SPAGNA. - Lo Stato spagnolo abbraccia un po' più degli 8/10 del territorio e un po' meno degli 8/10 della popolazione della Penisola iberica. Con 505.720 kmq. di superficie (ivi comprese le Canarie), occupa, per ampiezza, il secondo posto in Europa (senza l'U.R.S.S.), dopo ed a non grande distanza dalla Francia. Quanto a popolazione, invece (28 milioni di ab. nel 1950), sta al settimo posto, precedendo di poco la Polonia. Il suo territorio ha contatto con soli due Stati: il Portogallo (989 kmq. di frontiera) e la Francia (667 km.), se non si tien conto della minuscola Repubblica di Andorra (nel settore pirenaico) e di Gibilterra all'estremità meridionale.
SOMMANIO: I. Geografia - II. Storia civile - III. S. musulmana - IV. Storia ecclesiastica - V. Condizione giuridica della Chiesa - VI. Letteratura - VII. Archeologia - VIII. Arte sacra - IX. Ordinamento scolastico.
I. GEOGRAFIA
La S. consta di un vasto altopiano interno (la meseta) che una serie di rilievi mediani (sierre) divide in due parti (Vecchia e Nuova Castiglia) e che altri rilievi periferici segregano dall'influsso marino: i Monti Cantabrici ed i Pirenei a N., i Monti Iberici a NE., la cosiddetta catena Catalena a E., la Sierra Nevada a S. Questa barriera montuosa è rafforzata localmente da altri rilievi più interni, separati dai primi per mezzo di depressioni, le quali corrispondono ai bacini dell'Ebro a N., tra i Pirenei e i M. Iberici, e del Guadalquivir a S., tra la Nevada e la Sierra Morena. I Pirenei non raggiungono altezze pari a quelle alpine (Punta d'Aneto: 3404 m.), ma, compatti e tagliati da pochi ed elevati passaggi fra l'uno e l'altro versante, costituiscono una muraglia difensiva che in ogni tempo ha isolato la penisola dalla finitima Europa occi-occidentale. La Sierra Nevada culmina nel Cerro de Mulhacén (3481 m.), la vetta più elevata di tutta l'Europa all'infuori delle Alpi: su di essa si trova un piccolo ghiacciaio, il più meridionale fra gli europei. Tutti gli altri gruppi montuosi hanno dimensioni ed altezze assai più modeste. Delle due parti che formano la meseta, la settentrionale (Vecchia Castiglia) è alta in media sui 700-900 m.: la meridionale sui 500-600; ma ambedue inclinano dagli erti margini orientali verso l'Atlantico, dove terminano con larghi terrazzi. Il contrasto morfologico fra interno e periferia si acatasce per il contrasto climatico che ne consegue: al clima oceanico di quest'ultima, con precipitazioni copose (a N.) od anche modeste (ad E.), si oppone, nella meseta e nei bacini interni, un clima continentale tipico, con escursioni diurne ed annue forti e con scarsezza di piogge quasi dappertutto. Mentre così le regioni litoranee o sublitoranee presentano un paesaggio ricco di varietà locali e con vegetazione più o meno rigogliosa, l'altopiano corrisponde ad un'arida e montuosa steppa, che trapassa talora (Mancia) addirittura a deserto.
L'Iberia, e tanto più la S., è un paese essenzialmente agricolo, non ostante le larghe possibilità che le risorse minerarie offrono allo sviluppo delle industrie: in complesso, del resto, la potenzialità economica del paese è certo assai maggiore che non appaia dall'attuale situazione, nella quale si riflettono le conseguenze della recente guerra civile e, non meno chiaramente, quella della lunga decadenza che l'ha preceduta. L'arativo rappresenta meno di 1/5 della superficie territoriale: per una metà, all'incirca, destinato ai cereali. In realtà, l'agricoltura trova il suo optimum nelle colture legnose: l'olivo (la S. è alla testa della produzione mondiale di olio), la vite (14,3 milioni di hl. di vino: la S. è al terzo posto in Europa), gli agrumi e gli alberi da frutta (fichi e mandorle), ma questa produzione interessa soprattutto le regioni periferiche (Andalusia per l'olio, Catalogna per la vite, il Levante per gli agrumi). La meseta e le regioni interne sono il dominio della cerealicoltura: la metà dei terreni è destinata al frumento (30-35 milioni di quintali; soprattutto le due Castiglie), accanto al quale hanno importanza l'orzo (10-15 milioni di quintali), il mais (5-6 milioni), la segale, l'avena; e ancor più la patata (30-40 milioni di quintali), la barbabietola da zucchero e i legumi. Prato naturale, pascolo e macchia occupano quasi la metà della superficie territoriale, ma nell'allevamento prevalgono gli ovini (16 milioni di capi) sui caprini (4,2) e sui bovini (3,3): questi ultimi trovano condizioni più favorevoli nelle regioni settentrionali più umide, mentre ovini e caprini si adattano a quelle centrali e meridionali, e specialmente alla meseta. Notevoli la sericoltura e l'apicoltura ed anche più la pesca, che alimenta una fiorente industria di scatolati (Galizia). Le foreste sono scarse, ma il sughero è essenza assai diffusa ed utilizzata nell'industria.
Il sottosuolo della S. è ricco: il carbone (11 milioni di tonn.: estratti quasi tutti dalle miniere asturiane) copre il fabbisogno interno, ma è impari ad una industria di trasformazione che volesse trattare le molte materie prime disponibili: il ferro (regione di Santander, di Bilbao e di Oviedo), le piriti zolfifere, il rame (Sierra Morena, Rio Tinto), il piombo (Sierra Morena, Peñarroya), lo zinco (Santander), il mercurio (Almadén), il tungsteno (Salamanca), la potassa (Catalogna), il salgemma, ecc. Per il mercurio, piombo, zinco la S. figura tra i maggiori produttori europei. D'altronde le regioni minerarie sono quasi tutte periferiche, e alimentano soprattutto l'esportazione di materiale grezzo.
Delle industrie le più sviluppate sono le tessili (Catalogna); nel resto si è ancora lontani dal coprire il fabbisogno interno, nonostante i grandi progressi realizzati negli ultimi anni, e la varietà di rami che vi sono rappresentati.
La popolazione spagnola appare in complesso più compatta dal punto di vista religioso che da quello etnico, per le varietà regionali dovute alla sua storia millenaria ed ai molti, diversi apporti di sangue che vi hanno confluito e che si riflettono, più che nelle tendenze centrifughe di alcune di queste regioni (Catalogna), nel vigore

La Costituzione spagnola è quella di uno Stato autoritario, a capo del quale è ora il Caudillo, che dal 1942 è coadiuvato, nel governo della cosa pubblica, dalle ripristinate Cortes; organo legislativo composto di 438 membri, solo in parte elettivi.
| Regioni storiche | Superf. kmq. | Popol. cens. 1948 (in 1000 ab.) | Dens. kmq. | Capoluogo (e popolazione rel. in 1000 ab.) |
|---|---|---|---|---|
| Andalusia | 87218 | 5219 | 60 | Siviglia 383 |
| Aragona | 47609 | 1059 | 23 | Saragozza 267 |
| Asturie | 10895 | 837 | 77 | Oviedo 104 |
| Baleari | 5014 | 407 | 81 | Palma 138 |
| Basche (Province) | 7260 | 956 | 131 | Bilbao 231 |
| Canarie | 7273 | 680 | 91 | Las Palmas 150 |
| Castiglia (Nuova) | 72347 | 3129 | 43 | Madrid 1440 |
| Castiglia (Vecchia) | 50221 | 1577 | 32 | Burgos 70 |
| Catalogna | 31940 | 2891 | 91 | Barcellona 1240 |
| Estrenadura | 19940 | 511 | 30 | Badajoz 85 |
| Galizia | 28449 | 2496 | 86 | La Coruña 125 |
| León | 53338 | 1732 | 32 | León 53 |
| Murcia | 26179 | 1093 | 42 | Murcia 215 |
| Navarra | 10421 | 370 | 35 | Pamplona 73 |
| Valenza | 23304 | 2177 | 93 | Valenza 527 |
| Spagna | 503061 | 25878 | 51 |
drid 1921; A. Mousset, L'Espagne dans la politique mondiale, Parigi 1923; L. M. Echeverría, Geografía de España, Barcellona 1928; H. Lautensack, Spanien und Portugal, Potsdam 1931; M. Soère, Espagne, Parigi 1934; I. Ortega y Gasset, La S. e l'Europa, trad. it., Napoli 1936; F. M. - B. H. Gescher, L'Espagne dans le monde, Parigi 1937; E. Latronico, S. economica, oggi e domani, Milano 1938; G. Caraci, Stati Iberici, Torino 1940; J. Vincent Vives, España-geopolítica del Estado y del Imperio, Barcellona 1940; A. Ganivet, Spain: an interpretation, Londra 1946; E. Rescke Nielsen, Spanien 1931-43, Copenhagen 1946; F. Cortada Reus, Geografía economica de España, Barcellona 1946; A. Blanquez Fraile, Geografía de España, ivi s. d.
