MOZARABICA, LITURGIA. - Liturgia usata ufficialmente nella Spagna fino alla seconda metà del sec. XI, in cui si impose la liturgia romana, ma conservata nei secoli seguenti, dal XII al XV, in alcune parrocchie di Toledo e, dal sec. XVI ai nostri giorni, nella cappella del «Corpus Christi» della primaziale di Toledo.
I. ORIGINE
Si può affermare sicuramente che la liturgia m. nel suo insieme non è di origine orientale, maoccidentale, e in essa il carattere generale e i numerosi riti furono importati dall'Italia, probabilmente da Roma, dai primi predicatori del Vangelo in Spagna: il resto è opera dei vescovi, dottori, letterati, musici della penisola (cf. M. Pérotin, Liber ordinum, cit. in bibl., p. XIII). Liturgia quindi nettamente di origine latina, precisamente romana nei suoi inizi, però sviluppata specialmente dal sec. VI (in cui l'unità politica, attuata dal re Leovigildo, diede impulso all'unità liturgica, con la conversione di suo figlio Reccaredo alla fede cattolica [587]) fino all'inizio del sec. VII nell'ambiente patrio senza altre influenze straniere. A plasmare questa unità furono i padri dell'epoca visigotica, fra cui maggiormente benemeriti: Pietro di Lerida (secc. v-VI), s. Leandro di Siviglia (m. nel 599), Giovanni, vescovo di Saragozza (m. nel 631). Meritano speciale menzione gli arcivescovi di Toledo che con grande impegno lavorarono non solo nel restaurare la liturgia, ma anche nell'arricchirla di nuovi elementi: Eugenio (m. nel 657), che ebbe un interesse speciale per il canto che da lui si chiamò canto eugeniano; s. Ildefonso (m. nel 669), autore di molte messe e di alcuni cantici in onore di s. Leocadia di Toledo; s. Giuliano (m. nel 690), che compose inni ed un Messale.
II. ABOLIZIONE
Nel sec. XI si ha l'abolizione ufficiale della liturgia m. in Spagna per lo meno in Castiglia, Aragona e Navarra, nonostante restino indizi che in alcuni luoghi, anche dopo, la celebrazione della liturgia m. era unita a quella romana, e quest'ultima subì non poco l'influenza di quella fino all'unificazione nella Messa e nell'Ufficio divino con l'edizione del Messale e Breviario di s. Pio V. Causa di questa abolizione fu in primo luogo l'uso dei testi m. fatto da Elipando di Toledo e Felice di Urgel a conferma del loro errore adosianista, che determinò forte avversione e un'aperta ostilità verso il rito m. e indusse le legazioni pontificie, inviate per esaminare i riti, ad abolirlo.A quanto sembra, la celebrazione della Messa e dell'Ufficio Romano in sostituzione di quello m., si iniziò nel monastero di S. Salvador de Leyre (Navarra) nel 1067, sotto il Regno del re Sancho. Lo stesso avvenne nel marzo del 1071, nel monastero aragonese di S. Juan de la Peña. Mancano dati sicuri sulla introduzione del rito romano nel territorio catalano, ma si può con assai probabilità affermare che nel sec. VIII e XI vi fu una coesistenza dei due riti o una influenza del rito romano sul rito m., specialmente nel canto. I codici che si conservano nelle cattedrali di Vich e di Gerona sembrano confermare queste asserzioni. Gregorio VII continuò l'opera dei suoi predecessori, rivolgendosi al re di Spagna, all'abate di Cluny e al vescovo Simeone, facendo intravedere il suo intento di conservare l'unità nella Chiesa attraverso l'unità liturgica. Conseguenza ne fu lo stabilirsi nei Regni di Castiglia e di León del rito romano, secondo la decisione del Concilio di Burgos nel 1080; buona parte in questo mutamento ebbero i monaci di Cluny ed anche la stessa regina Ines, prima moglie di Alfonso VI. L'esito ottenuto dal Papa non fu però completo. Toledo, ancora soggetta ai Mori, ritenne il suo rito proprio; ma caduta la città nelle mani di Alfonso VI (25 maggio 1085), questi e l'arcivescovo, con l'approvazione pontificia, imposero il rito romano; il rito m. sarebbe tuttavia rimasto nelle sei parrocchie esistenti, di S. Giusta e Rufina, S. Marco, S. Eulalia, S. Sebastiano, S. Luca e S. Torquato, come difatti si continuò a fare fino agli inizi del sec. XVI.
