la nomina dei vescovi (art. 2); la sua giurisdizione, come quella dei cappellani, che saranno nominati dal vicario (art. 5), è personale (art. 7), assimilata a quella parrocchiale (art. 8) ed è cumulativa con quella dell'Ordinario (art. 9). L'accordo riconosce poi l'esenzione dal servizio militare ai chierici e religiosi, professi o novizi, conforme alle norme del Diritto canonico. Speciali norme regolano il servizio militare dei medesimi in tempo di guerra (artt. 13 e 14). Oltre ai quattro accordi citati, c'è un complesso di leggi ed ordinanze ministeriali che riguardano altri aspetti della condizione giuridica della Chiesa in S.

Il governo, in ogni circostanza, ha proclamato che, conformemente alle credenze della nazione, riconosce la Chiesa cattolica come società perfetta, con la pienezza dei suoi diritti, con la sua gerarchia, con le sue istituzioni, delle quali rispetta le prerogative ed i privilegi.
I vescovi godono piena libertà di pubblicare quanto ritengono opportuno per il governo spirituale dei propri fedeli. Vescovi e parroci sono membri di diritto di speciali giunte che riguardano importanti campi d'attività, quali la beneficenza e l'insegnamento. Le Congregazioni religiose, soppresse dal governo repubblicano, furono reintegrate, con legge del 2 febbr. 1939, con i diritti ed i privilegi ad esse spettanti. Con un decreto del 3 maggio 1938 veniva inoltre ristabilita in S. la Compagnia di Gesù.
Con ordinanza del Ministero degli interni, in data 9 marzo 1940, fu posto nuovamente in vigore il calendario cattolico e prescritta l'osservanza dei giorni festivi fissati dal CIC, più alcuni altri, particolarmente cari al popolo spagnolo. Con legge del dic. 1938, in deroga alla legge della Repubblica sulla secolarizzazione dei cimiteri, fu devoluta alla Chiesa e alle parrocchie la proprietà dei medesimi. La legge del 9 nov. 1939 ha ristabilito il bilancio del culto e del clero, relativo agli aiuti finanziari che lo Stato si impegna a dare al clero per il sostentamento e per le necessità del culto. Somme furono stanziate per la ricostruzione delle chiese devastate dalla guerra civile e per i seminari.
Particolari facilitazioni economiche, quali la franchigia postale, telegrafica e telefonica e viaggi gratuiti sulle ferrovie, sono accordate ai vescovi. Una ordinanza ministeriale del 17 genn. 1940 si occupa dei sacerdoti divenuti inabili. Esenzioni fiscali sono accordate ai beni ecclesiastici. Sono stati ristabiliti nelle carceri i cappellani, soppressi sotto la Repubblica, ampliando il campo della loro opera assistenziale a favore dei reclusi.
Diversi decreti e leggi sono stati emanati per ristabilire la dignità cristiana del Matrimonio, regolandolo in armonia con i sacri canoni. Il 12 marzo 1938 una ordinanza del Ministero di giustizia riconosceva la validità dei matrimoni canonici, celebrati durante l'esistenza della legge repubblicana, anche se non fosse preceduto o seguito il rito civile, autorizzandone la trascrizione nel registro di stato civile; dichiarava nulli i matrimoni civili, contratti da persone ordinate in sacris o legate da voti religiosi solenni; rimetteva in vigore, fino all'emanazione di nuove norme, le disposizioni stabilite in materia matrimoniale nell'art. 42 del Codice civile, secondo il quale esistono nella S. due forme di matrimonio: il canonico, da celebrarsi da tutti coloro che professano la religione cattolica, e il civile. Per contrarre quest'ultimo, una ordinanza del Ministero di giustizia richiede la prova documentata della acattolicità dei due o di uno dei contraenti, e nel caso che tale prova non si possa avere, la dichiarazione di non aver ricevuto il Battesimo, dalla cui esattezza non la validità e gli effetti del matrimonio civile.

Il divorzio, instaurato dalla Repubblica con legge del 2 marzo 1932, è stato abolito con la legge del 23 sett. 1939. Con essa sono tornate in vigore le disposizioni del Codice civile, che non ammette il divorzio nemmeno per i matrimoni contratti in forma civile. A complemento di detta legge furono promulgate diverse disposizioni transitorie, intese a salvaguardare la dignità del matrimonio canonico e l'indissolubilità del vincolo. Notevole, tra le altre, quella che riconosce piena efficacia giuridica nel foro civile alle sentenze di nullità emesse dai tribunali ecclesiastici, ed alle risoluzioni pontificie di rato e non consumato, avvenute durante l'esistenza della legge del divorzio o dopo di essa.
La S. mantiene relazioni diplomatiche con la S. Sede, con il rispettivo accreditamento di un nunzio apostolico e di un ambasciatore.
Ippolito Rotoli
VI. LETTERATURA
Venuta meno, con l'invasione araba (711), l'unità faticosamente raggiunta nel periodo visigotico, mentre i musulmani dominavano nel sud della penisola materialmente e culturalmente, gli Ispanici sottomessi formarono una civiltà intermedia (civiltà mozarabica) fondendo elementi della tradizione latino-ispanica con quelli dei nuovi dominatori. Altri, sfuggiti alla dominazione, continuarono invece la civiltà del periodo visigotico e, organizzatisi anche militarmente, iniziarono la « reconquista ». Anche la lingua va lentamente evolvendosi: al mozarabico (misto di latino volgare e arabo) delle zone conquistate si contrappongono nelle regioni libere, o meno direttamente influenzate dagli Arabi, il leonese, l'aragonese, il castigliano; ma ben presto, per il predominio assunto dalla Castiglia nella lotta della riconquista e per la sua maggiore e più importante produzione letteraria il castigliano predomina sulle altre differenziazioni linguistiche della penisola.
La produzione in castigliano si apre con uno dei capolavori della letteratura spagnola, il Cantar de mio Cid, di autore anonimo, scritto verso la metà del sec. XII e pervenutoci per mezzo di un manoscritto che Menéndez Pidal ritiene del 1307. La metrica del poema è irregolare, ma predominano i versi formati da due emistichi di sette o più sillabe e con assonanza. Sono narrate, in tre canti, le imprese di Rodrigo Díaz de Vivar, detto il Cid Campeador, che, vissuto all'epoca di Alfonso VI di León e Castiglia, fu da questi esiliato e si lanciò alla conquista di territori in possesso degli Arabi, fino a impadronirsi di Valenza. Gli avvenimenti storici sono seguiti minuziosamente e si inseriscono solo pochi episodi leggendari relativi al matrimonio delle due figlie del Cid con gli infanti di Carrión. La storia del Cid, con il tempo, si rese sempre più leggendaria nelle relazioni delle cronache (Crónica Najerense, Chronicon mundi, De rebus Hispaniae, Primera crónica general, ecc.) tanto da formare una leggenda eroica, quasi un mito del Cid, la cui esistenza storica era posta in dubbio. L'indagine scientifica e filologica cominciò solo nel sec. XVII con Fray Prudencio de Sandoval e può dirsi conclusa con i recenti studi di Menéndez Pidal. La figura del Cid è stata considerata come una delle migliori espressioni dell'anima spagnola e nel poema si sono spesso sottolineate le caratteristiche ispaniche. La storicità e la cura attenta del particolare, il concetto dell'onore, la fedeltà al re mitigata da un certo spirito di indipendenza, la celebrazione della vita guerresca, l'amore alla famiglia, il sentimento di umanità, lo spirito religioso, la malinconia predominante nell'eroe sono parse tutte qualità che, distaccando l'epica spagnola da quella francese, mettevano in luce il carattere nazionale.
Indubbiamente l'epica fiorì rigogliosamente in S., ma, oltre il poema del Cid, restano solo frammenti di altri due poemi (quello dei sette infanti di Lara e quello sul re Rodrigo) e relazioni in prosa tramandate dalle cronache (Chronica Gothorum, Silense, Najerense, Crónica de Veinte Reyes, I e III Crónica general).
Gli eroi cantati dai poemi epici furono oggetto anche di canti popolari, brevi poemi che per la loro trasmissione orale andarono accorciandosi sempre più e riducendosi alle parti essenziali, mentre anche il tono epico veniva gradualmente trasformandosi in lirico-romanzesco. A tali poemetti brevissimi fu dato il nome di romances e la loro produzione si continua durante tutto lo svolgimento della letteratura spagnola. Si sogliono raggruppare in due grandi categorie, a loro volta distinte secondo l'argomento trattato in romances antichi o popolari e moderni o artistici, comprendendo in quest'ultima categoria quelli prodotti dal sec. XVI in poi e da autori (Lope de Vega, Góngora, ecc.) che avevano intento propriamente artistico. I romances furono raccolti in varie antologie, costituendo il famoso Romancero español.
Quasi contemporaneamente si iniziava la produzione di una letteratura religiosa, che, derivando dai Vangeli apocrifi e dalle leggende, era rafforzata dai numerosi esempi francesi e anglo-normanni da cui riprendeva anche la struttura metrica dell'ennesillabo (Libro dels Tres Reis d'Orient, Vida de s. María Egipciaca).
Così anche è parallela a quella europea - e specialmente francese - la produzione dei debates di cui però si hanno scarsi esempi (Disputación del alma y el cuerpo, Denuestos del agua y el vino) molto legati ai loro modelli. Un maggiore interesse per i suoi motivi realistici e satirici presenta solo la Disputa de Helena y María scritta in dialetto leonese. A questo periodo appartiene anche il più antico documento del teatro spagnolo: il Misterio o Auto de los Reyes Magos, semplicissima azione scenica della visita dei Magi, in cui si accennano tenui motivi realistici e una certa vivacità; con esso ci si trova già di fronte a un grado di evoluzione teatrale abbastanza avanzato, che lascia supporre una precedente produzione, senza che se ne siano trovate finora in S. tracce significative; sembra però sicura l'esistenza di un teatro popolare e laico, parallelo a quello religioso e che la legge e la Chiesa cercavano invano di soffocare. Il mondo popolare appare in ciò in opposizione a quello colto, ma è inevitabile ammettere una influenza del secondo sul primo. Il problema è particolarmente importante per ciò che riguarda la produzione, rigogliosa nei secc. XIII e XIV, del «mester de clerecia» e del «mester de juglaria».
La definizione di mester de clerecia va intesa come «impiego, occupazione propria dei chierici», collegando la parola «impiego» al concetto medievale di poesia per cui l'art de trobar era considerata tecnica del verso e dell'immagine poetica e non ispirazione o superamento della realtà. I poeti di questo gruppo «de clerecia» si considerarono colti, raffinati, e se a volte si rivolsero al popolo, lo fecero con una sorta di degnazione, sapendo di dirigersi a un pubblico di cultura inferiore. Le loro opere hanno tutte un fondo di cultura e arrivano spesso a una pedante ostentazione di erudizione. La prima produzione del «mester de clerecia» è il Libro de Alexandre recentemente datato al 1201-1202; seguono altre di interesse storico-dottrinario (Libro de Apolonio; Poema de Yesuf; Vida de s. Ildefonso), distinguendosi tra tutti per il loro valore artistico i Miraclos di Gonzalo de Berceo (v.) e il Poema de Fernán González. Caratteristica comune a tutte queste opere è l'uso della cuadernia vla (alessandrini uniti in tetraetrofii monorrimi). Il Poema de Fernán González, scritto tra il 1250-66, ha, come quello del Cid, una grande fedeltà storica (si ricordino i particolari della descrizione della battaglia di Hacinas), ma idealizza la figura dell'eroico fondatore del condado di Castiglia ed erede spirituale del retaggio visigotico. Del «mester de juglaria» — come di ogni produzione tipicamente giullaresca dovuta all'improvvisazione o tramandata oralmente — non si conservano monumenti; se ne vedono alcune tracce in qualche parte del libro dell'Arcipreste de Hita.