Giuseppe Caraci
II. STORIA CIVILE
1. La dominazione romana. - Quando i Romani conquistarono la penisola iberica, trovarono un paese in cui era già avvenuto un profondo mescolamento di razze. Lo strato più antico della popolazione era formato da Liguri ed Iberi: nel sec. VI a. C. tribù celtiche si erano spinte, secondo Erodoto, sino al golfo di Cadice; le tracce linguistiche dei Celti si fermano al Tago. Il mescolarsi di questi elementi diede origine al termine generale di Celtiberi. Sulle coste prima del 1000 a. C. i Fenici usavano l'emporio di Cadice per il traffico dello stagno delle Cassiteridi e quello di Tartesso (Tharsis) per l'argento della Andalusia; da Massalia erano discesi lungo le coste i Focesi. Le ricchezze minerarie iberiche fin dalla preistoria ebbero importanza nella formazione della civiltà mediterranea. Il programma cartaginese di creare un vasto impero afro-iberico trovò opposizione in Roma. Nel 210 comparve in S. il console Gneo Scipione; nel 206 la Betica era conquistata, la prima colonia, Italica, era fondata e da quell'anno comincia l'era della provincia romana di S.Dopo Zama, le legioni romane iniziarono aspra lotta con le tribù celtibere ribelli; in mezzo ai moti furono organizzate le due province dette Citeriore ed Ulteriore (197). Alle repressioni violente succedettero non poche in-

Lo sviluppo della vita civile nelle province organizzate dai proconsoli romani fu a lungo disturbato dalle incursioni delle tribù indipendenti degli Asturi e dei Cantabri che soltanto Augusto sentono nel suo soggiorno in S. tra il 27 ed il 25 a. C. Allora le province ebbero assetto definitivo: la Tarraconense (Citeriore), la Lusitania, la Betica. La vasta penisola trovò nella occupazione romana una notevole unificazione politica e civile.
Le colonie romane ed i vecchi centri sistemati a municipi furono centri di diffusione della lingua latina. Soprattutto le città sud-orientali riuscirono ad inserirsi perfettamente nella civiltà latina e diventarono centri notevoli di cultura; le lettere latine ebbero dalla S. non pochi scrittori di grande importanza: Seneca, Lucano, Marziale, Pomponio Mela, Columella, Quintiliano; la politica ebbe vari grandi imperatori, Traiano, Adriano, Marco Aurelio, Teodosio I. Durante l'età imperiale, pochi avvenimenti politici sono da ricordare per le province spagnole. Nella riorganizzazione diocleziana dell'Impero, la S. formò una diocesi della prefettura di Gallia e fu divisa in cinque province: Lusitania, Tarraconense, Betica, Cartaginese, Gallecia.
2. La dominazione dei Visigoti
Nel 409 alcune tribù germaniche che avevano invaso la Gallia nel 406 attraversarono i Pirenei e presero a saccheggiare le province spagnole: Svevi e Vandali Asdingi nella Galizia, Alani in Lusitania, Vandali Silingi nella Betica. Il governo imperiale per combatterli usò come alleati mercenari i Visigoti che aveva stabilito in quegli stessi anni nella Gallia attorno a Tolosa. Nel 429 i Vandali Silingi abbandonarono la S. ed il possesso della penisola fu discusso tra Svevi, Alani e Visigoti. Gli Svevi tentarono la conquista di tutta la S., i Visigoti sotto re Teodorico II li respinsero dalla Lusitania nei monti di Galizia. È difficile precisare le tappe della espansione visigotica: dal 466 re Eurico si allarga nella Tarraconense, e dopo il 484 Alarico II nella Cartaginese e nella Betica. Questo periodo rappresenta il massimo sviluppo della potenza visigotica. Eurico inizia la legislazione visigotica, facendo scrivere le consuetudini nazionali; Alarico II raccoglie nel Breviarium Alarici le leggi dei sudditi romani. Contro il pericolo di una avanzata franca, il giovane Amalarico, successo ad Alarico II (m. nel 507), fu protetto dal congiunto Teodorico, re d'Italia, che mise in S. come reggente il suo fidato Theudis.Scomparso Teodorico, i Franchi attaccarono di nuovo i Visigoti: Amalarico fu sconfitto a Narbona (531). Di
nuovo assunse il governo Theudis che si proclamò re e ricacciò i Franchi giunti sino a Saragozza. Pare che Theudis avesse la sua sede a Barcellona; a lui successero Teudisel e poi Agila che si stabilì a Merida. La spedizione contro i romano-ispani della regione di Cordoba provocò contro Agila una ribellione: fu proclamato re Atanagildo. Nella lotta intervenne l'imperatore Giustiniano; un esercito imperiale sbarcò sulle coste meridionali ed iniziò l'occupazione della Cartaginense e della Betica, tra la foce del Iucar e quella del Guadalquivir (554). Ucciso Agila, fu padrone del regno Atanagildo che si stabilì a Toledo ed iniziò la lotta contro gli imperiali. Strinse alleanza con i Franchi, diede la figlia Brunechilde in sposa a re Sigelberto. Nel 567 salirono al trono i due fratelli Liuva e Leovigildo che dopo il 573 rimase solo al potere. Una serie di campagne felici distrusse il Regno svevo (585) e diede ai Visigoti il possesso del nord-ovest. Le tribù ancora indipendenti furono domate; così furono soffocate le aspirazioni bizantine di allargare la provincia imperiale.
Nella famiglia di re Leovigildo incominciarono ora gravi discordie: Ermenegildo (v.) sotto l'influsso della consorte, la franca Ingunthi, e del vescovo di Siviglia, s. Leandro, passò al cattolicesimo e si ribellò al padre; vinto, fu fatto prigioniero ed ucciso (585). A Leovigildo successe nel 587 il secondogenito Recaredo che passò al cattolicesimo, costringendo i sudditi a seguirlo.
Questo fatto favorì la fusione delle due razze: la soppressione del divieto di matrimonio, nel 583, ne è indice. Recaredo accelerò l'uguaglianza di diritto tra Goti e Romani e pubblicò delle leggi valide per tutte e due le popolazioni. Dopo la morte di Recaredo (601), il figlio Leova II fu vittima di una ribellione di nobili ariani che difendendo il principio di elezione portarono al trono Witteric; assassinato questi nel 610, gli successe Gunthimar; nel 612 salì al trono Sisibuto che per il primo fu consacrato introducendo così nelle incoronazioni regie l'unzione sacra. Sisibuto ottenne dal governatore Cesario la cessione di Malaga e Cartagena e l'Impero conservò il possedimento d'Algaviva con le città di Osonoba e Lacobriga, occupate però anch'esse dopo il 620 dal successore Swinthila genero di Sisibuto. Tuttavia successive ribellioni mostrano come la monarchia visigota non riuscisse a domare l'aristocrazia troppo ricca e potente; anche l'episcopato era legato ad essa da vincoli familiari e ne condivideva gli interessi.
Il re Kindaswinth si sforzò di abbattere l'aristocrazia, mandando a morte tutti i sospetti; nel VII Concilio del 646 decretò esilio e confisca dei beni contro i ribelli laici ed ecclesiastici. Ma tutti i suoi sforzi furono inutili. Nell'VIII Concilio del 653 fu stabilito che il re dovesse essere eletto dai grandi laici e prelati; per il re fu redatto una specie di codice morale: obbligo di difendere la fede cattolica, di essere moderato, di non estorcere denaro ai sudditi, di non usare dei beni dello Stato nel proprio interesse; ogni re prima di salire al trono doveva giurare tali impegni sotto pena di scomunica e di perdita del trono. Sotto il re Kindaswinth vi fu presso i Visigoti una attività legislativa notevole: fu abolito il Breviarium Alarici, fu stabilito che tutti i sudditi, sia barbari come romani, fossero giudicati secondo la sola legge visigotica (Forum judicum o Fuero Juago) e dagli stessi giudici. La monarchia visigota si avviava così alla fusione delle due società, romana e barbara, sotto gli auspici della Chiesa cattolica.
Dopo la morte di re Rekiswinth nel 672 ricominciarono le lotte civili. L'aristocrazia di corte proclamò re Wamba, mentre in Settimania fu proclamato re Hilderich conte di Nimes. Il duca Paolo dopo repressa la ribellione fu a sua volta proclamato re. La crisi fu rapidamente superata da Wamba: batté e sottomise le tribù basche ribelli; rioccupò la Tarraconense e la Settimania; catturò
il rivale Paolo. Però non era una vera vittoria della monarchia: si trattava di lotta tra due gruppi della aristocrazia. Il tentativo di Wamba di rendere obbligatorio il servizio militare per tutti i sudditi senza distinzione di razza e di stato fallì. Nel 680 Wamba si ritirò a vita privata e designò come successore Erwig; questi fu riconosciuto nel XII Concilio toletano ed abbandonò le riforme di Wamba. Sulla monarchia dominarono ora apertamente i nobili ed i vescovi: i concili apparvero come il fondamento unico dello Stato. Rimaneva però un partito fedele a Wamba ed Erwig fu costretto a dare in sposa la figlia ad Egika, figlio di Wamba, e poi ad abbandonargli il trono. Lo Stato era ora in pieno disordine: cospirazioni di nobili, ribellioni di ebrei d'accordo con quelli d'Africa. Nel 698 Egika associò il figlio Witiza che gli successe nel 701. Non si conoscono gli avvenimenti di questi anni: nel 711 pare che a Witiza si sostituisse con la violenza Roderich. La lotta civile spiega l'intervento di un corpo di Arabo-berberi inviato nel 711 da Mūsā ibn-Nusajr: nel 712 le forze visigote condotte dal re Roderich vennero distrutte in battaglia sul Rio Salato tra Vejer de la Frontera e Conil. La conquista della S. avvenne senza difficoltà. Un nuovo periodo storico incominciava per la S.