Altra causa che determinò il decadimento del rito m. fu il fatto che non esisteva né il Messale plenario né il Breviario, ma soltanto i libri particolari per coloro che intervenivano alla celebrazione degli Uffici liturgici. Vi fu pure il grave inconveniente che questi libri erano scritti con caratteri visigotici la cui lettura si fece sempre più difficile per la maggioranza dei lettori. Dimenticandosi a poco a poco l'Ufficio m. da parte di quelli che dovevano conservarlo, esso sarebbe inevitabilmente caduto in rovina se l'intelligenza e lo zelo del card. Francisco Ximenes de Cisneros non avesse disposto (1495) l'edizione del Messale (1500) e Breviario (1502) plenari e costituito la cappella m. del «Corpus Christi» nella Cattedrale primaziale di Toledo, nella quale ormai oggi unicamente sopravvive la liturgia m.
Non si può dire con ciò che la liturgia che si trova nel Messale e nel Breviario del Cisneros sia in tutta la sua purezza la liturgia m., perché è indubbio che, malgrado l'opera immensa della commissione di parroci presieduta dal canonico Ortiz, non si poté giungere a formulare la Messa e l'Ufficio secondo la vera liturgia ispanica.
III. CODICI LITURGICI MOZARABICI
Le fonti letterarie del rito m. si trovano attualmente nei codici della cattedrale di Toledo, della Biblioteca nazionale di Madrid, dell'Accademia di Storia, della Biblioteca privata del Re di Spagna, di quella dell'abbazia di Silos, della cattedrale di León ecc., oltre che in varie biblioteche straniere, come la Biblioteca nazionale di Parigi, la Capitolare di Verona e il British Museum di Londra. I più importanti sono: il Sacramentario di Toledo (cod. 35, 3), della seconda metà del sec. XI; l'Orazionale di Verona della fine del sec. VII o principio del sec. VIII, il più antico dei codici m. proveniente dalla chiesa di Tarragona (cod. LXXXIX: ed. J. Vives, Barcellona 1946); il Liber Ordinum dell'abbazia di Silos del sec. XI; l'Antifonario di León, della fine del sec. IX o principio del sec. X (cod. 8 della cattedrale di León). Tutti i codici che attualmente si conoscono, eccettuato l'Orazionale di Verona e l'Antifonario di León, sono del sec. X o XI, però è certo che sono copie di codici più antichi andati perduti, e dunque logicamente la liturgia che ci offrono è quella vivente in Spagna nei secoli anteriori.IV. MESSALE MOZARABICO
Parte di questi codici furono rifusi nella compilazione del Messale gotico o m., pubblicato dal card. Francesco Ximenes de Cisneros: Missale mixtum secundum regulam beati Isidori, dictum mozarabes, Toledo 1500; altra ed., Roma 1755 a cura di A. Lesley e M. Azevedo (PL 85); altra ancora, Roma 1804, sotto gli auspici del card. F. A. Lorenzana.V. IL BREVIARIO MOZARABICO
Il Breviario gotico secondo la Regola di s. Isidoro, pubblicato pure a Toledo nel 1502, non contiene, come dice la prefazione, le preghiere «prout antiqui ea regula fruebantur simpliciter, sed secundum quid». Non si deve pensare con ciò che si siano inventate le orazioni, le letture, le antifone, ecc. ma che nel trascrivere quello che si conosceva dai codici avuti sott'occhio l'Ufficio fu ordinato in maniera che fosse più facile poterlo recitare fondendo i due modi esistenti, il monastico e il cattedralizio, in uno solo. Il card. Lorenzana ne fece una nuova edizione (Madrid 1775).VI. HORARIUM
È il terzo libro attualmente in uso nella cappella m., e contiene l'Ufficio delle Ore minori; e in più il comune delle altre ore dei santi. Al principio vi è la Messa dell'apostolo s. Giacomo il Maggiore ed una esposizione introduttiva tanto della Messa come dell'Ufficio divino, del card. Lorenzana ancora arcivescovo di México (Puebla de los Angels 1770; Toledo 1875).VII. LA MESSA
Che l'attuale Messa m. non sia in tutto quella ispanica, gotica o m. è criticamente certo; ma si andrebbe troppo oltre se si affermasse da questo fatto che essa sia una mescolanza che non ci lascia conoscere il vero «cursus» della Messa m. autentica. Sebbene in alcuni punti concreti coincida con la liturgia romana toletana, tuttavia in queste coincidenze è difficile vedere quale delle due sia stata influenzata, e non sarebbe arrischiato dire che la liturgia m. influenzò di più la toletana che non questa la m.1. Messa dei catecumeni. - Il maggior numero di coincidenze con la liturgia romana si trova nella Messa dei catecumeni, dove certamente ne furono incorporati molti elementi. La prima parte (ante Missam) consta principalmente di letture, cantici, antifone, oltre che di determinate orazioni. Da notare che nell'attuale «ordo» m., nel quale si trovano il salmo Judica e il Confiteor, sebbene con formola particolare, di evidente influenza romana, si fa la preparazione delle offerte appena salito l'altare, prima di cominciare il praelegendum, a modo di introito. Secondo i codici è probabile che questa preparazione delle offerte si facesse anticamente in sacrestia, rivestito già il sacerdote. Nelle Messe domenicali della Quaresima si fa dopo la lettura della profezia. Il sacerdote scende poi ai piedi dell'altare, tenendo nella mani il calice così preparato e cantando alcune preghiere molto melodiose.
