SIRIA

SIRIA - Le rovine della Cattedrale medievale di Târtus.

nomi (collettivi, deteriorativi, ecc.) si usava anche per la formazione dei cosiddetti nomi di unità. Di ciò rimane, p. es., zēbattā «una volta» da zabnā «tempo», nēfētā «una respirazione» da nēfētā «il respirare», bētā «uovo ecc.». I cui plurali masc. sostituiscono adesso il collettivo di forma sing. Questa desinenza -at serve pure a formare degli astratti da aggettivi verbali, p. es., zēbintā «compra» da zēbintā «compra», hēfiktā «rovina» da hēfiktā «distrutto», «guasto». Per la formazione di astratti si usava anche la desinenza femm. -aj. Così nascono dei nomi di verbo (masdar) come tu'jaj «errore», tu'jaj, «nascondimento». L'arabo nharaj «un'altra» equivale a ohrē «dell'antico aramaico, la cui è si conserva in sir. hētā.

Quanto ai numeri, del duale non sono rimaste se non certe forme numerali (due, venti, duecento). Come in questo caso, così anche nel plur. prevale senza restrizione la formazione a desinenza (-aj, -in, -ē; -āt, -ā, -ātā). Ciò nonostante si hanno tracce del tipo dei plur. fratti, così frequenti nel sudesmitico, p. es., qurjā «paesi» (quati), arabo quran (però dinanzi a suff. e nello st. costr. si trova già la desinenza -aj); hemrā «greggo di asini» è del tipo qital. Ai tipi fratti qatal, qital, qatal è anche aggiunta la desinenza del plur., p. es., bātē «case», 'ammi popoli', galtē «onde». Le forme henkē «palati» e guntē «ruberie», come appare dalla muta spirante, sono qital e qatal. Non sembra che siano rimaste vestigia dei plur. delle piccole quantità (pl. paucitatis), mentre si è voluto vedere in queste forme così difficili a spiegarsi, come rā'actāda «pastori», pl. dā'ja (qāthī di 3° jīv) un antico plur. di plur., formato con -at il plur. della forma ru'āt (tipo qatal, plur. fratto arabo dei qātil di 3° jīv), cambiando però la prima vocale secondo il sing. È sicuro che in rawrebīn «grandi» la ripetizione della base, la quale per lo più esprime un distributivo, è adoperata per l'espressione del plur. La stretta connessione delle forme astratte con il plur. (come in ebr. zēqānīm «vedi chiaia», bēhūrīm «giovinezza») appare, p. es., in hērūrē «liberazione», mēkūrē «il maritare». Per il transito di un astratto (maqdar, nomen verbi) al senso concreto, così diffuso in tutto il semitismo, basti l'esempio talmida «discepolo» (letteralmente «l'avvazzare», «l'abituare», da lēmūd «avvezzo»), cui corrisponde in ebr. limmūdī; ambedue tipi, cioè taqtil e qittūl rispettivamente in arma, e in ebr., per esprimere un nome verbale del tema intensivo.

Nella sintassi si noti il fatto che lo stato assoluto dei participi e aggettivi verbali esprime il predicato della frase. La sintassi del periodo si allontana molto dal tipo puramente semitico. La frase nominale è rara; non esiste solo le frasi apparentemente indipendenti e di fatto subordinate, come le frasi hāl, le condizioni senza congiunzione, ecc.; abbondano invece le congiunzioni subor

dianati. La posizione delle parole è molto libera, e nessun'altra lingua semitica quanto il siriaco ha assimilato tanta copia di parole straniere: accadiche (sumeriche), ebraiche, persiane, greche, perfino latine attraverso il greco. Le stesse particelle greche dē e γάς sono state imitate, usando però radici semitiche.

La lingua siriaca è la meno semitica di tutte le lingue semitiche e la più sottoposta all'influsso ellenistico. Raimondo Köbert

VI. IL RITO SIRIACO

Denominato anche siro-antiocheno, siro-occidentale, siro-palestinese, questo rito è in uso oggi nei patriarcati siri (cattolico e dissidente), dopo il 1653, malankaresi (v.) dell'India; ad MARONITI (v.). Fino alla formazione di una Chiesa separata dei monofisiti in Siria, nel sec. VI, il rito siriaco non si distingueva da quello antiocheno (v.) degli ortodossi.

