MOZARABICA, LITURGIA

MOZARABICA, LITURGIA. - Liturgia usata ufficialmente nella Spagna fino alla seconda metà del sec. XI, in cui si impose la liturgia romana, ma conservata nei secoli seguenti, dal XII al XV, in alcune parrocchie di Toledo e, dal sec. XVI ai nostri giorni, nella cappella del «Corpus Christi» della primaziale di Toledo.

I. ORIGINE

Si può affermare sicuramente che la liturgia m. nel suo insieme non è di origine orientale, ma

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occidentale, e in essa il carattere generale e i numerosi
riti furono importati dall'Italia, probabilmente da Roma,
dai primi predicatori del Vangelo in Spagna: il resto è
opera dei vescovi, dottori, letterati, musici della penisola
(cf. M. Férotin, *Liber ordinum*, cit. in bibl., p. xiii). Li-
turgia quindi nettamente di origine latina, precisamente
romana nei suoi inizi, però sviluppata specialmente dal sec.
VI (in cui l'unità politica, attuata dal re Leovigildo, diede
impulso all'unità liturgica, con la conversione di suo figlio
Recaredo alla fede cattolica [587]) fino all'inizio del sec. VII
nell'ambiente patrio senza altre influenze straniere. A pla-
smare questa unità furono i padri dell'epoca visigotica,
fra cui maggiormente benemeriti: Pietro di Lerida (secc.
v-vi), s. Leandro di Siviglia (m. nel 599), Giovanni, ve-
scovo di Saragozza (m. nel 631). Meritano speciale men-
zione gli arcivescovi di Toledo che con grande impegno
lavorarono non solo nel restaurare la liturgia, ma anche
nell'arricchirla di nuovi elementi: Eugenio (m. nel 657),
che ebbe un interesse speciale per il canto che da lui si
chiamò canto eugeniano; s. Ildefonso (m. nel 669), autore
di molte messe e di alcuni cantici in onore di s. Leocadia
di Toledo; s. Giuliano (m. nel 690), che compose inni
ed un Messale.

II. ABOLIZIONE

Nel sec. XI si ha l'abolizione uffi- ciale della liturgia m. in Spagna per lo meno in Castiglia, Aragona e Navarra, nonostante restino indizi che in al- cuni luoghi, anche dopo, la celebrazione della liturgia m. era unita a quella romana, e quest'ultima subì non poco l'influenza di quella fino all'unificazione nella Messa e nell'Ufficio divino con l'edizione del Messale e Breviario di s. Pio V. luogo l'uso dei testi m. fatto da Elipando di Toledo e Felice di Urgel a conferma del loro errore adozionista, che deter- minò forte avversione e un'aperta ostilità verso il rito m. e indusse le legazioni pontificie, inviate per esaminare i riti, ad abolirlo.

A quanto sembra, la celebrazione della Messa e del-
l'Ufficio Romano in sostituzione di quello m., si iniziò
nel monastero di S. Salvador de Leyre (Navarra) nel
1607, sotto il Regno del re Sancho. Lo stesso avvenne nel
marzo del 1071, nel monastero aragonese di S. Juan de
la Peña. Mancano dati sicuri sulla introduzione del rito
romano nel territorio catalano, ma si può con assai pro-
babilità affermare che nei secc. VIII e XI vi fu una coesi-
stenza dei due riti o una influenza del rito romano sul
rito m., specialmente nel canto. I codici che si conservano
nelle cattedrali di Vich e di Gerona sembrano confermare
queste asserzioni. Gregorio VII continuò l'opera dei suoi
predecessori, rivolgendosi al re di Spagna, all'abate di
Cluny e al vescovo Simeone, facendo intravedere il suo
intento di conservare l'unità nella Chiesa attraverso l'u-
nità liturgica. Conseguenza ne fu lo stabilirsi nei Regni di
Castiglia e di León del rito romano, secondo la decisione del
Concilio di Burgos nel 1080; buona parte in questo muta-
mento ebbero i monaci di Cluny ed anche la stessa re-
gina Ines, prima moglie di Alfonso VI. L'esito ottenuto
dal Papa non fu però completo. Toledo, ancora soggetta
ai Mori, ritenne il suo rito proprio; ma caduta la città
nelle mani di Alfonso VI (25 maggio 1085), questi e l'arci-
vescovo, con l'approvazione pontificia, imposero il rito
romano; il rito m. sarebbe tuttavia rimasto nelle sei par-
rocchie esistenti, di S. Giusta e Rufina, S. Marco, S. Eu-
lalia, S. Sebastiano, S. Luca e S. Torquato, come difatti
si continuò a fare fino agli inizi del sec. XVI.