3. Organizzazione cristiano-visigotica della S. settentrionale. - Fuggendo davanti all'avanzarsi degli arabo-berberi, visigoti e romani organizzarono la resistenza in Asturia. Loro capo fu Pelagio che portò la lotta sui monti Peñas de Europa, e Asturia, Santander, Burgos, León, Galicia formarono l'occupazione cristiana mentre gli invasori si arrestarono sul Duero; fra mezzo si stendeva una regione deserta abbandonata su cui si disputava da ambo le parti. A Pelagio successe pure verso il 717 un Alfonso I. La storia di questi principi si riduce a respingere tentativi nemici a soffocare ribellioni di gruppi nobiliari autonomisti. Nell'età di Carlomagno il centro principale dei cristiani era Oviedo; altri centri si formavano in Navarra ed in Aragona. La Catalogna alla fine del sec. VIII veniva da Carlomagno liberata dai musulmani e formò la Marca spagnola nel quadro della organizzazione carolingia.
La vita degli staterelli cristiani si svolse nei secc. VIII-IX assai misera: la povertà e ristrettezza del paese poco atto all'agricoltura spingeva i principi alla conquista dei territori musulmani fertili e ricchi. L'avanzata a sud forniva ai principi non solo i mozarabi ma anche i nudejares,

(da Ars Hispaniae, I, Madrid 1917, fig. 59)
Solo la decadenza del califfato al principio del sec. XI segna l'inizio della riconquista cristiana, e tutta la storia della S. per cinque secoli è dominata da questa idea motrice. È vero che tra i principi cristiani le lotte eran continue. León, Castiglia, Navarra sono retti da principi strettamente imparentati, ma in lotta tra di loro; Sancho di Navarra riesce ad assorbire Castiglia e León; nel 1035 i figli si dividono i domini; nel 1037 Ferdinando riunisce Castiglia e León e domina su tutti i territori tra il Duero ed il Mare cantabrico. A parte continuarono a vivere la
Navarra e l'Aragona. Così alla metà del sec. XI tre erano i nuclei cristiani principali della S. La disgregazione del califfato nei vari staterelli dei re di Taifas fu sfruttata assai presto dai principi cristiani. Ferdinando I di Castiglia tra il 1060 ed il 1065 sottomise a tributo i re berberi di Toledo, Badajoz e Siviglia e conquistò la zona tra il basso Douro ed il Mondego con Coimbra. Contemporaneamente Ramiro I iniziò l'espansione nella valle del Gallego ed il figlio Sancho Ramirez combatté con il re di Huesca. Nel 1065 alla morte di Ferdinando I di Castiglia i figli lottarono aspramente per la divisione. Di essi nel 1085 Alfonso VI riuscì ad occupare Toledo e si spinse con rapida corsa sino a Siviglia ed al mare; al suo servizio fu Rodrigo Díaz detto el Cid Campeador. La minaccia cristiana commosse il mondo islamico: l'emiro almoravide Jūsuf passò in S. e batté i cristiani a Sagrajas (Zalacca) nel 1086. Fortunatamente Jūsuf non poté sfruttare la vittoria perché i principi di Taifas spaventati osteggiarono il pericoloso vincitore. Alfonso VI poté conservare Toledo.

(per cortesia dell'Ufficio spagnolo del turismo)
(da Ars Hispaniae, 1, Madrid 1917, fig. 212)
Ad occidente invece il Regno di Castiglia-León subì un Portogallo (v.). Alfonso Enrico nel 1139 arbitrariamente si proclamò re, poi nel 1143 vassallo del Papa; riconciliatosi con il re di Castiglia, lo riconobbe suo signore, ma nel 1179 si fece prosciogliere da ogni legame.
Dopo la morte di Alfonso VI di Castiglia, la figlia ed erede Urraca, rimasta vedova di Raimondo di Barcellona, sposò Alfonso I re di Aragona. Così per un momento si ebbe, al principio del sec. XII, l'unione di Aragona e di Castiglia; ma il matrimonio fu dichiarato nullo dal Papa ed i due Regni ritornarono divisi. Il figlio di Urraca, Alfonso VII, nell'ambizione di dominare tutta la S. nel 1135 assunse a León il titolo di imperatore di S., imponendo ai vari principi l'omaggio feudale. Non dimenticava però la lotta contro l'islam: nel 1146 occupò Cordova. Nel 1147 comparve in S. il capo degli Almohadi, nuovo movimento islamico sviluppatosi nel Magrib. La nuova ondata ritolse ai cristiani molte città conquistate: la difesa di Castiglia e di Aragona era impacciata dai contrasti tra i due re. Solo dopo il 1147 si ebbe l'intesa tra castigliani ed aragonesi e nel 1179 stabilita tra Alfonso II di Aragona ed Alfonso VIII di Castiglia la divisione delle future conquiste. Il califfo almohade an-Nāṣir fu vinto nella grande battaglia di Las Navas di Tolosa (1212) da Alfonso VIII di Castiglia e Pietro II di Aragona. Sebbene la vittoria non fosse subito sfruttata, era evidente che con la caduta degli Almohadi, anche l'islamismo spagnuolo avesse perduto tutta la sua vivacità e capacità offensiva.
4. L'equilibrio tra le monarchie spagnole nei secc. XIII-XV. - Se durante il sec. XII tra i vari Stati iberici aveva tenuto la supremazia la Castiglia, nel sec. XIII lo Stato aragonese-catalano, accresciuto ancora delle contee di Montpellier e di Urgel, fu in grado di rivaleggiare vittoriosamente con quello castigliano. Pietro II nel 1204 visitò papa Innocenzo III ed ottenne da lui la corona regia. Dopo la battaglia di Las Navas la lotta contro gli arabi posò; solo Giacomo I nel 1229 riprese l'avanzata: sloggiò i musulmani da Maiorca e da Minorca, poi occupò il Regno di Valencia sino al capo de La Nao. Contemporaneamente Ferdinando III di Castiglia occupava l'Andalusia, faceva vassallo il Re di Murcia ed imponeva la sua alleanza al Re di Granata. I due Re cristiani ora conclusero un accordo per spartire le conquiste: il punto di confine sarebbe stato Biar presso Alicante; i paesi conquistati a sud sarebbero spettati alla Castiglia. Castiglia ed Aragona ora avevano una vita indipendente. A Ferdinando III successe in Castiglia Alfonso X il Saggio (1252-84). Alla lotta contro i Mori di Granata dedicò una spedizione contro Cadice ed una contro Cartagena.
L'Aragona, non toccata dall'ondata almoravide, alla fine del secolo riprese la lotta. Pietro I nel 1096 occupò Huesca, nel 1101 Barbastro; Alfonso I conquistò le città dell'Ebro, Tudela nel 1110, Saragozza nel 1117; nel 1125 attraversando in forza i Regni di Valencia e di Murcia arrivò al Mediterraneo, e nel 1134 morì sotto le mura di Lerida. Il successore di Alfonso I, il fratello Ramiro, non guerriero e non politico, diede la figlia in sposa al conte di
La sua attenzione era però rivolta altrove. La sua opera giuridica Las siete partidas si ispirava al diritto romano, la sua attività politica rivelò una tendenza assolutista contro la quale si alzarono in armi i nobili del Regno. Riprendendo vecchie ambizioni degli avi aspirò a fare della S. il centro della politica europea conquistando la corona imperiale: nel 1257 alcuni Elettori di Germania lo elessero re dei Romani, ma non osò mai affrontare il problema di un viaggio in Germania. Sebbene egli stabilisse come principio la successione del figlio primogenito e suoi discendenti, essendo morto il figlio ed erede Ferdinando de la Cerda, fu costretto dalla nobiltà a riconoscere come erede il secondogenito Sancio anziché i nipoti de La Cerda; poi si disdisse e riconobbe il buon diritto dei nipoti. Il Regno di Sancio IV fu ora funestato dalla lotta contro i La Cerda. La lotta si aggravò per l'intervento del re di Francia a favore dei La Cerda e solo nel 1308 la questione fu composta con un indennizzo ai pretendenti. Al principio del sec. XIV vi fu una attività militare contro Granata; ristabilita la pace, il Re moro di Granata si impegnò a pagare un tributo. Morto porono Ferdinando IV (1295-1312), il lungo Regno di Alfonso XI (1312-50) fu funestato da lunghe lotte civili per le pretese dei vari principi alla reggenza e poi al governo. Più violente lotte si svolsero dopo il 1350 tra Pietro il Crudele figlio di prime nozze di Alfonso XI ed il suo fratello illegittimo Enrico di Trastamara che si fece proclamare nel 1366. Nel conflitto intervennero Francia ed Inghilterra e la guerra in Castiglia diventò un vivace episodio della guerra dei Cent'anni. Prevalse con l'aiuto francese Enrico di Trastamara che riuscì a chiudere i conflitti con le monarchie limitrofe; il suo erede Giovanni I si riconciliò anche con l'Inghilterra sposando il figlio Enrico - che per primo fu detto principe delle Asturie - con una principessa inglese. Enrico III salì al trono attraverso una nuova fase di lotte tra i principi per la reggenza: ristabilita la pace, iniziò una bella attività guerresca, distruggendo i pirati di Tetuan ed occupando le Canarie. Più tranquilla si svolse durante questa età la vita politica interna del Regno d'Aragona che fu costretto ad occuparsi dei problemi mediterranei.