Dopo la separazione esso ebbe il suo sviluppo proprio, determinato dall'eliminazione della lingua greca più che degli elementi greci. Di fatto, esso si presenta come una felice combinazione di elementi siri e greci: accanto ad antiche anafore greche una anafore redatte in siriaco, insieme a lezioni bibliche prese dalla versione pēsītā ne legge altre prese dalla versione eraclenese; oltre gli inni siri usa quelli dell'occhio di Severo di Antiochia, agli 'enjānē siriaci mischia canoni greci tradotti; e insieme ai mēmē di autori siri fa leggere omelie di Padri greci. Lo sviluppo durò oltre il sec. IX e nuove anafore furono composte fino al sec. XV. La lingua araba, che fu adoperata poco prima del sec. X, prese poi un posto sempre più importante (cf. per i cattolici Synodus Sciarfensis... anni 1888, Roma 1896, p. 34 sg.); nel sec. XIX fu ammessa in qualche regione anche la lingua turca; la scrittura rimase sempre quella siriaca. V. BATTESIMO; INNOGRAFIA, MESSA; ORDINE E ORDINAZIONE; PENITENZA; UFFICIO DIVINO.

BIBL.: E. Renaudot, Liturgiarum orientalium collectio, II, Parigi 1726; H. Denzinger, Ritus Orientalium in administratis Sacramentis, Würzburg 1863; A. Baumstark, Das syrisch-an-tiochenische Ferialbrevier, in Der Katholik, 81 (1002), pp. 401-427, 538-50; 82 (1903), pp. 43-54; id., Festbrevier und Kirchenjahr der syrischen Jakobiten, Paderborn 1910; P. Hindo, Textes concernant les Sacrements (Codif. Can. Or., Fontes, 2° sécr. fasc. 271, Roma 1941); id., Lieux et temps sacrés, 81, 2° sécr. fasc. 28, Roma 1943; A. Raes, L'étude de la liturgie syrienne: son état actuel, in Misc. liturg. L. C. Mohlberg, I, Roma 1948, pp. 331-46 (con ampia bibl.).

VII. LETTERATURA

La lingua siriaca, già in uso presso i cristiani della S. antica, dell'Osorene e della Mesopotamia, costituisce, insieme alla lingua del Talmud babilonese, l'aramico orientale. La letteratura siriaca, i cui primi scritti cominciano con il sec. III, fiori soprattutto dal sec. IV al sec. VII, epoca in cui cominciò ad essere sostituita da quella araba. Tre sono i rami della letteratura siriaca: autori ortodossi, dagli inizi fino al sec. V; da allora fino al secondo GIACOBIETTI (v.) e nestoriani (v. NESTORIO E NESTORIANESIMO). Nel primo periodo si adopera la scrittura estrangela, mentre i giacobiti aggiungono piccole vocali greche (scrittura serfa) e i nestoriani (scrittura «nestoriana») un sistema di vocalizzazione per mezzo di punti.

Ecco le principali caratteristiche della letteratura siriaca: 1) comprende quasi esclusivamente scritti ecclesiali; 2) eccettuati i primi autori persiani, gli altri dipendono dai Greci come si vede dall'abbandanza delle versioni; 3) dimostra un profondo senso religioso e una predilezione per la poesia. Questa consiste in ciò che i versi hanno un certo numero di sillabe.

Sulle versioni siriache della S. Scrittura V. sotto. I Siri hanno conservato molti scritti greci il cui originale

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(per carte'ia del sec. F. Vattioni)
Siria - Le rovine della Cattedrale medievale di Tàrtus.

è andato perduto. Le versioni siriache di filosofi greci hanno poi servito di base per le corrispondenti versioni arabe di cui durante il medioevo sono state fatte traduzioni latine.

Gli autori più cospicui del periodo ortodosso sono Afraate, s. Efrem, il più celebre fra gli autori siriaci, Cirillona e Bâlaj, di cui V. le singole voci: V. ATTI DEI MARTIRI.

I manoscritti siriaci, alcuni dei quali sono del sec. v, si conservano specialmente nel British Museum e nella Biblioteca Vaticana. Cf. W. Wright, *Catalogue of the syr. mss. in the Br. Mus. acquired since the year 1838*, Londra 1870-72 (2 voll.); St. E. Assemani, *Bibliotheca apostolicae vat. codd. Mss. catalogus in tres partes distributus*, Roma 1758-59 (2 voll.).