Altra causa che determinò il decadimento del rito
m. fu il fatto che non esisteva né il Messale plenario né il
Breviario, ma soltanto i libri particolari per coloro che in-
tervenivano alla celebrazione degli Uffici liturgici. Vi fu
pure il grave inconveniente che questi libri erano scritti con
caratteri visigotici la cui lettura si fece sempre più difficile
per la maggioranza dei lettori. Dimenticandosi a poco a
poco l'Ufficio m. da parte di quelli che dovevano conser-
varlo, esso sarebbe inevitabilmente caduto in rovina se l'in-
telligenza e lo zelo del card. Francisco Ximenes de Cisneros
non avesse disposto (1495) l'edizione del Messale (1500) e
Breviario (1502) plenari e costituito la cappella m. del
« Corpus Christi » nella Cattedrale primaziale di Toledo,
nella quale ormai oggi unicamente sopravvive la liturgia m.

Non si può dire con ciò che la liturgia che si trova nel Mes-
sale e nel Breviario del Cisneros sia in tutta la sua purezza
la liturgia m., perché è indubbio che, malgrado l'opera
immensa della commissione di parroci presieduta dal ca-
nonico Ortiz, non si poté giungere a formulare la Messa
e l'Ufficio secondo la vera liturgia ispanica.

III. CODICI LITURGICI MOZARABICI

Le fonti lette- rarie del rito m. si trovano attualmente nei codici della cattedrale di Toledo, della Biblioteca nazionale di Ma- drid, dell'Accademia di Storia, della Biblioteca privata del Re di Spagna, di quella dell'abbazia di Silos, della cattedrale di León ecc., oltre che in varie biblioteche stra- nierie, come la Biblioteca nazionale di Parigi, la Capitolare di Verona e il British Museum di Londra. I più impor- tanti sono: il *Sacramentario di Toledo* (cod. 35. 3), della seconda metà del sec. XI; l'*Oraisonale* di Verona della fine del sec. VII o principio del sec. VIII, il più antico dei codici m. proveniente dalla chiesa di Tarragona (cod. LXXXIX: ed. J. Vives, Barcellona 1946); il *Liber Ordi- num* dell'abbazia di Silos del sec. XI; l'*Antifonario* di León, della fine del sec. IX o principio del sec. X (cod. 8 della cat- tedrale di León). Tutti i codici che attualmente si cono- cono, eccettuato l'Oraisonale di Verona e l'*Antifonario* di León, sono del sec. X o XI, però è certo che sono copie di co- dici più antichi andati perduti, e dunque logicamente la liturgia che ci offrono è quella vivente in Spagna nei secoli anteriori.

IV. MESSALE MOZARABICO

Parte di questi codici furono rifusi nella compilazione del Messale gotico o m., pubblicato dal card. Francesco Ximenes de Cisneros: *Missale mixtum secundum regulam beati Isidori, dictum nozarabes*, Toledo 1500; altra ed., Roma 1755 a cura di A. Lesley e M. Azevedo (PL 85); altra ancora, Roma 1804, sotto gli auspici del card. F. A. Lorenzana.

V. IL BREVIARIO MOZARABICO

Il Breviario gotico secondo la Regola di s. Isidoro, pubblicato pure a Toledo nel 1502, non contiene, come dice la prefazione, le pre- ghiere « prout antiqui ea regula fruebantur simpliciter, sed secundum quid ». Non si deve pensare con ciò che si siano inventate le orazioni, le letture, le antifone, ecc. ma che nel trascrivere quello che si conosceva dai codici avuti sott'occhio l'Ufficio fu ordinato in maniera che fosse più facile poterlo recitare fondendo i due modi esi- tenti, il monastico e il cattedralizio, in uno solo. Il card. Lorenzana ne fece una nuova edizione (Madrid 1775).