Pietro III, figlio e successore di Giacomo I, avendo sposato Costanza, figlia dello svevo Manfredi Re di Sicilia, nell'ag. 1282 sbarcò a Trapani in aiuto dei Siciliani ribellatisi nel marzo al re Carlo d'Angiò. La guerra tra Angiò ed Aragona si complicò per l'intervento del Papa e della monarchia francese. Bonifacio VIII nel 1295 concesse con il Trattato di Anagni a Giacomo II le isole di Sardegna e di Corsica, ma Federico, fratello di Giacomo, conservò, con il Trattato di Caltabellotta, la Sicilia. La conquista della Sardegna occupò i Regni di Alfonso IV (1327-36) e di Pietro IV il Cerimonioso (1336-87): i re aragonesi costretti a combattere con le Repubbliche di Genova e di Pisa, che avevano interessi nelle due grandi isole, cercarono l'alleanza di Venezia. Sotto Giovanni I (1387-95) risorse la questione della Sicilia per lo spegnersi di quel ramo della dinastia aragonese: Martino, che aveva sposato l'crede del Regno siciliano Maria, morendo nel 1409, lasciò l'isola al padre Martino I che era successo in Aragona al fratello Giovanni.
5. L'organizzazione interna degli Stati spagnoli nei secc. XIV-XV. - Formatisi lentamente per successive conquiste attraverso vari secoli, gli Stati spagnoli ebbero tutto il carattere di conglomeramento di regioni diverse con differenti organizzazioni e costumanze. I re che avevano guidato alla guerra contro gli infedeli i loro guerrieri avevano guadagnato privilegi e ricchezze. Essi donavano terre a chi li aiutava nella conquista, ma il feudalesimo di tipo franco non si formò in S., fatta eccezione della Catalogna, Marca carolingia.
A fianco dei re vi sono i ricos hombres che nel sec. XIII formarono i maggiornarchi per garantire l'indivisibilità del patrimonio familiare; sotto vi erano i hidalgos, nobiltà antica, ed i caballeros, classe nobile aperta a chi potesse procurarsi un cavallo e le armi. Nell'Aragona a poco a poco si introdusse il feudalesimo catalano. Le città avevano una situazione speciale per la libertà o privilegi ottenuti con la conquista e registrati nei loro fueros dati
dal re. Le borghesie spagnole potevano organizzare delle hermandades per difendersi contro le violenze dei nobili e dei principi; nel sec. xiv avevano statuti, assemblee, ufficiali; si riunivano in armi per punire delitti gravi (somatent). Nello Stato catalano importanza eccezionale aveva Barcellona dove comandava una ricca borghesia di commercianti ed armatori. Le Cortes erano assemblee generali derivate dallo sviluppo della Curia del re e comprendevano: i ricos hombres, gli ecclesiastici, i procuratori delle città. Si riunivano per ordine del re, per ascoltare la proclamazione di ordini regi e l'imposizione di tributi; giuravano fedeltà al nuovo re; partecipavano alla formazione delle reggenze; esprimevano petizioni, e nel sec. xiv esercitavano un certo controllo sulle entrate e sulle spese. Le Cortes di Castiglia furono dominate da un senso di lealtà monarchica, di devozione e di collaborazione con i re. In Aragona non si ebbero Cortes generali, ma quelle particolari di Aragona, di Catalogna, di Valencia, e si occupavano degli affari di ogni singolo regno. Nonostante le varietà locali, Castiglia ed Aragona offrivano una unità tipica di istituzioni, di razza e perciò stesso erano paesi destinati ad unirsi.
6. L'unificazione castigliano-aragonese. — Il sec. xv vide nella penisola iberica la conclusione della storia politica medievale con la unificazione dei principali regni cristiani e la distruzione definitiva della dominazione musulmana. I due Stati dominanti erano ormai la Castiglia e l'Aragona. La Navarra tra l'influsso di Castiglia e quello di Francia perdette ogni possibilità di agire attivamente nella penisola. In Castiglia il re Giovanni II sposando nel 1418 la cugina Maria di Aragona stabilì già un legame di grande importanza tra i due Regni. La debolezza del Re permise una ripresa di lotte civili, male dominate dal connestabile Alvaro de Luna nei suoi tentativi di piegare la nobiltà prepotente. Fiacco e pieno di agitazioni fu il governo di re Enrico IV (dal 1454): le lotte ora riguardavano la successione; il Re, costretto a ri-
conoscere la legittimità della figlia, riconobbe come erede la sorella Isabella che si impegnò a sposare il cugino Ferdinando di Aragona (1468). In Aragona, spentasi la vecchia dinastia con Martino I (1410), le Cortes tra i vari pretendenti elessero re Ferdinando di Antiquera, castigliano, che dovette però combattere contro il rivale, il conte di Urgel. Alfonso V, succeduto al padre nel 1416, presto si gettò nelle lotte d'Italia per la conquista del Regno di Napoli e fu re più italiano che spagnolo; dei 42 anni di regno, ne passò 29 in Italia. In Aragona governò per lui la consorte Maria e poi il fratello Giovanni, re consorte di Navarra, che gli successe nel 1458. Ora l'Aragona entrò in un lungo periodo di lotte per il contrasto tra il Re ed il figlio di prime nozze Carlo di Viana. Solo nel 1472 l'Aragona ritrovò la pace; a Giovanni nel 1479 successe il figlio Ferdinando II che aveva sposato Isabella, dal 1474 regina di Castiglia.
L'organizzazione del doppio Regno Castiglia-Aragona fu regolata dai patti stabiliti nel contratto di matrimonio (capitulationes) e dall'arbitrato pronunciato tra i due monarchi nel 1474 dal card. Ximenes: la giustizia era esercitata da ambedue e da ciascuno separatamente; i documenti regi erano firmati da ambedue; le monete avevano l'effigie dei due re; il sigillo, gli stemmi dei due Regni. Il principio di uguaglianza assoluta risulta dalla famosa formula: «tanto monta, monta tanto Isabel come Ferdinando». L'unione castigliano-aragonese determinò la ripresa della lotta contro i musulmani di Granata che riposava dal 1431 quando Alvaro de Luna aveva vinto i mori a La Higuera ed imposto un tributo; riprese nel 1482 con l'avanzata dei castigliani sotto Granata. Le lotte scoppiate nella famiglia del re Abū l-Hasan facilitarono l'occupazione di tutti i castelli attorno a Granata: nel 1487 cadde Malaga, nel 1489 anche Almeria e la stessa capitale, Granata, fu assediata e costretta a capitolare il 2 giugno 1492; gli abitanti musulmani ebbero salva la vita ed i beni e la facoltà di partirsene.
7. L'età dei Re Cattolici. — Il Regno di Ferdinando e di Isabella rappresenta per la S. un'epoca di grandi glorie. Nello stesso anno in cui si compiva la riconquista cristiana, Cristoforo Colombo in base al contratto pattuito con la regina a Santa Fe (17 apr. 1491) partiva da Palos con le tre caravelle che il 12 ott. toccavano l'isola Guanahami nelle Bahamas (S. Salvador, Watling). Così incominciava quella serie di scoperte geografiche che dovevano fare della S. in pochi decenni il più importante Stato coloniale europeo sino al sec. xix. I contrasti con il Portogallo, che attendeva anch'esso a viaggi di esplorazione e di colonizzazione verso l'Oriente, furono composti dalla bolla di Alessandro VI che stabilì una linea di demarcazione (4 maggio 1493) e dal Trattato di Tordesillas (7 giugno 1494). Liberi da ogni preoccupazione interna, i due Re seguivano con il maggiore interesse le vicende politiche europee. Con il Trattato di Barcellona (1493) Ferdinando riebbe dalla Francia la Cerdagne ed il Roussillon perduti da Giovanni II; poi la conquista di Napoli da parte di Carlo VIII riaprì il conflitto. Partecipando alla coalizione antifrancese, Ferdinando ricacciò

(da J. Puig y Cudafalch, A. De Falguerra, J. Godoy y Casals, L'arquitectura románica a Catalunya, I. Barcellona 1989, p. 373)
(da Ars Hispaniae, II, Madrid 1917, p. 166)
8. La monarchia degli Asburgo
Gli Asburgo regnarono in S. dal 1516 al 1700: essi crearono realmente l'unità dello Stato spagnolo. Carlo I, figlio di Giovanna la Pazza, moglie di Filippo d'Asburgo, nel 1516 assunse la reggenza per la madre, ma si considerò presto veramente re. Egli non conosceva la S. né la lingua castigliana, essendo nato a Gand (1500). Si circondò, venuto in S., di consiglieri fiamminghi e quando nel 1519 fu eletto imperatore, vide gli interessi spagnoli solonel complesso degli interessi dei suoi vari domini: i Paesi Bassi ereditati dal padre, l'Impero, gli Stati di S. e di Italia, ereditati dagli avi materni. Il governo di Carlo I in S. iniziò un politica finanziaria rigidissima e destò presto malcontento; molte città si ribellarono: Toledo, Segovia, Avila, Burgos, Zamoras ed il movimento dei comuneros borghesi fu diretto da persone nobili, tra le quali si distinse Juan de Padilla. Il governatore del Regno, il card. Adriano di Utrecht, fallì nel tentativo di domare la sollevazione con la spedizione contro Segovia. I deputati di 15 città il 29 luglio 1520 crearono la S. Junta, giurando di vivere e morire al servizio del Re e della Comunidad.