Preparata l'offerta il sacerdote procede con l'« ad Missam officium » secondo la rubrica del Messale cisneriano, o « ad praelegendum » come dicono i codici, simile all'Introito del rito romano. Continua con il Gloria, tranne nel tempo di Quaresima, in mezzo all'altare, alla fine del quale, detto il « per omnia semper saecula saeculorum » va al lato dell'Epistola dove legge l'orazione a modo di Colletta. Torna poi al centro dell'altare con le mani stese davanti al petto, dicendo: « Per misericordiam tuam, Deus noster, qui es benedictus et vivis et regnas in saecula saeculorum ». Salutato il popolo con il « Dominus sit semper vobiscum » va dal lato dell'Epistola per le due letture, la prima delle quali è sempre profetica, sia dell'Antico, sia del Nuovo Testamento, e la seconda del Nuovo Testamento, intercalando un « psallendo » a modo di graduale. Alcune volte, particolarmente nelle Messe feriali, le letture sono più di due e per questo la Messa comincia senza « ad Missam Officium », né Gloria né orazione. Il Vangelo non è seguito dal bacio del libro né dalla invocazione: « Ave, verbum divinum, reformatio virtutum, restitutio sanitatum ». Segue la Lauda a modo di Alleluia che, secondo il canone 12 del IV Concilio di Toledo, si deve cantare sempre dopo il Vangelo. Poi il sacerdote fa l'offerta dell'Ostia e del Calice ed in seguito chiede ai fedeli che l'aiutino con le loro preghiere nell'azione del Sacrificio con queste parole: « Adiuvate me, fratres, in orationibus vestris, et orate pro me ad Deum », cui il coro risponde: « Adiuvet te Pater et Filius et Spiritus Sanctus ». Recita poi il « Sacrificium » (Offertorio nella Messa romana) e passa dal lato dell'Epistola per il Lavabo, tornando immediatamente nel centro dell'altare dove, profondamente inclinato, recita l'orazione: « Accedam » composta da s. Giuliano. La Messa « omnimode » del « Liber Ordinum » di Silos pone questa orazione al principio della Messa, quando il sacerdote arriva all'altare (Dom Férotin, Liber Ordinum, ca. 229).
2. Messa dei fedeli
In questa parte si trovano più varianti in relazione con la Messa romana. Nel Canone romano infatti, salvo in poche festività dell'anno liturgico, non ci sono variazioni, oppure, se esistono, sono di scarsa importanza, facendosi memoria in poche parole del Mistero che si celebra. Nella liturgia m., invece, nel Canone propriamente detto si trovano nove orazioni sempre variabili sia nel temporale che nel santorale, sia nel comune dei santi: Oratio, Alia, Post nomina, Ad pacem, Inlatio, Post Sanctus, Post pridie, Ad orationem dominicam, Benediciones, il che conferisce alla liturgia m. una ricchezza letteraria molto superiore a tutte le altre liturgie orientali ed occidentali.Recitata l'orazione « Accedam », il sacerdote, poste le mani sopra l'altare, continua la Messa con il saluto liturgico « Dominus sit semper vobiscum » a cui risponde il coro « et cum spiritu tuo ». Segue la prima orazione propria. Recitato il « Per misericordiam » il sacerdote dice Oremus, senza aggiungere altro ed il coro risponde: « Agios, Agios, Domine Deus, Rex eterne! Tibi laudes et gratias ». In seguito il sacerdote dice di tener presenti nella preghiera tutta la Chiesa, affinché il Signore le conceda fermezza nella fede, speranza e carità; i peccatori, i prigionieri, gli infermi e i pellegrini, affinché il Signore li guardi propizio e li redima, li sani e li conforti, al che il coro risponde « Concedilo eterno e onnipotente Dio ». Prosegue con la seconda orazione propria denominata Alia e, dopo questa, segue la lettura dei dittici, preceduta da una specie di Prefazio, in cui, oltre a ricordare in primo luogo il papa, si dice di offrire il Sacrificio in unione con gli