Bibl.: le principali edizioni complessive di autori siriaci sono la *Patrologia Syriaca*, di cui sono apparsi 3 voll., edita da R. Graffin a Parigi; la *Serie syriaca del Corpus scriptorum christianorum orientalium* e la PO. I migliori trattati sono R. Duval, *La littérature syr.*, Parigi 1907; A. Baumstark, *Geschichte der syr. Literatur*, Bonn 1922; J.-B. Chabod, *Littér-syriaque*, Parigi 1934. Per le iscrizioni V. il *Corpus inscriptionum Semiticarum*. Ignazio Ortiz de Urbina

VIII. VERSIONI SIRIACHE DELLA BIBBIA

Sono importanti sotto diversi aspetti: rispecchiano la vita quotidiana di quei cristiani, le scosse politiche e religiose (eresie) di quelle regioni. Furono conservate e tramandate con tenace fedeltà. Riguardo al Nuovo Testamento la versione siriaca è la più antica di tutte, e fatta in un idioma vicino a quello usato da Gesù. La loro storia mostra l'ellenizzazione sempre maggiore di una cristianità originariamente semitica. Benché finora si siano fatte molte ricerche utili, non sono ancora stati creati gli strumenti di lavoro desiderabili, specialmente edizioni critiche che incorporino anche le citazioni bibliche, ben vagliate, di tutta la letteratura siriaca. Da ciò deriva il fatto che in molte questioni non si arriva ad altro che a probabilità o ipotesi. Perduta, inoltre, per mancanza di fonti storiche (v. ARBELA, CRONACA di), l'oscurità sulle origini e vicende delle cristianità siriaca.

Viene preferita da molti l'origine giudaica anziché giudeocristiana delle parti più essenziali della Pèsittà del Vecchio Testamento, canone (v.) palestinese, ad eccezione di Par., *Esd.-Neh., Esth.*, e in cui Targum (v.), specialmente quello di 'Onqelôs.

Quanto ai Vangeli, potrebbe anche per il Nuovo Testamento supporsi qualche Vangelo aramaico (Matteo originale, o il Vangelo dei Nazareni o secondo gli Ebrei?), il che spiegherebbe l'influsso di qualche Vangelo apocrifo aramaico sul *Diatessaron* (v.) Taziano (v.), che in ogni caso fu il primo Nuovo Testamento della Chiesa siriaca, composto prima del 172, secondo autori recenti, in una lingua siriaca di grandi qualità espressive e stilistiche, e che ebbe tanto influsso nella storia delle versioni orientali e persino occidentali (C. Peters, S. Lyonnet, G. Messina, A. Vööbus). Però autori più antichi inclinano a ritenere che il testo originale fosse composto in greco. Perciò citano un frammento trovato a Dura Eùropo. Ma quello ed inoltre il Papiro Berolin. 1638 (pubblicato da O. Stegmüller) furono analizzati da A. Baumstark, i cui risultati sono accettati da studiosi recenti competenti siriaci (C. Peters, A. Vööbus). Taziano, uomo di grandissime doti, probabilmente sapeva scrivere altrettanto bene in greco che nella sua lingua materna. In ogni caso il «diatessaron» divenne la Bibbia amatissima della Chiesa siriaca per alcuni secoli. Il nome siriaco del diatessaron è *Evangeliôn damêhallê* «Vangelo dai (testi) mescolati».

Ma già ben presto, forse prima per studi teologici, a quello fu opposto un *Evangeliôn damêpharrêsê*, il «Vangelo dai (testi) separati», cioè il nostro *Mt., Mc., Lc., Io.* (eliminando l'apocrifo), e rifatto secondo lo stile, anche se vi sia rimasto un largo influsso del diatessaron siriaco. Esisteva, inoltre, una pluralità irriducibile di tali

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(da A. M. Ocriani, Trandatio Syra etc., Milano 1823, fol. 3885 Siria - Explicit di Ezechiele, incipit di Osex, Cod. del sec. viI della Biblioteca Ambrosiana - Milano.

versioni, fatte da varie persone in diversi tempi e luoghi. Ebbe parecchie forme opposte tra loro, dalle quali una è conservata nel
versioni, fatte da varie persone in diversi tempi e luoghi. Ebbe parecchie forme opposte tra loro, dalle quali una è conservata nel palinsesto antichissimo, scoperto nel 1892 da Agnes Smith Lewis nel monastero di S. Caterina al Monte Sinai, e che per quel motivo viene chiamato il Sirosinaitico; è un codice dei secc. IV o V. Già 50 anni prima H. Tattam aveva portato in Europa un altro prezioso codice proveniente dal monastero di S. Maria Madre di Dio nel Deserto nitriense d'Egitto, poi edito da W. Curet (Londra 1858), e chiamato il Sircuretomano. Questi due codici dei Vangeli sono indipendenti tra loro; essi sono più o meno vicini al diatessaron; esistevano inoltre altre forme del testo siriaco dei Vangeli, p. es., Bostra (v.).

La diversità di testi del Nuovo Testamento e le incompletezze ed inaccuratze del Vecchio Testamento nei secc. IV e v esigenza una revisione; sulla quale ebbe grande influsso il testo volgare greco di Antiochia, dove studiavano molti sacerdoti e futuri vescovi della Chiesa siriaca. Furono eliminate le lezioni «armonistiche» causate da Taziano, furono tolte altre interpolazioni, furono reintegrate le omissioni ed il tutto stilisticamente fu conformato al testo greco di Antiochia. Si ignora però chi fossero i revisori, i quali, date le differenze fra i singoli libri, furono molti, forse non della stessa generazione o periodo.