I ribelli protestavano la loro devozione al Re, ma chiedevano riforme nelle finanze e nella giustizia; ma poi il movimento assunse carattere antinobiliare e perdette di forza. Già nel 1521 le milizie della S. Junta vennero sconfitte; i capi Juan de Padilla, Maldonado, Bravo vennero decapitati. Carlo V, ritornato in S. nel 1523, annunciò un perdono generale, ma con la riserva di molte eccezioni che mascherarono una dura repressione. Dopo la crisi l'autorità regia apparve fortificata ancor di più; le Cortes però conservarono il diritto di lagnarsi e di votare i servicios. Agitazioni di carattere sociale si ebbero anche a Valencia ed a Majorca, ma furono soffocate duramente. La guerra scoppiata tra Francia e S. nel 1521 ebbe una fase bellica anche al confine, specie in Navarra. I comuneros pare tentassero di stringere accordi con Francesco I contro Carlo V: questi per la crisi interna era in una condizione di inferiorità rispetto alla Francia compatta. Dalla Navarra la guerra franco-spagnola fu trasportata in Italia: a Pavia le forze spagnole vinsero, il 24 febbr. 1525, Francesco I che fu fatto prigioniero e portato a Madrid dove il 15 genn. 1526 firmò il Trattato con cui rinunciava alle sue aspirazioni sull'Italia e sui Paesi Bassi. Dopo la liberazione, il re di Francia organizzò una lega contro Carlo V per togliergli Napoli e Milano. Per punire Clemente VII di avere aderito a tale lega, Carlo V organizzò la spedizione che terminò con il sacco di Roma. La notizia del terribile avvenimento fece molta impressione in S. ed imbarazzò Carlo V.
Dopo la Pace di Cambrai con la Francia (1529), il re di S. si riconciliò con il Papa che lo incoronò imperatore a Bologna. Nel 1535, morto Francesco II Sforza, le forze spagnole occuparono Milano, sebbene giuridicamente appartenesse all'Impero. Ora riprese la lotta tra S. e Francia per il predominio in Italia: nel 1544 si ebbe una breve pace (Créspy) per ricominciare e durare sino alla Pace di Cateau-Cambrésis (1559). Costretto ad occuparsi dei gravi problemi della Germania, Carlo V poco curò dopo il 1530 le cose di S. Provvide a difenderne il prestigio nel Mediterraneo con la spedizione a Tunisi nel 1535 per reprimere la pirateria. Un completo insuccesso ebbe una seconda spedizione sulle coste africane nel 1541. Truppe spagnole si recarono in seguito in Austria per sostenere Ferdinando d'Austria, fratello di re Carlo, contro i Turchi. Mentre il Re usava senza risparmio le forze finanziarie e militari della S. per stabilire in Europa il primato della sua Casa, oltre Oceano gli ufficiali spagnoli esploravano il continente americano e creavano i grandi possedimenti dell'America centrale e meridionale: la scoperta delle miniere d'argento del Potosi servì notevolmente a rafforzare la politica europea di Carlo V. Nel 1556 il Re, stanco (sebbene non vecchio) di una vita politica così tumultuosa che durava da quaranta anni, abdicò al trono di S. a favore del figlio Filippo che ebbe anche i Paesi Bassi, i domini d'Italia, i possessi d'America; nel 1558 abbandonò l'Impero ed i domini asburgici al fratello.
Filippo II regnò sulla S. dal 1556 al 1598. Il programma del suo governo di 42 anni fu di stabilire sull'Europa il predominio della S. che per lui si confondeva con il trionfo della fede cattolica sopra l'eresia. Chiusa la guerra dopo la battaglia di S. Quintino (10 ag. 1557) con il Trattato di Cateau-Cambrésis che segnò l'umiliante resa della Francia, Filippo II dovette dirigere la sua attività in varie direzioni. Le minacce dei Turchi su Malta e su Cipro determinarono la Lega
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cristiana la cui flotta capitanata da don Giovanni d'Austria fratello del Re vinse i Turchi a Lepanto (7 ott. 1571) pur non riuscendo a salvare Cipro. Dopo il 1565 egli si trovò a fronteggiare la ribellione dei Paesi Bassi che aveva a capo il principe d'Orange ed il conte di Egmont. Nel 1580, spentasi la dinastia d'Avis in Portogallo, il Re di S. per i diritti di credità materna occupò il Regno giungendo così all'unificazione completa della penisola. Negli anni seguenti i rapporti di Filippo II con la regina d'Inghilterra, che aveva assunto la protezione dei ribelli dei Paesi Bassi, giunsero sino alla rottura completa e dopo la condanna di Maria Stuart il Re di S. organizzò una grande spedizione navale per sbarcare in Inghilterra che però fallì miseramente (1588). Si gettò allora in aiuto dei cattolici francesi che combattevano contro il re di Navarra, Enrico IV, pretendente al trono di Francia. La lotta portò però al trionfo di Enrico IV che fattosi cattolico seppe riunire attorno a sé tutti i suoi sudditi: la Pace tra Francia e S. avvenne nel 1598. Tutta questa politica di interventi armati in tutta Europa pesava terribilmente sulla vita interna della S. Con Filippo II l'assolutismo prese il suo aspetto definitivo. Egli credette di poter fondere i vari Regni spagnoli in un tutto omogeneo. Per servire meglio alle sue concezioni politiche, Filippo II si creò una capitale nuova in posizione centrale a

Il malcontento nel paese era grave, ma sotto la pressione del governo diventò triste rassegnazione. Nel sec. XVII
(da Ars Hispaniae, II, Madrid 1917, fig. 201)
SPAGNA - Abside della chiesa di S. Salvatore di Valdediós (Asturie), consacrata il 16 ott. 893.
le condizioni economiche peggiorarono. L'agricoltura era in piena decadenza per l'accrescersi del latifondo, il formarsi sempre maggiore dei maggioraschi, l'organizzazione della Mesta in difesa del pascolo e del commercio delle lane, la distruzione dei mariscos, l'emigrazione in America e soprattutto per il disdegno marcato del popolo spagnolo (insuperabile per le scoperte e per le conquiste) per tutto ciò che era lavoro manuale. La decadenza del commercio mediterraneo dal sec. XV colpì grandemente l'Aragona e la Catalogna: il gran porto di Barcellona si vuotò. Fiorivano ora invece i porti castigliani di Cadice e di Siviglia per le relazioni con l'America, ma la legislazione protezionista e l'organizzazione del commercio facevano passare ogni beneficio nelle mani degli stranieri. Il commercio infatti non era nelle tradizioni castigliane e nonostante l'immenso impero coloniale non si sentì la spinta ad una attività commerciale che determinasse la formazione di una ricca borghesia. La nobiltà feudale subì a sua volta le conseguenze della rivoluzione dei prezzi, ed alla diminuzione dei redditi fondiari rimediò

(da Ars Hispaniae, II, Madrid 1917, fig. 203)
In Italia a stento riuscì tra il 1614 e il 1618 ad imporsi a Carlo Emanuele I di Savoia. La guerra per la Valtellina (1621-26) terminò con l'umiliazione del governo di Madrid. La successione di Mantova vide di nuovo la sconfitta della S. (1627-31). Nel 1640 il Portogallo si ribellò e ritornò indipendente. La guerra dei Trent'anni, che riguardava il predominio degli Asburgo in Germania, costrinse il governo di Madrid ad una dura lotta per la difesa dei suoi

9. La monarchia dei Borboni
Spentasi con Carlo II la dinastia asburgica (1700), si contesero la successione il re di Francia Luigi XIV, per i diritti provenienti dalla madre Anna d'Asburgo e dalla consorte Maria Teresa d'Asburgo, e l'imperatore Leopoldo d'Austria per i diritti della consorte Margherita Teresa di Asburgo. Da Vienna si inviò in S. il figlio dell'imperatore, Carlo III, appoggiato dagli anglo-olandesi, mentre Luigi XIV installava a Madrid il nipote Filippo V a favore del quale aveva fatto testamento Carlo II. La lunga guerra di successione portò alla Pace di Utrecht (1713): Filippo V ebbe il trono di S. con i possessi coloniali, ma la S. perdette i domini d'Italia e dei Paesi Bassi, ed in più Gibilterra e Minorca. Ma appena firmata la Pace, i Borboni subito ripresero l'attività diplomatica per preparare la riconquista dei domini perduti. L'anima della nuova politica fu la seconda consorte di Filippo V, Elisabetta Farnese, preoccupata di conservare per i figli l'eredità farnesiana, e sorretta dal ministro card. Alberoni. Però il tentativo di ricostruire la potenza spagnola fallì: Elisabetta Farnese riuscì solo a far riconoscere al figlio Carlo l'eredità di Parma e Piacenza che poi passò all'altro figlio Filippo, mentre Carlo di Borbone con la Pace di Vienna otteneva Napoli e Sicilia (1738). Il governo di Madrid nelle guerre di successione di Polonia e d'Austria finì per seguire pedissequamente il governo di Versailles. Si delineò così una politica di famiglia che portò la S. a combattere contro l'Inghilterra sacrificando i propri interessi coloniali e danneggiando il programma di ricostruzione interna. Il primo atto di tale politica fu il Patto di famiglia di Fontainebleau (1743). Le promesse fatte a Filippo V di dargli la Lombardia, Napoli, Gibilterra, Minorca svanirono alla Pace di Aquisgrana. Durante la guerra dei Sette anni la S. stette in disparte; un nuovo Patto di famiglia fu rinnovato nel 1761 dal ministro di Carlo III, il Grimaldi: le quattro monarchie borboniche, Francia, S., Napoli, Parma, si unirono in difesa. Così la S. entrò nella guerra contro l'Inghilterra, ma alla Pace di Parigi (1763) perdette la Florida ed ebbe in cambio dalla Francia la Luisiana. Il Patto di famiglia continuò a dominare la politica spagnola come unica difesa contro l'imperialismo britannico.Nella lotta per l'indipendenza degli Stati Uniti, la S. aderì all'alleanza con i ribelli (Convenzione di Aranjuez, 1779), ma le speranze di riavere Gibilterra e la Florida fallirono al Trattato di Versailles (1783). La perdita dei domini europei anziché di danno fu per la monarchia borbonica un vantaggio perché le permise di dedicarsi ai problemi interni del paese. Si sentì il bisogno di restaurare la ricchezza nazionale, si risvegliarono le industrie ed i commerci ancora completamente nelle mani dei francesi ed inglesi. Per svolgere tale azione i Borboni impressero al loro governo un indirizzo assolutista ed accentratore ancora più spiccato. Così furono aboliti i fueros di Aragona, di Catalogna, di Valencia, di Maiorca e scomparvero le autonomie amministrative e le leggi particolari di varie regioni. Sotto Carlo III fu importato in S. l'indirizzo politico del dispotismo illuminato. L'agricoltura sentì l'influsso dei nuovi metodi; si iniziarono lavori di bonifica; si ridussero i privilegi della Mesta; si autorizzarono le associazioni di proprietari agrari; si ripartirono tra i contadini le terre lavorative dei comuni.
