BATTESIMO. - Uno dei sette Sacramenti istituiti da Gesù Cristo, il primo che si possa ricevere e che permetta di ricevere tutti gli altri: Sacramento-rum ianua et fundamentum (CIC, can. 737).
I. DOTTRINA DEL B.
I. NOME E DEFINIZIONE
B. (dal greco βαστίζω, frequentativo di βάσηω = immergo) significa abitazione, immersione. Il termine « B. » nella S. Scrittura non è riservato esclusivamente al Sacramento istituito da Gesù Cristo (cf. Mt. 3, 7; Mc. 7, 4.8; Lc. 3, 3) e neppure è l'unica parola scelta a designarlo (Eph. 5, 26; Tit. 3, 5; F. Prat, I, p. 551; Oepke, pp. 527-28, 543).
Nei ss. Padri il B. di Cristo è indicato e descritto con nomi e circonlocuzioni varie. S. Gregorio Nazianzeno riassume la varia terminologia dicendo: « Lo chiamiamo dono, grazia, Battesimo, unzione, illuminazione, veste di incorruttibilità, lavacro di rigenerazione, sigillo e con ogni altro eccellentissimo nome. Si dice dono, perché è dato a coloro che nulla prima hanno dato, grazia perché concesso a chi anzi è debitore, Battesimo perché il peccato viene seppellito nell'acqua, unzione perché sacro e regale... illuminazione perché è splendore, veste perché ricopre la nostra ignominia, lavacro perché purifica, sigillo perché conserva ed è segno di dominazione » (In S. Baptisma, oratio 40, 4; PG 36, 362-63; cf. s. Cirillo di Gerusalemme, Protocatechesis, 16; PG 33, 360-61; Pseudo-Basilio, Hom. 13, 5; PG 31, 434; s. Giovanni Crisostomo, Catech. I ad illuminandos, 2; PG 49, 225-26). Tra questi appellativi sono particolarmente notevoli per il pensiero teologico che implicano e gli sviluppi ai quali daranno occasione, quelli di illuminazione, sigillo, carattere, che già si trovano nei primi Padri (ad es., Giustino, I. Apod., 61 [testimonio della diffusione del termine: F. Prat, I, p. 507, nota 1]; Pastor Efermae, Simil. 8, 2.4; 9, 16.17 [F. X. Funk, Patres Apostolici, I, Tubinga 1901, pp. 559, 561, 609, 611]; Abercio, Epitafia, v. 9; s. Efrem, Hymni de oleo et oliva, 4 [ed. T. J. Lamy, 4 voll., Malines 1882-902, II, p. 805 sgg.] ecc. Cf. J. Coppens, pp. 313-14).
Con il passare dei secoli, il significato dei termini andò a mano a mano cristallizzandosi, e pur restando in uso una grande varietà di espressioni, termine classico e tecnico per indicare il Sacramento istituito da Gesù Cristo divenne quello di B. In seguito, la teologia scolastica anziché cercare nuovi nomi e perifrasi, preferì applicarsi allo studio sistematico e profondo del Sacramento nei suoi vari aspetti. Frutto di questo studio furono definizioni esatte e precise. Esse si riducono, secondo i canoni del tempo, a due tipi: quelle che rivelano specialmente le « componenti visibili » del rito battesimale (definitio physica), e quelle che rivelano « l'elemento specifico » che lo differenzia dagli altri Sacramenti (definitio metaphysica). Fuori degli schemi strettamente scolastici, l'autentico magistero della Chiesa propone ai fedeli questa definizione: « Il B. è il Sacramento che ci fa cristiani, cioè seguaci di Gesù Cristo, figli di Dio e membri della Chiesa » (Catechismo della dottrina cristiana pubblicato per ordine di Pio X). Il card. P. Gasparri con definizione meno concisa dice: « Il B. è il Sacramento istituito da Gesù Cristo, per mezzo del quale il battezzato: 1) diviene membro del corpo mistico di Gesù Cristo, che è la vera Chiesa; 2) ottiene la remissione del peccato originale e di tutti i peccati attuali che avesse sull'anima e di tutta la pena loro dovuta; 3) diviene capace di ricevere gli altri Sacramenti». (P. Gasparri, Catechismo per gli adulti, 2ª ed., Brescia 1934, p. 130).
Le definizioni citate convengono con la terminologia dei ss. Padri su di un punto essenziale: il B. è un rito di grande ricchezza di contenuto. Ricchezza espressa dai Padri della Chiesa con la molteplicità e varietà dei loro termini, dai teologi con la determinazione e coordinazione dei concetti.
II. ISTITUZIONE
È verità di fede che il Sacramento del B. è stato istituito nella sua Chiesa da Gesù Cristo. Quantunque la S. Scrittura non lo dica in termini propri, tuttavia i termini equivalenti, che essa adopera, non lasciano ombra di dubbio.
Gesù, infatti, dice a Nicodemo: « Chi non rinasce dall'acqua e dallo Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio » (Io. 3, 5). Qui l'acqua è il rito esteriore e sensibile; l'intervento dello Spirito Santo ne indica l'effetto santificatore; la loro azione congiunta apre il regno dei cieli e produce nell'anima una vita nuova di ordine superiore alla vita naturale (cf. più oltre, III, n. 4). Il testo insegna anche in termini universali la necessità di questo rito battesimale; ugualmente universali sono i termini con cui si promulga l'ordine di battezzare: « Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate, dunque, e istruite tutte le genti battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo » (Mt. 28, 19); « Andate in tutto il mondo e predicate l'Evangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; chi non crederà, sarà condannato » (Mc. 16, 15-16). Secondo questi testi, Gesù ha dunque stabilito teoricamente la necessità del B. e ne ha ordinato l'uso nella sua Chiesa.
Perciò gli Apostoli hanno amministrato il B. fin dal giorno stesso delle Pentecoste (Act. 2, 41). Il diacono Filippo lo amministra ai convertiti di Samaria, e, lungo la strada di Gaza, ad un alto funzionario dell'Etiopia (Act. 36-38). Pietro, alla domanda dei suoi ascoltatori: « Che dobbiamo fare? », risponde: « Fate penitenza e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo per la remissione dei vostri peccati » (Act. 2, 38). Si dà il B. anche a persone inviate da Dio in modo miracoloso, p. es., al centurione Cornelio (Act. 10, 47) e a Paolo (Act. 9, 15). Ora gli Apostoli non avrebbero potuto amministrare il B. in maniera così universale determinata e formale, « nel nome di Gesù », se non ne avessero ricevuto da lui e l'ordine e la dottrina. Questa dottrina s. Paolo la sviluppa inoltre nei suoi più reconditi e mistici significati: uno solo è il B., come uno solo è il Cristo (Eph. 4, 5); il B. arreca l'impronta dello Spirito Santo (II Cor. 1, 21-22); ci riveste del Cristo (Gal. 3, 27); ci fa rivivere misticamente la morte e la risurrezione di Gesù (Rom. 6, 3-4); ecc. (cf. più oltre, III). Il B. compare dunque immediatamente nell'insegnamento e nella prassi degli Apostoli come un rito accompagnato dalla dottrina sulla sua efficacia.
Il dogma della istituzione del B. fu definito dal Concilio di Trento là dove dichiara, sotto pena di anatema, che tutti i Sacramenti della nuova legge furono istituiti da Gesù Cristo (Sess. VII, can. 1; Denz-U, n. 844). Contro la teoria della teologia liberale e del modernismo, la quale vorrebbe far derivare il B. cristiano dai riti di purificazione in uso presso i vari popoli, e anche presso gli Ebrei, la chiesa condannò nel decreto Lamentabili questa proposizione: « Fu la comunità cristiana a introdurre la necessità del B., adottandolo come rito necessario e annettendovi gli obblighi della professione cristiana » (Denz-U, n. 2042; cf. n. 2088).
Il momento della istituzione del B. non ci è indicato dalla Scrittura; e i Padri e i teologi si attengono a diverse opinioni. Alcuni pensano che Gesù lo istituì nel momento, in cui egli stesso fu battezzato al Giordano (Mt. 3, 13); l'acqua, allora, avrebbe ricevuta una virtù purificatrice (s. Ambrogio, In Lc., II, 83; PL 15, 1665; s. Giov. Crisostomo, In Mth. hom. 12, 3; PG 57, 206; s. Tommaso, Sum. theol., 3ª, q. 66, a. 2; Catechismus Romanus, parte 2ª, cap. 20, n. 19). Altri, invece, scelgono il momento del colloquio di Gesù con Nicodemo (Io. 3, 1-21); altri ancora il momento, in cui Gesù, prima di ascendere al cielo, diede agli Apostoli l'ordine di battezzare (Mt. 28, 19). Riunendo i tre punti di vista si può dire con s. Alberto Magno (In IVª Sent., dist. III, a. 3) che il B. al Giordano determinò la materia del Sacramento, l'ordine dato agli Apostoli di battezzare ne espresse la forma, il discorso con Nicodemo ne indicò il fine; il sangue e l'acqua sgorgati dal costato di Gesù in croce conferirono la virtù e l'efficacia (cf. anche s. Bonaventura, In IVª Sent., dist. III, parte 2ª, p. 1, a. 1).
III. SIGNIFICATO ED EFFETTI
Il B. presuppone e non può prescindere dalla dottrina cattolica sulla condizione dell'uomo in stato di peccato, sulla redenzione e sul modo con cui la redenzione viene applicata ai singoli.
Secondo la dottrina cattolica Adamo fu creato in uno stato di giustizia e santità, libero dalle inclinazioni cattive, immortale. Egli peccò e travolse nella rovina tutta la sua discendenza. Ora gli uomini nascono peccatori (peccato originale), soggetti alla violenza delle passioni alle quali non sanno resistere (Rom. 7, 14-25). Cadono e ribadiscono sempre più le loro catene. Il peccato li tiene sotto di sé come schiavi (Rom. 6, 17, 20; Io. 8, 34; II Pt. 2, 19); al demonio sono soggetti come sudditi al loro capo (Io. 12, 31; 14, 30). Il demonio è il dio (θεός) « di questo secolo » (II Cor. 4, 4; I Cor. 2, 6; Gal. 2, 15).
Il potere di Satana fu infranto da Gesù Cristo redentore. Ma il demonio vinto non ha abbandonato il mondo. Egli continua a lottare (I Pt. 5, 8). Il suo tentativo non avrà fine se non con la fine del mondo. Gesù Cristo ha i suoi apostoli, egli gli « anticristi », « che sono molti » (I Io. 2, 18) e sono zelanti nel sostenere lo sforzo del loro capo che tenta di soppiantare Dio, mettersi al suo posto, e farsi adorare (I Io. 2, 18-22; II Thess. 2, 3-12. Cf. A. Charue, in L. Pirot, La Sainte Bible, XII, Parigi 1946, pp. 179-85, 530-32; P. De Ambroggi, Le Epistole cattoliche, in S. Garofalo, La Sacra Bibbia, XIV, 1, Torino 1947, pp. 217-19; H. Rahner, pp. 239-73).
Questa è la situazione nella quale si trova ogni uomo: peccatore perché discendente da Adamo, e, se adulto, peccatore di peccati personali; la salvezza, la purificazione dalle sue colpe e la liberazione dal dominio di Satana la può trovare in Gesù Cristo e solo in Gesù Cristo (Act. 4, 12). Egli deve scegliere fra Gesù Cristo e Satana. Neutrale non può restare: o è con Cristo o contro Cristo (Lc. 11, 23). Con il B. si segna il passaggio da Satana a Dio.
1. Avvicinamento alla croce di Cristo
Il momento centrale della vita di Gesù Cristo è il momento della sua morte. Allora si compì la redenzione. Gesù Cristo salvò il mondo morendo per esso. Ma s. Paolo ci avverte che Gesù Cristo non morì solo. Ai Corinti egli scrive: « Ci sprona l'amore di Cristo, pensando che uno è morto per tutti [ὕπερ πάντων] e dunque tutti sono morti » (II Cor. 5, 14) idealmente e misticamente in lui e con lui. Tutti sono morti, cioè sono diventati peccatori « in Adamo » con l'atto stesso della sua disubbidienza e diventano peccatori « di fatto » al momento della loro generazione naturale, perché allora diventano membri di fatto della famiglia umana peccatrice. In modo analogo, tutti sono giustificati « idealmente e di diritto » sul Calvario, con la morte di Gesù Cristo, « di fatto e realmente » al momento in cui vengono a contatto con la morte di Gesù Cristo (J. Cools, p. 305; F. Prat, pp. 243-44).
Il contatto con la morte di Cristo avviene nel B. Esso è l'applicazione del potere santificatore della Passione ad ogni cristiano (C. Spicq, p. 384). Ecco due testi fondamentali di s. Paolo: « Ignorate forse che quanti fummo battezzati in Cristo Gesù (εἰς Χριστὸν Ἰησοῦν) fummo battezzati nella sua morte? Fummo dunque sepolti con lui nella morte
(συντάφημεν) mediante il B. affinché, come il Cristo è risorto da morte per la gloriosa potenza del Padre, anche noi camminiamo in una vita nuova » (Rom. 6, 3-4). « In lui [Cristo Gesù] siete stati circoncisi con circoncisione spirituale (non fatta con mano) che spoglia completamente del corpo carnale, cioè con la circoncisione di Cristo. Sepolti con lui (συνταφέντες) nel B. con lui siete pure risuscitati per la fede nella potenza del Dio che ha risuscitato lui da morte. E mentre voi eravate morti per i vostri peccati e per l'incirconcisione della vostra carne, Dio vi ha reso la vita con lui (συνεξωποσίχασιν) perdonandovi tutti i peccati » (Col. 2, 11-13).
Il contenuto di questi densi versetti, si può ordinare in tre concetti: 1) con il B. il cristiano viene incorporato a Cristo; 2) purificato da ogni colpa; 3) rigenerato.
2. Incorporazione a Cristo Gesù
La dottrina esposta nei versetti citati non è nuova nell'epistolario paolino.