Tutto il mondo culturale del sec. XIII si raccoglie intorno alla grande figura di Alfonso X il Saggio ([v.] 1221-1284), che dalle angosciose situazioni politiche create dalla sua debolezza si rifugiò nello studio e nella poesia.
Il sec. XIV, sconvolto dalle lotte fratricide e dinastiche in cui stava naufragando l'ideale della riconquista, si esprime violentemente nella esuberanza dell'Arcipreste de Hita (v. RUIZ, JUAN), nello scetticismo dell'infante Juan Manuel e nel duro sarcasmo di López de Ayala. Juan Ruiz, Arcipreste de Hita, è considerato come l'ultimo rappresentante del «mester de clerecia» per quanto si avvicini anche al «mester de juglaria». Juan Manuel converte in pessimismo l'ironia di lui, ma ha ancora fiducia nell'intelligenza umana. Attraverso le sue opere (Libro del caballero e del Escudero, Libro de los Estados, Conde Lucanor, ecc.) egli insegna l'arte di imporsi attraverso la sicura conoscenza del mondo; medita sul problema religioso ed afferma la supremazia del cristianesimo su qualsiasi altra credenza, ma il suo spirito, lungi dalla carità evangelica, appare indurito dall'orgoglio della sua casta e dalle vicende che lo hanno spinto a combattere spietatamente. Pero López de Ayala (v.) che aveva, anche egli, partecipato alle lotte del suo tempo, portò dalle sue esperienze un disgusto infinito, una completa sfiducia nel mondo e nell'umanità. Fluivano intanto e andavano acclimatandosi temi di cavalleria che arrivavano dalle altre nazioni. Era stato già tradotto il Roman de Troie, e tutte le leggende del Ciclo bretone appaiono generalmente conosciute; si scrive allora la Historia del caballero Cifar, con largo influsso di didatticismo cristiano; si traduce l'Amadis; ma si tratta ancora di esempi sporadici e non di una profonda assimilazione.
La lirica vive stentatamente rifugiandosi in un appartamento ideale e inseguendo ancora ideali trovadorici che nell'ambiente portoghese e in don Denia trovavano la realizzazione del loro sogno di cortesia. Tra i poeti che scrissero in castigliano (composizioni raccolte nel 1445 da Juan Alfonso de Baena nel canzoniere che da lui prende nome) Villasandino e Imperial segnano la tendenza verso la poesia allegorica e l'imitazione dantesca. La Danza de la muerte di anonimo riporta all'allegrà la visione macabra e sconsolata della vita. Enrique de Villena, precorrendo gli umanisti, vagheggia il mondo mitologico (Los doce trabajos de Hércules, traduzione dell'Eneide) ma si abbandona alla magia e alle scienze occulte e i suoi libri sono condannati.

La vita si rende ancor più violenta e drammatica e gli autori più importanti di quell'età sembrano rifuggirla aspirando all'umanesimo. Juan de Mena (v.), scrivendo il suo Laberinto, si immerge nel ricordo dell'ambiente umanistico frequentato durante la permanenza in Italia. Iñigo López de Mendoza, marchese di Santillana, con gli stessi intenti di Mena ottiene risultati pregevoli ma non uguali. Dante e Petrarca furono i suoi modelli rispettivamente nella Comedieta de Ponza e nei Sonetos (ochos a lo italico modo e in opere di minore importanza (Infierno de los Enamorados, Triumphete de amor, ecc.) ma interessante è il suo tentativo di adattare metri italiani al castigliano. Fresche e vivaci sono invece le sue poesie popolareggianti intitolate Serranas. Oltre Dante e Petrarca anche Boccaccio esercitò notevole influenza in S. La sua Fiammetta fu modello del Sierro libre de amor di Juan Rodríguez de la Cámara; il Decamerone e il Corbaccio influirono direttamente su Diego de S. Pedro, autore de La Cárcel de amor, e sul più famoso Alfonso Martínez de Toledo, arciprete di Talavera, autore del Corbacho o reprobación del amor mundano. È questa un'opera allegra, spigliata, che vuole insegnare a fuggire il peccato ma che si disperde compiaciuta e ironica nella esemplificazione di ciò che si deve evitare. La cronaca, pur non annoverando figure pari a López de Ayala, torna ad avere anche in questo secolo momenti efficaci per mezzo di un nipote dello stesso Ayala, Fernán Pérez de Guzmán (Mar de Historias) che, dopo aver descritto le grandi figure della antichità, vuole additare per mezzo dei personaggi più recenti esempi venerabili di virtù. Altre cronache (come quella famosa detta «di Juan II», dovuta a vari autori) approfondiscono l'atteggiamento storico, fornendo ricchissimo materiale per la ricostruzione della vita e dei costumi dell'epoca. Durante il regno di Enrico IV, Alfonso de Palencia satireggia i suoi contemporanei (La batalla campal de los perros y de los lobos); Gomez Manrique cerca invece di costruire un mondo poetico idealizzato e scrive la seconda opera del teatro spagnolo, ricordando la Passione in audaci simbolizzazioni. Suo nipote, Jorge Manrique, chiude l'angoscia del suo periodo nelle desolate Coplas a la muerte del maestre don Rodrigo, in cui con rara perfezione formale esprime la sconfortante vanità di ogni cosa umana e mostra lo stoico atteggiamento dell'uomo forte dinanzi all'inevitabile.

Con l'avvento al trono di Isabella la Cattolica, dopo che fu superata da lei l'accanita avversione del partito contrario nella battaglia di Toro (1476), anche per la letteratura si apre un nuovo periodo. Fioriscono gli studi umanistici, che hanno il loro massimo rappresentante in Antonio de Nebrija, ma si rivolgono subito all'argomento religioso. La maggiore produzione dell'umanesimo spagnolo è la Biblia Poliglota promossa dal card. Cisneros, fondatore dell'Università di Alcalá de Henares. La stessa aspirazione all'umanesimo comincia ad affiorare e precisarsi anche nella produzione poetica (Iñigo de Mendoza e Ambrosio Montesinos) per diventare vivace e schietta in Juan del Encina. A lui si deve un'interessante traduzione delle Bucoliche, fatta con propositi umanistici e preconcetti medievali, e, più ancora, un'elaborazione dell'auto che dalle forme antiche rivestite di elementi bucolici (Autos della Natività e della Passione) per influenze rinascimentali arriva alla più densa e libera manifestazione dell'Eglogia de Cristino y Febea e alla commedia italianeggiante Plácida y Victoriano. Ormai i nuovi tempi sembrano incalzare da ogni parte così che, nonostante il ritorno di Lucas Fernández alla forma del debate e dell'auto religioso, sorge il capolavoro del Rinascimento spagnolo, la Celestina. L'opera, attribuita tutta o in parte a Fernando de Rojas, è giunta attraverso l'edizione del 1499 in sedici atti e, nell'edizione sivigliana del 1502, in ventun atti. Oltre a quello della paternità, è quindi dibattutissimo il problema della rappresentabilità dell'opera, e del fine a cui era destinata dall'autore. Se però la libertà di divisione e la mancanza di unità possono ricordare la quasi sicura ignoranza da parte dello scrittore della poetica aristotelica o possono far pensare a una voluta libertà di divisione, è fuor di dubbio la drammaticità intensa di tutta l'opera che si accentra verso la soluzione tragica. Il dramma di Calisto e Melibea è immerso in una idealizzazione neoplatonica venata e accentuata dalla vivida realtà di alcuni tocchi. Gli elementi tipicamente spagnoli che appaiono nella tragicommedia non intaccano l'essenza dell'opera che è, insieme alla lirica di Garcilaso, l'unico momento in cui la S. segue pienamente la via del Rinascimento italiano.
Con l'avvento di Carlo V al trono, la parentesi di serenità apertasi nella letteratura dei re cattolici si continua ancora per poco con Boscán e Garcilaso, per poi chiudersi completamente. L'epoca dell'Imperatore appare come il preludio del periodo aureo della letteratura spagnola; correnti di pensiero, di passioni e nuove tendenze letterarie vi si agitano in modo complesso e violento. Juan Boscán e Garcilaso de la Vega rappresentano il trionfo della lirica petrarcheggiante e rinascimentale. Al primo — uomo di limitate possibilità artistiche — si deve l'adattamento di metri italiani (canzono, sonetto, ottava, ecc.) alla lingua spagnola in modo perfetto e definitivo; a Garcilaso va la gloria di aver animato queste forme con il soffio dell'arte. Egli fu il prototipo del Rinascimento spagnolo e sembrò racchiudere in sé tutte le doti vagheggiate da Baldassar Castiglione per il suo perfetto cortigiano. La sua poesia si effonde in completa armonia di suoni e di sentimenti (si ricordino la Eglogia I e III e i sonetti), senza urti violenti, né passioni angosciose, o pensieri di morte, in una musicale stilizzazione in cui ogni contorno è sfumato. L'imitazione dei modelli italiani si nobilita nella rielaborazione personale e nella perfetta eleganza di lingua e di metri. Questa ideale oasi di Rinascimento contrasta con la vitalità dinamica e battagliera delle altre manifestazioni letterarie. Erasmo suscita violenti polemiche (celebri quelle con Luis de Carvajal e Diego López de Zúñiga) e appassionati seguaci (Alonso de Valdés, Alonso de Virués, Juan Vergara, ecc.); s. Ignazio di Loyola fonda la sua Compagnia e scrive gli Esercizi spirituali e la Autobiografia; gli storiografi commentano entusiasti le imprese di Carlo V (Pero Mexía, Luis de Avila y Zúñiga, ecc.) e commemorano le conquiste delle terre americane (Francisco López de Gómara, Bernal Díaz del Castillo, Bartolomé de las Casas, Gonzalo Fernández de Oviedo). Antonio de Guevara cerca di comporre ogni dissidio in un saggio e blando stoiciamo infiorato di espressioni retoriche (si ricordi il famosissimo Reloj de los Principes) ed aspira a un'ascetica modesta ma umana e cordiale (Monte Calvario e Oratorio de Religiosos). L'anonimo autore del Lazarillo de Tormes con una vena di erasmismo, ma senza asprezze polemiche, si augura anch'egli un mondo migliore in cui l'uomo sia rivalutato e in cui i valori terreni e divini raggiungano un armonico equilibrio. La breve operetta inizia il genere che dal tipo del protagonista fu detto picaresco. Per la prima volta l'anonimo autore pone l'accento su un mondo plebeo che soffre e si dibatte, ma egli non cerca rimedi ai mali che segnala e si chiude nella comprensione affettuosa e aristocratica che si esaurisce nel sorriso e nell'arguzia. Nel teatro Torres Naharro ripresenta ancora atteggiamenti erasmiani (Comedia Jacinta), ma dimostra di aver appreso la lezione che poteva dargli il teatro italiano di cui ebbe esperienze nel suo lungo soggiorno romano. Così il portoghese Gil Vicente introduce nel suo mondo medievale gli elementi derivati dall'ambiente rinascimentale.