10. La S. e la Rivoluzione Francese. - Il Patto di famiglia durò sino al 1790: quando l'Assemblea Costituente lo dichiarò nullo ed irrito. La Corte spagnola fece ogni sforzo per salvare Luigi XVI, e dopo l'esecuzione capitale del Re ruppe le relazioni diplomatiche; la Convenzione il 7 marzo 1793 dichiarò guerra alla S. Si combatté sui Pirenei; l'esercito spagnolo avanzò verso Perpignano, ma nel 1794 i francesi entrarono in Catalogna. La guerra era popolare in S. per la predicazione del clero, sebbene una grave crisi economica tormentasse le popolazioni. Gli elementi che simpatizzavano per le idee rivoluzionarie furono costretti a fuggire in Francia. Dopo le sconfitte dell'autunno 1794 si aprirono trattative di pace: il Trattato di Basilea del 22 luglio 1795 concesse alla Francia la parte spagnola dell'isola di S. Domingo. Segretamente la S. divenne alleata della Francia per una azione contro l'Inghilterra. La guerra fu rovinosa: perdettero gli Spagnoli Minorca e la Trinità, i Francesi li opprimevano con le loro prepotenze. Il Primo Console continuò in questo la politica del Direttorio; costrinse il governo di Madrid a mettere porti e flotta a sua disposizione. Dopo l'occupazione del Portogallo nel 1808, Napoleone giudicò necessario fare entrare direttamente la S. nel suo sistema; approfittando dei dissidi dinastici, impose l'abdicazione a Carlo IV, la rinuncia al trono al principe Ferdinando per dare alla S. come re il fratello Giuseppe. Questi entrò in Madrid il 20 luglio 1808, ma subito ad Oviedo scoppiò la ribellione. Dovunque si formarono giunte insurrezionali; quella di Siviglia si proclamò suprema ed assunse il governo. La lotta assunse carattere di atrocità estrema; i Francesi incendiavano villaggi, distruggevano le popolazioni; gli Spagnoli uccidevano i Francesi isolati ed i prigionieri. Nel nov. 1808 intervenne Napoleone con i corpi della Grande armée, e ricondusse Giuseppe a Madrid, ma dopo la sua partenza nel genn. 1809 la S. fu di nuovo in piena insurrezione. La giunta di Siviglia si trasportò nel genn. 1810 a Cadice ed organizzò un Consiglio di reggenza; le Cortes vi si riunirono e crearono un governo. Tale attività era però scucita per le discordie tra i capi militari e civili, per il malcontento delle popolazioni contro la coscrizione. Non si riuscì mai ad avere più di centomila uomini sotto le armi e la guerra contro i Francesi con il sistema della guerriglia durò sino al 1813. Nel 1812 le Cortes, dominate da una maggioranza di deputati liberali che non rappresentavano il conservatorismo delle popolazioni, compilarono una costituzione che scimmiottava la Costituzione francese del 1791: abolizione dei privilegi; proclamazione della sovranità nazionale; separazione dei poteri; la monarchia limitata al potere esecutivo con il veto sospensivo. Il cattolicesimo era però considerato come religione di Stato.
11. Le lotte del sec. XIX per l'organizzazione dello Stato. - L'invasione francese aveva rovinato il paese; le colonie d'America insorte contro Napoleone rimanevano in armi contro il governo. Nel 1820 al campo di Cadice scoppiò il movimento degli ufficiali liberales; soffocato dapprima, riprese a La Coruña: una giunta insurrezionale proclamò la Costituzione del 1812. Il re Ferdinando cedette e si organizzò il governo costituzionale. L'intervento della S. Alleanza e delle forze militari francesi ristabilì il governo assoluto: la repressione fu feroce; così di nuovo dopo la sollevazione liberale del 1824. Poi il governo di re Ferdinando inclinò alla mitezza ed alla amnistia; gli scontenti si raccolsero attorno al fratello del Re, don Carlos.
Quindi la crisi cambiò aspetto, Re Ferdinando riconobbe la successione alla figlia delle sue quarte nozze, Isabella, a danno del fratello (1833). Ora due partiti si contesero la S.: i cristiani, partigiani della regina reggente, Cristina, ed i carlisti: questi conservatori, quelli liberali. Nel 1834 la Reggente concesse uno Statuto, modellato sulla Carta francese di St-Ouen: monarchia costituzionale con ministero non responsabile e con Cortes divise in due estamientos che votavano leggi ed imposte. La vita parlamentare rimase in S. senza importanza: la massa dei cittadini non partecipava. I liberali però erano divisi in moderati e progressisti; questi vessavano chiese e monasteri per rappresaglia contro i carlisti: insorti nel 1834 e padroni delle province settentrionali, dove don Carlos aveva creato un suo governo; la guerra fu per alcuni anni assai aspra.
Dopo il 1840, partita dalla S. la regina Cristina, attorno alla giovane regina Isabella si contesero il governo i generali. Dittatore fu dal 1840 al 1843 il generale Espartero; rovesciato, venne sostituito fra il 1844 ed il 1851 dal generale Narvaez; poi governò Bravo Murillo; nel 1854 ricomparve Narvaez, poi Espartero. La regina Isabella, dichiarata maggiorenne nel 1843, sposò il cugino Francesco d'Assisi; nel 1845 fu proclamata una nuova Costituzione; un'altra nel 1855.
Nel 1868 un partito democratico che reclamava il suffragio universale e la repubblica determinò una insurrezione militare dei generali Prim e Serrano. La regina Isabella fuggi. Il governo provvisorio decise di stabilire una nuova monarchia liberale. Fu chiamato a Madrid il principe sabaudo Amedeo duca d'Aosta (1870), ma combattuto da tutti i partiti questi abdicò nel 1873. Allora venne proclamata la Repubblica, ma i partiti erano discordi tra la concezione unitaria e quella federale cantonale. Attraverso vari colpi di Stato militari, i generali nel 1874 ristabilirono la monarchia e fu riconosciuto re il figlio di Isabella, Alfonso XII. Governò tuttavia in modo dittatorio Canovas del Castillo, mentre violenta continuava la guerra dei carlisti. Il papa Pio IX, che aveva riconosciuto come legittimo re Carlo VII, ora si indusse a riconoscere Alfonso XII. La Costituzione del 1876 stabilì una monarchia costituzionale liberale: re inviolabile, ministri responsabili, due camere, una vitalizia ed una censitaria. Fu organizzato un governo parlamentare e si formarono partiti costituzionali monarchici, conservatori, liberali; poi vi erano i carlisti ed i repubblicani. Il governo fu prima dei conservatori con il Canovas, poi dei liberali con Sagasta e Martínez Campos. Alfonso XII morì nel 1885; la vedova Maria Cristina venne riconosciuta reggente per il nascituro, che fu poi Alfonso XIII. La lunga reggenza, sino al 1912, vide la disgregazione dei vecchi partiti e la formazione di nuovi. La dolorosa guerra del 1896 con gli Stati Uniti e la perdita di Cuba e delle Filippine, ultimi resti dell'Impero coloniale, ebbero echi nel paese.