Ai cristiani di Corinto s. Paolo ha già scritto che come nel corpo umano ci sono molte membra e tuttavia il corpo è uno solo, « così pure è Cristo. Infatti noi tutti, sia giudei sia gentili, sia schiavi sia liberi, fummo battezzati in uno solo Spirito per (appartenere) ad un solo corpo... voi siete corpo di Cristo » (I Cor. 12, 12, 13, 27; cf. J. Huby, Première Épîtr. aux Corinthiens [Verbum Salutis, 13] Parigi 1946, pp. 288-89). Ai Galati ha detto che battezzandosi in Cristo si riveste Cristo e cade ogni differenza che abbia origine nella razza, nella condizione civile, nel sesso: « tutti voi siete uno in Cristo Gesù » (Gal. 3, 28). Si interpreti la preposizione εἰς di Gal. 3, 27, di Rom. 6, 3, di I Cor. 12, 13 in senso quasi locale, dicendo che il Cristo è come l'elemento, il mezzo nel quale il B. ci immerge (F. Prat, I, pp. 552-53; J. Bover, Teologia de s. Pablo, Madrid 1946, pp. 64-65), oppure si interpreti più semplicemente come un rapporto di appartenenza mistica (J. Coppens, s. v. in DBs, I, col. 897), resta sempre vero che il B. unisce realmente con Cristo. Questa asserzione è confermata da molte altre espressioni di s. Paolo e del Nuovo Testamento in genere, nelle quali si descrive la vita cristiana che si inizia e si svolge in unione con Gesù (cf. Eph. 2, 5-7; Col. 2, 20; 3, 3; I Pt. 3, 21; Phil. 3, 10, ecc.). Sono degni di particolare rilievo, l'espressione frequentissima in s. Paolo « in Cristo Gesù » (cf. F. Prat, p. 478; M. R. Weijra, In Christo Iesu, in Revue Thomiste, 55 [1947], pp. 499-517; J. Bonsirven, L'Évangile de Paul, Parigi 1948, pp. 241-42) e il gruppo di parole composte con la preposizione (σύν), forgiate e usate per indicare lo svolgersi dei fatti della vita cristiana in contatto con i fatti della vita di Gesù (ad es., συναποθνήσκειν = morire insieme [con G. C.], συνθάπτεσθαι = essere seppelliti insieme [con G. C.], συζωοποιεῖν = vivificare in [G. C.], σύμμορφος = della medesima forma [di G. C.], ecc. Elenco in F. Prat, I, p. 21; J. Bonsirven, ibid.).

Il corpo di Cristo è la Chiesa (Eph. 1, 23). Con il B. si entra a far parte di essa. Per la Chiesa il Salvatore « è andato a morte, per santificarla purificandola nel bagno dell'acqua [per mezzo della parola] » (Eph. 5, 26; cf. A. Médebielle, in L. Pirot, op. cit., p. 67). Secondo Huby, s. Paolo qui dice che, nell'intenzione divina, prima dei fedeli c'è la Chiesa come società. Il cristiano aderisce al Cristo e diventa erede di Dio perché entra nella comunità cristiana, che non può fallire allo scopo per cui fu fondata. I singoli cristiani possono mancare e rendere infruttuosa la Passione di Cristo, la Chiesa invece, come unità, no. (J. Huby, Mystiques Paulinienne et Johannique, Parigi 1946, pp. 30-31). Il B. si dimostra quindi un Sacramento di profondo significato sociale. Ricevendolo, le relazioni con gli altri cristiani cessano di essere soltanto relazioni tra uomo e uomo: diventano relazioni tra membra di uno stesso corpo. Giustamente lo scisma, che rompe l'unità del corpo di Cristo, ispirò sempre orrore ai cristiani e fu maledetto come l'eresia (cf. H. de Lubac, Catholicisme, 4ª ed., Parigi 1947, pp. 51-52).
Entrando a fare parte del corpo mistico di Cristo si riceve il dono dello Spirito Santo. Lo Spirito Santo è lo Spirito di Cristo e chi non lo possiede non è cristiano (Rom. 8, 9). Lo Spirito Santo insegna a invocare Dio come Padre (Rom. 8, 15-17; Gal. 4, 6), a giudicare le cose spirituali e soprannaturali (I Cor. 2, 10, 16) e, in genere, a pensare, giudicare, come pensava, giudicava Gesù Cristo (Phil. 2, 5; F. Mura, Le Corps Mystique du Christ, 2ª ed., I, Parigi 1936, pp. 198-201; J. Duperray, Il Cristo nella vita cristiana secondo s. Paolo, trad. G. Montali, Riccione 1934, p. 70; L. Cerfaux, La théologie de l'Église suivant s. Paul, 2ª ed., Parigi 1948, pp. 182-99).
3. Remissione dei peccati
Con l'incorporazione a Cristo si verifica il piano divino circa la salvezza dell'umanità. Il piano eterno di Dio è di portare tutti alla salute per mezzo di Gesù Cristo. Dio ha creato gli uomini perché siano santi e immacolati davanti a lui nella carità; li ha predestinati a diventare suoi figli adottivi per mezzo di Gesù Cristo, in cui gli uomini trovano la redenzione e la remissione dei peccati; vuole che tutto sia unito in Cristo per essere in Cristo portato a Dio (Eph. 1, 4-6, 10; J. Huby, Les Épîtres de la captivité [Verbum Salutis, 8], Parigi 1935, pp. 153-61). Questo piano divino di salvezza abbraccia tutti, anche i pagani, che, non meno dei giudei, sono destinati a essere coeredi, concorporali [σύσσωμα], compartecipi dei beni promessi agli Ebrei in Gesù Cristo (Eph. 3, 4-6). È questo il grande mistero che Paolo deve annunziare nel mondo (D. Deden, Le « Mystère » paulinien, in Ephemerides Theologicae Lovanienses, 13 [1936], pp. 20-22; C. Spicq, p. 116 sgg.).
L'unità in Cristo, che è nei disegni divini, diventa realtà nel B. Esso deve quindi rendere gli uomini immacolati e santi, togliendo loro i peccati che rendono impossibile l'unione con Cristo e annullerebbero il disegno divino di salvezza. Di fatto il B. è la tomba del peccato. Non semplicemente nel senso di una finzione legale, in forza della quale Dio considera giusto ciò che in realtà non è tale, oppure nel senso di una semplice conversione del cuore che non vuole più tornare a peccare, ma nel senso della vera e piena distruzione dei peccati commessi. I testi di s. Paolo non dicono « morire al peccato », ma « siete morti al peccato », seppelliti come fu seppellito Cristo nella sua tomba; il corpo del peccato fu crocifisso insieme con Gesù (Rom. 6, 3-6). In Rom. 5, 12-21 è affermato che la liberazione dal peccato, operata da Gesù Cristo, è tanto reale quanto è reale il peccato che gli uomini contraggono in Adamo; anzi, se il peccato di Adamo fu grande e efficace, l'opera di Cristo è ancora più grande e più efficace, perché là dove abbondò il delitto sovrabbondò la grazia (vv. 1, 6, 17, 20). Prima di scendere nella vasca battesimale si poteva essere fornicatori, idolatri, adulteri, effeminati, ladri, ubriaconi, ecc.: nel B. cade tutto, si diventa mondi, santi, giusti (I Cor. 6, 9-11). «Per coloro che sono in Cristo Gesù non c'è più dannazione» (Rom. 8, 1). Il peccato è morto. Il peccato originale e il peccato attuale. S. Paolo non fa restrizione o limitazione: tutto ciò che è peccato nel senso vero della parola, è morto.
I Padri della Chiesa esaltano la virtù purificatrice del B. sia nelle frequenti affermazioni dirette (cf. C. Pesch, n. 399), sia dicendo che l'acqua del B. è la tomba della vita terrena e il seno materno della nuova vita celeste. (Clemente Aless., Stromata, IV, 25, 160; Cirillo di Gerusalemme, Catechesis mystagogica 3, 2-4; PG 33, 1078-80; Pseudo-Dionigi, De cccl. hierarchia, II, 2, 7; PG 3, 396; Agostino, Sermo 119, 4; PL 38, 674; Pseudo-Agostino, De Symbolo ad catechumenos: PL 40, 659, ecc.). Oppure, prendendo lo spunto da s. Paolo (I Cor. 10, 2-5, 11) amano trovare un parallelo tra il fatto storico dell'uscita degli Ebrei dall'Egitto con il passaggio del Mare Rosso, e l'avvenimento spirituale dell'uscita dallo stato di peccato attraverso la piscina dell'acqua battesimale. Il fatto storico accaduto agli Ebrei è l'immagine di quello che avviene al cristiano nella piscina del B.: Dio opera per lui quello che operò per gli Ebrei nella traversata del Mar Rosso. «Chi dunque afferma che il B. non rimette totalmente i peccati, dica che nel Mar Rosso gli Egiziani non morirono veramente. Ma se ammette, che gli Egiziani morirono davvero, è necessario che ammette pure la piena remissione dei peccati nel B.» (s. Gregorio Magno, Epist., XI, 45; PL 77, 1162; cf. J. Daniélou, pp. 402-30). Oppure ancora dicono che la croce di Cristo santifica l'acqua e da acqua comune la rende acqua santificatrice (ad es. s. Ambrogio, De Mysteriis, 4, 20; PL 16, 394; s. Agostino, Contra Iulianum, VI, 19, 62; PL 44, 861; id. De Catechizandis rudibus, 20; PL 40, 425, ecc.). Questo medesimo pensiero della croce di Cristo che santifica l'acqua gli antichi scrittori e artisti lo esprimono rappresentando o parlando della croce piantata in mezzo al Giordano per santificare l'acqua generatrice dei cristiani (H. Rahner, Griechische Mythen, pp. 114-17). La liturgia romana della consacrazione del fonte battesimale ha reso simbolicamente lo stesso concetto facendo altare sull'acqua, in forma di V greco, il sacerdote che benedice il fonte (il V indica l'albero della vita, la croce che feconda le acque) e facendo immergere nel fonte, mentre si canta l'antifona: «discenda in questa acqua la pienezza dello Spirito Santo», un cero acceso, simbolo di Gesù Crocifisso che discende nell'acqua e le concede la luce potente dello Spirito e della vita (cf. H. Rahner, ibid.; per il concetto di Gesù Cristo luce, M.-J. Lagrange, Evangelium selon s. Jean, Parigi 1925, pp. CLXI-CLXII; F. J. Dolger, Sol Salutis, Münster in V. 1925).
La dottrina del B. come distruttore del peccato spiacque specialmente ai riformatori del sec. XVI. Per essi la concupiscenza, intesa come tendenza, è già peccato, e di conseguenza il B., che non ci libera dalle inclinazioni cattive, non ci libera neppure da tutto ciò che è peccato.
In argomento la Chiesa si era già espressa direttamente e esplicitamente nel Concilio di Firenze. Il Decreto ad Armenos afferma come effetto del B. «il perdono di tutta la colpa originale e attuale e anche di tutta la pena che sia dovuta per essi. Quindi ai battezzati non è da imporsi alcuna penitenza per i peccati commessi, e se muoiono prima di avere di nuovo peccato, vanno subito in paradiso» (Denz-U, 696). E si era pronunciata indirettamente molto tempo prima, mettendo tra gli articoli di fede necessari a credersi da ogni cristiano, che il B. è «per la remissione dei peccati» (Credo o Simbolo niceno-costantinopolitano,
Denz-U, 86), «di tutti i peccati, tanto del peccato originale che si contrae, quanto di quelli che si commettono volontariamente» (Innocenzo III, professione di fede prescritta ai Valdesi [Denz-U, 424]; cf. Concilio di Lione [Denz-U, 464]; costituzione Benedictus Deus di Benedetto XII [Denz-U, 539]).
Poiché questo costante insegnamento non era stato sufficiente a trattenere i protestanti, la Chiesa formulò nuovamente il suo pensiero nel Concilio di Trento. Il can. 5 della sessione V stabilisce che tutto quanto è peccato in senso vero e proprio viene realmente «tolto» dal B. e non semplicemente «non imputato». In coloro che furono rigenerati nel B. non vi ha più nulla che sia oggetto di odio da parte di Dio. Essi sono diventati puri, innocenti, immacolati, senza colpa e diletti a Dio. Nulla impedisce il loro ingresso in paradiso. La Chiesa sa che, anche nei battezzati, rimane la concupiscenza, cioè la tendenza al male, ma insegna che essa è una prova per l'uomo e non porta danno a coloro che non acconsentono alle sue inclinazioni e le contrastano virilmente (Denz-U, 792). Vero è che nelle discussioni previe alla definizione di questo canone si era fatta sentire a più riprese qualche voce di sentimento non troppo lontano dai novatori religiosi che proponeva di togliere quasi fossero inesatte le parole «nei rigenerati Dio non odia nulla» (nihil odit Deus), ma i padri conciliari non cedettero. L'insegnamento ufficiale e infallibile della Chiesa sancì ancora una volta, che con il B. il peccato è tolto interamente (cf. Concilium Tridentinum, ed. Societas Goerresiana, V: Actorum pars altera, ed. S. Ehses, Friburgo in Br. 1911, pp. 105-256 e passim).
Nel B. il passato viene sepolto con Gesù Cristo e muore. Nasce una vita nuova. Morte e vita sono termini totali. Nella morte ogni attività cessa; nel B. il peccato muore e con esso muore tutto ciò che è opera sua, compreso l'obbligo della pena. Incomincia una vita nuova che risente del passato soltanto perché vivifica e esplica la sua attività attraverso una natura che fu strumento del peccato dal quale venne rovinata e resa incline al male.
4. Rigenerazione
Il grande testo di Rom. 6, 3 sgg. presenta il B. sotto il doppio aspetto dell'unione alla morte di Cristo, che distrugge il peccato, e dell'unione alla risurrezione di Cristo, che introduce in una nuova vita. L'immersione del rito simbolizza la morte e la sepoltura; l'emersione, la risurrezione e la vita. Per Gesù Cristo, morte, sepoltura e risurrezione furono vere. Parimente per il cristiano, sono vere morte e sepoltura del peccato, ed è vera la risurrezione a nuova vita.