Amplissima è la produzione dei libri di cavalleria che si sogliono raggruppare in due cicli: quello degli Amadigi e quello dei Palmerini. Riprendono e rinnovano la tradizione bretone e l'esempio più tipico lo presenta Garci Rodríguez de Montalbo pubblicando nel 1508 l'Amadis. Le leggende antiche offrono lo spunto e parte del materiale dell'intreccio novellesco, ma lo spirito e gli ideali sono completamente diversi. Nell'Amadis come nel Palmerín l'atteggiamento epico domina, ma non si muta in sentimento. Amadis era il risultato di una serie di adattamenti a luoghi e circostanze diverse, e al tempo stesso era l'espressione del suo secolo fantasioso più che realistico, agitato e inquieto. Le varie tendenze manifestatesi durante il regno di Carlo V trovano la loro soluzione e la loro migliore espressione nella « Edad de Oro » in cui si suole comprendere il periodo che va dalla abdicazione dell'Imperatore (1556) alla fine del Seicento.
Il poema pastorale è l'ultima e stanca espressione del Rinascimento italianeggiante, una moda forzata che si esaurisce rapidamente. È da notare che il capolavoro del genere - la Diana di Jorge de Montemayor - è di un portoghese che scrive in castigliano. Una maggiore vivacità di rappresentazione è nella Diana Enamorada di Gil Polo, animata dall'entusiasmo dell'autore che gode nel ritrarre alcuni paesaggi.
Anche nella lirica Fernando de Herrera riprende i modelli petrarchisti, ma non riesce a ricostruire l'atmosfera armoniosa creata da Garcilaso. Non può conciliare il mondo rinascimentale con la sua tendenza religiosa e finisce con l'immergersi in un contrasto violento che genera un dolore angoscioso e oscuro. La Torre, Figueroa, Aldana, Medrano ripetono, anche se con le personali varianti, lo stesso atteggiamento. Contemporaneamente, Luis de León (1527?-91) supera la posizione drammatica per giungere alla divina solitudine dell'uomo giusto, a quella che il Vossler chiama « nostalgia della vita eterna » (cf. Noche serena). Luis de Góngora y Argote (1561-1627) pur sentendo a volte - specie nelle Soledades - la malinconia, vi reagisce non rifugiandosi come Luis de León nella religione, ma costruendo un mondo ideale che si dissolve nella esasperata percezione di ogni elemento fornito dalla natura circostante. La nuova forma poetica di Góngora - detta culteranesimo o cultismo - generò nei contemporanei un'accanita opposizione e pochi seguaci (principali Juan de Tassis conde Villamediana, Pedro Soto de Rojas, Sor Juana Inés de la Cruz). I critici posteriori additarono in lui il prototipo del seicentismo e del più gonfio e retorico barocco, ma attualmente l'opera gongorina è stata rivalutata sia nella critica (Dámaso Alonso) sia nel gusto poetico generale. Il problema religioso agitato nell'epoca dell'Imperatore si risolve nella Edad de Oro con una poderosa affermazione cattolica che trova la sua più aperta manifestazione letteraria nella vastissima produzione ascetico-mistica. Questa suole raggrupparsi secondo le principali scuole (agostiniana, domenicana, francescana, ignasiana, carmelitana). I maggiori rappresentanti sono Juan de Avila, Bernardino de Laredo, Francisco de Osuna, Luis de Granada, Juan de los Angeles e, eccelsi fra tutti, s. Teresa de Avila (v.) e s. Giovanni della Croce (v.).
Nella prosa con intenti più propriamente letterari domina, sintesi del genio spagnolo, la figura di Miguel de Cervantes ([v.] 1547-1616).
Infranto il mondo della cavalleria, riportata l'attenzione sui valori umani, l'onda dello sconforto - sublimata da Cervantes - non riesce a mantenersi nella stessa altezza e si abbatte verso il pessimismo. Il picaro, negazione dell'eroismo e dell'ideale, diventa il protagonista di questo triste dramma. Il Lazarillo si incupisce e si chiude nella desolazione, diventa Guzmán de Alfarache. Con questo titolo Mateo Alemán pubblicò la sua opera, modello di lingua castigliana e prototipo della produzione picaresca. Il racconto delle innumerevoli e drammatiche vicende di Guzmán è alternato a disquisizioni moraleggianti attribuite allo stesso protagonista, che perciò è presentato colto. Il pessimismo più sconfortato si attenua appena nella rassegnazione stoica e cristiana, ma l'opera non riesce a liberarsi dell'incubo pesante del dolore a cui pare condannata l'umanità. Il picaro diventa quasi il pretesto intorno a cui ruota tutto il mondo spirituale e culturale degli ultimi anni del sec. XVI e della prima metà del sec. XVII. Nella fedeltà con cui è ritratto questo mondo consiste il realismo della novela picaresca, più che nella descrizione di ambienti e figure. Vi si ritrovano quindi l'ossequio alle teorie aristoteliche e rinascimentali, l'influenza senechiana, la tendenza satirica, il problema religioso, mentre nel fondo si agitano angosciosamente i sintomi preannunciatori della decadenza. Il genere fu imitato da autori di gran lunga inferiori all'Alemán (Espinel, Salas Barbadillo, Castillo Solórzano, Esteban González), decadendo rapidamente verso le forme di una storia, spesso prolissa, di avventure da basafondi o trasformandosi in un pesante centone di insegnamenti morali appena uniti dalle avventure di un giovane servo (cf. El donado hablador Alonso di Jerónimo de Alcalá Yáñez), strana versione a lo divino di un genere ormai esaurito. È però da ricordare anche nel periodo meno felice della picaresca una delle produzioni migliori: El Buscón di Francisco de Quevedo y Villegas (v.) in cui la satira prende il sopravvento e nasconde l'amarezza.

Nello stile di Quevedo si suol vedere un modello della corrente concettista che, opponendosi al cultismo di Góngora, voleva continuare la tradizione classica non portando violente innovazioni, ma interessandosi solo di curare il contenuto. Tale indirizzo è, in parte, precisato da Baltasar Gracián (v.) che nella Arte y agudeza de ingenio forma il « codice dell'intellettualismo poetico ». Troppo preso dal pensiero, egli disprezza il vuoto di immagini prive di meditazione e arriva a suggerire un elenco dei vari tipi di agudezas che si possono applicare nello scrivere. Se a tale genere si devono le esagerazioni degli equivo-quotas, gli si deve anche il merito di una delle creazioni più originali del Seicento spagnolo, il Criticón. Nelle sue precedenti opere Gracián aveva costruito rigidamente, quasi freddamente logico il suo mondo spirituale e il suo eroe. Individualista, forte del suo sapere e della sciocchezza altrui, l'uomo di Gracián non ha alcuna debolezza sentimentale, alcuna illusione; lotta contro il destino e contro il mondo, sicuro di raggiungere la vittoria con la sua volontà e la sua arte. Perciò ha anche una politica infida che ammette la simulazione e l'inganno. Questa dura visione del mondo sembra placarsi nel Criticón, dove l'héroe trova infine la sua consolazione nella certezza dell'immortalità. Gracián fu coinvolto dalla critica negatrice dell'arte seicentesca, fin quando Schopenauer non intraprese la rivalutazione della sua opera.


Di fronte alle figure eccezionali che si son venute segnalando, la storiografia della Edad de Oro non presenta produzioni eccessivamente interessanti, pur notandosi le opere dei gesuiti Ribadenevra e Mariana (Historia eclesiástica del Scisma del Reino de Inglaterra e Historia de España), e, più tardi, quelle di Saavedra Fajardo (Corona Gótica, Castellana y Austriaca, ecc.). Molto meno si distingue l'epica con la Araucana, di Ercilla (in cui pure si possono notare pregi di colorito e vivacità descrittiva) e i poemi di Balbuena e di Hojeda, il quale ultimo si volge a un genere di epica sacra, trattando in La Cristiada la Passione di Cristo. Invece la Edad de Oro si manifesta con eccezionale esuberanza nel campo teatrale. Dai timidi ed incerti tentativi di Encina e Torres Naharro si passa al grande teatro seicentesco con tappe brevissime e rapidissime che possono segnalarsi in Juan de la Cueva, che continua a sviluppare la tendenza classicheggiante, e in Lope de Rueda che riafferma una tradizione di schietto e popolareggiante realismo. Con Cervantes si è già non solo di fronte ad opere di notevole pregio (El trato de Argel, El cerco de Numancia, Ocho Comedias e soprattutto Ocho entremeses), ma anche nel vivo della polemica sul teatro. Il popolo spagnolo partecipò compatto alla vita teatrale; le rappresentazioni si facevano nelle piazze e poi nei corrales, senza alcuna comodità e senza apparato scenico, ma vi assistevano con lo stesso entusiasmo volgo, nobiltà e reali. Nell'epoca di Filippo IV tale passione trionfa per l'aperta protezione del Re, così che personaggi della Corte non disdegnano di partecipare alla rappresentazione in veste di attori. Nel teatro si discutono problemi estetici e teologici; si riporta la storia del passato e soprattutto quella del presente, poiché anche le opere che per il loro argomento si riferiscono ad avvenimenti antichi hanno lo spirito e gli interessi del Seicento. Nel teatro si odono anche le forme metriche più varie dalle facili coplas dei romances a complete composizioni liriche od epiche dai metri complicati e solenni. In una parola, il teatro del Seicento è tutta la vita della S., che sente drammaticamente le sue vicende politiche, i suoi ideali, la sua religione, e che ha il bisogno di vedersi, un po' per ammirarsi e molto per sentirsi vivere nella sua intensa realtà. Forse il Rinascimento non aveva prodotto un grande teatro in S. perché voleva mantenersi legato a ristretti concetti di imitazione classica, ciononostante servi di preparazione. I classicisti, dando al concetto aristotelico di mimesi la più ampia interpretazione, preparano la base essenziale per la produzione seicentesca. Ed infatti, quando la polemica si accende di fronte alle innovazioni di Lope de Vega e, più ancora, dei suoi seguaci, non si condannò il principio di verdad humana sancito da Lope, ma le esagerazioni che da tale principio allontanavano. Lope de Vega (v.) 1562-1635) riassunse i principi della sua riforma teatrale in El arte nuevo de hacer comedias (1601). Egli comprese che il teatro spagnolo precedente si era dibattuto tra la tendenza erudita verso le forme classiche e la esigenza di rimanere vicino alla vita del popolo, e decisamente optò per questa. Ammise quindi come unica regola la naturalezza e la spontaneità, derivando da ciò la necessità dello studio dei caratteri, dell'ambiente e l'interesse per argomenti e problemi di attualità. La sua enorme produzione drammatica (ca. 1500 opere) può dividersi in due grandi gruppi: opere ad argomento religioso (autos e dramas sacras) e opere profane o di capa y espada, intendendo questo termine nel senso più largo. Le prime non eccellono in modo particolare poiché la religiosità di Lope, fervida e indiscussa, non genera conflitti profondi e si risolve spesso in atteggiamenti lirici soffusi di tenerezza. Rappresentano però un'interessante evoluzione del genere, quasi la tappa preparatoria e indispensabile per giungere a Calderón. I drammi e le commedie profane sono esuberanti di vitalità, e costituiscono, nel loro insieme, il quadro più completo della vita spagnola nella Edad de Oro. Se alcuni elementi e problemi di attualità richiamano molto direttamente all'epoca dell'autore, non va tuttavia dimenticata l'universalità e la umanità di alcuni personaggi che ancor oggi si presentano in tutta la loro primaverile freschezza. Sulla scia di Lope è Gabriel Téllez, più conosciuto con lo pseudonimo di Tirso de Molina (v.) 1584?-1648), che limita ma approfondisce il suo campo di interessi. Le sue commedie diventano acuti e vivaci studi di caratteri - specie femminili - mentre si attenuano i problemi sociali agitati da Lope de Vega.