Alfonso XIII, dopo l'insurrezione repubblicana di Barcellona del 1912, chiamò i liberali al potere. Gravi problemi si presentarono alla S.: la necessità di stabilire la dominazione effettiva sulla zona marocchina concessa

(fot. García Garrebella)
La reazione si ebbe attraverso una sollevazione militare diretta dai generali Sanjurjo e Franco (luglio 1936). La S. ora si divise tra il governo «democratico» di Madrid ed il governo rivoluzionario militare organizzato da Franco a Burgos. Tra le due fazioni si scatenò una guerra civile senza quartiere. Il problema spagnolo assunse subito una grande importanza nella politica europea: l'Italia e la Germania parteggiarono per Franco e lo aiutarono con l'invio di volontari e di materiale. Per il governo «democratico» si schierarono la Russia sovietica e più velatamente la Francia. La guerra civile durò sin quando il 28 marzo 1939 il generale Franco occupò Madrid, ed il governo rosso si rifugiò in Francia. Incominciò così l'opera di restaurazione e di repressione degli elementi più spinti di sinistra. Il governo assunse il carattere di una dittatura militare appoggiata dagli elementi conservatori. Italia e Germania cercarono di trascinare la S. nella guerra europea, ma il Franco fu rigido e fortunato custode della neutralità.

XIII: S. Erskine, The reign of King Alfonso XIII, Londra 1931; J. Maurin, La revoluc. española, Madrid 1932; M. Fernandez Almagro, Hist. del reinado de Alfonso XIII, Barcellona 1933.
Francesco Cognasso
III. S. MUSULMANA. -
10. L'occupazione (710-36)
Nel 710 salì al trono del Regno visigotico Rodrigo, vincendo i fautori di Witza. Questi ultimi ed il governatore di Ceuta, don Julián, favorirono l'invasione araba. Dopo uno sbarco su piccola scala di Tarif nel 710, Târiq b. Zijâd approdò sul luogo della futura Gibilterra con truppe in maggioranza berbere nel 711 e nello stesso anno batté Rodrigo al lago de la Janda, spingendosi fino a Toledo. Lo seguì nel 712 Mûsâ b. Nuṣajr, governatore musulmano del nord-Africa; la conquista continuò rapidissima, fermata solo a Poitiers da Carlo Martello (732). La moderata politica di occupazione (v. ISLAM) conciliò sì musulmani la popolazione; ma le lotte interne tra Berberi e Arabi, tribù del sud e del nord, li indebolirono. I Berberi abbandonarono leprovince del nord-ovest, dove si organizzò la resistenza e la prima reconquista intorno allo Stato cristiano delle Asturie. Nel 756 la frontiera musulmana andava da Coimbra a Toledo e di qui a Tudela e Pamplona nei Pirenei.
11. L'emirato umajjade (756-929)
L'umajjade 'Abd ar-Rahmân, sfuggito alla strage dei suoi ad opera degli 'Abbâsidi, giunse nel 755 in S. e nel 756 fu riconosciuto emiro in Cordova, iniziando la dinastia umajjade spagnola. Organizzò saldamente lo Stato, reprimendo una rivolta berbera; in quel tempo avvenne l'episodio di Roncisvalle (777). Successe Hišâm I (788-96), sotto cui si affermò il potere dei giureconsulti (Juqahâ'). Questi insorsero contro
12. Il califfo umajjade (929-1031)
'Abd ar-Rahmān pose fine alle guerre civili tra Arabi, Berberi e Spagnoli; contrattaccò al nord il regno cristiano delle Asturie, che nel frattempo (910-24) aveva assunto il nome di León ed aveva guadagnato terreno, stabilizzando la frontiera sul Duero; estese la sua influenza al nord-Africa, respingendo la minaccia fatimida. Sotto il figlio al-Hakam II (916-76) fiorirono la pace e la cultura; con Ḥišām II (976-1008) ripresero le imprese militari, guidate dal famoso al-Manṣūr (m. nel 1002), che a capo di un esercito di eslavos stranieri, di Berberi e di cristiani mercenari compì grandi incursioni in territorio cristiano, spingendosi fino a Barcellona, León, Santiago de Compostella. Alla morte di al-Manṣūr seguì una rapida crisi, tra lotte interne degli elementi militari. Il califfo si smembrò in piccoli regni locali (reinos de taifas) e finì in Cordova nel 1031.13. I « reinos de taifas »
I principali sono i seguenti: al sud, con prevalenza degli elementi berberi: Malaga (Ḥammūdidi) e Granada (Zīridi). All'est, con prevalenza degli eslavos: Almaria, Denia e Valenza. Al nord-est: Saragozza. Al centro: Toledo (Dū'n-Nūnidi). Ad ovest: Badajoz (Aftasidi), Siviglia ('Abbādidi). Del frazionamento approfittarono gli Stati cristiani: al nord-ovest il Regno di León, divenuto dal 1037 di León e Castiglia; al nord-est la Navarra. L'Aragona ed altri Stati minori, affermatisi dopo oscure origini in questo periodo. Ferdinando I di León e Castiglia rese tributari Saragozza, Toledo, Badajoz e Siviglia. La crescente potenza del figlio di lui Alfonso VI indusse gli Stati del sud a chiamare gli Almoravidi di Africa.14. Gli Almoravidi e gli Almohadi
Jūsuf b. Tāšufīn sbarcò ad Algeciras e batté Alfonso VI a Zallāqah (1086). Ritiratosi in Africa, tornò nel 1090 e conquistò quasi tutta la S. musulmana. Gli Almoravidi tennero in onore i fuqahā' ed instaurarono un regime di intolleranza religiosa, che alienò loro ebrei e mozarabi. Al nord i cristiani premevano: Alfonso I d'Aragona batté gli Almoravidi a Cutanda nel 1120 e nel 1125 effettuò una grande scorreria nella S. musulmana; Alfonso VII di León e Castiglia si spinse fin presso Jerez e Almeria. Lo Stato almoravide si frammentò in nuovi reinos de taifas, che provocarono nel 1145 l'intervento degli Almohadi, già affermatisi in Africa del nord. Gli Almohadi conquistarono progressivamente la S. musulmana; solo Maiorca resisté fino al 1202. Per alcuni decenni essi fronteggiarono i cristiani, travagliati a loro volta da discordie interne. Ma nel 1212 le forze cristiane si unirono e li batterono a Las Navas de Tolosa: mentre gli Almohadi si frammentavano in regni minori (tra cui Valenza e Murcia), Ferdinando III di León e Castiglia conquistava Cordova (1256) e Siviglia (1248), assoggettando Murcia (1241); Giacomo I di Aragona s'inpadroniva di Maiorca (1220) e Valenza (1238). Ca. il 1270 rimaneva ai musulmani solo il Regno di Granada.15. Il Regno di Granada (1232-1492)
Questo Stato, che si estendeva sulla costa da Gibilterra fin oltre Almeria, si mantenne a lungo autonomo, seguendo una politica di equilibrio tra gli Stati cristiani e i Marinidi, che avevano soppiantato nel Marocco gli Almohadi nel 1269 ed occupato qualche punto della costa spagnola (Tarifa, Algeciras, Ronda). I cristiani, dopo aver inutilmente tentato di battere Granada in unione con i Marinidi (1309), riuscirono ad espellere questi ultimi tra il 1340 e il 1344. Gibilterra fu presa nel 1462. Finalmente i re cattolici, dopo
(da Ars Hispaniae, V. Madrid 1928, fig. 118)
IV. STORIA ECCLESIASTICA
16. Le origini fino alle invasioni dei popoli germanici
L'apostolo s. Paolo parla del suo proposito di predicare in S. (Rom. 15, 24, 28), e pochi anni più tardi ne fa testimonianza il papa s. Clemente (Cor. 1, 5, 6), ricordando il viaggio di s. Paolo « fino ai confini dell'Occidente », espressione allora adoperata per indicare la S.; il Fragmentum Muratorianum lo asserisce espressamente; ci manca però ogni particolare sull'opera sua. Non è invece provata storicamente la predicazione dell'apostolo s. Giacomo, e non se ne ha menzione anteriore al sec. VII. Perciò con s. Paolo, e non con s. Giacomo, vanno messi in relazione i sette « uomini apostolici », la cui realtà storica viene ogni giorno più accettata dalla critica: Torquato, Ctesifonte, Secondo, Indalecio, Cecilio, Esichio e Eufrasio, i quali avrebbero governato le prime sette sedi episcopali.S. Ireneo nel sec. II (Adv. haer., I, 10) e Tertulliano al principio del sec. III (Adv. Iud., 7) accennano genericamente alle fiorenti cristianità della S. Nel 250 s. Ci-

La Chiesa spagnola si sviluppa liberamente ed ampiamente dopo la pace: 6 vescovi spagnoli assistono al Concilio di Arles, nelle Gallie, l'a. 314; il vescovo di Cordova, Osio (v.), presiede nel 325 quello ecumenico di Nicea e l'a. 343 prende parte, insieme con altri 5 spagnoli, e quello di Sardica. Elvira (v.), uno dei sostenitori del movimento luciferiano, Lisbona (v.) compromesso nella controversia ariana; Giovenco e Prudenzio, i poeti più rappresentativi del cristianesimo del sec. IV, il chierico Bachiario del nord-est della penisola e s. Paciano di Barcellona, scrittore antinovaziano. Il movimento ascetico-eretico, con a capo Prisciliano (v.), provocò una dura crisi nella Chiesa spagnola nella seconda metà del secolo; si diffuse più ampiamente nella regione del
nord-est e provocò l'energica repressione della gerarchia. Il movimento e la repressione continuarono nella prima metà del sec. V fino all'estinzione (primo Concilio di Braga [561]); contemporaneamente fioriva l'ascetismo ortodosso.