La vita nuova del battezzato non è costituita dal proposito di cambiare condotta. Il cristiano come tale è effetto non di una evoluzione operatasi nella sua condotta, ma di una creazione (II Cor. 5, 17; Eph. 2, 10, 13 [ἐκτίζω], Gal. 6, 15), di una rigenerazione: «(Dio) ci ha salvato mediante il lavacro di rigenerazione e di rinnovazione dello Spirito Santo, che egli ha effuso su di noi largamente per mezzo di Gesù Cristo nostro Salvatore, affinché giustificati per la sua grazia noi diventassimo eredi in speranza della vita eterna» (Tit. 3, 5-7). Così Paolo, al termine della sua vita, compendia in poche parole il suo insegnamento. S. Giovanni, accennando al risultato di questa rigenerazione che rende figli di Dio, dirà: «Osservate il grande amore che ci ha donato il Padre, così che siamo chiamati figli di Dio e lo siamo davvero» (καὶ ἑωθέν: I Io. 3, 1). Che siamo chiamati figli di Dio non è una semplice titolo o una finzione giuridica, è dovuto allo stato nostro reale (cf. P. De Ambroggi, in S. Garofalo, La Sacra Bibbia, XIV, 1, Torino 1947, p. 223). Il popolo giudaico si vantava di essere il popolo prediletto per antonomasia, ed è di fatto chiamato da s. Paolo popolo «adottato» (Rom. 9, 4); ma di fronte ai cristiani non si può più chiamare «figlio». Soltanto in Cristo siamo veramente adottati per figli (Gal. 4, 5; F. Amiot, Epître aux Galates [Verbum Salutis, 14], Parigi 1946, pp. 190-91; E. Mersch, La Théologie du Corps Mystique, II, ivi 1946, pp. 16-49). Di fronte ai cristiani il popolo giudaico è nella condizione in cui si trovava nell'antica società il figlio di una schiava di fronte al figlio della moglie libera (Gal. 4, 21-31; F. Amiot, op. cit., pp. 200-206; L. Cerfaux, La théologie de l'Église suivant s. Paul, 2ª ed., Parigi 1948, pp. 127-29). La ragione di questa differenza sta nel fatto che la rigenerazione dei cristiani procede da un principio celeste e divino, che non limita la sua azione ad un riconoscimento esterno e legale, ma penetra nell'intimo dell'essere e là fa spuntare la vita per la quale il titolo di «figlio di Dio» è titolo giusto. Nicodemo fa il meravigliato per avere ascoltato Gesù dire che chi non nasce ἀνωθέν (di nuovo, o, dall'alto) non può entrare nel regno di Dio e domanda a Gesù: come è possibile che uno nasca quando è già diventato vecchio? può forse rientrare nel seno di sua madre? Gesù gli risponde: «In verità in verità ti dico: chi non rinasce dall'acqua e dallo Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio» (Io. 3, 5). Sia che ἄνωθεν del v. 3 significhi «di nuovo» come vogliono molti esegeti, sia che significhi «dall'alto» come vogliono molti altri esegeti (cf. J. Coppens, in DBs, I, coll. 865-66), o sia che Giovanni, scrivendo questa parola, avesse presenti tutte e due i sensi, come vogliono altri ancora (J. Huby, Mystique Paulinienne et Johannique, Parigi 1946, p. 156), è certo che Gesù parla di una vera rinascita. Lo dimostrano i termini usati e il contegno e le parole di Nicodemo (V. Iacono, La Παλιγγελεσία, pp. 376-80). Principio di questa vita nuova, insieme con l'acqua, è un principio celeste e divino, lo Spirito (πνεῦμα; J. Coppens, ibid.). Con termine ancora più forte, s. Giovanni nella sua I Lettera dice i cristiani «nati da Dio», aventi in se stessi un germe di lui (στέψα αὐτοῦ: I Io. 3, 9; cf. ibid., 2, 29; 3, 13; 4, 7 e P. De Ambroggi, op. cit., p. 227).
Con questa rinascita si incomincia a vivere di quella vita che, nella sua pienezza, è posseduta dal Padre, dal Padre viene trasmessa, sempre nella sua pienezza, al Figlio, e dal Padre e dal Figlio allo Spirito Santo (Io. 5, 26). Questa vita, che è il tema dominante di tutto il Vangelo di s. Giovanni (J. B. Frey, Le concept de «vie» dans l'évangile de s. Jean, in Biblica, 1 [1920], pp. 37-58; 211-39). Gesù ha la missione di farla giungere a tutti gli uomini, e per questo egli è venuto nel mondo (Io. 10, 10). E in realtà, tutti coloro che accettano lui e la sua dottrina, sono da lui vivificati (Io. 1, 12-13) e resi «partecipi della natura divina» (II Pt. 1, 4).
L'intima natura di questa vita che Dio ci dona, resta per noi, che, vivendo sulla terra, conosciamo le cose spirituali e celesti solo per riflesso (I Cor. 13, 12), un mistero. Ci si rivela in parte attraverso la vita e le esperienze più che umane dei santi, ma la sua intima essenza e l'interno suo valore ci sfuggono. Saranno svelati completamente in cielo (I Io. 3, 1-4).
Il processo che ha per termine la rigenerazione nel senso indicato, lo dobbiamo al Padre celeste, da cui è partita l'iniziativa della redenzione (F. Prat, I, p. 91 sgg.; P. Bonnetain, Grâce, in DBs, III, col. 1008 sgg.). S. Paolo dice espressamente che Dio «ci ha salvato mediante il lavacro di rigenerazione e rinnovazione dello Spirito Santo, che egli ha effuso su di noi largamente per mezzo di Gesù Cristo nostro Salvatore» (Tit. 3, 5). Il B. è il luogo di convergenza dell'azione delle persone divine. Il Padre applica ai singoli con il B. i meriti della passione di Cristo santificandoli con l'intervento dello Spirito Santo che dona la vita e rinnova interiormente il neofito.
Nel fatto che il B. operi una rinascita, i teologi hanno sempre veduto la ragione intima per cui il B. rimette ogni peccato e ogni pena dovuta per il peccato (cf. s. Giovanni Crisostomo, Catechesis I ad illuminandos, 3; PG 49, 226-27; Sum. Theol., 3ª, q. 69, aa. 1-2). S. Paolo aggiunge che la rinascita operata dal B. è un inizio e un punto di partenza, non già un punto di arrivo definitivo. Il cristiano è un essere nuovo ma è anche un essere che si rinnova continuamente (II Cor. 4, 16). La vita ricevuta invade sempre più completamente l'attività dell'uomo, si sviluppa e cresce ogni giorno, fino a raggiungere l'età adulta, ad essere uomo «maturo» nella vita cristiana, come lo fu Gesù Cristo (Eph. 4, 12-16; C. Spicq, loc. cit.).
5. Carattere
Dio Padre ha predestinato i cristiani ad essere conformi al Figlio suo (Rom. 8, 29). Il B. risponde al desiderio di Dio, incorporando i fedeli a Cristo e rendendoli viventi della vita soprannaturale che in Gesù si trova nella sua pienezza. È un primo modo di diventare «conformi» a Gesù. Non è il solo. Le fonti della rivelazione ne conoscono un altro.
La rivelazione dice: a) il B. è il sacramento che si riceve per primo in ordine di tempo. È «la porta della vita spirituale» (Decretum ad Armenos, Denz-U, 696). Senza il B. non si può ricevere alcun altro Sacramento. Un non battezzato, anche se conosca la dottrina cristiana, la creda, sia pentito dei suoi peccati, non può essere assolto in confessione, cioè non solo non deve essere assolto, ma, se trovasse un sacerdote che l'assolvesse, l'assoluzione sarebbe come non data. Due cristiani che si sposano, anche se sono in stato di peccato del quale non siano pentiti, commettono sacrilegio, ma ricevono veramente il sacramento del Matrimonio, e lo amministrano. Due non battezzati invece, anche se hanno fede più viva dei due cristiani precedenti, e sono in grazia di Dio, se si sposano, né ricevono né amministrano il sacramento del Matrimonio.
Queste differenze indicano che il B. lascia nell'anima qualche cosa che rimane anche quando la grazia santificante è già andata perduta.
b) Il B. non si riceve che una volta sola. Questa dottrina fu uno dei perni su cui poggiarono i difensori della validità dei sacramenti amministrati da eretici.
c) Insieme con le due affermazioni precedenti c'è la dottrina del sacrificio della Messa come sacrificio della Chiesa e del sacerdozio dei fedeli (cf. I Pt., 2, 9; Pio XII, enciclica Mystici Corporis del 29 giugno 1943, in AAS, 35 [1943], pp. 232-33).
d) Ci sono infine le numerose affermazioni dei Padri che parlano di un sigillo (nel senso passivo di immagine impressa), di un segno distintivo ricevuto nel B., incancellabile, che rende il cristiano discernibile da chi non è cristiano, e lo fa capace di ricevere gli altri Sacramenti. Alcuni Padri vedono un cenno di questo segno distintivo in tre testi di s. Paolo (Eph. 1, 13; 4, 30; I Cor. 1, 21-22) che parlano di un σφρχεις (= sigillo) impresso dallo Spirito Santo sui cristiani e sugli Apostoli (ad es. s. Cirillo di Gerusalemme, Catechesis 17, 35; PG 33, 1010; s. Atanasio, Epist. I ad Serapionem, 23; PG 26, 583; s. Basilio, Homilia in S. Baptisma; PG 31, 431; s. Ambrogio, De Spiritu Sancto, I, 6, 78; PL 16, 723; s. Giovanni Crisostomo, In II Cor. homilia 4, 7; In Eph. homilia 2, 1; PG 61, 418; 62, 18). S. Basilio lo dice il segno distintivo che fa conoscere quelli che sono di Dio. Chi non ha questo segno non sarà risparmiato, come non furono risparmiate la case segnate dal sangue quando passò l'angelo sterminatore (Homilia in S. Baptisma 1; PG 31, 431).

Un brano di Teodoto, conservatosi da Clemente Aless., parla dell'immagine di Cristo che è impressa sui cristiani come sulla moneta, presentata a Cristo dai farisei tentatori, era impressa l'effige dell'imperatore (Clemente d'Alessandria, Excerpta ex scriptis Theodoti, nn. 83, 86, ed. F. Sagnard [Sources Chrétiennes, 23], Parigi 1948, pp. 206-209, 210, 235). S. Efrem lo paragona all'impronta che un anello lascia sulla cera (in G. S. Assemani, Biblioth. Orient., I, 94). Altri lo dicono segno che mette in fuga i demoni e indica agli angeli le anime da ricevere (s. Cirillo Geros., Catechesis 17, 36; PG 33, 1010; s. Gregorio Nazianzeno, In S. Baptisma, orat., 40, 15; PG 36, 378; s. Gregorio Nisseno, Oratio adversus eos qui Baptismum differunt; PG 46, 423). Altri ancora insistono sulle note proprie a questo sigillo, chiamandolo santo, spirituale, salutare, impresso nell'anima, nel cuore, infrangibile, inamissibile, che resta anche nei disertori passati al campo di Satana (Tertulliano, De Baptismo, 6; De resurrectione carnis, 8; De publicitia, 9; s. Cipriano, Epist., 73, 9; s. Giovanni Crisostomo, In II Cor. homil., 4, 7; PG 61, 418; ecc. Cf. J. B. Franzelin, De Sacramentis, 4ª ed., Roma 1888, p. 154 sgg.). S. Agostino nella controversia con i donatisti fonda spesso i suoi argomenti sull'esistenza di un effetto del B. che è prodotto dallo Spirito Santo, è indipendente e separabile dalla grazia della giustificazione e non può mancare in nessun B. valido (De Baptismo, III, 16, 21; V, 24, 34; PL 43, 148-49, 193). Questo effetto, diverso e separabile dalla grazia sacramentale, è un segno distintivo, un carattere dei cristiani e lo hanno tutti i battezzati, anche se sono eretici (Epist., 173, 3; 185, 23; PL 33, 754, 803); è un «segno regale», un carattere «regio», il «character imperatoris mei» (Serm., 8, 2; Contra ep. Parmen., 12,
29; Sermo ad plebem Caes., 2, 4; PL 46, 839; 43, 71, 691-92). La ragione per cui anche gli eretici, battezzando, imprimono questo segno di Cristo, è che il B. è opera più di Cristo che dell'uomo. È Cristo, che battezza nei suoi apostoli. Il B. amministrato da Giovanni Battista si ripeteva, e non si ripeté invece il B. amministrato da Giuda: il Battista infatti battezzava lui, in Giuda invece battezzava Cristo (s. Agostino, In Io. tract. 5, 18; 6, 7; PL 35, 1424-28).
Nei secoli seguenti tutti questi dati vennero accuratamente esaminati e venne approfondita la dottrina del «carattere» (così fu chiamato questo effetto particolare del B.) nei suoi vari aspetti. Un documento solenne si ebbe nel Concilio di Trento. Fu definito che i tre sacramenti del B., Cresima e Ordine imprimono nell'anima il carattere, cioè un segno spirituale e indelebile, e quindi non si possono ripetere (Sess. VII, can. 9; Denz-U, 852). Uguale dichiarazione si era già avuta nel Concilio di Firenze (1439) (Decretum ad Armenos; Denz-U, 695).
Questi due documenti dicono cosa sia il carattere (è un segno spirituale, indelebile, impresso nell'anima), ma non ne specificano la funzione. Altri documenti sono più espliciti. Pio XII nell'enciclica Mystici Corporis del 29 giugno 1943, e in quella Mediator Dei del 20 nov. 1947, dice che i fedeli nella S. Messa «offrono» la vittima divina insieme con il sacerdote celebrante (NAS, 35 [1943] pp. 232-33; 39 [1947], pp. 532-55). Solo il sacerdote consacra e compie l'immolazione incruenta; «ponendo però sull'altare la vittima divina, il sacerdote la presenta a Dio Padre come oblazione a gloria della S.ma Trinità e per il bene di tutte le anime. A questa oblazione propriamente detta i fedeli partecipano nel modo loro consentito e per un duplice motivo; perché, cioè, essi offrono il sacrificio non soltanto per le mani del sacerdote, ma, in certo modo, anche insieme con lui, e con questa partecipazione anche l'offerta fatta dal popolo si riferisce al culto liturgico» (enciclica Mediator Dei, ibid.; S. Tromp, Quo sensu in sacrificio Missae offerat Ecclesia, offerant fideles, in Periodica de re morali et canonica, 30 [1941], pp. 265-73). Il potere di partecipare, insieme con il sacerdote, all'offerta della vittima divina i fedeli lo hanno dal B.: «Col lavacro del B., difatti, i cristiani diventano, a titolo comune, membra del Mistico Corpo di Cristo sacerdote, e, per mezzo del «carattere» che si imprime nella loro anima, sono deputati al culto divino partecipando così, convenientemente al loro stato, al sacerdozio di Cristo» (enciclica Mediator Dei, ibid.). Se quindi noi osserviamo che in Gesù Cristo possiamo considerare lo stato suo personale e il suo ufficio di sacerdote della Nuova Legge, si dovrà dire: il B., in quanto dona la vita della grazia, rende simili a Gesù considerato piuttosto secondo il suo stato: Gesù è la vita, noi siamo da lui vivificati. Invece, in quanto imprime il carattere, rende simili a Gesù Cristo considerato piuttosto secondo il suo ufficio (H. Hurter, Theologiae Dogmaticae Compendium, III, Innsbruck 1903, n. 276).