VI. HORARIUM

È il terzo libro attualmente in uso nella cappella m., e contiene l'Ufficio delle Ore minori; e in più il comune delle altre ore dei santi. Al principio vi è la Messa dell'apostolo s. Giacomo il Maggiore ed una esposizione introduttiva tanto della Messa come del- l'Ufficio divino, del card. Lorenzana ancora arcivescovo di México (Puebla de los Angeles 1770; Toledo 1875).

VII. LA MESSA

Che l'attuale Messa m. non sia in tutto quella ispanica, gotica o m. è criticamente certo; ma si andrebbe troppo oltre se si affermasse da questo fatto che essa sia una mescolanza che non ci lascia conoscere il vero « cursus » della Messa m. autentica. Sebbene in alcuni punti concreti coincida con la liturgia romana to- lanta, tuttavia in queste coincidenze è difficile vedere quale delle due sia stata influenzata, e non sarebbe arri- chiato dire che la liturgia m. influenzò di più la tole- tana non questa la m.

I. Messa dei catecumeni

Il maggior numero di coin- cidenze con la liturgia romana si trova nella Messa dei catecumeni, dove certamente ne furono incorporati molti elementi. La prima parte (*ante Missam*) consta princi- palmente di letture, cantici, antifone, oltre che di deter- minate orazioni. Da notare che nell'attuale « ordo » m., nel quale si trovano il salmo *Judica* e il *Confiteor*, sebbene con formola particolare, di evidente influenza romana, si fa la preparazione delle offerte appena salito l'altare, prima di cominciare il *praelegendum*, a modo di introito. Secondo i codici è probabile che questa preparazione delle offerte si facesse anticamente in sacrestia, rivestito già il sacerdote. Nelle Messe domenicali della Quaresima si fa dopo la lettura della profezia. Il sacerdote scende poi ai piedi dell'altare, tenendo nella mani il calice così preparato e cantando alcune preghiere molto melodioso.

Preparata l'offerta il sacerdote procede con l'« ad Missam officium » secondo la rubrica del Messale cisneriano, o « ad praelegendum » come dicono i codici, simile all'Introito del rito romano. Continua con il Gloria, tranne nel tempo di Quaresima, in mezzo all'altare, alla fine del quale, detto il « per omnia semper saecula saeculorum » va al lato dell'Epistola dove legge l'orazione a modo di Colletta. Torna poi al centro dell'altare con le mani stese davanti al petto, dicendo: « Per misericordiam tuam, Deus noster, qui es benedictus et vivis et regnas in saecula saeculorum ». Salutato il popolo con il « Do-minus sit semper vobiscum » va dal lato dell'Epistola per le due letture, la prima delle quali è sempre profetica, sia dell'Antico, sia del Nuovo Testamento, e la seconda del Nuovo Testamento, intercalando un « psallendo » a modo di graduale. Alcune volte, particolarmente nelle Messe feriali, le letture sono più di due e per questo la Messa comincia senza « ad Missam Officium », né Gloria né orazione. Il Vangelo non è seguito dal bacio del libro né dalla invocazione: « Ave, verbum divinum, reformatio virtutum, restitutio sanitatum ». Segue la Lauda a modo di Alleluia che, secondo il canone 12 del IV Concilio di Toledo, si deve cantare sempre dopo il Vangelo. Poi il sacerdote fa l'offerta dell'Ostia e del Calice ed in seguito chiede ai fedeli che l'aiutino con le loro preghiere nell'azione del Sacrificio con queste parole: « Adiuvate me, fratres, in orationibus vestris, et orate pro me ad Deum », cui il coro risponde: « Adiuvet te Pater et Filius et Spiritus Sanctus ». Recita poi il « Sacrificium » (Offertorio nella Messa romana) e passa dal lato dell'Epistola per il Lavabo, tornando immediatamente nel centro dell'altare dove, profondamente inclinato, recita l'orazione: « Accedam » composta da s. Giuliano. La Messa « omnimode » del « Liber Ordinum » di Silos pone questa orazione al principio della Messa, quando il sacerdote arriva all'altare (Dom Férotin, Liber Ordinum, ca. 229).