Alla fine quella Bibbia fu introdotta anche per leggi ecclesiastiche; CIPRO (v.) e Rabbûlâ di Edessa sostenero una lotta accanita per sradicare dal loro gregge l'uso del diatessaron, già venerabile e più pratico, p. es., per monaci viaggianti. Così non senza lotte e ritardi quella revisione divenne la Bibbia della Chiesa siriaca, praticamente fino ad oggi. Il nome di essa, che ci tramanda per primo Môsê bar Kêfâ (m. nel 913), è *Pèsittâ*, termine che significa, preso nel contesto, piuttosto la «semplice» che non la «volgata», e si oppone alle versioni che più tardi venivano fatte in materia più scientifica secondo i testi greci, di cui l'influsso andava crescendo. Originariamente mancavano oltre i deuterocanonici del Vecchio Testamento, i libri *II Pt., II-III Io., Iud.*,

SIRIA - Frontespizio della Bibbia in lingua siriaca dell'edizione di Mousul, 1886 (cattolica). Esemplare dell'Istituto Biblico Roma.

inseriti però in manoscritti del sec. XI, e l'Apocalisse, inserita in manoscritti del sec. XIII.

Si hanno principalmente quattro recensioni della Pésitta: la nestoriana, la giacobita, la melchita e la maronita. La prima edizione di SIMONIA (v.) nel 1645 nella Poliglotta di Parigi, riprodotta poi, da Brian Walton, in quella Londinese nel 1657, che è basata però su uno dei peggiori manoscritti e fu vocizzata e trattata liberamente dagli editori e non senza abbagli tipografici. Walton però nel vol. VI dà i risultati di una collazione di manoscritti fatta da Herbert Thorndike, anch'essa con cose meno accurate, ma non ancora più trascurabile dato che non esiste altro apparato critico per la Pésitta intera. L'Ottocento ci diede tre edizioni, nessuna però di valore critico. Quella di Samuel Lee (1823) è sostanzialmente una ristampa della poliglotta. L'Urniense, edita nel 1852 in Urnia (Irán) dalla American protestant missionary society, si basa su alcuni manoscritti nestoriani e dà la puntuazione per il testo completo, però dipende molto da S. Lee. Quella curata dai Padri domenicani di Mousul nel 1887-91, perciò detta Moussuliense, è la più completa, bella e comoda; sulla sua origine informa J. M. Vosté in Misc. card. Mercati, I (Città del Vaticano 1946), pp. 59-94, ma non dice da quali manoscritti fu preso il testo biblico. Con P. Bedjan e A. Vaccari la si può ritenere «la migliore di tutte» (rist., Beirut 1951; è l'unica in commercio). Rimane urgente il problema di una edizione critica dell'intera Pésitta, oltre le esistenti edizioni critiche parziali (Penta-teuco, Salmi, Isaia, Paralipomeni ed altri).

Versioni più scientifiche si fecero sempre secondo il testo greco, nei sec. VI e VII. La prima fu fatta dal corepiscopo Policarpo per mandato Filosseno di Mabbûg (v.) nel 508; comprendeva tutta quanta la Bibbia, anche le epistole deuterocanoniche e l'Apoca-lisse; per sfortuna sono rimasti solo frammenti del Nuovo Testamento e dei Salmi, così che affiorano attorno ad essa molte discussioni, come quella recente se abbia per base un codice luciano di Antiochia (J. Schildenberger) o uno euthaliano, da Cesarea in Palestina, con un certo apparato critico (G. Zuntz); lo Zuntz potrebbe avere ragione in quanto sta in mezzo fra la libertà della Pésitta e la schiavitù alla lettera greca, della versione Harclense. Questa comprende soltanto il Nuovo Testamento e comporta oltre il testo un apparato critico; si disputa però se il testo di base sia il flossenniano, al quale Tommaso vescovo di Mabbûg (Harqel) negli aa. 615-16, collazionando codici nel chio-stro Ennatum presso Alessandria in Egitto, abbia aggiunto l'apparato che incorpora il risultato delle sue collazioni secondo la tecnica alessandrina, o se abbia piuttosto recensito e modificato il testo; di tale testo sono rimasti parecchi manoscritti. Per il Vecchio Testamento nel 617-18 Paolo, vescovo di Tella (presso Edessa, sotto il mandato di Atanasio, patriarca scismatico di Antiochia), fece cosa simile. ESAU (v.) di Origen e la tradusse fedelmente in siriaco ritenendo i segni di critica testuale, come gli asterischi, gli obeli ecc. e le note marginali; il più celebre manoscritto dell'Ambro-siana di Milano fu pubblicato da A. M. Ceriani (Monu-menta sacra et profana, Milano 1874) in una bella edizione litografica; quel manoscritto non comprende tutto il Vecchio Testamento; però, dando i segni di critica testuale di Origene, ci è di massimo aiuto per ricostruire l'Esapa e dà Daniele nella versione dei Settanta, sostituita nelle Bibbie greche da quella di Tecodozione. Ma già nel 704-705 Giacomo di Edessa fece un'altra recensione del Vecchio Testamento secondo i Settanta; divise anche il testo dando brevi sommari ai singoli capitoli, aggiungendo note marginali ecc., e la «masora siriaca», che prende nome dal chiostro di Karkaftà, sul fiume Hàbûr (ma non esiste una «versione karkafana»).