A lui sono attribuite due tra le opere maggiori di tutto il teatro spagnolo: El Burlador de Sevilla (o Don Juan Tenorio) e il Condenado por desconfiado. Già il Farinelli notò come i due drammi riflettono gli aspetti dello stesso problema del libero arbitrio: a don Juan, condannato per eccesso di fiducia nella pietà divina, fa riscontro Pablo che si perde per sfiducia. Nelle due opere il concetto teologico costituisce la tesi, ma a questa si intrecciano motivi profondamente umani che fanno dei protagonisti due prototipi dell'umana natura. Il contrasto che è in entrambi tra le esigenze della vita e della ragione e quelle dell'oltretomba si risolve in Enrico che sa infine svalutare il mondo e credere nell'eternità.
Tirso entra nell'intimo dell'anima umana, sfruttando tutti gli elementi che aveva accumulato nella sua giovinezza disprezzata di figlio naturale, nei suoi viaggi in terra di S. e d'America, nella vita cortigiana e negli anni di preparazione teologica e di meditazione religiosa. I suoi drammi sono al culmine di quella lenta e graduale preparazione che permetterà al popolo spagnolo di ascoltare la voce di Calderón. Pedro Calderón de la Barca ([v.] 1600-81) non si ferma alla trattazione di problemi sociali né alla descrizione di ambienti, ma indaga le cause che hanno prodotto quei problemi e quegli ambienti e ne trova la soluzione nel campo religioso. Ma la religione è presentata non nell'asprezza del dibattito polemico, bensì con un senso di nobile cavalleria che può far immaginare Calderón come paladino del cristianesimo. Abbondano gli elementi decorativi, la ricerca di dinamismo, la tendenza alla personificazione e stilizzazione, la musicalità nel verso. Nella numerosa schiera di seguaci più o meno diretti di Lope de Vega sono da ricordare in modo particolare grandi commediografi e drammaturghi come Guillén de Castro, Montalbán, Mira de Amescua, Vélez de Guevara e soprattutto Juan Ruiz de Alarcón che, mentre semplifica alquanto lo sviluppo della azione, accentua lo studio dei caratteri (La verdad sospechosa, Las paredes oyen, ecc.) e l'attenta osservazione del particolare, giovandosi anche di uno stile raffinato ed accurato. Tra i seguaci di Calderón sono da annoverarsi Francisco de Rojas Zorrilla che riporta i problemi dell'onore coniugale (Cada cual lo que le reea) e dei doveri verso la monarchia (No hay ser padre siendo rey) con una visione più ampia ed umana di quella data dai suoi contemporanei; Agustín Moreto y Cavaña, raffinatissimo, elegante, acuto psicologo, che approfondisce e cesella i suoi temi sottolineandoli con ricorsi musicali ed effetti scenici (p. es., Lo que puede la aprensión, La confusión de un jardín); Brances Candamo, che porta la realtà in un campo di pura fantasia. Continua e rafforza la tradizione degli entremeses Quiñones de Benavente, vivacissimo e burlesco, fertile di trovare umoristiche e di acuti tratti realistici. La fine degli Austrias (Carlo II muore nel 1700), l'avvento dei Borboni con Filippo V spezzano quel senso di supremacia intellettuale, in cui si era chiusa la S. della Edad de Oro e portano l'influenza diretta della cultura francese. Il problema dell'illuminismo e dell'enciclopedismo sembra rivoluzionare la S.; la borghesia vuole affermarsi; la scienza diventa il centro di ogni interesse e scuote la fede religiosa. Cerca di inserire il movimento nella cultura tradizionale, liberata di molti e diffusi errori, il benedettino Benito Jerónimo Feijóo ([v.] 1676-1764). Già celebre maestro, pubblica il Teatro crítico come sintesi di un'intera vita di raccoglimento e di studio metodico. Scienziato più che letterato, si servì della letteratura per esporre le sue dottrine; lo stile delle sue opere chiaro, tagliente, procede dignitosamente sobrio e classicamente composto, solo indulgendo a qualche breve inciso che apre un nuovo orizzonte nell'efficacia di una rievocazione o nel balenio di un'intuizione. Esclusivamente critica e teorica è invece l'opera di Ignacio de Luzán (La poética o reglas de la poesía) in cui la visione amplissima che della cultura aveva il Feijóo si riduce a una fredda e rigida sottomissione della poesia all'etica, anche se a volte lo scrittore riesce a manifestare il suo gusto raffinato e la sua sensibilità in uno stile sobrio, elegante e in alcune acute osservazioni. Alla sua estetica — ispirata in gran parte a quella di Boileau — si rifà il maggior autore teatrale del Settecento spagnolo, Leandro Fernández de Moratín, contorta figura di timido scontento ed astioso, attivo partigiano dei Francesi nel periodo napoleonico. Fu autore della fresca commedia El sí de las niñas, che resta come modello di equilibrio e buon gusto e di una vivace sensibilità realistica. Iriarte e Samaniego sono i satirici che, imbevuti di cultura francese, imitano La Fontaine con finezza e sensibilità, apportando anche qualche innovazione. Juan Pablo Forner dà invece alla sua satira un tono molto più violento e aspro, riuscendo, a volte, pesante e monotono. Si rivolge soprattutto alla critica letteraria e nelle sue Exequias de la lengua castellana spera nella risurrezione della letteratura spagnola che aveva appassionatamente difesa nella Oración apologética. A questa corrente critica si ricollegano Juan Francisco de Masdeu, Gregorio Mayans y Siscar, Juan Andrés, Arteaga, distaccandosi tra tutti Gaspar Melchor de Jovellanos, poeta e drammaturgo mediocre, ma vivace critico d'arte (Elogio de las bellas artes) che unisce ad idee liberali l'amore per un saldo cattolicesimo.

Riappare in questo secolo anche la novela picaresca, in una elaborazione presentata da Torres Villaroel nella sua Vida in cui, quasi picaro egli stesso, descrive molte avventure e numerosi personaggi con spirito ameno. Vi aggiunge l'apporto di un'erudizione arruffata e capricciosa e di uno spirito satirico, acuto e mordente. Questo si manifesta anche nei Sueños morales, in cui con evidenti ricordi di Quevedo sono ritratti i costumi madrileni. Tendenze analoghe dimostra il gesuita José Francisco de Isla con il suo ridanciano e satirico Fray Gerundio. È questo un picaro che si offre sorridendo alla critica, riunendo in sé tutti i mali della sua epoca e soprattutto i difetti del peggiore barocco caduto nel ridicolo delle stantie predicazioni sacre. Con una tecnica di violenti contrasti, che ricerca i migliori effetti nel susseguirsi di scene in cui il realismo viene esagerato fino al grottesco e al fantastico, il de Isla cerca di fondere la migliore tradizione castigliana con il nuovo orientamento critico del suo tempo.
L'influenza del neoclassicismo può dirsi conclusa con Manuel José Quintana, enfatico, solenne, freddo cantore della libertà e del progresso, ma critico abbastanza acuto e migliore evocatore delle biografie di spagnoli celebri. Con Meléndez Valdés, Nicasio Alvarez de Cienfuegos, Alberto Lista si ha il preromanticismo spagnolo, che forma il gusto per una poesia più intima e raccolta di quella neoclassica e che favorisce la tendenza verso la malinconia, il tenebroso, l'introspezione. Lentamente ci si avvia al Romanticismo, ma questo si acclimata male in S. e, pur contando una produzione abbondante, risponde più a un'amorevole ma spesso enfatica rivalutazione della tradizione, che a una necessità di rinnovamento di pensiero e quindi di espressione artistica. Mentre la lirica offre una decorosa se non entusiasmante manifestazione nella poesia di Espronceda, e la narrativa, invece, si disperde ed avvilisce in pesanti romanzi ispirati a Walter Scott o ad Alessandro Dumas, il teatro presenta la migliore produzione del Romanticismo spagnolo in drammi di fama indiscussa come La fuerza del sino del Duque de Rivas, il Don Juan Tenorio di Zorrilla, El Trovador di García Gutiérrez. Molto più modesto nei suoi intenti, ma dotato di sano equilibrio e di una notevole vis comica è Bretón de los Herreros. Con il neoromanticismo anche il teatro cade nella retorica dei drammi di Echegaray, né offre migliori frutti il teatro realistico di Tamayo y Baus. Non si sollevano di molto da tale decadenza i lirici postromantici (Bécquer, Campoamor, Núñez de Arce) per cui si comincia ora a mitigare un ingiustificato entusiasmo critico.

Giunto ormai ai suoi ultimi anni, l'Ottocento presenta il romanziere Pedro de Alarcón, con il brioso Sombrero de tres picos; l'interessante, anche se disuguale Juan Valera (a cui si deve il celebre romanzo Pepita Jiménez) e soprattutto José María de Pereda che nei suoi romanzi principali (Peñas arriba e Sotileza) e nelle sue novelle riportò l'ambiente della regione santanderina velandolo della malinconia penetrante di chi saluta un mondo che va scomparendo. La figura di Pérez Galdós (v.) non ancora messa sufficientemente in rilievo dalla critica, riassume le vicende storiche e spirituali del secolo dall'epica lotta contro Napoleone allo sconforto dell'ultimo decennio. Pittore di Madrid, nelle sue numerosissime opere, fa una rassegna dei tipi più vari e caratteristici, ma soprattutto di quelli più umili e dolenti. Il realismo della sua arte sobria e vigorosa ne incide i volti, formando una galleria di indimenticabili ritratti, e mentre afferma che l'intima essenza dell'uomo è il dolore, sostiene anche la fiducia nella bontà umana che quel dolore rende tollerabile. A cavallo dei due secoli, ma decisamente protesa verso il Novecento è la generazione dei modernisti, che, scevra delle preoccupazioni religiose del contemporaneo e omonimo movimento europeo e nordamericano, tende a rinnovare la poesia con la ricerca e la valutazione di nuovi elementi formali. Rubén Darío, nicaragüese, è l'iniziatore del movimento e a lui si devono interessanti innovazioni metriche, ma la personalità di Ramón del Valle Inclán si impone a tutti i suoi compagni di fede estetica (Manuel Machado, Ramón Jiménez, Villaespesa, Ardavín, Pemán) per la perfezione formale delle sue opere - specie quelle della prima maniera tra cui le famosissime Sonatas - e per il mondo concitato e abnorme delle sue opere drammatiche e degli Esperpentos. Particolare interesse offrono gli uomini della cosiddetta Generación del '68. Con tale denominazione Azorín chiamò gli autori che, fioriti intorno all'anno della disfatta spagnola a Cuba, di fronte al generale abbattimento, tornarono decisamente, attraverso una critica acuta e spesso severa, alla rivalutazione della loro terra e dei caratteri nazionali. Tale nome di Generación ormai convalidato dall'uso, è però convenzionale e a posteriori, poiché i vari scrittori, diversi per intenti artistici e per interessi spirituali, agirono in modo del tutto indipendente e personale. Si suole vedere in Angel Ganivet il precursore della Generación poiché egli, nel suo Idearium Español medita sul problema nazionale e si augura la rinascita. Miguel de Unamuno è il grande filosofo del suo gruppo. Nei saggi più celebri (En torno al casticismo, La vida de Don Quijote y Sancho, La agonía del cristianismo, ecc.) affronta il problema della religione (che risolve in modo esistenzialistico) e della sua nazione, affermando il valore della infra-historia. Antonio Machado, cantore della Castiglia (Soledades, Campos de Castilla, ecc.), crea un mondo fluido nelle sue sensazioni esteriori, ma volto a una intimità sognante che accoglie le voci più tenui e dissolve il dramma nel pianto. Pio Baroja riporta nei suoi romanzi coscienze tormentate dall'esistenzialismo, ma più spesso personaggi dolorosi, vivi della sua terra, ricordando in parte Pérez Galdós. José Martínez Ruiz (Azorín), brillante saggista e descrittore del paesaggio spagnolo, si disperde poi in una artificiosa ricerca di novità formale e nel desiderio - per lui poco opportuno - di fare filosofia. Sempre nei primi anni del Novecento il teatro è rinnovato da Jacinto Benavente (La Malquerida, Señora ama, Los intereses creados, ecc.); la critica letteraria da M. Menéndez y Pelayo e da R. Menéndez Pidal; la saggistica a sfondo filosofico da J. Ortega y Gasset (Glosario).