altri vescovi, per sé e per tutto il clero ed i popoli della Chiesa, per ognuno in particolare e per tutto il popolo cristiano; e di offrire pure il Sacrificio per tutti i sacerdoti, diaconi, chierici e tutti i fedeli che vi assistono, per sé e per i loro cari. Rafforza questa affermazione il coro dicendo: « L'offrono per sé e per la fratellanza universale ». Terminato questo Prefazio, alla lettura dei dittici segue il ricordo degli Apostoli e martiri, preceduto dai nomi della Vergine, di Zaccaria, Giovanni e dei ss. Innocenti. Dopo di che il coro risponde: « E di tutti i martiri ». Viene allora la menzione di alcuni grandi Dottori, i più importanti della Chiesa occidentale, includendo so-

Dopo l'elevazione dell'Ostia e del calice (elevazione che non è propriamente m.) prosegue il sacerdote con l'orazione propria « Post pridie », terminando con il « Te prestante... »; fa il segno della Croce sulle offerte, come nella liturgia romana alle parole: « Santificas, vivificas, benedictus et prestas nobis » e nel dire: « Ut sit benedictus a Te, Deo nostro, in secula seculorum » fa il segno della Croce; a questo punto il sacerdote dice il Credo (quando la festa lo comporta) tenendo l'Ostia con la mano destra sopra il calice e dicendo prima l'ammonizione: « Fidem quam corde credimus, ore autem dicamus ». Quando non si recita il Credo si dice l'antifona « Ad confractionem » propria della solennità o comune. Segue la frazione dell'Ostia in due metà uguali, e subito si suddivide la prima in 5 e la seconda in 4, mentre si enumerano i principali misteri del Signore con le parole: « Corporatio, Nativitas, Circumcisio, Apparitio, Passio, Mors, Resurrectio, Gloria, Reguum »; si dispongono le 9 particelle sulla patena in forma di Croce e si dice il « Memento pro vivis », alla fine del quale si dice l'orazione « ad orationem Domi-
nicam », che finisce con il « Pater Noster », rispondendo il coro a ciascuna delle petizioni con l'Amen. In seguito viene un embolismo sopra l'ultima risposta del coro alla maniera romana, però molto più ampio di concetto e di espressione. Fatta la genuflessione, il celebrante prende l'ultima particola, nella quale ha frazionato l'Ostia, e tenendola sul calice dice il « Sancta sanctis » e le parole della commistione. Fatta questa, segue la triplice benedizione (« benediciones »), previa l'avvertenza al popolo di umiliarsi per riceverla, terminando con il « per misericordiam » e il « Dominus sit semper vobiscum », al quale segue l'antifona « ad accedentes » che varia secondo il tempo: una intra annum, un'altra per il tempo di Quaresima e una terza per il tempo pasquale. In questo tempo e pure nell'ottava del Corpus Domini si dice tre volte: « vicit leo de tribu Juda, radix David, alleluja », ed ogni volta il coro risponde: « qui sedes super Cherubin, radix David alleluja ». È giunto il momento della Comunione del sacerdote, ma prima, tenendo nella mano e sopra la coppa del calice la particola « Gloria », egli fa il « memento pro defunctis », terminato il quale recita l'orazione preparatoria per la Comunione, che il sacerdote fa prendendo ad una ad una le particole nelle quali ha diviso l'Ostia, però in ordine inverso. Prima di comunicarsi con la prima dice, segnandosi con essa: « ave in aevum, sanctissima caro Christi in perpetuum, summa dulcedo », e nel raccogliere le particole che sarebbero potute rimanere nella patena dice: « Ave in aevum caelestis potus, qui mihi ante omnia et super omnia dulcis es ». Dopo si segna con il calice dicendo: « corpus et sanguis Domini Nostri Jesu Christi custodiat corpus et animam meam in vitam aeternam, amen », mentre il coro canta un'antifona. Alla purificazione del calice dice l'orazione: « Do-