In altri termini, Gesù Cristo è capo supremo del culto e il sacerdote principale della S. Messa, che è l'unico sacrificio della Nuova Legge. Egli è anche capo supremo del Corpo Mistico nell'ordine della grazia da lui distribuita a tutte le membra. Con la grazia si è in contatto con Cristo, capo dell'ordine della grazia; con il carattere si è in contatto con Cristo sacerdote supremo. Con il carattere che è impresso nel B., si partecipa al suo sacerdozio tanto da potere ricevere gli altri sacramenti, amministrare il sacramento del Matrimonio, e offrire con il sacerdote celebrante la vittima divina nella S. Messa (cf. Ch. Journet, p. 69; E. Mersch, Morale et Corps Mystique, Lovanio 1937, p. 145).
Con l'unione ipostatica la natura umana di Gesù Cristo fu assunta dal Verbo divino, deputata esclusivamente al culto di Dio, esclusa da ogni uso profano cioè da tutto ciò che non si riferisce a Dio e al suo onore e culto. Con il B., ricevendo il carattere, il cristiano viene « santificato con una certa consacrazione, in quanto viene deputato al culto divino, come anche si dice che si consacrano le cose inanimate, in quanto vengono deputate al culto divino » (Sum. Theol., 3°, q. 63, a. 6 ad II).
Grazia e carattere, benché diversi sono intimamente uniti.
È ovvio che il culto divino non si può convenientemente esercitare se non si è amici di Dio, in grazia sua, e chi è destinato al culto, cioè a procurare onore a Dio, non deve recargli offesa e deve essergli amico. Si comprende quindi bene perché i Padri dicano che il carattere è un titolo per ottenere la custodia degli angeli: la custodia del cristiano è la custodia di chi deve onore a Dio perché non fallisca allo scopo.
IV. COSTITUTIVI E CONDIZIONI
La storia della liturgia documenta che il B. non fu sempre amministrato allo stesso modo.
L'interpretazione di questo fatto è comandata da due principi: 1) La Chiesa ha il potere di determinare le condizioni e il modo da seguire nell'amministrare i Sacramenti, ma non ha alcun potere sulla loro « sostanza » (Concilio di Trento, sess. XXI, cap. 2: Denz-U, n. 931). n. 2) La Chiesa ha sempre custodita intatta la « sostanza » dei Sacramenti, perché l'assistenza infallibile dello Spirito Santo la preserva da ogni errore in materia di fede e di costumi. Di conseguenza, le variazioni del rito che la storia documenta hanno sempre lasciato intatto il nucleo essenziale del Sacramento. Esse anzi, sono un mezzo ottimo per conoscere quale sia la « sostanza » dei singoli Sacramenti.
1. Materia del Sacramento
Appartiene al nucleo essenziale del B. una abluzione fatta con acqua naturale (materia del Sacramento), accompagnata da parole che esprimano l'azione del battezzare e contengano una invocazione alla S.ma Trinità (forma del Sacramento).
Il Nuovo Testamento conosce un solo B. cristiano: quello fatto con acqua. Così è battezzato il servo della regina Candace. La narrazione di Act. 8, 36-37 è significativa: l'apostolo Filippo e questo servo della regina arrivano dove c'è acqua « e disse l'eunuco: ecco l'acqua, che cosa impedisce che io sia battezzato? Disse Filippo: se credi veramente con tutto il cuore nulla lo impedisce. Rispose: Credo che Gesù Cristo è Figlio di Dio. Fecero fermare il cocchio e discesero tutti e due nell'acqua, Filippo e l'eunuco, e lo battezzò ». Nella mente dei due, il B. richiede un'abluzione di acqua. Eguale asserzione in Act. 10, 47. L'apostolo Pietro trova una figura del B. nel Vecchio Testamento: è l'acqua che solleva l'arca di Noè (I Pt. 3, 21). S. Paolo indica un'altra figura: è il passaggio del Mare Rosso e la nube, figura dello Spirito Santo (I Cor. 10, 2, 6; cf. J. Huby, Première Épître aux Corinthiens [Verbum Salutis, 13], Parigi 1946, pp. 216-18). Gesù Cristo stesso parla della rinascita dall'acqua e dallo Spirito Santo (Io. 3, 5).
Non si riferisce alla materia del B. il fuoco di cui parla Giovanni Battista in Mt. 3, 11 e Lc. 3, 16. Ivi, il fuoco caratterizza l'azione dello Spirito Santo di cui mette in rilievo l'efficacia somma. Come il fuoco brucia e consuma, così lo Spirito Santo, in cui battezerà Gesù Cristo, consumerà tutte le impurità e santificherà le anime. Il Battista invece battezza appena nell'acqua per la penitenza. Egli non purifica le anime, le dispone alla purificazione eccitando la compunzione e la contrizione (D. Buzy in L. Pirot, La Sainte Bible, IX, Parigi 1946, p. 30). Secondo P. Van Imschoot « battezzare in Spirito Santo e fuoco » designa il giudizio che sarà fatto dal giustiziere terribile su cui riposa lo Spirito di Dio e che brucerà con il fuoco i peccatori ostinati e porterà all'ultima perfezione la santificazione degli eletti (cf. P. Van Imschoot, Baptême d'eau et Baptême d'Esprit Saint, in Ephemerides Theologica Lovanenses, 13 [1936], pp. 653-66). La Didaché, dice: « battezzate nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo nell'acqua corrente. Se non hai acqua corrente battezza con altra acqua; se non puoi con la fredda, [battezza] con la calda, se non hai né l'una né l'altra [per l'immersione] versa acqua per tre volte sul capo in nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo » (Didaché, 7; P. X. Funk, Patres Apostolici, I, Tubinga 1901, p. 16). L'indole dell'opuscolo e l'asseveranza con cui parla, suppongono un uso ammesso e fisso (cf. G. Van Noort, De Sacramenti, 4ª ed., Hilversum 1927, n. 175).
Nei primi tempi della Chiesa qualche eretico di tendenza gnostica o manichea, non volle accettare il B. con l'acqua (cf. Ireneo, Adversus haereses, I, 21, 4; PG 7, 666; s. Agostino, De haeresibus, 46; PL 42, 38). Rimasero famose le risposte date a tali dottrine da Tertulliano e da s. Agostino. Tertulliano risponde prendendo lo spunto della parola ἰχθύς. Scrive contro una fautrice dell'eresia di Gaio, previamente chiamata vipera velenosissima, e osserva che le vipere, gli aspidi, i regoli, amano i luoghi aridi, « ma noi, pesciolini secondo l'ἰχθύν nostro Gesù Cristo, nasciamo nell'acqua. Quella mostruosissima, che, anche se non eretica, non avrebbe diritto di insegnare, sapeva ottimamente uccidere i pesciolini cavandoli fuori dell'acqua » (De Baptismo, 1). S. Agostino risponde invece con le parole classiche: « Che cosa è il B.? un'abluzione di acqua con la parola [forma sacramentale]. Leva l'acqua. Non è più B. » (In Io. tr. 15, 4; PL 35, 1512). Tra i documenti ufficiali della Chiesa hanno particolare importanza i decreti di Innocenzo III (Denz-U, 412), Gregorio IX (Denz-U, 447), Innocenzo IV (Denz-U, 449), del Concilio di Firenze nel Decreto ad Armena (Denz-U, 696) e del Concilio di Trento (Sess. VII, de Sacr. Baptismi, can. 2: Denz-U, 858).
2. Modo di battezzare
Il B. è un Ἰωστρὸν (= lavacro; Eph. 5, 26; Tit. 3, 5). L'acqua deve quindi toccare il corpo e scorrere su di esso. In caso diverso non si avrebbe abluzione e neppure B.
L'abluzione può essere fatta immergendo il battezzando nell'acqua (B. per immersione), oppure versando l'acqua su di lui (B. per infusione), oppure ancora aspergendolo con acqua (B. per aspersione).
Il rito dell'immersione era comune nell'antichità (cf. Ippolito, La Tradition apostolique, 21, ed. B. Botte [Sources Chrétiennes, 11], Parigi 1946, pp. 49-51; A. Rücker, Ritus Baptismi et Missae quem descripsit Theodorus ep. Mopsuestenus in sermonibus catecheticis [Opuscula et Textus, Series liturgica, 2], Münster 1933, pp. 17-18). Avvenne certamente per immersione il B. dell'eunuco della regina Candace (Act. 8, 38). Dovette essere per immersione il B. di cui parlano la Didaché, 7, Tertulliano, De Baptismo, 4, e le Recognitiones dello Pseudo-Clemente, 32; PG 1, 1329, cioè il B. fatto nell'acqua corrente, nel mare, in un fiume. Era per immersione il B. che si amministrava nei « battisteri » costruiti precisamente a questo scopo (cf. Leclercq, Baptistère, in DACL, I, coll. 382-90). Questo modo di battezzare simboleggia assai bene la morte, sepoltura, e risurrezione di cui s. Paolo, Rom. 6, 3 sgg. precedentemente esposto.
Il B. per immersione non fu l'unico modo di battezzare neppure nell'antichità. È difficile pensare che le ca. 1000 persone battezzate nella prima Pentecoste a Gerusalemme, siano state tutte battezzate per immersione. È ancora meno probabile che sia stato per immersione il B. conferito da Paolo in prigione, al custode del carcere di Filippi e a tutta la sua famiglia (Act. 16, 33). La Didaché è testimonia esplicita che il B. si può amministrare versando per tre volte acqua sul capo (Didaché, 7). Non poteva essere se non per aspersione o per infusione il B. degli ammalati (cf. s. Cipriano, Epist., 69, 12, ed. L. Bayard [Les Belles Lettres], II, Parigi 1925, pp. 247-49), Cornelio papa, in Eusebio, Historia eccl., VI, 43; PG 20, 621; Responsa Stephani papae: PG 89, 1027). In teoria non vi è differenza fra la validità del B. conferito per infusione e quello conferito per aspersione. In pratica, l'aspersione è pericolosa e non usata perché facilmente resta dubbio se ci sia stata vera abluzione. La Chiesa latina ora battezza per infusione con una triplice abluzione. Per la validità è però sufficiente una sola abluzione (s. Gregorio Magno, Epist. I, 43: PL 77, 498). In Oriente è ancora in uso il B. per immersione (cf. M. Jugie, Theologia dogmatica orientalium, III, Parigi 1930, pp. 68-80).
3. Forma del B
Nella Chiesa latina, colui che battezza, dice, mentre versa l'acqua sul capo del battezzando: «io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Nella Chiesa greca: «βαπτίζεται ὁ δούλος κ.τ.λ.». La forma si riferisce evidentemente a Mt. 28, 19: «A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque in tutto il mondo, insegnate a tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Se βαπτίζειν εἰς significa consacrare, per mezzo del B., i credenti alla S.ma Trinità (F. Zorell, Lexicon graecum N. T., 2ª ed., Parigi 1931, coll. 209-11; βαπτίζειν; M. Zerwick, Graecitatis biblicae cognitio quid ad S. Scripturam interpretandam conferat, Roma 1944, p. 18; vedi però anche D. Buzy, in Pirot. op. cit., IX, pp. 386-87; J. Coppens, in DBs, I, coll. 867-68; 873-74; Oepke, p. 537) le parole di Gesù non conterrebbero da sé solo l'esplicito comando di battezzare pronunciando espressamente il nome delle singole persone divine. È tuttavia ovvio che la S.ma Trinità venga nominata nel rito sacro che si compie per autorità ricevuta da Dio, che purifica e santifica le anime consacrandole al culto di Dio e rendendole sue figlie, ed è efficace unicamente perché la S.ma Trinità opera in esso e per mezzo di esso. Di fatto l'uso cristiano intese le parole βαπτίζειν εἰς come se imponessero il precetto di battezzare invocando esplicitamente questi tre sacri nomi (Didaché, 7; s. Giustino, I Apologia, 61, ecc.).
La necessità di usare questi tre nomi rese dubbi molti B. amministrati da eretici. Chi non credeva che il Figlio o lo Spirito Santo siano Dio, o che siano persone distinte, era naturalmente portato a mutare la forma del B. e di conseguenza a invalidare o rendere dubbio il Sacramento. Si creava così un problema spesso difficile per i vescovi cattolici, i quali, di fronte ad un eretico che voleva convertirsi, dovevano appurare come fosse stato battezzato per conoscere se dovessero ribattezzarlo o meno (cf. le decisioni di Damaso I [Denz-U. 82], Innocenzo I [Denz-U. 97], Pelagio I [Denz-U. 229], Gregorio Magno [Denz-U. 249], Zaccaria [Denz-U. 297a]. Decisioni conciliari si ebbero a Roma nel 1215, a Vienne nel 1311-12, a Firenze nel 1439 [*Decretum ad Armenos*], a Trento nel 1547 [Denz-U. nn. 430, 482, 696, 860).
Gli Atti degli Apostoli dicono alcune volte i cristiani «battezzati in nome di Cristo Gesù» (Act. 2,38 [ἐπὶ τῷ ὀνόματι]; 10,48 [ἐν τῷ ὀνόματι]; 8,16; 19,5 [εἰς τὸ ὄνομα]). Di più, si possiede il testo di una risposta di papa Niccolò I (866) il quale ammetterebbe valido il B. conferito nel nome di Gesù Cristo. Si cita nello stesso senso un passo di s. Ambrogio (De Spiritu Sancto, I, 3: PL 16, 713) e un Sinodo «ad ripas Danubii» del 796 (cf. C. Le Clerc, A propos de la formule de Baptême «in nomine Iesu», in Collectanea Mechlinensia, 5 [1931], pp. 313-18 e Recherches de Théologie ancienne et médiévale, 4 [1932], Bulletin, n. 1013). Molti teologi credettero di poterne concludere che si tempi degli Apostoli si battezzava non soltanto con la forma trinitaria, ma anche con il solo nome di Cristo. Altri estessero la validità del B. conferito con tale forma anche ai tempi postapostolici. La maggior parte non ammise la validità di tale B. per nessun tempo (cf. Sum. Theol., 3ª, q. 66, a. 6; J. B. Sasse, Institutiones Theologicae de Sacramentis Ecclesiae, I, Friburgo in Br. 1897, p. 206).
