**TACITO,** Cornelio (*Cornelius Tacitus*). - Stori- co, n. verso il 55 d. C. (a Terni?); pretore sotto Do- miziano, console nel 97, m. nel 120 (cf. Tacito, *Hi- stor.*, I, I; *Annal.*, XI, 11; *Agric.*, 45). Fu grande ami- co di Plinio il Giovane che in varie sue lettere (I, 6, 20; II, 1, 11; IV, 13; VI, 16, 20; VII, 20, 33; VIII, 7; IX, 10, 14) ne descrive il carattere.
Scrisse il *Dialogus de oratoribus*, a torto a lui negato, dove si discute sulle cause del decadere dell'eloquenza romana; *De vita et moribus fulii Agricolae*, suo suocero (98 d. C.) di cui esalta la spedizione in Britannia e la dignità del carattere; *De origine et situ Germaniae* (98) che è la fonte primigenia d'informazione sulla nazione tedesca, sulla sua indole, sulla sua costituzione politica; *Annales et Historiae*, concepite da T. come un'unica storia in 30 libri, dalla morte di Augusto a quella di Domiziano. Ci restano delle *Historiae*, che si sviluppavano in 14 libri, i primi 4 e la metà del 5°, da Galba a Domiziano (69-96); e degli *Annales*, che andavano *ab excessu divi Augusti* fino a Nerone e comprendevano 16 libri, i primi 4, parte del 5°, del 6°, e lacunosi i libri 11-16. Rimase inattuato il suo proposito di arrivare con la narrazione fino a Nerva e a Traiano (*Agr.*, 3; *Hist.*, I, 1; *Ann.*, III, 24). La sua opera storica procede secondo il metodo analitico. Psico- logico profondo e moralista austero, di fronte ai mali che affliggono il suo tempo e che gli sembrano anche più gravi quando li paragona alle virtù del passato, il suo patriottismo non sa trattenersi dalla deplorazione e da una pessimistica visione dell'avvenire. Scrittore impar- ziale e veritiero, egli ha uno stile vibrato, talora oscuro per troppa sintesi, ma pieno di vivacità e di colorito pittorico, certamente il più originale di tutta la letteratura latina. T. crede nella divinità che presiede agli avvenimenti umani, pur ritenendola indifferente verso le azioni buone o cat- tive degli uomini (*Ann.*, IV, 1; XIV, 2; XVI, 33; *Hist.*, I, 3). La sua fortuna e la sua fama assopite durante il me- dioevo, risorsero durante l'umanesimo e il Rinascimento.
**T. E IL CRISTIANESIMO.** - Il giudizio di T. sul cri- stianesimo è ostile, come si rileva dalla descrizione del- l'incendio di Roma del 19 luglio 64, che devastò il Circo Massimo, il quartiere commerciale del Velabro, il Foro e le Carine. Egli riferisce che secondo l'opinione degli storici a cui attinge, senza nominarli, secondo la sua norma quando essi sono d'accordo (cf. *Ann.*, XII, 20, 3), l'incendio fu casuale o venne attribuito a perfidia di Nerone (*forte an dolo principis incertum*); e pone chiara- mente in rilievo come su Nerone gravassero i sospetti della cittadinanza, a stornare i quali l'imperatore sostituì al suo nome (*subdidit reos*) quello dei cristiani. Ma dimostra

di avere una pessima opinione di costoro invisi al popolo per i loro delitti (*per flagitia invios*). E prosegue affer- mando che tale esecrabile superstizione, un istante re- pressa, era divampata di nuovo non solo nella Giudea sua patria, ma anche in Roma *dove* confluisce quanto vi è di atroce e di infame nel mondo *. E dopo aver ac- cennato ai gravissimi supplizi a cui furono condannati, conclude osservando che sebbene i cristiani fossero col- pevoli e degni dei massimi rigori, pure muovevano a compassione perché sembravano sacrificati non all'inte- resse generale, ma per la crudeltà di uno solo.
Pur essendo ostile al cristianesimo la sua lealtà di storico non solo gli impedisce di chiaramente accusarli, ma lascia intendere che il vero colpevole del disastro fu Nerone.
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