# Dumi offerenti.
(fot. Rodriguez - Toledo)

Nat cho i rus. Et ci fui tuo Dicat pbr. Et ne qua code
Et cleurt facerdos corpus rpi ut vidcat a popto. Et di cat chorus fimbolus bini ac
Oficamus bini: videls. In vni deli pan e offiopot tem. Facto et celt et terre. Cifibi tui oium et umifabini condoroc. Et in vni oium noftri icfam rpin
finii dei visigenium. Et et pan nati ante oia fecia. Dici et deo. Zume et lumine. Deum verii et deo vero. Flani no facii. Omou tion parti bec ciufbem di parte fubfianne. Per quem offia facia funt q in celo et que in terra. Oii popter nos bolos et popter no ftri faluem befecat oecalis. Et incarnamus et de ipriruficeto et marta virgine et bono facet et. Pafius sub posto pilato. Sepul rus tertia oie refurrecti. Pisem di 30 celos foter ad oeterni dei patris omnipotris. Inde venui rus et iuricare vicos et mortus. Cuius regni no crit finis. Et in iprirufi sancti dominii vinifica totem et et patre filio poocem:

(fot. Enc. Catt.)
3. Bacio di pace
Caratteristica del rito m. è il posto che occupa il bacio di pace. Questo, che nella liturgia africana, secondo la testimonianza di s. Agostino e a Roma secondo gli « Ordines Romani », si dà immediatamente prima della Comunione, la liturgia m. lo anticipa prima dell'inizio del Canone, alla Inlatio. Il bacio di pace era scambiato tra gli assistenti senza essere stato trasmesso dal celebrante: così dice il Concilio compostellano (a. 1056) nel can. 1, e questo stesso pare indicare la frase usata ancora oggi secondo il Messale cisneriano: « Quomodo adstatis, pacem facite ». Attualmente il celebrante bacia la patena e dà il bacio di pace al diacono, perché lo trasmetta al coro ed al popolo, e nelle Messe senza ministri bacia l'aspersorio che gli presenta il chierichetto il quale con questo mezzo lo dà a quelli del coro. Nel dare il bacio alla patena dice: « Habete osculum dilectionis et pacis, ut apti sitis sacrosanctis mysteriis Dei ».4. Pubblicità dell'atto liturgico
L'intervento del popolo nella Messa m. è molto più attivo che nella Messa romana. In essa non vi sono segrete, eccettuata l'orazione che precede immediatamente la consacrazione e quella che la segue. Tutto a voce alta e il popolo risponde.5. Consacrazione
La formola della Consacrazione del rito m. non è la stessa di quella del rito romano. Come si può vedere nella Messa « omnimode » del rituale di Silos, la formola della Consacrazione, come le parole che precedono, si intitola « Missa secreta » ed è presa dalla I Cor., 11, 23-26, mentre quella della Messa romana è presa dai sinottici. Questa formola della « Missa secreta », che, come sembra, fu abolita al tempo del papaGiovanni X, si trova riprodotta nell'edizione del Messale plenario di Cisneros senza che nel testo vi sia altra formula, tanto nell'Ordinario della Messa della Domenica Iª di Avvento, come nell'Ordinario della Messa che segue il sabato di Pasqua.
VIII. UFFICIO MOZARABICO
Sebbene il Breviario plenario m. non avesse i 200 anni previsti da s. Pio V, perché opera del card. Cisneros al principio del sec. XVI, si poté tuttavia continuare ad usarlo perché il suo cursus era anteriore ai 200 anni. Le orazioni, letture, inni, cantici, salmi, antifone, sono infatti le stesse che già in tempi remoti formavano il corpus dell'Ufficio divino.Le ore attualmente in vigore nell'Ufficio m. sono le seguenti: Vespro, Compieta, Mattutino e Lodi, Prima, Terza, Sesta e Nona (in alcuni Uffici feriali precede la Prima un'altra ora che si chiama Aurora). La distribuzione interna di ciascuna di esse differisce totalmente dal rito romano. Notevole è la mancanza del Salterio: si recitano alcuni salmi, specialmente negli Uffici domenicali e feriali, però non si trova la recita ordinata e intera del Salterio. Questa salmodia, che manca attualmente nell'Ufficio m., non pare essere l'autentica. Dai codici che si conoscono, specialmente il Rituale antiquissimum di Silos, il Psalterium Toletanum, quelli nel British Museum di Londra con i nn. 30.844-46, tutti derivanti da Silos, e quelli 35.5-35.7, della cattedrale di Toledo, si deduce che in antico, specialmente nel «cursus monasticus», i salmi formavano quasi il corpus dell'Ufficio divino.