Attualmente i teologi osservano: a) i documenti liturgici hanno sempre la forma trinitaria e non se ne conosce alcuno che abbia solo la forma «in nomine Iesu». b) I Papi sono espliciti nell'esigere l'invocazione della S.ma Trinità. L'unico testo che fa difficoltà — quello di Niccolò I — non è di interpretazione evidente. c) Parimente per i ss. Padri, è discusso il senso del passo di s. Ambrogio (cf. O. Faller, Die Taufe in Namen Jesu bei Ambrosius, in 75 Jahre Stella Matutina, 1 [1931], pp. 139-50; B. Marchetta, La materia e la forma del B. nella Chiesa di S. Ambrogio, Roma 1940, p. 141 sgg.; A. d'Ales, De Baptismo et confirmatione, Parigi 1927, pp. 54-58; C. Pesch, n. 338). I testi di Act. che parlano dei cristiani battezzati «in nomine Iesu», non sono ritenuti dagli esegeti dimostrativi per l'esistenza di un B. conferito con la forma «in nomine Iesu» (J. Coppens, in DBs, I, col. 873; cf. però M. De Jonghe, pp. 647-53). K. Prümmer osserva che la forma B. «in nomine Iesu» può essere solo un modo di indicare il B. cristiano. Non si può pensare che i primi cristiani dovessero esprimere tutto il rito o riferire la forma essenziale ogni volta che intendevano parlare del B. istituito da Gesù Cristo. Ci doveva essere una espressione breve, che individuasse il B. cristiano, distinguendolo dai b. non cristiani, specialmente dal b. di Giovanni. Sarebbe precisamente l'espressione «B. in nome di Gesù». L'aggettivo «cristiano» che serve tanto bene a noi, in s. Paolo non si trova. Esso fu applicato ai discepoli di Gesù Cristo in Antiochia da non cristiani. Secondo E. Peterson, dalle autorità romane. Il titolo avrebbe avuto un sapore politico come quelli di «Cesariani», di «Erodiani» (K. Prümmer, Christiantum, pp. 161-62; Oepke, p. 537; A. Ferrua, Christianus sum, in La Civiltà Cattolica, 1933, II, pp. 552-53; E. Peterson, Christianus, in Miscellanea Glos. Mercati, I [Studi e Testi, 121], Roma 1946, pp. 355-72). È quindi assai problematico se gli Apostoli abbiano battezzato dicendo solo «in nomine Iesu». Per i tempi postapostolici, A. d'Ales (op. cit.) non ammette che sia stato conferito B. valido nella sola forma «in nomine Iesu». Date le ripetute e chiare dichiarazioni della Chiesa è fuori di ogni dubbio che ora l'invocazione trinitaria è richiesta per la validità del Sacramento (A. De Smet, nn. 828-30).
Un gruppo di teologi della prima scolastica ebbe dubbi sulla necessità di usare le parole «io ti battezzo». Credettero che non si sarebbe invalidato il Sacramento dicendo solo: «in nome del Padre, ecc.» (A. Landgraf, Die Ansicht der Frühscholastik von der Zugehörigkeit des Baptists zur Taufform, in Scholastik, 17 [1942], pp. 412-27, 531-55). Il dubbio ha cessato di esistere dal sec. XIII. Da allora i teologi sono d'accordo sulla necessità delle parole che indicano l'azione del battezzare [io ti battezzo] (cf. Decretum ad Armenos: Denz-U, 696). Nel sec. XVII, F. Farvacques volle sostenere come probabile che ci fu un tempo nel quale era valido il B. conferito con queste sole parole: «in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti». La sua opinione fu respinta da Alessandro VIII (Decreto del S. Ufficio del 7 dic. 1690: Denz-U, 1347).
4. Ministro del B
Ministro del B. è il sacerdote, al quale il battezzare spetta d'ufficio. In caso di necessità un laico o una donna, anzi, anche un eretico o un pagano possono battezzare, purché osservino la forma della Chiesa e vogliano fare quello che fa la Chiesa (Decretum ad Armenos: Denz-U, 696). S. Tommaso indica come ragione di questa disposizione tanto benevola di Gesù Cristo la somma necessità del B. Poiché senza B. nessuno può andare in Cielo, il Signore, che vuole tutti salvi, ha concesso a tutti gli esseri umani viventi il potere di battezzare (Sum. Theol., 3ª, q. 67, aa. 3-4).
Nel sec. III creò particolare difficoltà il B. conferito dagli eretici (v. B. DEGLI ERETICI).
5. Soggetto del B
È soggetto atto a ricevere il B. ogni persona non ancora battezzata. Se Gesù Cristo è venuto sulla terra per salvare ogni uomo, e il B. è il mezzo per realizzare il piano divino di salvezza, nessuno può essere escluso da questo Sacramento.
Il B. deve essere ricevuto liberamente. Chi sia costretto con violenza a riceverlo, se nel suo intimo, non ostante la pressione, non accetta, non è battezzato (cf. Innocenzo III, epist. Maiores Ecclesiae causas del 1201; Denz-U, 411).
L'adulto che va a ricevere il B. deve essere pentito dei suoi peccati e deve credere. La fede appare sempre intimamente unita con il B. e la Chiesa non ha mai ammesso al B., se non previa la professione di fede (F. Prat, II, pp. 312-15; J. Bonsirven, L'Evangile de Paul, Parigi 1948, pp. 189-91; J. de Ghellinck, Patristique et Moyen Age, I, ivi 1946, p. 224). Chi per qualsiasi motivo, pur non avendo la fede, chiedesse il B. e lo ricevesse, sarebbe battezzato validamente, ma i peccati non gli sarebbero perdonati. Gli saranno rimessi quando si pentirà.
Un dubbio può sorgere riguardo ai bambini, i quali non avendo l'uso della ragione e della libertà, non sembrano capaci di ricevere il Sacramento che li lega al cristianesimo.
Di fatto, la capacità e la liceità del B. dei bambini, fu negata per motivi diversi. Dai pelagiani, perché non ammettevano il peccato originale. Negato il peccato originale, e affermato che il bambino nasce nella condizione di Adamo prima del peccato, non si vede più perché debba ricevere il B. Era un errore sul B. che dipendeva da un errore sul peccato originale e sulla Grazia. Fu condannato nel Concilio di Cartagine del 418 (Denz-U, 102). Nel sec. XII Pietro de Bruys non accettò il B. dei bambini perché, diceva, per essere salvi si richiede la fede e il B. I bambini non possono credere, appunto perché bambini, e quindi neppure possono essere salvi. E allora è inutile battezzarli. È meglio aspettare che diventino adulti. L'opposizione più forte al B. dei bambini si ebbe nel sec. XVI per opera degli anabattisti. Essi ribattezzavano coloro che erano stati battezzati da bambini. Gli anabattisti non furono approvati né da Calvino (Institution de la religion chrétienne, ed. J. Pannier, III, Parigi 1938, p. 224 sgg.) né dai luterani della confessione augustana (Confessio Augustana, a.9, ed. M. Bendiscioli, Como 1943, p. 60). La Chiesa si oppose sempre a tutte queste dottrine (Concili Lateranense II, IV, Vienne, Trento: Denz-U, 367, 430, 482, 868-70; Decretum Lamentabili, prop. 43: Denz-U, 2013). È principio fondamentale del cristianesimo che Dio vuol tutti salvi, e che la redenzione di Cristo si estende a tutti. Se il bambino, perché bambino, non può essere battezzato, esiste una grande massa di esseri umani, che è peccatrice perché discende da Adamo, ed è esclusa dal beneficio della redenzione. S. Paolo invece insegna che i benefici apportati da Cristo al genere umano sono superiori ai danni del peccato originale (Rom. 5, 12, 21).
Il caso dei bambini, quando fu proposto da Pietro de Bruys era già stato ripetutamente considerato e sciolto dai Padri della Chiesa (cf. Ippolito, La Tradition apostolique, loc. cit.; Ireneo, Adversus haer., II, 22, 4: PG 7, 784; Origene, Commentarium in Romanos, 5, 9 [Ecclesia ab apostolis traditionem suscepit etiam parvolis Baptismum dare]; PG 14, 1047; s. Agostino, Epist. 166, 23: PL 23, 731). La pratica della Chiesa di battezzare i bambini fu uno degli argomenti principali di s. Agostino per provare l'esistenza del peccato originale (cf. De civ. Dei, XXI, 14: 16: PL 41, 728, 730; In Io. tr. 41, 5; 80, 3: PL 34, 1068, 1840). Vero è che anche nell'antichità non mancarono esempi di B. differenti fino a che l'ardore delle passioni si quietasse (Tertuliano, De Baptismo, 18; s. Agostino, Confessiones, I, 11), ma quest'uso non rinnegava né la possibilità né la liceità del B. dei bambini, e non fu accettato dalla Chiesa. S. Cipriano scrive a Fido — il quale pensava non doversi battezzare i bambini se non 8 giorni dopo la nascita — che i presenti al Sinodo di Cartagine del 253 furono unanimi nel disapprovare la dilazione e nell'approvare la prassi contraria (Epist., 64, 2, ed. L. Bayard, II, Parigi 1925, p. 214). S. Agostino cita questo passo di s. Cipriano e lo approva come conforme alla «fermissima fede della Chiesa» (Epist., 166, 7: PL 33, 730-31).
La questione della dilazione del B. fu messa sotto una nuova luce da Erasmo. Erasmo ammise che i bambini possono essere battezzati, ma aggiunse che, quando siano diventati grandi, è conveniente interrogarli per conoscere se approvano quello che i padrini hanno promesso a nome loro, e se non approvano, possano considerarsi esenti dalla legge cristiana (cf. Concilium Tridentinum, ed. Soc. Goerresiana, V, Actorum pars altera, ed. S. Enies, p. 838). Questo punto di vista fu respinto dalla Chiesa (Conc. di Trento: Denz-U, 870). Esso dimentica che le promesse dei padrini non sono causa degli obblighi del battezzato. Questi a rinunciare al demonio e ad osservare la legge di Dio è tenuto per legge naturale; a ricevere il B. è tenuto quanto è tenuto a credere a Gesù Cristo. E quindi la Chiesa non gli fa ingiuria, battezzandolo in un'età nella quale egli non può disporre di se stesso. Gli fa anzi un favore, perché gli assicura la vita eterna e le grazie che sono connesse con il B. e non gli impone alcun obbligo al quale non sia tenuto già immediatamente o mediatamente. Del resto, non è esatto dire che si è obbligati a tenere fede solo a quel vincoli che noi stessi abbiamo liberamente accettato. Il pupillo è vincolato dalle disposizioni dei tutori; il bambino dalle leggi della patria e dalle leggi naturali (C. Pesch, n. 450).
La Chiesa tuttavia non battezza i bambini dei non cristiani se i loro genitori non vi acconsentono. Il B. sarebbe valido, anche se dato contro la volontà dei genitori, ma, poiché la legge naturale mette i bambini sotto la tutela dei genitori, la Chiesa rispetta il loro diritto e quando non consentano, non battezza i loro bambini. I bambini dei non cristiani la Chiesa li battezza, anche non consenzienti i genitori, quando siano in pericolo di vita. Allora il diritto del bambino alla vita eterna prevale sulla volontà contraria dei genitori (C. Pesch, nn. 456-61).
V. NECESSITÀ
Gesù Cristo ha detto: «Chi non rinasce dall'acqua e dallo Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio» (Io. 3, 5). Il B. è la via alla rinascita spirituale ed è necessario quanto la rinascita stessa. Gesù adopera una proposizione universale negativa, ἐὰν μὴ τις perché nessun caso resti escluso. Mandando gli Apostoli nel mondo Gesù dice: «Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, chi non crederà condannato» (Mc. 16, 16).
Il B. è il termine normale della predicazione apostolica (Act. 8, 38). Il giorno di Pentecoste, al popolo che domanda a s. Pietro: «che cosa dunque dobbiamo fare per essere salvi?», s. Pietro risponde: «Fate penitenza e battezzatevi» (Act. 2, 38). Quando per errore i convertiti ricevono solo il B. di Giovanni, vengono ribattezzati con il B. di Gesù Cristo (Act. 18, 25; 19, 5; cf. 10, 48; 16, 12-15; 22, 11-16). Nella mente dei primi cristiani la necessità del B. era tanto radicata, che il Pastor Hermae la estese anche ai giusti nel Vecchio Testamento, i quali sarebbero stati battezzati nel limbo per potere essere ammessi nel regno dei cieli (Simil. 9, 16: F. X. Funk, Patres apostolici, I, 2ª ed., Tubinga 1901, p. 608).
Lungo i secoli, la dottrina della necessità del B. va unita con la dottrina sul peccato originale. I due periodi di maggiore tensione furono nel sec. V con l'eresia pelagiana, e nel sec. XVI con la dottrina dei riformatori. In questi due periodi si hanno pure gli interventi più espliciti e solenni della Chiesa (Concilio di Cartagine del 418 e Concilio di Trento: Denz-U, 102, 861).
I teologi osservano che il Concilio di Trento pone la necessità del B. «dopo la promulgazione del Vangelo» (Sess. VI, cap. 4: Denz-U, 796). La legge del B., prima di andare in vigore, dovette essere legittimamente intimata, come ogni altra legge. La promulgazione solenne e ufficiale fu certo completa con la Pentecoste, ma nessun documento ci impone di ammettere che la proclamazione di Gesù nel mandare gli Apostoli nel mondo, e i fatti della Pentecoste, abbiano notificato la legge del B. a tutti gli uomini quanto è necessario perché diventasse subito vigente.
per i singoli di tutto il mondo, e perché i mezzi di salute, che i popoli sparsi nel mondo potevano avere, perdessero automaticamente ogni efficacia. In quale tempo la promulgazione sia diventata sufficiente per tutti, non è facile determinare. La Chiesa, esplicitamente, non ha fissato alcuna data. Comunemente si ammette che la promulgazione sufficiente per tutti sia già compiuta da vari secoli. Qualche teologo è più benigno e la ritarda (cf. G. Van Noort, loc. cit., n. 207; L. Lercher, Institutiones Theologiae Dogmaticae, IV, 3ª ed., Innsbruck 1934, n. 279; A. Michel, Sacraments préchrétiens, in DThC, XIV, coll. 652-53).