2. Messa dei fedeli

In questa parte si trovano più varianti in relazione con la Messa romana. Nel Canone romano infatti, salvo in poche festività dell'anno liturgico, non ci sono variazioni, oppure, se esistono, sono di scarsa importanza, facendosi memoria in poche parole del Mistero che si celebra. Nella liturgia m., invece, nel Canone propriamente detto si trovano nove orazioni sempre variabili sia nel temporale che nel santoral, sia nel comune dei santi: Oratio, Alia, Post nomina, Ad pacem, Inlatio, Post Sanctus, Post pridie, Ad orationem dominicam, Benediciones, il che conferisce alla liturgia m. una ricchezza letteraria molto superiore a tutte le altre liturgie orientali ed occidentali.

Recitata l'orazione « Accedam », il sacerdote, poste le mani sopra l'altare, continua la Messa con il saluto liturgico « Dominus sit semper vobiscum » a cui risponde il coro « et cum spiritu tuo ». Segue la prima orazione propria. Recitato il « Per misericordiam » il sacerdote dice Oremus, senza aggiungere altro ed il coro risponde: « Agios, Agios, Domine Deus, Rex eterna! Tibi laudes et gratias ». In seguito il sacerdote dice di tener presenti nella preghiera tutta la Chiesa, affinché il Signore le conceda fermezza nella fede, speranza e carità; i peccatori, i prigionieri, gli infermi e i pellegrini, affinché il Signore li guardi propizio e li redima, li sani e li conforti, al che il coro risponde « Concedilo eterno e onnipotente Dio ». Prosegue con la seconda orazione propria denominata Alia e, dopo questa, segue la lettura dei dittici, preceduta da una specie di Prefazio, in cui, oltre a ricordare in primo luogo il papa, si dice di offrire il Sacrificio in unione con gli altri vescovi, per sé e per tutto il clero ed i popoli della Chiesa, per ognuno in particolare e per tutto il popolo cristiano; e di offrire pure il Sacrificio per tutti i sacerdoti, diaconi, chierici e tutti i fedeli che vi assistono, per sé e per i loro cari. Rafforza questa affermazione il coro dicendo: « L'offrono per sé e per la fratellanza universale ». Terminato questo Prefazio, alla lettura dei dittici segue il ricordo degli Apostoli e martiri, preceduto dai nomi della Vergine, di Zaccaria, Giovanni e dei ss. Innocenti. Dopo di che il coro risponde: « E di tutti i martiri ». Viene allora la menzione di alcuni grandi Dottori, i più importanti della Chiesa occidentale, includendo so

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MOZARABICA, LITURGIA - Messa m. Momento del Et incarnatus est del Credo - Toledo, cappella della Primaziale.

lamente s. Atanasio dell'Oriente, e dei grandi Padri e Dottori della chiesa spagnola Fulgenzio, Leandro e Isidoro, per finire con la lista dei vescovi toletani, prima e dopo la riconquista, terminando con Domenico (1262-66) e aggiungendo i nomi di Giuliano, un altro Giuliano, Filippo, Stefano, Giovanni, un altro Giovanni e Felice. Continua con la terza orazione propria, denominata « Post nomina », terminata la quale si dà la pace, previa la lettura dell'orazione quarta « Ad pacem »; segue poi il Prefazio o Inlatio, quinta orazione propria, che termina con il Sanctus e il Benedictus e la sesta orazione propria o « Post sanctus ». Continua la parte segreta della Messa, che contiene la formula della Consacrazione secondo la dizione di s. Paolo, formula che pare sia stata sostituita per ordine del papa Giovanni X, al tempo della legazione di Zanello.