2. L'invasione dei popoli germanici, alani, vandali, svevi e visigoti. - L'a. 409 creò in S. un clima di terrore descritto dal cronista Idacio, vescovo di Aquasflavias (Chaves), che paralizzò in parte la vita della Chiesa: parte del clero, come Orosio di Braga, fuggì in Africa, e lo stesso fecero alcuni vescovi, ma la maggioranza sopportò tutti i pericoli per la difesa e l'assistenza dei propri fedeli (s. Agostino, Ep., 168); ne diede esempio il già citato Idacio. All'inizio del sec. VI il Regno visigoto abbraccia la Narbonense e la S., eccettuato il nord-est della penisola, occupato dagli Svevi. Questi, alla loro entrata in S. erano pagani; nel 448 si convertirono al cattolicesimo, con il re Rekhiario, forse per la predicazione di s. Toribio di Astorga; ma il successore Remismundo trascinò il suo popolo all'arianesimo (465) predicato dal monaco Ajace, venuto dalla corte dei Visigoti. Ritornarono però al cattolicesimo al tempo di Carriarico o Teodomiro (558-70), grazie a s. Martino di Braga, che ebbe una grande influenza nella corte e celebrò due importantissimi concili. Nel 583 furono sottomessi da Leovigildo e molti abbracciarono nuovamente l'arianesimo ufficiale dei Visigoti per abbandonarlo poi definitivamente nel III Concilio di Toledo (589). I Visigoti invece erano ariani per la predicazione di Ulfila; sino dal loro soggiorno nella valle del Danubio erano costituiti in Chiesa nazionale, organizzata probabilmente secondo le divisioni militari del popolo visigoto (Schubert). Generalmente furono tolleranti con i cattolici: Eurico ed Alarico II esiliarono alcuni vescovi, piuttosto per motivi politici; Leovigildo (568/572-586) fu l'unico che perseguitò duramente il cattolicesimo: castigò con l'esilio e la confisca dei beni alcuni vescovi e chierici e facilitò il passaggio dal cattolicesimo all'arianesimo, sopprimendo l'obbligo di farsi ribattezzare (580); vi furono diversi apostati, fra cui, Vincenzo vescovo di Saragozza. Uno dei migliori difensori della fede fu Masona di Merida, che più tardi presiedette il III Concilio di Toledo. Nel 583, per influsso della sposa Ingunda e di s. Leandro di Siviglia, Ermenegildo (v.); la sua ribellione contro il padre sembra aver avuto in prevalenza carattere politico e non fu approvata dalla Chiesa; vinto, fu decapitato nel 585 dopo essersi rifiutato di ricevere la comunione da un vescovo ariano; per questo è venerato come martire (s. Gregorio Magno, Dial., III, 31). Recaredo, successore di Leovigildo, si convertì al cattolicesimo e con lui, almeno moralmente, tutto il popolo visigoto, come si proclamò ufficialmente nel Concilio III di Toledo (589). A s. Leandro di Siviglia va il merito di questa conversione.
L'organizzazione della Chiesa era già ben definita dal principio del sec. V; aveva cinque province ecclesiastiche e in un dato periodo sei, mentre, nel Regno svevo, si formarono le due distinte province di Braga e di Lugo; in tutta l'età visigota si contano 77 vescovi, inclusi i dodici della Narbonense. Si celebrarono concili nazionali, provinciali e diocesani, di carattere anzi tutto disciplinare: nel II Concilio di Toledo (527), si trova la prima prescrizione sull'educazione del clero nelle scuole vescovili, che più tardi saranno consacrate nel Concilio IV di Toledo (633). Una parte della provincia di Cartagine, occupata dai Bizantini, non poté seguire l'andamento generale. Si mantenne costante relazione con Roma, l'Oriente e le Gallie, e nei primi tempi con Cartagine. Il cristianesimo si trovava già profondamente radicato, benché si conservassero ancora numerose tracce di paganesimo. Con la conversione dei Visigoti al cattolicesimo, comincia uno dei secoli più gloriosi per la Chiesa in S. I Concili nazionali acquistarono una importanza straordinaria, anche dal punto di vista politico. Alla realizzazione dell'unità perfetta tra Chiesa e Stato collaborarono i re, che nell'arianesimo erano stati arbitri supremi della religione, e grandi figure ecclesiastiche, come s. Leandro e s. Isidoro di Siviglia, s. Braulio, s. Ildefonso, s. Giuliano di Toledo influenzati dall'ideale di Bisanzio.
Si ebbe allora quella serie di concili generali che regolarono la disciplina ecclesiastica con l'intervento anche del re che li convocava, e proponeva nel « tomus » gli argomenti civili e religiosi da trattare, assieme con alcuni magnati. I vescovi quali delegati dei re vigilavano i giudici civili nell'amministrazione della giustizia; sebbene il re stesso intervenisse nella loro elezione che un Concilio definisce « sacra regalia » (599). Il metropolitano di Toledo acquistò autorità di primate, con il diritto di presentare al re e consacrare i vescovi di tutto il Regno, nel Concilio XII di Toledo (681). Il clero ebbe privilegi ed immunità. Acquistò una importanza grande anche il monachesimo; s. Isidoro scrisse una regola per il governo dei monasteri e due ne scrisse s. Fruttuoso, che inoltre fondò cenobi in tutto l'Occidente della penisola. Nel sec. VII appaiono i doppi monasteri che dovevano moltiplicarsi nei secoli seguenti. Nel medesimo periodo si organizzò la liturgia, che ricevette più tardi mozarabica (v.), o meglio ancora quello di ispana; nel Regno degli Svevi, per lo meno fino all'annessione al Regno visigotico, si seguiva in parte la liturgia romana, comunicata nel sec. VI dal papa Vigilio al vescovo Profuturo di Braga. Non vi fu nessuna eresia importante; ma l'errore più grave della Chiesa ispano-visigotica fu quello di avere esercitato forte pressione per indurre gli Ebrei ad abbracciare la fede. La legislazione dei Concili spagnoli, raccolta nella collezione canonica Hispana, influì molto nel medioevo, e soprattutto nei concili e capitolari carolingi.
17. La invasione degli Arabi nel 717
Provocò nuove condizioni di vita alla Chiesa. Nella parte dominata da loro, in generale vi fu tolleranza: si conservò la organizzazione in tre province con 29 vescovi, non senza però interferenze arabe nella elezione dei prelati e nel governo delle diocesi. 'Abd ar-Rahmān II e Muhammad I perseguitarono i cristiani nel sec. IX, provocati dallo zelo eccessivo di alcuni di questi, che fu causa di divisioni: s. Eulogio di Cordova, i cui scritti sono la fonte più importante per questa età, fu il martire più illustre. Un altro personaggio importante fu Alvaro Paulo, del quale si conserva parte della corrispondenza. Nella Chiesa mozarabica sorse, nel sec. VIII, l'eresia adozianista, difesa prima da Elipando di Toledo e poi da Felice di Urgel, e combattuta da Beato di Liebana ed Eleuterio di Osma, e definitivamente annientata dai teologi franchi, diretti da Alcuino. Nella
e poi (914) a León, dove Ordoño I eresse un vescovato. A dare un maggior impulso al carattere religioso della lotta contribuì moltissimo la devozione e il culto dell'apostolo s. Giacomo di Compostella, a partire dal sec. IX, quando la notizia della scoperta del suo sepolcro commosse gli spiriti e fece sì che subito esso divenisse meta di pellegrinaggio, non solo per gli spagnoli, ma anche per le altre nazioni europee; s. Giacomo divenne, infatti, il patrono della S. e l'ispiratore della liberazione dai Mori, e « Santiago y cierra Espana » fu il grido di guerra nella crociata contro i musulmani. Lo spirito religioso invase come mai il popolo cristiano; mentre contro il rilassamento del clero e la simonia reagivano i Concili che si riunivano abbastanza frequentemente, secondo la tradizione visigotica, ed il rilevante numero di santi vescovi e monaci: come martiri si considerano i sacrificati da Almanzor (al-Manṣūr) in Cardeña e in S. Cugat del Valles. Superato il naturale isolamento in cui le condizioni della riconquista li collocava, cominciano ad intensificarsi i contatti con il papato nel sec. IX e più ancora nel sec. XI; a partire da Alessandro II i papi incominciano a considerare la lotta spa-