VI. BAMBINI E ADULTI MORTI SENZA B
Qualche teologo tentò di addolcire la legge del B. a favore dei bambini che non possono essere battezzati. Si ricorse al desiderio dei genitori, che potrebbe sostituire il B. nei casi di impossibilità, almeno qualche volta; si propose di considerare la morte dei bambini come una specie di martirio di sangue; si suppose che al momento della morte, essi acquistino la cognizione, conoscano il loro stato, e possano, se vogliono, fare un atto di amore perfetto e salvarsi. Sono supposizioni pie, alle quali mancano le prove che le giustifichino. La Rivelazione non le accenna mai. Meglio, la Rivelazione non sembra ad esse favorevole. Se queste eccezioni esistessero, dovrebbero essere conosciute in qualche modo dalla Chiesa, e dovrebbe essere meno forte il tono della Rivelazione e della Chiesa nell'affermare la necessità del B. Che poi la morte sia un martirio è affermazione contraria al significato ovvio delle parole; che Dio intervenga, dando miracolosamente la cognizione a chi naturalmente non l'avrebbe, non abbiamo alcun fondamento per asserirlo.
Sui bambini morti senza B. v. LIMBO.
È invece certo che il B. di acqua (Baptismus fluminis) può essere suppito con il B. di sangue (Baptismus sanguinis) e con quello di desiderio (Baptismus fluminis).
B. di sangue è il martirio. Martirio è il patimento di una violenza mortale inferta per odio a Dio o alla virtù cristiana, e sopportata pazientemente. Il martirio supplisce il B. che non si possa ricevere perché Gesù Cristo ha promesso la salvezza dell'anima a chi perde la vita per lui (Lc. 9,24; Mt. 10,39; Io. 12, 25). È necessario il pentimento dei peccati, perché senza il pentimento nessun peccato può essere perdonato.
B. di desiderio è l'atto di carità perfetta o amore di Dio per se stesso sopra ogni cosa, e del prossimo per amore di Dio. Questo atto di carità implica il desiderio del B. Chi ama veramente Dio sopra ogni cosa, vuole fare tutto quello che Dio domanda e vuole ricevere il B. che Dio esige da tutti. Nel caso che si ignori la legge o l'esistenza del B., per ciò stesso che si vuole tutto quello che Dio vuole, implicitamente si vuole anche il B.
L'atto di carità perfetta supplisce il B., perché Gesù Cristo ha detto: « Chi mi ama sarà amato dal Padre mio, e io lo amerò e verrò a lui e mi manifesterò a lui » (Io. 14, 21 sgg.). Chi è amato da Dio in tal modo è certamente tra i suoi amici e non può andare perduto. La carità perfetta non può essere separata dalla grazia di Dio (cf.: Conc. di Trento, sess. VI, cap. 4 [Denz-U, 796], e prop. 31, 32,33 di M. Baio [Denz-U, nn. 1031-33]).
Il martirio e il B. di desiderio non imprimono il carattere. Rivelandoci che nel caso di impossibilità di ricevere il B., l'adulto può essere salvo con l'atto di carità perfetta, Dio ci fa comprendere che la salvezza o la dannazione di ogni adulto è sempre connessa con la sua buona o cattiva volontà. La grazia per amare Dio e, nel caso di necessità, per fare un atto di carità perfetta, Dio la concede a tutti. Chi non l'ascolta e si danna, deve rimproverare unicamente a se stesso la sua rovina.
VII. B. CRISTIANO E B. NON CRISTIANO
La dottrina precedentemente esposta è di fondamentale importanza nella ricerca dell'origine del B. cristiano.
Tutti i popoli hanno sentito il bisogno di « purificarsi » interiormente. Per rappresentare la « purificazione » con un rito religioso sensibile. l'immagine più ovvia, suggerita dalla stessa psicologia umana, è quella di un lavacro. Che il B. cristiano, considerato nella materialità del suo rito, possa avere analogie con cerimonie in uso presso gli Ebrei o anche fra i pagani, non ha quindi nulla di strano. Ma la similitudine, in un simbolo tanto ovvio, non prova da sé la dipendenza. Una avvertenza è necessario avere nel rilevare le somiglianze esterne: si deve, cioè, vigilare per non proiettare la propria mentalità sui riti e deformarli interpretandoli sotto una luce falsa.
La purificazione interna può essere concepita in modi svariati, diversi, opposti. Nel ricercare se il B. cristiano possa provenire da simili riti d'altre religioni, è necessario indagare quale « tipo » di purificazione simboleggi, e quali notizie storiche noi abbiamo sulla sua origine. Il B. cristiano è un rito sensibile, un'abluzione che rimette i peccati, mette in comunicazione con Cristo, fa arrivare al battezzato la vita divina di cui Gesù possiede la pienezza.
Il peccato che è supposto e distrutto da questo rito è il peccato quale si concepisce da chi ammette un Dio personale, offeso dall'azione peccaminosa. Chi non ammette un Dio personale, che viene personalmente offeso dal peccato, non può avere un'idea di ciò che è il B. cristiano e non può inventarlo.
Il B. istituito da Gesù Cristo è efficace perché Dio opera in esso, non perché l'acqua abbia la virtù di mondare dai peccati. Ciò è escluso esplicitamente. Le dottrine a sfondo gnostico o manicheo, che reputano la materia cattiva, e l'allontanano da Dio quanto più è possibile, non possono avere dato origine ad un B. come quello cristiano, dove Dio opera per mezzo di un elemento materiale. E se è magia l'arte di dominare le forze occulte della natura e della vita, il B. cristiano, dove Dio è l'agente principale in un rito istituito da lui, nulla ha di magico (cf. E. Hocedez, Sacraments et magie, in Nouvelle Revue Théologique, 58 [1931], pp. 481-506; N. Turchi, Magia, in Enc. Ital., XXI [1934], p. 893).
Nel B. cristiano avviene una vera rinascita. Non nel senso che esso svincoli la scintilla di vita divina che stava nascosta e imprigionata nell'uomo, e neppure nel senso di un rinnovamento solo morale. Il principio interiore di vita divina concesso nel B. viene dato a chi non l'aveva in alcun modo, non aveva alcun diritto ad esso e ne era affatto indegno. Non è lo sprigionamento di ciò che giace incatenato nell'uomo, è il dono di ciò che l'uomo non ha e non avrebbe mai senza la infinita liberalità di Dio.
Nella dottrina, a cui il B. appartiene, è ammesso esplicitamente che l'uomo è naturalmente immagine di Dio. Il B. non è il potenziamento di questa somiglianza naturale: il B. eleva ad un ordine di somiglianza e di figliolanza che non ha termine di paragone se non nella figliolanza della seconda Persona della S.ma Trinità. Chi pensa solo ad una scintilla di vita divina imprigionata nell'uomo, chi non ha il concetto del soprannaturale nel senso indicato, e non ha idea del mistero della S.ma Trinità, non può pensare al B. cristiano e non può capirlo. Il B. cristiano si riferisce alla morte di Cristo. Le medesime fonti che ci parlano del B. dicono che Gesù Cristo è Dio. Le dottrine che rigettano come ripugnante l'idea di un Dio che muore, e non sanno concepire un Dio che soffre e muore per gli uomini, non hanno neppure saputo pensare al B. cristiano. Il quale non è predicato come l'applicazione e il contatto con un fatto mitico, sperduto nel buio dei secoli, ma ha un riferimento preciso e recentissimo: la vita di un essere che è scomparso dalla terra meno di 20 anni prima. Molti dei viventi lo hanno conosciuto, i suoi nemici sono pieni di forza e di vigore. Questo personaggio recentissimo ha predicato una dottrina e una morale nuova: il B. le suppone e le sintetizza. Sta o cade con esse. Come fossero apprezzate le dottrine cristiane dal mondo pagano circostante e dal giudaismo, appare da due versetti di s. Paolo: predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani. (I Cor. 1,23). Questo scandalo e questa stoltezza i cristiani fanno rivivere in se stessi. Non è senza significato che tutto il paganesimo abbia fatto fronte comune contro la religione del Cristo crocifisso. Sentivano che il cristianesimo non era «uno» di loro. È pure sintomatico che le ricerche moderne si avviino ad ammettere che nel Nuovo Testamento il vocabolario profano è greco, il religioso invece non ha nulla a che fare con l'ellenismo (cf. St. Lyonnet, Hellenisme et christianisme, in Biblica, 26 [1945], p. 116 [recensendo il Theologisches Wörterbuch di G. Kittel]). Gli Apostoli furono uomini del loro tempo, in tutto, eccetto nella religione (cf. J. Lebreton, Histoire du dogme de la Trinité, I, 7ª ed., Parigi 1927, pp. 540-47; V. Iacono, Il Battesimo; J. Coppens, in DBs, I, coll. 887-906; K. Prüm, Christentum; M.-J. Lagrange, Les Mystères: L'Orphisme, Parigi 1937; A. J. Festugière, La Révélations d'Hermès Trismégiste, I, Parigi 1944; nei quali si ha abbondantissima bibliografia).
VIII. CONCLUSIONE
Negli anni nei quali gli Apostoli predicavano la teologia del B. che abbiamo esposto, imperversava nelle province dell'Oriente e si estendeva in Occidente il culto all'imperatore acclamato come κύριος (A. Deissmann, Licht vom Osten, 4ª ed., Tubinga 1933, pp. 299-304).
Il titolo κύριος in se stesso esprimeva soltanto il dominio del re sui sudditi, ma nell'Oriente, dove il potere regale era riguardato come un potere divino, aveva condotto alle apoteosi e indicava spesso, anche là dove l'apoteosi era più che altro di forma, un'estensione di dominio che i cristiani non potevano accettare (cf. L. Cerfaux, Le titre de Kyrios et la dignité royale de Jésus, in Revue des sciences philosophiques et théologiques, 25 [1923], pp. 146-47). Con il B. un cristiano non rinnegava l'autorità dello Stato (Rom. 13, 1-5), ma faceva proprie le parole di s. Paolo: «ci sono molti che ricevono il titolo di dio, sia in cielo che in terra; per noi c'è un solo Dio, il Padre, e un solo Signore [κύριος] Gesù Cristo, che ha la totalità del potere regale, in cielo, in terra e negli abissi» (I
Cor. 8, 6; Phil. 2, 11). Egli è il re dei re, il signore dei signori (Apoc. 19, 16). Con il B. si diventa suoi (I Cor. 1, 12-13).
Diventando di Gesù Cristo si rinuncia al demonio, e a tutto quello che è del demonio e entra nella sfera della sua azione. La liturgia sintetizzava la rinuncia nella frase: rinuncia «alla pompa del demonio». La pompa del demonio era il corteo trionfale di Satana con tutto ciò che lo orna (cf. H. Rahner, Pompa diaboli, p. 246 sgg.). Il cristiano rinunciava ad entrare a far parte di questo corteo e a tutto quello che gli è di ornamento. È una rinuncia piena di lotta perché il demonio, principe di questo mondo, contende a Dio il dominio della vita privata e delle manifestazioni pubbliche della società. Il B. segnava il passaggio dallo schieramento di Satana a quello di Dio. Il demonio è il principe della morte (Hebr. 2, 14; Rom. 6, 23). Gesù Cristo è il principe e l'autore della vita (Act. 3, 15; Hebr. 2, 10). Passando a Gesù Cristo l'uomo «rinasce». Una vita nuova sorge e si sviluppa e lo fa santo. Il cristiano è ἄγιος [= santo] perché unito a Gesù Cristo. La sua e una vita di intimità con Dio e straniera al mondo in una misura e con determinanti fino allora completamente ignorati (cf. A. J. Festugière, La Sainteté, Parigi 1942; H. Delehaye, Sanctus, in Analecta boll., 28 [1909], pp. 145-200).
Il cristiano è figlio di Dio. La sua vita deve essere conforme al suo stato. La legge cristiana, nuova e diversa dai costumi correnti, sgorga da questo fatto. Il Nuovo Testamento non porta mai ai cristiani, come motivi che li spronino alla virtù e alla fuga del vizio, la nobiltà e la dignità della vita intermerata o la indegnità del vizio, ma solo l'esempio del Padre celeste e l'esempio e l'insegnamento di Gesù Cristo.

È nell'ordine delle cose che sia così. Chi non è più soltanto uomo, ma è anche figlio di Dio, fratello di Gesù Cristo, ha la sua norma di condotta nel suo stato di figlio di Dio. La legge cristiana con i suoi precetti e i suoi consigli è precisamente l'espressione di questa norma superiore. Non è un codice imposto dal di fuori. È il codice che risponde all'intima essenza del proprio essere. Codice vivificato dalla coscienza della unione con Cristo e della paternità di Dio che ama, assiste e aiuta. Questo codice il cristiano lo osserva condotto soavemente dallo Spirito di Cristo (Rom. 8, 9-17).
Bibliografia14 opere
Paolo e nell'ambiente pagano, in Biblica, 15 (1934), pp. 369-98; id., Il B. nella dottrina di s. Paolo, Roma 1935; K. Prüm, Der christliche Glaube und die althidische Welt, 2 voll., Lipsia 1935; id., Christentum als Neuheitserlebnis, Friburgo in Br. 1939; J. Cools, La présence mystique du Christ dans le Baptême, in Mémorial Lagrange, I, Parigi 1940; F. Prat, La théologie de s. Paul, 2 voll., 28ª ed., ivi 1941-42; Ch. Journet, L'Église du Verbe Incarné, I, ivi 1941; H. Rahner, Griechische Mythen in christlicher Deutung, Zurigo 1945; J. Daniélou, Traversée de la Mer Rouge et Baptême aux premiers siècles, in Recherches de science religieuse, 33 (1946), pp. 402-30; C. Spicq, Les épîtres pastorales, Parigi 1947.
Giuseppe Rambaldi
II. DISCIPLINA SULL'AMMINISTRAZIONE DEL B.
I. MATERIA DEL B
Come si è visto, la materia del B. è l'acqua e soltanto l'acqua, sia essa di fonte, di mare o di pioggia, liquefatta da neve o grandine, calda o fredda.
Se l'acqua è mescolata con qualche altra materia, essa è valida solo se il composto vien comunemente considerato come acqua ed ha propriamente questo nome. Non sono materia valida per il B. l'olio, la saliva, il latte, il sangue, il grasso, e così neanche la birra, il succo di frutti e qualunque miscuglio, che pur contenendo dell'acqua non sia comunemente chiamato tale. Se il B. deve essere amministrato d'urgenza, e non sia possibile procurarsi dell'acqua vera e propria, si può far uso anche di acqua di natura dubbia. In questo caso però se il battezzato rimane in vita, il Sacramento deve essere condizionatamente amministrato con acqua vera.