L'ultimo ventennio appare esuberante di nuove forze. García Lorca ha già ottenuto fama mondiale per le sue opere teatrali (Bodas de sangre, Verma, La casa de Bernarda Alba, ecc.) e poetiche (Canciones, Romancero gitano, ecc.), ma accanto a lui attendono e meritano più ampio riconoscimento di quello che è stato loro dato finora in Europa Rafael Alberti, Pedro Salinas, Jorge Guillén, Vicente Aleixandre. Il romanzo e la novellistica si rinnova con Juan Antonio Zunzunegui (La Ulcera, Las ratas del barco, ecc.), mentre nuove personalità di giovanissimi si affacciano anche nella lirica, come Valverde e Ridruejo, ricche di interessi e di promesse.
Bibliografia3 opere
Guido Mancini
VII. ARCHEOLOGIA
1. Periodo paleocristiano
Nonostante che l'inizio e lo sviluppo della cristianizzazione della S. fin dai primissimi secoli sia assai confermata, i documenti monumentali sicuri non cominciano prima del sec. IV. Con la predicazione apostolica (la venuta di s. Paolo è un fatto storico) si formano e si sviluppano le comunità cristiane, le quali erano già molte e ben organizzate nel sec. III, con la gerarchia, le loro chiese e cimiteri; si ricordino, p. es., i martiri di Tarragona (259), s. Fruttuoso vescovo, e i diaconi Augurio ed Eulogio, nei cui Atti autentici si parla pure di un lettore e di una numerosa comunità; è per altro ben noto il rimprovero di s. Cipriano (Ep., 67) contro il vescovo Marziale, che attesta l'esistenza di cimiteri cristiani nella metà del sec. III; sembra pure che il celebre can. 36 del Concilio Illiberitano, dove furono rappresentate varie diocesi, confermi l'esistenza anteriore di edifici sacri decorati con pitture. Non si è conservato però alcun ricordo monumentale di questi tempi. Alcune iscrizioni del sec. III, con formole indifferenti, pubblicate come probabilmente cristiane, restano dubbie e non recano note caratteristiche.
2. Monumenti architettonici
Dopo la Pace di Costantino tutti i centri cristiani dovettero avere le loro chiese, sia adattate in anteriori fabbriche, sia costruite sul tipo basilicale, ma purtroppo i vestigi di esse venuti in luce sono scarsi. I monumenti cristiani primitivi della S. ebbero a soffrire molto dalle invasioni barbariche, la prima nel 260 e la seconda nel 414 attestata da Paolo Orosio dopo la penetrazione visigota del 409 (Hist. adversus paganos, VII, 22-28). Le 49 Composizioni di Prudenzio (24 relative al Vecchio Testamento e 25 al Nuovo) furono scritte per essere poste come testo esplicativo delle relative scene del ciclo biblico decorante una delle basiliche della S., probabilmente in Saragozza (J. P. Kirsch, Le Dittochaeum de Prudence et les monuments de l'antiquité chrétienne, in Atti del II Congresso internaz. di arch. crist., Roma 1904, p. 127 sgg.). Prudenzio nel Peristephanon indica alcune chiese assai sontuose costruite sui sepolcri dei martiri; della basilica di S. Engrazia di Merida (inno III) dice che aveva il pavimento musivo come un prato pieno di fiori, marmi preziosi nell'atrio e soffitto dorato; di questo santuario, identificato con la chiesa della martire fuori le mura della città, non restano altro, forse, che due capitelli corinzi in marmo sorreggenti l'arco trionfale della chiesa attuale. Parimenti, nell'inno IV, allude al cassettonato aureo della Basilica eretta sulla tomba di S. Fruttuoso a Tarragona; i resti di questa, venuti in luce nello scavo del cimitero cristiano, hanno rivelato che era a tre navate separate da colonne, probabilmente con bema e con abside semicircolare, pavimentata con musaico di grandi tessere di marmo e con sepolcri, alcuni coperti da musaico; misura 30 × 19 m.; aveva intorno monumenti sepolcrali, uno dei quali, accanto all'abside, comunica con la navata laterale sinistra.
Vestigia di chiese basilicali, di sviluppo posteriore e con evidenti relazioni con i monumenti africani, sono stati trovati nelle Isole Baleari, presso la località di Manacor (Maiorca); sono a tre navate separate da pilastri, con abside rettangolare; due di esse, di S. Maria e di S. Peretò, avevano musaici pavimentali; simile è quella di Son Bou (Minorca), recentissimamente scoperta, ma ha l'abside internamente semicircolare. Altre chiese meno solenni sono ad una sola navata; tale quella detta «cella memoriae» di Ampurias (Gerona), datata del sec. IV-V, che è un'aula di 14 × 5,50 m. con abside semicircolare e con nartece che ha ingresso laterale; sotto il pavimento aveva sepolture. Sono posteriori quelle di Elche (Alicante) e Jativa (Valencia), di pianta quadrata, la prima con abside inscritta nella costruzione, la seconda senza abside; rappresentano l'influsso orientale, venuto forse attraverso il dominio bizantino e che si svilupperà negli edifici visigoti. La cosiddetta «casa-basilica», con doppia sala absidata di Merida è probabilmente adattata di un edificio anteriore.
Merita attenzione particolare l'insieme architettonico di Centcelles (Tarragona), senza dubbio il più importante della S. e di destinazione funeraria; i ruderi occupano un'area di ca. 90 × 20 m. e il nucleo centrale è formato da due costruzioni unite, esteriormente quadrate ed interiormente circolare la prima e più conservata, quadrilobata la seconda; la prima è coperta da cupola decorata da musaici, dei quali si conservano resti interessantissimi.
Quanto ai cimiteri dovettero essere aree sopratre; tradizioni antiche parlano di cimiteri sotterranei a Gerona e Saragozza, ma non sono state confermate da alcuna scoperta. I cimiteri all'aperto avevano tombe e monumenti di varie forme, che vanno dai tipi più semplici e poveri agli edifici più o meno monumentali. Se ne ha un esempio caratteristico nel cimitero di S. Fruttuoso a Tarragona (v.), scoperto nel 1923 bene esplorato e studiato.
3. Scultura
Oltre una piccola statua del Buon Pastore del sec. VI, conservata nel Museo di Siviglia, la S. possiede una serie relativamente ricca di sarcofagi decorati con rilievi storiati, la cui importanza consiste specialmente nel fatto che essi segnalano officine di artisti locali. Gli schemi di decorazione non sono differenti da quelli del mondo romano: campi di strigili verticali od ondulati soli o misti a rilievi istoriati, o rilievi in tutta l'ampiezza delle fronti, con le scene in fregio o separate da colonnine od alberi; non c'è alcun esempio a due ordini sovrapposti. Si possono raggruppare in vari centri o regioni. Il gruppo più importante e numeroso è quello di Tarragona, con ben quindici pezzi, completi o frammenti notevoli. Oltre quello della facciata della Cattedrale, del tempo teodosiano, e un frammento simile, gli altri, trovati negli scavi del cimitero cristiano, appartengono all'officina locale e sono del sec. V; tagliati quasi tutti in calcare del paese, come altri anteriori e pagani più o meno decorati, presentano uno schema simile: nel centro, la cartella per l'iscrizione posata su un basamento, campi di strigili ai lati e figure all'estremità; gli strigili sono ampi e poco profondi, posti in due direzioni opposte, formando nodo centrale caratteristico; è schema paragonabile con i sarcofagi trovati a Cartagine; i quadri istoriati recano figure di oranti, il sacrificio d'Isacco e personaggi, forse Apostoli, con rotolo nelle mani e sotto cortinaggio. Lo stile dei rilievi - figure allungate ma corrette, e pieghe nelle vesti strette e profuse - presenta nella sua uniformità elementi di mani diverse e di una interessante evoluzione.

Il gruppo della regione nord-centrale della Catalogna è integrato da sei sarcofagi di Gerona, uno di Ampurias e due di Barcellona; per lo stile sono piuttosto affini a quelli della Francia meridionale. I sei di Gerona si conservano nella chiesa di S. Felice, fuori le antiche mura della città; essa fu costruita probabilmente sopra un antico cimitero dal quale verrebbero i sarcofagi; tra i temi, comuni ai rilievi dei sarcofagi cristiani, sono da notare la storia di Susanna descritta in cinque episodi, che occupano tutta la fronte; G. Cristo sopra un leone, allusione, forse, alle parole del salmo 90, 13: «conculcabis leonem et draconem». Quello di Ampurias (nel Museo provinciale di Gerona) ha la figura del Buon Pastore tra le rappresentazioni delle stagioni, geni alati e scene di vendemmia e raccolta delle olive; per il tempo - sec. IV come gli anteriori - si può considerare cristiano, benché la figura del Buon Pastore non sia sicura. I due di Barcellona, uno con due campi di strigili tra i rilievi, e l'altro a fregio, hanno le solite scene.
Il gruppo di Valencia, con tre esemplari nella città, uno di Hellin (Albacete) ed un frammento di Denia, non è così uniforme; di quelli di Valencia, semplici e con strigili, uno ha, nel centro, il solito simbolo della Risurrezione di Cristo, ma con qualche singolarità; è una croce gemmata con due colombe sulle braccia e due agnelli sotto, in luogo dei soldati. Il sarcofago di Hellin (Accademia della Storia, Madrid) ha le scene separate da pilastri: nei tre spazi centrali è G. Cristo acclamato da quattro Apostoli; il frammento di Denia ha una decorazione simile.
Il gruppo di Saragozza è costituito dai due sarcofagi della cripta di S. Engrazia, nella detta città, ed uno di Castiliscar. Di quelli di Saragozza, il più importante ha le scene anche nelle facciate laterali, e negli angoli cariatidi che sorreggono la cornice; nel centro si vede una figura femminile tra due Apostoli, elevata verso il cielo da una mano divina; questa scena si è voluta interpretare da alcuni come rappresentazione dell'Assunzione della Vergine, ma potrebbe essere l'anima della defunta. Nomi iscritti sulle varie figure, con lettere antiche, forse contemporanee, intendono identificare i personaggi, ma spesso arbitrariamente. Il sarcofago di Castiliscar (Saragozza), adoperato come altare, come anche gli altri due, è un esemplare stilisticamente isolato ed assai originale, proveniente da officina spagnola; nella scena della moltiplicazione dei pani, i sette cesti si sono convertiti in anfore, quasi fosse avvenuta una confusione con il miracolo di Cana.