Non è strettamente siriaca la versione siropalestinese della Bibbia greca completa nel dialetto galileo-aramaico più recente, scritta in carattere siriaco; è in uso nella liturgia dei melchiti; non devono essere sottovalutate relazioni dirette con le versioni siriache, né l'influsso dei Targum sulle due versioni; risalirebbe ai secc. IV-VI.

Bibl.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, passim; C. Peters, Das Diassarron Tatians (Orient. christ. analecta, 123), Roma 1939, pp. 218-30; H. Höpfl-B. Gut, Introd. gener. in Sacram Scripturam, 5a ed., Napoli-Roma 1950, pp. 322-33; A. Vööbus, Studies in the history of the Gospel text in Syriac (Corpus script. Crist. Or., 128, Subsidia, 3), Lovanio 1951, pp. v-xxv. Testo originale del Diassarron: A. Baumstark, Arabische Übersetzung eines altysrischen Evangelientextes, in Orientalia Christiana, 29 (1932), pp. 165-88; id., Neue orienta-listische Probleme biblischer Textgeschichte, in Zeitschrift. d. Deutschen Morgenland. Gesellschaft, 89 (1935), pp. 89-118; id., Das griechische Diassarron-Fragment von Dura Eúropos, in Oriens Christianus, 32 (1935), pp. 244-52; id., Die syrische Übersetzung des Titus von Bostra und das Diassarron, in Biblia, 16 (1935), pp. 257-99; id., Ein weiteres Bruchstück griechischer Diassarron-text (J. Revillon 1688), ibid., 36 (1939), pp. 111-115; C. Peters, op. cit., pp. 195-213; A. Vööbus, op. cit., p. 22. Quanto alla Vetus syra: F. C. Burkitt, Evangelion da-Mepharreshe, 2 voll., Cambridge 1904; A. Smith Lewis, The Old Syrian Gospels..., 1910; H. J. Vogels, Die altysrischen Evangelien in ihrem Verhältnis zu Tatians Diassarron (Bibl. Studien, 16, v), Friburgo 1911; id., Methodisches zur Textkritik, in Bibl. Zeitschr., 11 (1911), pp. 367-66. Inoltre: C. Peters, op. cit.; A. Vööbus, op. cit.; M. Black, The Gospel Text of Jacob of Serug, in Journ. of theol. stud., 2 (1951), pp. 57-63; id., Zur Geschichte des syrischen Evangelientextes, in Theol. Literaturzeitung, 77 (1952), pp. 705-10. Sulla Pésitta: J. Schönfelder, Onkelos und Peschittho, Monaco 1869; G. H. Gwilliam, The materials for the criticism of the Peshitta of the New Test., Oxford 1891; J. F. Berger, The influence of the LXX on the Peshitta Palater, Nuova York 1895; W. E. Barnes, On the influence of the LXX upon the Peshitta, in Journal of theol. stud., 2 (1900 sq.), pp. 186-97; J. Pinkerton, The origin and early history of the Syriac Pentateuch, ibid., 15 (1913 sq.), pp. 14-41; J. Bloch, The influence of the Greek Bible on the Peshitta, in Amer. Journ. of Sem. Lang., 36 (1919 sq.), pp. 161-66; id., The Pentateuch Text of the Peshitta, ibid., 37 (1920 sq.), pp. 136-44; L. Haefeli, Die Peschitta des Alten Testaments... (Altest. Abh., 11), Münster 1927; A. Allgeier, Codex Philipps 1388 in Berlin und seine Bedeutung für die Geschichte der Peschitta, in Oriens Christianus, 29 (1932), pp. 1-15; F. Rosenthal, Die aramaistische Forschung..., Leida 1939; C. Peters, op. cit.; A. Vööbus, op. cit.; M. Black, Rabbula of Edessa and the Peschitta, in Bull. of the John Rylands Libr., 33 (1951).