Dopo l'elevazione dell'Ostia e del calice (elevazione che non è propriamente m.) prosegue il sacerdote con l'orazione propria « Post pridie », terminando con il « Te prestante... »; fa il segno della Croce sulle offerte, come nella liturgia romana alle parole: « Santificas, vivificas, benedicis et prestas nobis » e nel dire: « Ut sit benedicta a Te, Deo nostro, in secula seculorum » fa il segno della Croce; a questo punto il sacerdote dice il Credo (quando la festa lo comporta) tenendo l'Ostia con la mano destra sopra il calice e dicendo prima l'ammonizione: « Fidem quam corde credimus, ore autem dicamus ». Quando non si recita il Credo si dice l'antifona « Ad confrontationem » propria della solennità o comune. Segue la frazione dell'Ostia in due metà uguali, e subito si suddivide la prima in 5 e la seconda in 4, mentre si enumerano i principali misteri del Signore con le parole: « Corporatio, Nativitas, Circumcisio, Apparition, Passio, Mors, Resurrex- tio, Gloria, Regnum »; si dispongono le 9 particelle sulla patria in forma di Croce e si dice il « Memento pro vivis », alla fine del quale si dice l'orazione « ad orationem Domi-

nicam», che finisce con il «Pater Noster», rispondendo il coro a ciascuna delle petizioni con l'Amen. In seguito viene un embleismo sopra l'ultima risposta del coro alla maniera romana, però molto più ampio di concetto e di espressione. Fatta la genuflessione, il celebrante prende l'ultima particola, nella quale ha frazionato l'Ostia, e tenendola sul calice dice il «Sancta sanctis» e le parole della commistione. Fatta questa, segue la triplice benedizione («benedictiones»), previa l'avvertenza al popolo di umiliarsi per riceverla, terminando con il «per misericordiam» e il «Dominus sit semper vobiscum», al quale segue l'antifona «ad accedentes» che varia secondo il tempo: una intra annum, un'altra per il tempo di Quaresima e una terza per il tempo pasquale. In questo tempo e pure nell'ottava del Corpus Domini si dice tre volte: «vicit leo de tribu Juda, radix David, alleluia», ed ogni volta il coro risponde: «qui sedes super Cherubin, radix David alleluia». È giunto il momento della Comunione del sacerdote, ma prima, tenendo nella mano e sopra la coppia del calice la particola «Gloria», egli fa il «memore pro defunctis», terminato il quale recita l'orazione preparatoria per la Comunione, che il sacerdote fa prendendo ad una ad una le particole nelle quali ha diviso l'Ostia, però in ordine inverso. Prima di comunicarsi con la prima dice, segnandosi con essa: «ave in aevum, sanctissima caro Christi in perpetuum, summa dulcedo», e nel raccogliere le particole che sarebbero potute rimanere nella patena dice: «Ave in aevum caelestis potus, qui mihi ante omnia et super omnia dulcis es». Dopo si segna con il calice dicendo: «corpus et sanguis Domini Nostri Jesu Christi custodiat corpus et animam meam in vitam aeternam, amen», mentre il coro canta un'antifona. Alla purificazione del calice dice l'orazione: «Do

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**Domini offercuntii.**

**a peclata nobis: et fit bene dicta te docuuntio facta fexculque, et, quem est tibi piace, cupit corpus diuicere, et prout fuit calice docuque, et tibi dicta alta voce confibus dicuque, et dicuque factibus, et dicuque factibus, et dicuque factibus, et dicuque factibus, et dicuque factibus, etc.**

**O omnia fit semper vobisca,**

**et potu dicat a populo. Et di**

**et do vobisca firmibus, bina et**

**et firmibus, bina, vobisca,**

**(tot. Enc. Catt.)**

**Mozarabica, Liturgia - Canone della Messa m. Credo e figura della partizione dell'Ostia nell'Editio princeps del Missale mixtum secundum regulam b. Isidori dictum mozarabes, Toledo 1500, f. 227 V. - Esemplare della Biblioteca Vaticana.**

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**Mozarabica, Liturgia - Messa m. Partizione dell'Ostia in nove parti collocate sulla patena in forma di croce. I due pezzi interi posti a destra servono per la comunio: «sotto» e per la comunione del sacerdote (sopra) - Toledo, cappella della Primaziale.**