Per essere materia prossima valida l'acqua deve toccare direttamente il corpo del battezzando e scorrere sopra di esso : il che può farsi o immergendo il candidato nell'acqua (forma prevalsa fino al sec. XII), o per infusione o per aspersione.
Secondo la norma prescritta dal Rituale romano l'abluzione deve essere fatta sul capo del battezzando : lavato il capo, si ritiene lavato anche tutto il corpo. Secondo l'opinione comune dei teologi, il B. va ritenuto valido se l'acqua è stata versata su una delle parti principali del corpo, come il petto, il collo, le scapole, per modo che, se l'acqua non poté esser versata sul capo del catecumeno o di fatto non lo fu, il B., ove la cosa sia facile a farsi, dovrebbe essere ripetuto sub conditione. Tuttavia F. Hürth-P.-M. Abellán (De Sacramentis, Roma 1947, n. 44), dicono : « il B. è più o meno dubbio e va condizionatamente ripetuto se l'acqua ha lavato altra parte diversa dal capo ». Tutti i moralisti per altro ammettono che, se l'acqua è stata versata su una parte meno principale del corpo, come la mano, il piede, il braccio, il B. va considerato come probabilmente non valido.
La Chiesa prescrive che l'acqua battesimale venga benedetta con la formola stabilita dal Rituale. La benedizione vuole mettere in rilievo che, se l'acqua toglie i peccati, non lo fa se non perché in essa e per mezzo di essa è operante la potenza di Dio. L'uso di benedire l'acqua battesimale è antichissimo. Il B. però sarebbe valido anche se venisse amministrato con acqua non benedetta.
È qui da osservare che il B. per essere valido, richiede che l'abluzione venga fatta dalla medesima persona che pronuncia la formola, diversa da quella che lo riceve, e che tra l'effusione dell'acqua e la recitazione della formola vi sia unità morale, almeno nel senso che non si sia ancora finito di versare l'acqua quando si è incominciato a pronunciare la formola.
Perciò, se uno cade o è gettato in acqua e pronuncia la formola al momento in cui si bagna, il B. non è valido, mentre lo è se la formola viene pronunciata da colui che lo ha gettato o immerso nell'acqua. Non valido ancora è il B. se uno pronuncia la formola e tiene il battezzando, e un altro fa l'abluzione, oppure se uno pronunciando la formola si mette sotto l'acqua che sgorga da una fonte.
II. NECESSITÀ
Se il B. è necessario per potere entrare nel regno dei cieli, l'obbligo di riceverlo è grave per ogni uomo. Soddisfare a questo obbligo è particolarmente urgente ogni volta che si è in pericolo di morte o la dilazione di esso mette in pericolo la salvezza eterna. Il B. infatti non solo è mezzo alla vita eterna ma anche il Sacramento con il quale l'uomo vien fatto membro della Chiesa e diventa capace dei mezzi di grazia che Cristo ha istituiti affidandone la distribuzione alla sua Chiesa e dei quali l'uomo ha assoluto bisogno per potere vivere senza peccato. Quali debbano essere i termini della dilazione, in quanto tale, in un uomo adulto perché essa non venga considerata come peccato grave, non può essere stabilito, giacché ai catecumeni, con il consenso della Chiesa stessa, anzi anche per suo espresso ordine, il B. veniva spesso differito per molto tempo, il che accade ancora oggi nelle missioni. Gli infanti devono essere battezzati al più presto.
III. EFFETTI
Riguardo agli effetti è da notare che, se il B. viene amministrato e ricevuto nella piena osservanza di tutte le condizioni relative alla forma, alla materia e all'intenzione sia del battezzante che del battezzando, questi riceve sempre l'impressione del carattere e il B. è valido. Se però, pur nell'osservanza di tutte queste condizioni, un adulto riceve il B. senza la debita disposizione, e cioè senza fede, speranza e attrizione dei peccati gravi personali commessi, il B. imprime sì il carattere ma, a causa dell'ostacolo, esso non è produttivo di Grazia. Questa
Grazia tuttavia sarà da esso prodotta, quando, rimosso l'ostacolo (ad es. con un atto di attrizione), il Sacramento riprenderà il suo vigore.
IV. MINISTRO
Amministra validamente il B. qualunque persona che usi la materia e la forma prescritte ed abbia la debita intenzione.
Questa è di fare ciò che Cristo ha istituito o ciò che fa la Chiesa; si deve avere, cioè, la volontà di porre un rito non meramente esterno (abluzione e recitazione della formola), ma di porre questo rito in modo tale che colui che lo pone voglia positivamente quello che vuole la Chiesa o almeno voglia questo rito in quanto dai cattolici è ritenuto sacro. Se un pastore protestante, nell'amministrare il B., si serve della materia e della forma che di esso sono proprie, con l'intenzione di fare ciò che la vera Chiesa di Cristo fa, il B. è valido. Ma poiché le diverse sette seguono diverse forme di B. ed hanno concetto diverso del suo valore e del suo significato, un eretico che si converta, non può essere ammesso nella Chiesa Cattolica senza previo esame del B. che ha ricevuto. Se, fatto questo esame secondo le norme di rito, il B. risulta valido, il convertito non deve essere ribattezzato. Se al contrario il valore del suo B. rimane dubbio, o perché non è stato fatto con la materia e la forma richieste o per sospetto che l'intenzione del ministro non sia stata retta, il B. va rinnovato sotto condizione, a meno che non si sia sicuri che il convertito o non è stato affatto battezzato o è stato battezzato in modo positivamente non valido, nel qual caso egli va ribattezzato in senso assoluto.
Ministro che amministra lecitamente, oltre che validamente, il B. è colui che secondo le leggi canoniche tiene le funzioni di ministro. Ministro ordinario del B. solenne (solenne è il B. nel quale il rito essenziale vien compiuto con tutte le cerimonie che l'accompagnano) è qualunque sacerdote; ma il suo conferimento è riservato al parroco o ad altro sacerdote munito della licenza del parroco o dell'ordinario del luogo. In caso di necessità la licenza è legittimamente presunta (can. 738). Se il battezzando è un adulto, il B. deve essere celebrato, se è possibile, dall'ordinario o da altro sacerdote da esso delegato (can. 744). Il parroco ministro ordinario del B. solenne, è il parroco proprio e che risiede nel proprio territorio. Ministro straordinario del B. solenne è un diacono munito di speciale licenza dell'ordinario e del parroco del luogo, licenza che viene concessa per giusta (non precisamente grave) causa e che, in caso di necessità, è legittimamente presunta (can. 741). Ministro di B. privato in caso di necessità, e cioè quando la vita del battezzando è in pericolo, è qualunque persona, purché nell'amministrare il B. egli osservi tutte le condizioni richieste dalla materia, dalla forma e dall'intenzione. Stando alle norme del Rituale romano, l'ordine di preferenza tra le persone presenti è il seguente : il parroco innanzi tutto, il sacerdote a preferenza del diacono, il diacono a preferenza del laico, l'uomo a preferenza della donna, a meno che o per ragioni di pudore o per maggiore competenza in materia e conseguente capacità, la donna sia da preferire all'uomo, chiunque altro a preferenza del padre e della madre del battezzando (cf. anche CIC, can. 742). L'amministrazione del B. privato in caso di necessità deve essere fatta, se è possibile, alla presenza di due o almeno un testimone. Ministro di B. privato, ove non ci sia pericolo di morte, è di per sé il parroco. Se il battezzando è un eretico convertito il quale vien battezzato privatamente sotto condizione su permesso dell'ordinario del luogo, o un cattolico, che già a suo tempo ha ricevuto il B. solenne, ma questo risultando dubbio, deve essere condizionatamente e di nascosto ribattezzato, il B. deve essere conferito dal parroco proprio; tuttavia, nel secondo caso, se, per rispetto alla sua buona fama o alla sua verecondia, si ritiene opportuno di far conferire il B. da un altro, questo può essere lecitamente amministrato da qual si voglia sacerdote. È da tener presente per quanto riguarda il ministro, che egli contrae con il battezzando una parentela spirituale, la quale è causa di impedimento dirimente in caso di matrimonio (v. COGNAZIONE SPIRITUALE).

V. SOGGETTO
È ogni uomo e soltanto l'uomo «viatore», l'uomo cioè che è ancora in via e non ha raggiunto la beatitudine eterna, non ancora battezzato e, nel caso in cui egli sia già adulto, dotato della debita intenzione. Il B. oggi è amministrato ai bambini prima dell'uso della ragione o a persone adulte.
1. B. dei bambini
I bambini, devono essere battezzati il più presto possibile (can. 770), non solo per il pericolo di morte che per gli infanti è maggiore che per gli adulti, ma anche per la consuetudine universalmente seguita nella Chiesa e che ha ormai da lungo tempo vigore di legge, e per la quale i genitori che ritardano troppo il B. dei propri figli incorrono in peccato grave. Molti moralisti considerano peccato mortale quello dei genitori che, senza causa grave, differiscono il B. oltre due settimane. In molti luoghi i limiti di tempo per conferire il B. agli infanti senza incorrere in peccato, sono stabiliti per legge. Naturalmente vien fatta eccezione dei casi in cui la dilazione è dovuta a giusta causa.
Norme particolari regolano il B. degli infanti non maturi e dei feti.
Il Rituale romano prescrive di non battezzare l'infante che ancora è nell'utero materno, e ciò nel presupposto che esso non può materialmente ricevere l'abluzione. Se tuttavia o direttamente o per mezzo di qualche strumento l'acqua può essere fatta arrivare fino all'infante, questo può e, se non vi è nessuna probabilità o speranza di battezzarlo una volta nato, deve essere battezzato. Se questa speranza vi è, ed è fondata, il B. non deve essere amministrato. Nel caso in cui l'infante sia stato lecitamente o illecitamente battezzato nell'utero materno, il B. deve essere ripetuto sotto condizione, dopo la sua nascita (can. 746, 1 e 5). Se la madre muore prima che il figlio nasca, l'infante o il feto, estratto dall'alvo da coloro a cui spetta di farlo (non dal sacerdote), deve essere battezzato in assoluto se è palesemente vivo, condizionatamente se la sua vita è dubbia. La madre viva che non può partorire per vie naturali, è obbligata a sottoporsi all'operazione cesarea, affinché l'infante possa essere battezzato, sempre però che la cosa possa essere fatta nelle seguenti condizioni: a) se nelle circostanze di fatto l'operazione può avvenire senza uccisione della madre; b) se l'infante è certamente vivo; c) se l'infante non può essere battezzato in altro modo. Alla madre tuttavia questo obbligo va ricordato con le massime cautele, e in ogni caso si ricorrerà alla sola persuasione. Se l'infante imperfettamente nato ed esposto a pericolo di morte, ha messo fuori il capo, sarà battezzato in assoluto, e se sopravviverà non dovrà essere battezzato una seconda volta sotto condizione. Se invece del capo ha messo fuori un altro membro, sia battezzato condizionatamente in questo membro, e, se vivrà, sia di nuovo battezzato nel modo debito sotto condizione. Tutti i feti abortivi, se sono vivi, siano battezzati in assoluto; se la loro vita è dubbia, il B. sarà condizionato (can. 747). Affinché l'acqua possa toccare il feto, si deve rompere la placenta in cui esso è involto. I pargoli deformi (mostri ecc.), devono essere battezzati solo condizionatamente. «Nel dubbio che si tratti di uno o più uomini, uno sarà battezzato in assoluto, gli altri sotto condizione» (can. 748). «Gli infanti trovatelli od esposti, ove, dopo diligenti indagini, non si sia potuto accertare se abbiano o no ricevuto il B., devono essere battezzati sotto condizione (can. 749). Il certificato di B. non è prova sufficiente.
I figli degli acattolici (e cioè di due infedeli o eretici o scismatici, anche nel caso che la fede da essi abbandonata fosse originariamente la cattolica), se si trovano in pericolo di morte o presente o futuro prima che ancora giungano all'età della ragione, possono essere battezzati lecitamente, anche contro la volontà dei genitori. Se il pericolo è prossimo e sicuro, devono essere battezzati per precetto di carità, se ciò può esser fatto senza provocar l'odio degli infedeli o degli eretici contro la religione cattolica. Se il pericolo è soltanto probabile, possono essere lecitamente battezzati, anche se la morte è ancora lontana, sempre che si preveda che essa possa avvenire prima che il bambino sia giunto all'uso della ragione.
Quando non ci sia pericolo di morte, e si abbia cura che il nato abbia un'educazione cattolica, esso vien lecitamente battezzato: 1) nel caso in cui ambo i genitori o solo uno di essi, sia il padre che la madre, o anche il nonno o la nonna o, ove questi manchino, il tutore vi accensata; 2) nel caso in cui nessuno dei predetti sia in vita, o i genitori siano stati giuridicamente privati di ogni diritto sulla prole, o ancora nel caso in cui essi non siano in condizioni di esercitarlo. Negli altri casi, ove non sovrasti pericolo di morte, non è lecito battezzare i figli degli acattolici (can. 750).
2. B. degli adulti
È adulto rispetto al B. colui che ha raggiunto l'uso della ragione e che può di propria volontà richiederlo ed esservi ammesso. Perché un adulto possa ricevere validamente il B., è sempre necessario che egli abbia l'intenzione almeno abituale esplicita di riceverlo, e cioè è necessario che egli almeno una volta abbia esplicitamente voluto il B. e non abbia in seguito ritrattata la sua decisione. Perché il B. sia lecito occorrono inoltre la fede, la speranza, e l'attrizione dei peccati gravi personali. Se l'adulto che ha chiesto il B. è in pericolo di morte e non può essere completamente istruito sui principali misteri della fede, il B. gli può essere amministrato lecitamente, a condizione che egli in qualche modo dia segno di assentire alle verità della fede cristiana (can. 752, 2).
Se l'adulto non sia in condizione di chiedere il B., questo gli verrà conferito in forma condizionata, purché al momento manifesti con segni e cenni l'intenzione di riceverlo, o già prima, quando era in possesso di tutte le sue facoltà, l'abbia manifestata in maniera probabile. Se egli guarisce e rimane qualche dubbio che il B. ricevuto non sia valido per difetto d'intenzione, esso sarà condizionatamente ripetuto (can. 752, 3). Quando non c'è pericolo di morte, l'adulto nisi sciens et volens probeque instructus ne baptizetur, oltreché egli deve essere ancora ammonito di dolersi dei suoi peccati (can. 752, 1).
Quanti non sono padroni della propria ragione vanno, in rapporto al B., equiparati ora agli infanti, ora agli adulti (can. 754).