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(fei, Enc. Catt.)
Siria - Frontexpizio della Bibbia in lingua sirisca dell'edizione di Mossul, 1886 (cattolica). Exemplare dell'Istituto Biblico Roma.

pp. 203-10; id., *The New Test. Peshitta and its predecessors. The Stud. New Test. Societas Bulletin*, 1 (1950), pp. 51-62; B. J. Roberts, *The Old Test. text and versions*, Cardiff 1951, pp. 214-28. Filosofia e Harcelense: oltre H. Höpfl-B. Gut, *op. cit.*, cf. G. Zuntz, *The ancestry of the Harklean New Test. (The British Academy Papers*, 7), Oxford 1945; cf. *Rev. bibl.*, 54 (1947), pp. 127-31; P. E. Kahle, *The Chester Beatty Ms of the Harklean Gospel*, in *Misc. G. Mercati*, VI, Città del Vaticano 1948, pp. 208-33; G. Zuntz, *Etudes harkléniennes*, in *Rev. bibl.*, 57 (1950), pp. 550-582. Siro-escalare: H. Höpfl-B. Gut, *op. cit.*, p. 325 sgg. Siro-palestinese: *ibid.*, p. 331 sgg.; A. Baumstark, *Das Problem des christlich-palästinensischen Evangelium-Textes*, in *Oriens Christianus*, 32 (1935), pp. 201-24; C. Peters, *op. cit.*, pp. 121-25. Pietro Nober

IX. Arte cristiana

Dal punto di vista della storia dell'arte la S. durante l'epoca cristiana può essere considerata distinta in tre grandi parti a caratteristiche proprie. La prima è la vasta zona costiera lungo il Mediterraneo da Gaza sino ad Antiochia, di maggiore o minor profondità secondo i punti, occupante nella sua parte settentrionale tutta la valle dell'Oronte con le città di Apamea, Epiphania ed Emesa, sino ad Heliopolis; poi l'oasi di Damasco e all'estremità meridionale l'intera Palestina e la parte della provincia d'Arabia a sud di Gerasa. È nel suo assieme una terra profondamente ellenizzata, comprendente le più grandi città sedi di antica e sviluppatissima cultura, ricchissime per industrie e per traffici, aperte sul mare verso tutto il mondo mediterraneo e specialmente verso la sede imperiale, Bisanzio. La seconda parte a caratteristiche sue proprie è costituita dalla regione del Haurân, grande altipiano vulcanico ricco di rocce basaltiche, abitato sino dall'epoca ellenistica da una popolazione a carattere arabo, contenente molti centri antichi ma forse solo una grande città culturalmente importante, Bostra (Bosra). La terza parte è quella delle colline calcaree della Siria interna ad oriente della valle dell'Oronte, partente dal Ġebel al-'Alà all'altezza di Ħamâ a sud per giungere a nord sino a comprendere tutto il Ġebel Sim'an, ed arrivando, ad oriente, sino al Ġebel al-Hass: è un territorio più nettamente aramaco. È nella prima parte che si è svolta la maggiore produzione artistica e dove non solo sono state create le più grandi opere dell'arte cristiana siriaca, ma dove ha avuto luogo la produzione di tutte le forme della decorazione e del lusso, pitture e musicai parietali, ricchi musicai pavimentali, codici miniati, oggetti di oreficeria, avori intagliati e così via. Ma disgraziatamente le sue grandi costruzioni architettoniche sono quasi totalmente scomparse e non si conoscono se non attraversano antiche descrizioni. Le due altre parti hanno invece conservato una quantità, quasi una esuberanza di monumenti architettonici, in grande numero abbastanza bene conservati nelle parti ancor oggi fuori terra, in modo che si possono giudicare pienamente dal punto di vista artistico, mentre gli scavi potranno solo precisarne i dettagli liturgici o quelli interessanti la storia civile. Per di più la massima parte di questi monumenti è stata pubblicata in comodi repertori (M. de Vogüé, H. C. Butler) si che il loro studio ne è facile: e ancora maggior ricchezza di dati si avrà quando saranno stampate le accurate e minuziose ricerche dell'architetto russo Ġalenko. Questa facilità di studi dei monumenti della Siria interna ha fatto sì che nei libri sull'arte cristiana siriana, e specialmente sull'architettura, solo quasi di questi si parla: mentre essi non sono se non la produzione della parte di minor cultura e meno creatrice del paese. Il che ha generato un non piccolo squi
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(da *DACL, XV, col. 1505*)
SIRIA - Pianta del santuario dei SS. Sergio, Bacco e Leonzio a Bostra (512), disegnata da J. Crowfoot.

librio nel giudizio artistico, che, qui, per mancanza di spazio, non si può se non correggere in modo necessariamente sommario.