**mine Deus...» e conclude raccogliendo il corporale e coprendo il calice. Recita un'orazione a maniera di «Post communio» al lato dell'Epistola, poi con le mani stesse avanti al petto, va al centro dicendo: «Per misericordiam...» come prima della Colletta. Detto il «Dominus sit semper vobiscum» congeda il popolo con il «Sollemnia completa sunt. In nomine Domini Nostri Jesu Christi votum nostrum sit acceptum cum pace»; nelle feste meno solenni con queste parole: «Missa acta est. In nomine Domini Nostri Jesu Christi, perficiamus cum pace»; e scendendo ai piedi dell'altare recita la Salve Regina con l'orazione Concede, dopo la quale sale di nuovo all'altare, e dà la benedizione ai fedeli tracciando una croce sopra l'altare e baciandolo, mentre dice: «in unitate sancti Spiritus», indi alza gli occhi e le mani verso la Croce, e dice: «benedicat vos» e vòlto al popolo, gli dà la benedizione dicendo: «Pater et Filius». Così termina la Messa m.

3. Bacio di pace

Caratteristica del rito m. è il posto che occupa il bacio di pace. Questo, che nella liturgia africana, secondo la testimonianza di s. Agostino e a Roma secondo gli «Ordines Romani», si dà immediatamente prima della Comunione, la liturgia m. lo anticipa prima dell'inizio del Canone, alla Inlatio. Il bacio di pace era scambiato tra gli assistenti senza essere stato trasmesso dal celebrante: così dice il Concilio com- postellano (a. 1056) nel can. I, e questo stesso pare in- dicare la frase usata ancora oggi secondo il Messale cir- sieriano: «Quomodo adstatis, pacem facite». Attual- mente il celebrante bacia la patena e dà il bacio di pace al diacono, perché lo trasmetta al coro ed al popolo, e nelle Messe senza ministri bacia l'aspersorio che gli pre- senta il chierichetto il quale con questo mezzo lo dà a quelli del coro. Nel dare il bacio alla patena dice: «Ha- bete osculum dilectionis et pacis, ut apti sitis sacrosanctis mysteriis Dei».

4. **Pubblicità dell'atto liturgico. - L'intervento del popolo nella Messa m. è molto più attivo che nella Messa romana. In essa non vi sono segrete, eccettuata l'orazione che precede immediatamente la consacrazione e quella che la segue. Tutto a voce alta e il popolo risponde.**

5. **Consacrazione. - La formula della Consacrazione del rito m. non è la stessa di quella del rito romano. Come si può vedere nella Messa «omnimode» del rituale di Silos, la formula della Consacrazione, come le parole che precedono, si intitola «Missa secreta» ed è presa dalla I Cor., 11, 23-26, mentre quella della Messa ro- mana è presa dai sinottici. Questa formula della «Missa secreta», che, come sembra, fu abolita al tempo del papa**

Giovanni X, si trova riprodotta nell'edizione del Messale plenario di Cisneros senza che nel testo vi sia altra formula, tanto nell'Ordinarie della Messa della Domenica 1° di Avvento, come nell'Ordinarie della Messa che segue il sabato di Pasqua.

VIII. UFFICIO MOZARABICO

Sebbene il Breviario plenario m. non avesse i 200 anni previsti da s. Pio V, perché opera del card. Cisneros al principio del sec. XVI, si poté tuttavia continuare ad usarlo perché il suo cursus era anteriore ai 200 anni. Le orazioni, letture, temi, cantici, salmi, antifone, sono infatti le stesse che già in tempi remoti formavano il corpus dell'Ufficio divino.

Le ore attualmente in vigore nell'Ufficio m. sono le seguenti: Vespro, Compieta, Mattutino e Lodi, Prima, Terza, Sesta e Nona (in alcuni Uffici feriali precede la Prima un'altra ora che si chiama Aurora). La distribuzione interna di ciascuna di esse differisce totalmente dal rito romano. Notevole è la mancanza del Salterio: si recitano alcuni salmi, specialmente negli Uffici domenicali e feriali, però non si trova la recita ordinata e intera del Salterio. Questa salmodia, che manca attualmente nell'Ufficio m., non pare essere l'autentica. Dai codici che si conoscono, specialmente il Rituale antiquissimum di Silos, il Psalterium Toletanum, quelli nel British Museum di Londra con i n. 30.844-40, tutti derivanti da Silos, e quelli 35.5-35.7, della cattedrale di Toledo, si deduce che in antico, specialmente nel "cursus monasticus", i salmi formavano quasi il corpus dell'Ufficio divino.