I sarcofagi che si raggruppano intorno a Toledo sono tre completi e due frammenti, provenienti da quattro distinte località e senza affinità stilistiche; i due frammenti (di Erustes e Toledo, Puerta del Sol) appartennero a fronti con campi di strigili e scene tra colonnine, gli altri sono a fregio; due di Layos (Toledo), con le scene solite provenienti, probabilmente, da officine spagnole, ed uno di Puebla Nueva (Toledo), più singolare, con i dodici Apostoli e G. Cristo nel centro, assiso in alta cattedra, separati da colonne, tutti con forte inclinazione verso destra; avevano i nomi scritti nella cornice superiore con lettere contemporanee. Nella regione nord-occidentale è un sarcofago di Astorba, simile al primo di Layos, ed un altro di Villanueva de Lorenzana (Lugo) — con strigili a forma di 3 — del sec. v. Della regione di Merida, così abbondante in iscrizioni ed altre memorie cristiane, non si conserva altro che un frammento di coperchio con le scene di Noè e di un banchetto, ed un sarcofago liscio con una corona dipinta nel coperchio. Resti sono anche scarsi nella regione della Betica; un sarcofago a Martos (Jaén) con le scene separate da colonne, e quello di Berja (Almeria) in cui si vedono i due Principi degli Apostoli davanti ad un personaggio seduto con un diadema sulla testa; due frammenti di Palacios (Siviglia) e di Cordova hanno scene, tra le colonne, il primo, e campi di strigili e rilievi, il secondo. Altri tre sarcofagi, del sec. iv inoltrato, trovati a Covarubias (Burgos), Carteya (Cadige) e Prado (Siviglia) potrebbero essere cristiani ma non hanno che temi profani.
4. Musaici
Non si conservano pitture con temi cristiani, ma i musaici sono relativamente abbondanti; tra i pavimentali, i più antichi si sono trovati in edifici non sacri, come quello della villa di Fortunatus a Fraga (Huesca) e di Estrada (Huesca), il primo con il monogramma di Cristo e l'altro, assai rozzo, con pani, pesci, svastiche, dischi, fiori, ecc. Nelle chiese accennate di S. Peretó e S. Maria (Mallorca) e di Elche (Alicante), si trovarono musaici non anteriori al sec. v con decorazione geometrica e con scene del Vecchio Testamento, in quella di Elche, con iscrizioni indicanti il posto dei ministri e dei fedeli. Nella cupola di Centcelles (v. TARRAGONA) con musaici conservati solo in parte, i temi sono funerari: scena di caccia, le stagioni, Daniele fra i leoni, la nave di Giona, i tre fanciulli nella fornace e forse Noé; le scene vengono separate da colonne come in una fronte di sarcofago: sono del sec. iv. Più interessante ancora è la serie di musaici tombali, ristretti alla metà orientale della penisola e paragonabili a quelli dell'Africa cristiana, con i quali formano un insieme geografico chiuso. Se ne conservano tre frammenti a Tarragona, tra i quali è bellissimo quello di Optimus, con la figura del defunto e iscrizione metrica; un gruppo assai notevole di Montecillas (Huesca), i più simili agli africani; uno ad Alafaro (Logrono), uno a Denia (Valencia) e parecchi a Menacor (Maiorca), tutti questi con solo l'iscrizione e temi decorativi.
5. Periodo visigotico
Mentre le diverse province spagnole, quasi tutte profondamente romanizzate, restarono in relazione con la Metropoli ed in contatti con le province vicine, le tradizioni artistiche indigene, specie dell'Africa, ebbero un influsso poco importante sui monumenti. Ma con le invasioni dei barbari, e soprattutto dal sec. v con il dominio visigotico, restarono centri isolati, prima, e dopo la maggioranza delle regioni furono staccate quasi totalmente dalle eredità classiche; l'influsso germanico, però, è notevole soltanto nelle arti minori (fibule aquiliformi) e quasi nulla nell'architettura e scultura: si intensificarono gli influssi della tradizione indigena (arco a ferro di cavallo, disegni geometrici profondamente tagliati, corde, ecc.) e quelli orientali arrivati attraverso l'Africa bizantina. Così si formarono centri di cultura sulle coste del Mediterraneo, principalmente nella Betica, ed anche nella Lusitania, da dove l'arte monumentale visigotica irradiò verso Toledo e, dopo, in tutta la penisola.

6. Architettura
Già si è notato questo influsso orientale-africano nelle chiese basilicali delle Baleari: altre simili sono state segnalate a Tarrassa (Egara) ed a Cabeza de Griego (Cuenca), questa con la pianta quasi quadrata, ma a tre navi, come quella di Algezaras (Murcia), con abside semicircolare, portico e piscina battesimale. Quelle di S. Pietro di Alcantara (Malaga), Alcacerejos (Cordoba) e Casa Herrera (Merida) hanno due absidi opposte e portico laterale; la seconda con grande battistero che ha, nell'ingresso della cappella absidale, l'arco a ferro di cavallo. Due più orientali, S. Cugat de Vallès (Barcellona) e Fraga (Huesca), hanno una sola abside a ferro di cavallo.
Del sec. vii inoltrato si conservano varie chiese, tutte costruite con blocchi di pietra ben tagliati, con abside quadrata, archi a ferro di cavallo ed abbondantemente decorate sia all'interno che all'esterno. Esistono due tipi di pianta: basilicale e cruciforme; sono di tipo basilicale quelle di S. Juan de Baños (Palencia) che conserva l'iscrizione della fondazione, dell'a. 661, S. Pietro de Balsemao (al nord del Portogallo) e S. Maria de Quintanilla de las Viñas (Burgos), questa con nave traversa e ricca decorazione, anche con rilievi figurati, ma molto rozzi, datata del sec. VIII.
Parallelamente si sviluppa il tipo cruciforme, come la cappella funeraria di S. Fruttuoso di Braga (Portogallo), della metà del sec. VII, il cui prospetto esteriore ricorda assai quello del mausoleo di Galla Placidia a Ravenna; nelle chiese di S. Pietro de la Mata (Toledo) dedicata al tempo di Wamba (672-81) e S. Comba de Bande (Orense) la pianta cruciforme iscritta in una pianta quadrata, con celle, forse monacali, negli spazi fra la croce e il quadrato; questa forma si ritrova ancora più sviluppata nella chiesa di S. Pietro della Nave (Zamora), del sec. VIII, nella quale i bracci della croce sporgono fuori del rettangolo. La decorazione interna di queste chiese è ricchissima, specie nell'ultima, con due capitelli in forma di piramide tronca rovesciata, ornati con le scene del sacrificio d'Isacco, Daniele fra i leoni e busti di Apostoli, con iscrizione.
7. Scultura
Nella scultura visigotica i temi sono prevalentemente decorativi: disegni geometrici, cordati, intrecci, tralci ondulati, fiori, frutti, animali, uccelli, pesci, vasi ansati con colombe, nicchie con croci o monogrammi, con le aste molto allargate, e fiancheggiati da palme od anche da angeli; si trovano, come si è già accennato, nei muri delle chiese, cornici, transenne, stipiti, pilastri, mattoni ed altri elementi architettonici. I centri principali di sviluppo sono a Merida, Toledo, Cordova, da dove passarono i tipi un po' da per tutto, ma meno nella parte orientale. Anche sui sarcofagi si trovano rilievi istoriati e qualche volta in capitelli e lastre. Tra i sarcofagi sono da ricordare quello di Briviesca (Burgos) ed altri due della stessa regione (Cameno e Poza de Sal), procedenti dalla stessa officina, con decorazione nelle quattro facciate; e quelli di Ecija ed Alcaudete, nella regione meridionale, tutti in stile orientale; quasi tutte le scene sono del Vecchio Testamento, non sempre identificabili per la singolarità; è notissimo quello di Ecija (Siviglia), nel quale figurano il sacrificio d'Isacco, Daniele tra i leoni, e, nel centro, il Buon Pastore, con iscrizioni greche.
8. Arti minori
Oltre le fibule aquiliformi ed i fermagli in metallo, qualche volta preziosi ed incrostati di vetri a colori, importati dai Visigoti e dai quali derivano simili gioielli spagnoli, hanno un interesse singolare le corone e croci votive, trovate nei celebri Tesori di Guarrazar (Toledo) e Torredonjimeno (Jean), di metalli preziosi e con gemme, sontuose e ricchissime, tutte con iscrizioni che hanno i nomi di donatori accompagnati quasi sempre dalla parola vitya. Interessanti sono i vasi o piccole anfore ed i piatti liturgici, spesso ansati, in argento con iscrizioni simili; sono uguali a quelli orientali, specialmente dell'Egitto, da dove sarebbero stati importati, ma altri sono evidentemente fabbricati in S.
9. Epigrafia
Le iscrizioni anteriori alla metà del sec. IV sono scarsissime; potrebbero essere cristiane alcune del sec. III con testo indifferente, specie quelle con le formole « memoria illius » o « posuit memoriam », che dalla metà del sec. IV si trovano insieme con simboli ed espressioni cristiane, come « receptus », « recessit », con o senza « in pace ». Dalla metà del sec. V e durante tutto il tempo visigotico, i formulari prendono caratteristiche particolari nelle varie regioni. Nella provincia citeriore, dove le iscrizioni sono scarsissime, tranne la città di Tarragona che è il centro più ricco ed antico della S., si conserva più costante la romanità: non vi si trova la datazione per l'era ispanica e solo il consolato, nelle 6 o 7 datate (la più antica del 393 e le altre del sec. V); i formulari sono vari, più frequenti « hic requiescit » o « quiescit », ma anche con esempi di « hic iacet », « recessit », « perivit », « redivit in pace » (Cartaginesse), « depositus », « vixit in pace », « quiescet », « requiescet », « quiescat »; come formole notevoli sono da notarsi 4 esempi di Tarragona con allusione alla Risurrezione: « sperans resurrectionem a Deo », e lodi singolari; nei musaici tombali di Coscojuela si trova la frase « sepulchrum adornavit ». Per la S. occidentale è caratteristica comune e frequente la datazione secondo l'era spagnola e l'uso dell'appellativo « famulus Dei », portata dai Visigoti dalla Francia, e, dal sec. VI, « famulus Christi ».
Nella Lusitania, con centri importanti a Merida, Mertola e Beja, la formola propria è « requievit in pace », ma non senza esempi di « recessit, receptus in pace », nelle più antiche, e « obdormivit » o « decessit in pace »; dopo la metà del sec. V, lo schema più generale è: « N. Famulus Dei (Christi) — vixit annos (annis) tot — requievit in pace (Domini, Domini nostri Jesu Christi) die (dalla metà del VI, sub die)... Era... ».
Come decorazione è frequente una corona che circonda il testo con monogramma o croce nella parte superiore. Come formole notevoli sono da ricordarsi quelle relative alla penitenza: « N. penitens; accepta poenitentia, requievit... ».
La Betica, regione assai presto ed intensamente romanizzata, è la più ricca, benché nessun centro singolare abbia tante iscrizioni come Tarragona o Merida. Lo schema caratteristico è, come nella Lusitania, ma con la formola « recessit in pace », invece di « requievit in pace »; ha pure esempi di « receptus in pace, quiescit — requiescit in pace, hic requiescit », ecc.; « defunctus est, mortuus, obiit, migravit », ecc.; la varietà sub die per la data della morte è solo frequente nel Convento Cordubense, dove si trova più presso l'appellativo « famulus Christi ». Si trovano anche allusioni alla penitenza: « in coena Domini accepti penitentiam... cum penitentia recessit », alla Risurrezione: « credo quod Redemptor meus vivit... », ed al Battesimo. Vengono spesso decorate da monogrammi o croci dentro corone o cerchi e fiancheggiati da colombe.