La prima parte del territorio siriano sopra delimitata è zona eminentemente ellenistica, greca di cultura e di lingua e che non solo ha ereditato tutta la tradizione antecedente, ma che ha continui contatti con i grandi centri del Mediterraneo orientale, Alessandria, Efeso, Bisanzio; e che nello stesso tempo attira, per ragioni commerciali, quegli elementi orientali e specialmente iranici che apportano modelli o idee orientali. Non per nulla, già nel sec. III, musicai pavimentali di Antiochia mostrano motivi decorativi iranici. Per di più è regione estremamente ricca e la potenza finanziaria della clientela genera sempre più grandi ordinazioni e la possibilità negli artisti delle più vaste ed ambiziose concezioni e realizzazioni. Infine è quella che ha visto sorgere entro i suoi confini le grandi fondazioni imperiali e non solo sui Luoghi Santi. Tutto ciò importa scambio di idee, possibilità di ottenere qualsiasi materiale, dovizia di mezzi che attira i migliori elementi anche da lontani paesi. Quindi l'architettura, che è l'arte fondamentale intorno alla quale le altre si organizzano, vi ha realizzato i più diversi programmi. Questo già si verifica fino dalle costruzioni costantiniane che introducono in S. la basilica ellenistica a colonne provvista di atto adattata alla liturgia cristiana e la sua differenziazione dall'edificio a planimetria centrale, usata come *martyrion* o per altri usi distinti. Al S. Sepolcro di Gerusalemme i due tipi appaiono uniti in un solo complesso architettonico per mezzo di un atto: ivi l'Anastasis è una rotonda a deambulatorio. Alla basilica della Natività di Betlemme la struttura basilicale è invece direttamente saldata all'edificio a piano centrale che in questo caso è un ottagono. L'ottagono a deambulatorio appare, sempre a Gerusalemme, nella chiesa dell'Ascensione e nella tomba della Vergine, per riprodursi più tardi, con maggiore complessità di locali periferici, nel Santuario del Monte Garizim: la rotonda ritorna anch'essa in seguito a Beisân (Scythopolis). Un tipo più complesso è quello dell'otta-

SIRIA - Pianta della basilica di S. Sergio a Rusafah - Serqiopolis (sec. VI), disegnata da Spanner e Guyer.

gono con ogni lato aperto da nicchie, alternativamente semicircolari e rettangolari, che si delineano anche allo esterno: esso è certamente ellenistico, vista la sua riproduzione nella Piazza d'Oro della villa di Adriano a Tivoli, ove l'Imperatore fece copiare gli edifici che più lo avevano colpito in Oriente. La sua adozione da parte del cristianesimo è provata dalle lettere di Gregorio da Nyssa ad Amphilochios di Iconio, dove è descritto un martyrium fatto costruire in tale forma: il tipo deve esser stato assai diffuso, data la sua importazione nella valle del Po, ove è adottato in parecchi battisteri. Deve esser stato conosciuto anche in S., dove però non ci è documentata la sua forma semplice, ove, come a Nyssa, le nicchie rettangolari sono tanto allungate da rappresentare una croce: ma si conosce una sua estensione monumentale e veramente grandiosa nel santuario sorto intorno alla colonna dello stilista Simeone a Qal'at Sim'an, ove i quattro bracci della croce si ingigantiscono in strutture basilicali a tre navate. Questa derivazione, fino ad ora non osservata, è la sola che spieghi la genesi di quel magnifico santuario. Una forma più semplice fu realizzata in seguito al santuario di un altro s. Simeone sul Monte Ammirabile non lungi da Antiochia. L'idea di collegare i quattro bracci della croce ad un martyrium centrale, dando ad ognuno una struttura basilicale, può derivare dal santuario pre-giustiniano di S. Giovanni ad Efeso: ma qui l'edificio centrale è quadrato. Nel martyrium di S. Babila, elevato presso Antiochia fra il 381 ed il 387, si ha una semplice forma a croce con i bracci partenti da un quadrato centrale a mura più spesse, forse perché sopraelevato a forma di torre: analogo è il santuario al pozzo di Giacobbe a Sichem (Naplusa) descritto e disegnato dal pellegrino Arculfo. Anche il tipo di santuario a croce iscritta, cioè tracciata nell'intorno di un quadrato, è di origine ellenistica, dovendosi risalire come fonte prima a quei tipi di edifici di cui un esempio ci è conservato nel Tychion di al-Mismiyah (Phaenea) sul bordo settentrionale del Legha (Tracho-