IX. RITUALE MOZARABICO

Attualmente nelle parrocchie m. per l'amministrazione dei Sacramenti e Sacramenti non si utilizza altre formule che quelle romane. Però di un Rituale m. fa menzione il IX Concilio di Toledo nel suo can. 26, con il titolo "De Officiali libello pro-chianis presbyteris dando"; ma lo si conosce solo attraverso i codici manoscritti conservati a Silos e nella Biblioteca della Reale Accademia di storia in Madrid (cod. 56).

X. CANTO MOZARABICO

Nell'accennare ai codici conosciuti oggi che contengono la liturgia m. si è detto trovarsi in alcuni la notazione musicale propria, la quale, fino ad ora, malgrado gli studi di eminenti musicologi, non ha potuto esser decifrata. Fra quelli che, di recente, hanno studiato più o meno direttamente questo canto, si può citare G. F. Riano: Criticai and bibliografici notes on early spanish music (Londra 1887); A. Gastoué, Catalogue des manuscrits de musique byzantine (Parigi 1907); l'abate G. M. Suñol: Introducción a la paleografia musical gregoriana (Barcelona 1925); R. Mitjana, che nel 1920 pubblicò uno studio molto esteso sulla musica in Spagna e Portogallo, sebbene gli accenni alla musica m. siano alquanto superficiali, perché le sue affermazioni si appoggiano su J. Romero e F. de Tuero, senza alcun valore critico; P. Wagner, che investigò in Spagna i neumi m. per incarico della Società Goveresiana, nel 1926 e 1928. Si citano pure specialmente gli eruditi benedettini del monastère di Silos, C. Rojo e G. Prado, i quali fanno la storia critica dell'antichità e dello stato attuale del canto m. nel libro Canto mozarabe (Barcelona 1929). — Vedi tav. C. BBL.: J. Pinius, Tract. histor. de liturgia antiqua hispana, gothica, isidoriana, mozarabica, toletana, in Acta SS. Iulii, VII, Anversa 1729, pp. 1-112; D. M. Férotin, Hist. de l'abbaye de Silos, Parigi 1897; id., Le Liber ordinum en usage dans l'Eglise visigotique et Mozarabe de l'Espagne du Ve au XIe siècle, in Monac. Ecc. liturgica, V, Parigi 1904; id., Le Liber mozarabicus Sacra-mentorum et les manuscrits mozarabes, ibid., VI, 1912; F. Cabrol, Le Liber ordinum et la liturgie mozarabe, in Rev. des quest. hist., 77 (1905), pp. 173-85; E. Magnin, L'Eglise visigothique au VIe siècle, I, Parigi 1912; P. Mesnage, Le christianisme en Afrique, III: Eglises mozarabes, 1915; G. Moreno, Iglesias mozarabes, Madrid 1919; I. Perez, Los himnos mozarabes, in Bull. hispano, 31 (1926), p. 127 sgg.; G. Prado, Manual de liturgia hispano-visigotica o mozarabes, Madrid 1927; P. Wagner, Der mozarabische Kirchengesang und seine Überlieferung, Münster in V. 1928; G. Prado, Hist. del rito mozarabe y toledano, Abbazia di Silos, 1928; C. Rojo y G. Prado, El canto mozarabe, estudio histor. crítico de su antiquidad y estado actual, Barcellona 1929; A. All-gieir, Die Psalmen in der mozar. Liturgie und das Psalterium von St-Germain-des-Prés, in Spanische Forschungen, 1931, pp. 179-236; J. Vives-A. Fábregas, Calendarios hispánicos anteriores al siglo XII, in Hispania sacra, 2 (1949), pp. 119-46, 339-80; V. anche F. Cabrol, Mozarabe Liturgie, in DACL, XII, 1, coll. Luigi Casanas Guasch.