Le iscrizioni metriche non sono molto numerose, ma importanti per la storia, perché quasi tutte sono di personaggi della gerarchia ecclesiastica. Le scarse iscrizioni in greco appartengono quasi tutte alle province della Betica e della Lusitania. Più interessanti sono le iscrizioni monumentali, specie su edifici sacri, differenti dalle altre del mondo romano; in queste si fa memoria della costruzione, restauro o, in caso, della dedicazione dell'edificio, ma non vi si nota la data relativa; nelle spagnole, invece, si trovano le indicazioni liturgiche relative alla consacrazione, il nome del dedicante, e tutte hanno il giorno, che sempre cade in domenica. Sono anche di grande interesse per la storia del culto dei santi le liste di reliquie, deposte nell'altare o conservate nella chiesa; si devono considerare posteriori all'a, 600, perché le iscrizioni dedicatorie datate non si hanno prima di questa data; i due gruppi sono meno abbondanti nella S. orientale. Anche le iscrizioni monumentali civili hanno carattere religioso, sia per monogrammi, sia per espressioni sacre. Altri gruppi vengono formati dai calendari liturgici, iscrizioni su oggetti votivi — quasi sempre con la formola « ille offeret » — e su diversi gioielli, con il nome in vocativo e le parole « vivas » o « vita »; simili iscrizioni sono anche sui mattoni e tegole, oppure con il ricordo « salvo illo ».
Il sistema di datazione per l'era spagnola, la quale comincia, come è noto, 38 anni prima dell'era cristiana, e che è la esclusiva delle iscrizioni delle regioni occidentali, è la stessa che si trova dal sec. III in alcune iscrizioni pagane nelle regioni Asturica e Cantabra, indicata con la formola « aera cos. »; in questa regione sarebbe nato questo sistema di datazione e da qui si propagò nelle regioni vicine: a Merida, dal sec. IV, alle province di Lusitania, Betica e Gallaecia, dalla fine del sec. V, ed alla parte occidentale della Cartigense, dalla metà del sec. VI.
Una singolarità paleografica che si trova nelle iscrizioni occidentali ed anche nei manoscritti fino al sec. XII, è il numerale XL, con le lettere in nesso speciale.
Bibliografia31 opere

VIII. ARTE SACRA
Nel periodo paleocristiano, sulle dominanti strutture classiche, ereditate da Roma imperiale, si avvertono innesti orientali e precisamente musulmani, come gli archi a ferro di cavallo che compaiono fin dal sec. II in talune stele funerarie. Ma una tipica impronta medievale fu conferita all'edilizia religiosa dal sec. V all'VIII, per opera dei Visigoti che arricchirono le forme romane di ornamenti esuberanti e policromi. Lo attesta in particolar modo la chiesa basilicale di S. Giovanni di Baños (Palencia), consacrata verso il 660, dove le decorazioni plastiche, con pietre a taglio obliquo, accoppiano agli influssi bizantini motivi visigoti. Benché ricordate da s. Isidoro di Siviglia, le decorazioni pittoriche di tale periodo sono dovunque scomparse.
Documentano invece il gusto visigotico nell'arte applicata le preziose oreficerie del Museo di Cluny, a Parigi, fra cui le croci e corone votive con pietre dure e paste vitree, incastonate in alveoli metallici e provenienti da Guarrazar (Toledo). Dopo la travolgente invasione dei Mori, effettuati nel sec. VIII, si ebbe al nord della penisola iberica, e precisamente nelle Asturie, un centro di fertile attività cristiana, contrassegnata da due tipi diversi di costruzioni chiesastiche, che presentano la comune particolarità della camera sopra la cappella maggiore, adibita a rifugio e in cui si entra soltanto da una finestra alta. Al primo tipo appartengono chiese dove si conserva la tradizione classica, ma con elementi affini al gusto carolingio, e vi si notano speroni, contrafforti e la navata di transetto (ad es.: S. Giovanni di Pravia [780] e Santullano di Oviedo). Del secondo tipo, fiorito sotto Ramiro I (842-50), fanno parte costruzioni di modello orientale che preannunziano lo stile romanico, con il loro accentuato sviluppo in altezza, le volte semicilindriche e le pareti interne alleggerite da archi ciechi su colonne agili. Basterà citare S. Maria di Naranco, presso Oviedo, di pianta rettangolare, S. Michele di Lillo e S. Cristina a Lena. In entrambi i tipi di chiese figurano rilievi caratteristici, che assumono una certa finezza, derivata probabilmente da oreficerie e sculture in avorio, nei monumenti di origine ramirense. Benché limitato a pochi decenni, è da ricordare, dopo lo sviluppo dell'arte islamica nel califato di Cordova, quello dell'arte detta mozarabica, dai mozarabi o cristiani sottomessi, che raggiunse il suo splendore massimo nella zona di Léon ma si diffuse pure in Galizia, nelle Asturie, in Castiglia, in Aragona e in Catalogna. Sono elementi cordovani, negli edifici di cotesto stile, gli archi a ferro di cavallo e le volte ad archi incrociati, mentre rammentano Bisanzio i capitelli corinzi e le transenne di pietra nelle finestre. Appartengono tutte al sec. X: S. Maria di Melque (Toledo), S. Michele di Celanova (Orense) e l'ornatissimo S. Michele di Escalada (Léon) che è l'esemplare più cospicuo. Le manifestazioni plastiche, in assenza di figure umane, ebbero il loro maggiore impiego nell'intaglio dell'avorio e mirabili appaiono le stilizzazioni di animali nella serie dei codici, quali la Bibbia Hispalensis (inetà del sec. X). Agli inizi del sec. XI risalgono le prime costruzioni romaniche, cioè le chiese di Caserres, Tabernoles e Cardona. E qualche anno dopo, con l'introduzione della riforma cluniacense nei monasteri, dovuta al re di Navarra Sancho il Maggiore (1925), il nuovo stile europeo si diffuse rapidamente anche in S. Singolari esempi di esso sono, nella seconda metà del sec. XI, il portico detto Pantheon reale in S. Isidoro a Léon, che accusa influenze lombarde, bizantine e normanne e vanta stupende figurazioni nei capitelli, e la cattedrale di Iaca, a tre navate e transetto, con un bellissimo sistema di volte e ornamentazioni plastiche di gusto più classico che bizantino.
Tra i maggiori monumenti dell'età romanica, non solo nella penisola, è la cattedrale castigliana di Santiago di Compostella (1105), adorna di preziose sculture nella Puerta de las Platerias e nel Portico de la Gloria. Influssi musulmani si avvertono negli avori della cassa di S. Millan (Museo archeologico di Madrid) e nella grande arca della Camera Santa di Oviedo, in argento dorato. Fra i documenti pittorici di questo periodo si ricordano, in Castiglia, le scene bibliche e venatorie a S. Baduel di Casillas de Berlanga e, in Catalogna, quelle della chiesa mozarabica di Pedret. Più tardi, nelle pitture della cattedrale di Urgel e di S. Clemente di Tahull appaiono manifesti rapporti stilistici con la scultura della Francia meridionale.
Già nel sopra citato Portico de la Gloria a Santiago di Compostella, che fu eseguito fra il 1168 e il 1188, compaiono i primi archi ogivali del gotico e nel medesimo periodo si hanno analoghi innesti di codesto stile sulle membrature romaniche, per iniziativa soprattutto dell'ordine cistercense, a Poblet e a Santas Creus in Catalogna; caratteristiche, inoltre, le cattedrali gotiche, dall'aspetto militaresco, di Avila e di Tuy (Galizia). Ma fu per opera dei Francescani e dei Domenicani, sotto il regno di Ferdinando III il Santo, cugino di s. Luigi IX re di Francia, che si affermò l'architettura ogivale, nella prima metà del sec. XIII, con la cattedrale di Burgos, arieggiante le forme francesi, e con quella imponente di Toledo dai lievi accenti moreschi; è da ritenersi un esemplare sporadico, poi, la Cattedrale posteriore, e di un gusto per nulla iberico, di León con la sua tendenza a rendere quasi eteree le masse, a somiglianza di quella di Beauvais in Francia. Come in altre parti di Europa, l'edilizia gotica in S. ebbe corso anche durante i sec. XV e XVI, smarrendo via via lo slancio inventivo ma non la perfezione tecnica, come dimostrano le cattedrali di Salamanca e di Segovia. La scultura duecentesca, specie sulle facciate chiesastiche, assurse ad alto livello qualitativo, si da rivaleggiare con quella francese, decadde nel Trecento e riacquistò prestigio nel secolo successivo anche per l'apporto di valenti maestri francesi, tedeschi, fiamminghi ed italiani, che non tardarono ad acclimatarsi nel paese ospitale. A Valenza, sui primi del Quattrocento, operava Giuliano Fiorentino, seguace del Ghiberti; Juan de la Huerta collaborava con il celebre Claus Sluter a Digione, e a Pamplona si trova il borgognone Janin de Lome. Tipico prodotto della scultura spagnola, in questo periodo, furono, inoltre, gli altari (a Tarragona, a Burgos, nella certosa di Miraflores e, più tardi, a Siviglia e a Toledo) e gli stalli corali, fra cui memorabili quelli, in stile gotico fiorito, di S. Tommaso ad Avila e di Cèlanova (Galizia) e gli altri, figurati, di León, Ciudad Rodrigo, Plasencia e Toledo. La pittura segue ancora gli arcaismi romanici nel sec. XIII e il primo maestro castigliano a noi noto è Antonio Sanchez di Segovia che decorava nel 1262 la cappella di S. Martino nella cattedrale vecchia di Salamanca. Ma verso la prima metà del Trecento recavano un nuovo soffio figurativo i pittori senesi, a cui succedevano il fiorentino Gherardo di Jacopo Starnina (la sua maniera è visibile nella cattedrale di Toledo) e l'anonimo, italianissimo autore del politico della certosa di Porta Coeli (ora nel Museo di Valenza). E verso la metà del '400 Dello di Nicola, detto Nicola Fiorentino, dipingeva l'altare nella cattedrale di Salamanca. Qualche anno prima, anche i modi fiamminghi avevano conquistato spiritualmente la S. ad opera del grande Jan van Eyck, e, quindi, di Lluís Dalman, spagnolo pensionato in Fiandra, fin che Jaime Baço Jacomart, pittore del re Alfonso V, realizzava la fusione dello stile italiano con la tecnica fiamminga, aprendo nuove vie all'arte della sua terra.
Con l'avvento del re Ferdinando d'Aragona e di Isabella di Castiglia (1472), favorita dalla raggiunta unità nazionale, aveva origine una tendenza di trapasso, detta stile Isabella, che risente del gotico fiorito, ma non manca di motivi moreschi. I suoi monumenti architettonici sono la chiesa di S. Giovanni de los Reyes, a Toledo, il castello del Real de Manzanares (Madrid) e il Collegio di S. Gregorio a Valladolid. Fra i pittori, pur nel dominante gusto fiammingo, s'impongono, alla Corte di Burgos, l'italianizzante Rodrigo di Osana, Bartolomeo Bermejo di Cordova, dall'aspro realismo iberico; Alejo Fernandez, più evoluto e delicato, e Pedro Berruguete, castigliano, che dopo aver operato ad Urbino, accanto a Giusto di Gand, dipinse in Toledo e in Avila con robusto colore. Verso la fine del Quattrocento anche la Catalogna possedeva uno squisito colorista: Jame Huguet.
Sebbene in ritardo, lo stile della Rinascenza italiana trovò fruttifera accoglienza in Castiglia per merito del card. d. Pedro Gonzales de Mendoza, che fondava nel 1491 il Collegio di S. Croce a Valladolid. Durante il Cinquecento avanzato seppe assorbire brillantemente i ritmi classici, desunti dall'Italia, Pedro Machuca, che eresse il Palazzo di Carlo V nell'Alhambra di Granata.