nite): una sua realizzazione incompleta si vede al martyrium di S. Elia ad Ezra (Zoroa) al margine occidentale del Hauran e nella S. media ad al-Anderin, ma il suo più monumentale sviluppo fu realizzato alla chiesa dei Profeti, Apostoli e Martiri di Gerasa sorta nel 464-65. Sembra che sia stata in forma di croce, ma non si sa di che tipo, più che non una basilica a transetto, la chiesa elevata a Gaza del vescovo Porfirio sulle rovine del distrutto Marneion, costruita da un architetto di Antiochia su un piano inviato da Bisanzio dall'Imperatrice: il fatto che questa mandò anche molte colonne di marmo del Carystos potrebbe far pensare a qualcosa di simile alla chiesa di Gerasa. Un tipo di edificio ellenistico, assai largamente usato dai Romani nell'architettura termale, è quello di un ottagono con quattro nicchie semicircolari su quattro lati opposti due a due, il tutto iscritto in un quadrato esterno: lo si trova adottato dai cristiani al battistero di Qal'at Sim'an e, con un deambulatorio interno formato da un ottagono di otto colonne, al S. Giorgio di Ezra elevato nel 515 su un soggiorno dei demoni... ove si sacrificava agli idoli, come dice l'iscrizione di fondazione. Probabilmente è sorto sulle sottostrutture del distrutto tempio pagano. Ma è ad Antiochia che è sorto l'edificio più celebre a planimetria centrale della S. cristiana, la Chiesa d'Oro costruita da Costantino: fu iniziata nel 327, ma terminata e consacrata solo nel 341. Per quanto edificio tanto rinomato il poco che ci è noto sulla sua struttura (contenuto in due passi di Eusebio) non permette una ricostruzione nemmeno approssimativa: si sa che era di forma ottagonale, provvisto di una cupola e di sedere. Questo ultimo accenno fa dubitare che la sua planimetria avesse qualche rapporto con quella di un edificio da non molto scoperto al porto di Antiochia: Seleucia di Pieria. Nel mezzo di questa costruzione sta un quadrato formato da quattro pilastri ad L angolari, collegati per mezzo di quattro sedere a colonne; il tutto è circondato da un deambulatorio di cui il perimetro esterno segue parallelamente quello interno del quadrato ad sedere. Ad oriente si apre un'abside preceduta da una travata rettangolare. Un secondo edificio quasi identico fu scoperto ad Apamea, ma è ancora inedito. Il tipo ha avuta una grandissima diffusione. A Bosra il quadrato ad sedere sorge nel centro di un edificio circolare inscritto in un quadrato, con quattro grandi nicchie che occupano gli angoli del quadrato, di un tipo ben noto nell'architettura ellenistica di epoca romana e che si vede anche nella chiesa di S. Giovanni Battista a Gerasa: passa poi in Mesopotamia al santuario della Vergine di Amida ed al martyrium di Rusafah-Sergiopolis (dove in luogo del quadrato centrale c'è un rettangolo), e di lì in Armenia, a Zwarthnotz (a. 641-61) e a S. Gregorio di Ani (a. 1001). Verso Occidente si trova nell'edificio al centro della stoa di Adriano ad Atene, nei Balcani nella Chiesa Rossa di Perustica, per arrivare sino nell'Italia settentrionale ove a Milano si ripete nella chiesa di S. Lorenzo. Questa grandissima distribuzione delle derivazioni presuppone come modello di partenza un edificio celebre: il che potrebbe suffragare l'ipotesi accennata sulla struttura della chiesa costantiniana di Antiochia che Eusebio dice «unica nel suo genere», μονογενές τι χρήμα ἐκκλησίας. Un ultimo tipo di edificio religioso a piano centrale, realizzato in questa parte della S., è quello a cella tricloro del martyrium di S. Giovanni Battista a Gerusalemme, della chiesa sul Monte Nebo e del convento di S. Teodoro presso Gerusalemme.

La realizzazione in alzato di tutti questi programmi planimetrici presuppone come condizione fondamentale la soluzione del problema della cupola. Sotto questo aspetto ci si trova davanti ad un fenomeno caratteristico: in tutta la S., come nella copertura delle navate i costruttori sono rimasti fedeli all'uso dei tetti in legname (e nel Hauran a lastre di basalto) e non hanno mai affrontato il problema delle vòlte, così per gli edifici che richiedevano una cupola o in mattoni od in pietra non hanno mai tentato di realizzarla. Non hanno nemmeno affrontato quindi il problema dei raccordi fra una cupola ed una planimetria d'impostazione quadrata, per quanto

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(da DACE, XI, coll. 1228-30)
Siria - Pienta della basilica di S. Sergio a Rusâfah-Sergiopolis (sec. vi), disegnata da Spanner e Guyer.