(Int. Felici)
Nel campo plastico si ricordano la tomba del predetto card. Mendoza, nella cattedrale di Toledo, e le altre scolpite più tardi dai fiorentini Domenico di Alessandro Fancelli (ad Avila, a Granata, ad Alcalá) e Pietro Torregiani, a Siviglia. Di scarsa importanza furono allora i pittori venuti dall'Italia; risultò proficua, invece, l'educazione italiana per il sopra citato Pedro Machuca, che assimilò atteggiamenti da Michelangelo e dal Correggio, per i due leonardeschi Fernán Yánez de la Almedina e Fernán Llanos, per l'allievo di Michelangelo Alonso Berruguete, che fu soprattutto scultore. Da menzionare, inoltre, a Siviglia, il correggesco Luis de Vargas; a Valenza, il raffaellesco Juan de Juanes, nonché il solitario arcaicizzante Luis de Morales, detto il Divino, per i suoi soggetti religiosi, trattati con pia tenerezza.
Durante il sec. XVI non mancò neppure una fioritura d'arte con evidenti caratteri nazionali. Preceduto dal cosiddetto stile Ximénez (a ricordo del card. Jiménez de Cisneros che lo promosse, con elementi italiani, su fondo gotico, e tecniche e reminiscenze moresche), lo stile plateresco (da plateros = orafi) si distingue per l'abbondanza degli ornati e delle minute squisitezze, si da soffocare la purezza della linea architettonica. Se ne fece assertore un altro presule: don Alonso de Fonseca, arcivescovo di Santiago e di Toledo (m. nel 1534), a cui si deve l'erezione della casa della Salina e del Collegio arcivescovile, a Salamanca, e della facciata e del cortile dell'Università di Alcalá. Emersero fra gli architetti di codesta tendenza Alonso de Covarrubias, Pedro Gumiel e Diego de Siloe; fra gli scultori, oltre al più vigoroso, dinamico e drammatico, cioè Alonso Berruguete, Vasco de Zarza, Damiano Forment e il francese baroccheggiante Juan de Juni. Una vigorosa ripresa di classicismo italianizzante si ebbe sotto il regno di Filippo II (1563-1584) le cui preferenze estetiche, determinate da uno spirito ardente di riforma cattolica si cristallizzano nelle severe armonie dell'Escorial, costruito da Juan de Herrera. In esso rifulgono l'altare bronzeo e i mausolei di Leone e Pompeo Leoni e i tesori pittorici colà radunati da quel sovrano e dovuti alla grande triade veneta: Tiziano, Veronese, Tintoretto e all'insigne ritrattista Alonso Sanchez Coello (1532-88), discepolo di Antonio Moro. Alla morte di Filippo II (1598) erano attive le scuole pittoriche di Madrid, Toledo, Siviglia e Valenza, mentre la scultura prosperava principalmente a Valladolid e a Granata.
Notevoli la tendenza realistica, affine al caravaggismo, che Francesco Ribalta iniziava a Valenza e le attività sivigliane del forte naturalista Francisco de Herrera il Vecchio, del dotto Francisco Pacheco e del venezianeggiante Juan de Roenas. Ma uno splendore ben più vivo e durevole s'effondeva dalla pittura di Toledo, dove il geniale Domenico Theotocopuli, detto il Greco, impersonava l'anima mistica della S. anticipando, nel colorito e nei particolari compositivi, le manifestazioni dell'espressionismo moderno. A Valladolid, illanguidita la tradizione classica dei Leoni, prendeva consistenza, ad opera del gallego Gregorio Fernandez, il realismo della illustre scuola plastica castigliana. Codesto maestro, m. nel 1636, è noto soprattutto per le sue scene della Passione (paso), eseguite in gruppi di figure lignee che avevano un ufficio processionale. Una tendenza più classica e dolce manifestava in Andalusia l'altro scultore eminente Juan Montanes (m. nel 1649).
In pieno periodo barocco, il Regno di Filippo IV (1621-65) segnava la massima fioritura dell'arte iberica, per lo meno nell'ambito della pittura da cavalletto.
Manifestazioni cospicue di quel gusto architettonico, cui diedero l'opera loro Sebastian Herrera Barunevo, Pedro de la Torre e Francisco Herrera il Giovane, rimangono il Pantheon dello Escorial, costruito in gran parte dall'italiano G. B. Crescenzio, la cappella di S. Isidoro a Madrid, il Sagrario della cattedrale e la Carità di Siviglia, la navata della certosa di Granata ecc. Nella scultura emerse Alonso Cano, a cui seguirono, con analogo stile, Pedro de Mena (m. nel 1688) e José de Mora (m. nel 1724). La scuola pittorica di Madrid fu dominata da un vero genio: Diego Velazquez, che tuttavia non ha lasciato la sua impronta più valida nelle opere di carattere sacro. Ne seguirono l'attività continuandone l'accentazione realistica G. B. Martinez del Mazo (m. nel 1667), che divenne poi genero del maestro, Antonio Puga e Juan de Pareja; a Valenza fiorirono Francesco Ribalta, Gerolamo Giacinto Espinosa e il vigoroso Giuseppe Ribera, prima di trasferirsi a Napoli, dove assunse il nomignolo di Spagnoletto; a Granata si distinse Alonso Cano, già citato fra gli scultori, e nella scuola di Siviglia operò con infaticabile vena e profondo spirito religioso, tipicamente iberico, Francisco Zurbaran.
I caratteri nazionali si attenuarono nella seconda metà del sec. XVII, sotto il regno di Carlo II; meritano menzione, comunque, le esuberanti e decorative forme architettoniche di José Churriguera, le sculture emotive di Pedro Roldan, le opere pittoriche di Juan Carreño de Miranda, ottimo ritrattista, detto il van Dick spagnolo, Francisco de Herrera il Giovane, già menzionato quale architetto, e Claudio Coello, a Madrid, mentre alla scuola sivigliana appartengono l'intenso Juan de Valdes Leal e Bartolomeo Esteban Murillo, realista nei soggetti di genere e creatore nel campo sacro di seducenti tipologie che ebbero una immensa popolarità in tutto il mondo cattolico fino alle soglie del secolo attuale.
All'inizio del Settecento, salito al trono Filippo V di Borbone, schiere di artisti francesi, in particolare architetti e pittori, si installarono alla Corte di Madrid e ne seguì una generale stasi delle genuine virtù figurative, le quali ebbero una ripresa sotto Fernando VI e meglio ancora sotto Carlo III (1759-88), con l'erezione del nuovo Palazzo reale, su disegni del messinese Filippo Juvara, e la venuta a Madrid del veneziano G. B. Tiepolo e del boemo Antonio Raffaele Menga. Le tendenze neoclassiche di quest'ultimo influirono sul pittore aragonese Francesco Bayeu, maestro e, quindi, cognato del grande colorista Francesco Goya, che seppe, fra l'altro, interpretare quasi tutte le inclinazioni etniche dell'anima spagnola, ma non lo spirito religioso, sebbene alle sue scarse opere sacre non difettino originali virtù espressive. Il neoclassicismo edilizio ebbe un rappresentante notevole in Ventura Rodriguez, autore della cappella del Pilar a Saragozza e della chiesa di S. Vittoria a Cordova, e alla medesima tendenza s'ispirarono gli scultori Luis Salvador Carmona e Ferreiro.
Ancora nei primi decenni del sec. XIX l'arte spagnola partecipava al più vivo fermento innovatore europeo, con le creazioni pittoriche e acquafortistiche di Goya, ma, in seguito, specie sotto l'aspetto religioso, essa rimase chiusa nell'eclettismo accademico, sfruttando motivi recenti, cinquecenteschi e barocchi, sebbene taluni pittori del tardo Ottocento, come la dinastia del Madrazo, Mariano Fortuny (m. nel 1874) e i più recenti Ignazio Zuloaga e Gioacchino Sorolla y Bastida acquistassero fama internazionale. A costoro si riallaccia in parte José Gutierrez Solana (n. nel 1885 e m. nel 1945) a cui non si possono negare virtù narrative singolari e vigorose suggestioni di misticismo iberico.
Bibliografia28 opere
Alberto Neppi
IX. ORDINAMENTO SCOLASTICO
L'insegnamento primario è stato ordinato dalla legge del 1945. Esso comprende la scuola materna (dai 2 ai 4 anni di età); la scuola dei pargoli (dai 4 ai 6); la scuola elementare obbligatoria (dai 6 ai 12) a cui segue eventualmente il corso d'avviamento professionale (dai 12 ai 15). L'insegnamento secondario è imperniato sul baccellierato, diviso in inferiore di quattro anni, e superiore che aggiunge altri due anni. Vi si giunge mediante due rispettivi esami. Vi sono anche scuole del magistero, chiamate normales, e scuole per specialità tecniche (Institutos laborales). Ai corsi universitari si premette un anno di preparazione o ingresso da compiersi nei centri di secondo insegnamento. Tali sono le norme della nuova legge del 1953. L'ordinamento universitario segue le ordinanze emanate nel 1943.
Durante più di un secolo il monopolio statale più assoluto ha regnato nell'insegnamento spagnolo. La Chiesa poteva bensì insegnare, ma tutti i suoi alunni dovevano sottostare agli esami, testi e programmi dello Stato. Soltanto il regime di Franco ha introdotto la parificazione dei centri della Chiesa che ancora urta contro la mentalità di alcuni intellettuali, specialmente fra i professori statali. La parificazione è un fatto nella scuola primaria e nel baccellierato. Il tribunale per gli esami è composto per il baccellierato inferiore da un preside, insegnante statale, da due professori dell'alunno e da due ispettori. Per il baccellierato superiore il preside del tribunale è un professore di università. I convitti della Chiesa per baccellierato devono accettare un 10% di alunni stipendiati dallo Stato, la cui ammissione però deve essere approvata dal rettore del collegio.
In tutti i gradi dell'insegnamento statale, comprese le università, v'è scuola obbligatoria di religione dalla quale vengono dispensati i non cattolici. Attorno alle principali università vi sono i Colegios Mayores, ossia convitti universitari in cui non mancano il cappellano e la disciplina morale e religiosa. I parroci hanno diritto di visitare le scuole primarie site nelle proprie parrocchie e di spiegarsi il catechismo.
L'ordinanza 9 dell'ordinamento universitario riconosce il diritto della Chiesa di fondare proprie università; ma finora non è stata accordata la parificazione che all'Istituto Catolico de Artes e Industrias di Madrid, diretto dai Gesuiti. Altri istituti universitari non parificati vengono tenuti dalla Chiesa a Madrid (Collegio Mayor de S. Pablo, Instituto de Foro XIII per scavi sociali); Bilbao (diritto e commercio); Barcellona (chimica, biologia); Escorial (diritto). La Chiesa ha inoltre le sue Università Pontificie di Comillas (v.) e Salamanca. Dal 1951 un comitato nazionale di vescovi tutela i diritti della Chiesa nell'insegnamento.
Le statistiche del 1951-52 davano alla Chiesa 2890 scuole primarie con 507.651 alunni di cui 261.834 gratuiti contro 70.121 scuole dello Stato con ca. 2.500.000 alunni. Invece ca. il 76% degli alunni di baccellierato frequenta i collegi della Chiesa in numero di ca. 120.000. - Vedi tavv. LXVI-LXXI.
Bibliografia3 opere
Ignazio Ortiz de Urbina


