Gli amanti e pazzi furiosi, che non hanno mai avuto l'uso della ragione, devono essere battezzati come gli infanti (can. 754, 1). Gli amanti che hanno avuto per un breve tempo l'uso della ragione o lo hanno, sono da equiparare agli adulti. Di conseguenza: 1) se non c'è pericolo di morte, siano battezzati, sempre che essi lo vogliano, in un intervallo di lucidità; 2) se c'è pericolo di morte, siano battezzati se prima di perder l'uso della ragione hanno manifestato il desiderio di ricevere il B. I letargici o i frenetici, e cioè coloro che transitoriamente e non abitualmente sono privi della ragione, ove non ci sia pericolo di morte, siano battezzati allo stato di veglia e se ne hanno la volontà; in pericolo di morte vanno trattati come gli amanti (can. 754, 2, 3, 4).
VI. CERIMONIE
Le cerimonie del B. solenne degli infanti sono, in breve, le seguenti:
L'infante viene portato alla porta della Chiesa dai padrini e quivi gli viene incontro il ministro. Quando i padrini, in nome dell'infante, hanno chiesto la fede dalla Chiesa, il sacerdote soffia sul volto dell'infante e lo esorcizza dallo spirito maligno, quindi gli segna tre volte il petto e la fronte con il segno della croce, impone le mani su di lui e gli mette il sale nella bocca. Dopo di ciò il sacerdote pone la sua stola violacea sull'infante e lo introduce nella chiesa, e qui con la saliva tocca gli orecchi e le narici del catecumeno. I padrini, a nome dell'infante, rinunzano tre volte a Satana con le sue pompe e le sue opere, e l'infante viene nato sul petto e fra le scapole con l'olio dei catecumeni. Quindi a mezzo dei padrini, egli professa la sua fede e chiede il B. Il sacerdote, mutata allora la stola violacea con una bianca, infonde tre volte l'acqua battesimale sul capo (meglio su la fronte) dell'infante e nel medesimo tempo dice la formula sacramentale. Dopo di che unge con il crisma il capo del battezzato, gli appone un velo bianco, gli consegna una candela accesa e lo congeda in pace. Il B. degli adulti si svolge con cerimonie che sono sostanzialmente le medesime, ma contengono qualcosa di più.
Il B. deve essere normalmente conferito in forma solenne, secondo il rito dei genitori, se questo è identico per ambedue: in caso contrario, secondo il rito del padre (cann. 755, 756). L'ordinario del luogo può per causa grave indulgere a che le cerimonie prescritte per il B. degli infanti siano seguite nel B. degli adulti.
L'obbligo di osservare le cerimonie descritte nel B. solenne è sotto peccato grave in cosa grave. Sono considerate cerimonie principali e gravi: l'uso dell'acqua battesimale, della saliva e del sale, l'insufflazione, l'unzione, e l'assistenza dei padrini. Per quanto riguarda l'uso della saliva, è stato recentemente stabilito (decr. S. C. R., 14 genn. 1944) che questa cerimonie può essere omessa tutte le volte che vi sia una causa ragionevole di tutela igienica o quando vi sia pericolo di contrarre o comunicare una malattia. L'acqua da usare nel B. solenne, è l'acqua destinata a questo speciale scopo e benedetta il Sabato Santo o la vigilia della Pentecoste, o in altra occasione con rito proprio e più breve. Le cerimonie non possono essere per sé separate dal rito essenziale, e cioè dall'applicazione della materia e della forma, ma devono essere fatte insieme con esso e fatte tutte e in maniera completa.
Quando, in caso di necessità, il B. viene conferito in forma privata o da un liscio o da un chierico che non sia diacono, esso vien celebrato soltanto per la parte relativa al rito essenziale, omettendo le cerimonie che l'accompagnano. Se invece esso è amministrato da un chierico che sia almeno diacono, le cerimonie vanno osservate. Nell'uno e nell'altro caso, se l'infante sopravvive, le cerimonie omesse devono venir completate. Quando il B. è ripetuto sotto condizione, oppure nel caso in cui debba essere ripetuto in assoluto, perché quello precedentemente conferito risulta certamente non valido, le cerimonie omesse nel B. precedente devono essere compiute nel secondo; quelle che sono state già fatte, possono ma non debbono essere ripetute. Nel B. privato di un adulto eretico, convertito e che vien ripetuto sotto condizione, tutte le cerimonie possono essere omesse.
VII. NOME
Prescrizione della Chiesa è che al battezzando si imponga un nome che sia cristiano. Qualora i genitori non lo vogliano e pretendano imporre un nome strano o pagano, il parroco deve aggiungere il nome di qualche santo e trascriverlo insieme con il nome profano nel registro dei battezzati.
VIII. PADRINI
È uso che il battezzando sia assistito dai padrini. I padrini, o «sponsores» o «offerenti» o «suscettori» o «fideiussori» sono le persone che assistono l'infante nel B. solenne per fare a suo nome la professione di fede. È proprio di essi «avere (il battezzando) come figlio spirituale affidato ad essi in perpetuo e curare diligentemente che in tutte le cose relative all'istituzione della vita cristiana egli si mostri per tutta la vita quale con cerimonia solenne promise di essere » (can. 760). L'obbligo che essi in questo si assumono è grave per quanto la prima cura spetti ai genitori e a coloro che ne fanno le veci; ciò vale anche per il B. che vien ripetuto sotto condizione, se il padrino è il medesimo che assiste il battezzando nel precedente B. Egli interviene anche nel completamento delle sole cerimonie. Nel B. privato si farà uso del padrino, sempre che ciò possa essere facile. Quanto al numero, il padrino deve essere « uno soltanto, anche se è di sesso diverso dal battezzando, o tutt'al più sarà permesso un padrino e una madrina » (can. 764). Il padrino che è certamente tale (sia che egli abbia assistito il battezzato nell'unico B. conferito in forma assoluta e valida, o in più B. ripetuti sotto condizione), contrae con il battezzato un vincolo di parentela spirituale (v. COGNAZIONE SPIRITUALE) che costituisce impedimento dirimente in caso di matrimonio tra il battezzato e il padrino.
Perché si abbia un legittimo padrino devono aversi, tra l'altro, queste condizioni: 1) esser battezzato e aver raggiunti l'uso della ragione; 2) avere la volontà di sottoporsi a questo compito; 3) non appartenere a setta non cattolica; 4) non essere né padre né madre né coniuge del battezzando; 5) essere designato o dal battezzando o dai suoi genitori o, in mancanza di questi, dal ministro; 6) tenere fisicamente o toccare o sollevare immediatamente o accogliere dal fonte battesimale o dalle mani del battezzante il battezzando, o personalmente o per mezzo di un procuratore. Inoltre per poter far da padrino, è necessario: 1) aver compiuto il 14 anno di età, a meno che il ministro per giusta causa non disponga altrimenti; 2) non essere, per delitto notorio, scomunicato o privato del diritto legale; 3) conoscere almeno i rudimenti della fede; 4) non essere novizio o professo, anche se non è un religioso, in nessuna religione, non aver preso gli ordini sacri, tranne il caso in cui vi sia necessità urgente e previa espressa licenza del superiore locale per i religiosi, e dell'ordinario proprio per gli ordinati (can. 766).
IX. TEMPO E LUOGO
Il B. di necessità può essere conferito, ove la necessità sia urgente, in qualunque tempo. Il B. solenne degli infanti deve essere conferito al più presto e in qualunque giorno. Quello degli adulti sarà conferito convenientemente alla vigilia di Pasqua o della Pentecoste e di preferenza nelle chiese cattedrali (cann. 770-72).
Luogo proprio per il B. privato di necessità è qualunque luogo; per il B. solenne la chiesa o un oratorio pubblico.
Le chiese parrocchiali debbono avere un battistero o fonte battesimale, il quale, o per diritto richiesto o su permesso e ordine dell'ordinario del luogo, può anche trovarsi in qualunque altra chiesa. Chiesa propria per il B. è la chiesa parrocchiale propria, o un'altra che entro la propria parrocchia possegga un fonte battesimale o ancora una chiesa o un oratorio pubblico della propria parrocchia. Che il B. si amministri nella casa viene concesso in casi particolari, ma sempre in luogo decente e con l'acqua battesimale. Tale concessione si fa ordinariamente in favore: 1) dei figli o nipoti dei sovrani e dei supremi capi dello Stato e di quelli che hanno diritto alla loro successione, sempre che la si richieda; 2) di tutti coloro ai quali l'ordinario del luogo secondo il suo meditato giudizio e in giusta coscienza e per ragionevole causa, ritenga di concederlo. Dopo il B., il parroco ha obbligo di trascrivere senza indugio e con ogni cura sul libro parrocchiale « i nomi del battezzato, facendovi menzione del ministro, dei genitori, dei padrini, del luogo e del giorno del conferimento » (can. 777, 1).
Bibliografia
Michele Fàbregas
III. LITURGIA DEL B.
Sino al sec. II l'iniziazione cristiana avveniva mediante tre riti essenziali: B., Cresima, prima Comunione. L'usanza sempre più prevalente di dare il B. ai bambini, scisse i tre riti, non tuttavia ugualmente ed in forma completa dappertutto. Il B., essendo una rinascita, implicava tre riti fondamentali: rinuncia a Satana, professione di fede, triplice abluzione. Intorno ad essi, per circostanze di tempo e di luogo, nacquero cerimonie secondarie la cui comprensione risulta più chiara se studiate nel loro tronco liturgico, d'Oriente e d'Occidente. Anche l'esame storico di esse, per le varianti nell'ambito d'uno stesso rito, è così vasto, da imporre una restrizione alle principali, conservate nelle liturgie viventi.
I. LITURGIE ORIENTALI
1. Rito bizantino
È vivente presso i popoli un tempo soggetti all'influenza di Costantinopoli: Russi, Bulgari, Romeni, Georgiani, Melchiti, Greci propriamente detti, compresi quelli uniti a Roma. Le fonti principali per lo studio dei riti sono quelle delle liturgie di s. Giovanni Crisostomo e s. Basilio, alle quali vanno aggiunti gli scritti dei Padri e di s. Gregorio Nazianzeno. Il rituale, nelle grandi linee, rimonta al sec. IV; suddiviso all'inizio in quattro gruppi di cerimonie, distinti da tempi intercalari; forse già prima del sec. VIII formava un tutto compatto nel quale, tuttavia, si possono distinguere diverse parti: 1) Il catecumeno veniva ricevuto con triplice insufflazione sul volto; gli veniva segnata la fronte, la bocca, il petto; una preghiera con imposizione delle mani chiudeva la cerimonia intesa ad allontanare dall'individuo lo spirito maligno. 2) Un triplice esorcismo (semplice tuttavia, se seguito immediatamente dal B.) con triplice insufflazione e segno di croce. 3) Rinuncia al demonio, adesione al Cristo ed alla S.ma Trinità, recita del simbolo. 4) Esorcismo e benedizione dell'acqua e dell'olio santo usato per ungere il catecumeno sulla fronte, il petto, il dorso, le orecchie, le mani, i piedi, affinché come atteta resista agli attacchi del nemico al quale va incontro. Avveniva poi la triplice immersione nell'acqua, accompagnata dalla formola trinitaria. Oggi i Russi immergono ancora tutto il corpo del bambino, coprendogli, con la mano, la bocca, il naso, gli occhi; poi gli mettono al collo una croce, che non dev'essere più tolta, e lo rivestono d'una tunica bianca. Come in antico, segue la Cresima, e, se il B. è stato conferito, com'è raccomandato, prima della Messa, il prete gli dà pure la Comunione con qualche goccia del S.mo Sangue.
2. Il rito siro antico non differiva sostanzialmente dal bizantino, avendo, tuttavia, formole proprie. Oggi presenta alcune varianti: all'acqua, terminato il rito, vien tolta la benedizione; al battezzando vien unta tre volte la fronte e, seduto nella vasca, gli viene infusa tre volte l'acqua sulla testa.
3. Il rito armeno si riallaccia pure al bizantino. La rinuncia al demonio e la professione di fede seguono immediatamente l'esorcismo del catecumeno. I più antichi manoscritti, come il rituale moderno, indicano una doppia abluzione: l'acqua è versata tre volte sulla testa del neofito e tre volte l'intero corpo è immerso nella piscina. È probabile, tuttavia, che le immersioni siano soltanto cerimoniali perché solo la triplice abluzione è accompagnata dalla formola sacramentale.
4. Rito alessandrino
I canoni d'Ippolito e i canoni apostolici egiziani sono le fonti più antiche per l'ordo battesimale dei riti copto ed etiopico, il quale, nelle grandi linee, doveva essere già completo nei secc. III-IV. Secondo le fonti antiche, le cerimonie s'iniziavano il sabato santo di sera. Il vescovo convocava i catecumeni per l'esorcismo solenne con l'imposizione delle mani, seguita dall'insufflazione e dalla unzione delle membra: petto, fronte, orecchie, naso.
Dopo l'intera veglia notturna completa, al canto del gallo, gli eletti erano ammessi al B. dopo essersi spogliati degli abiti. Essi pronunciavano da principio la rinuncia a Satana e ricevevano un'unzione d'olio esorcizzato, benedetto dal vescovo insieme con l'olio eucaristico (crisma). Discendendo poi nell'acqua, ciascuno rispondeva ad una triplice interrogazione intorno alla fede ed era immerso tre volte nell'acqua, sino a quando colui che lo battezzava gli imponeva la mano sulla testa. Prima di riprendere gli abiti, i neofiti venivano uniti con l'olio eucaristico. Dopo la preghiera, breve intermezzo fra i riti, la Cresima era seguita dalla Messa. Il rituale odierno è alquanto allungato ed inizia con una preghiera di purificazione della madre. La benedizione dell'acqua mediante triplice infusione d'olio, l'alitazione e la divisione in forma di croce, le preghiere ed ancora l'alitazione e l'infusione del crisma, avvengono immediatamente prima dell'immersione. Non si compie più la triplice dichiarazione di fede e la formola: «Io ti battezzo nel nome del Padre. Amen. Io ti battezzo nel nome del Figlio. Amen. Io ti battezzo nel nome dello Spirito Santo. Amen», benché curiosa, non implica alcuna dichiarazione di triteismo.
II. LITURGIE OCCIDENTALI
La Chiesa occidentale ha due riti soli: romano ed ambrosiano che differiscono pure nell'amministrazione del B. La Chiesa di Toledo, pur conservando il rito mozarabico, nel rituale e nel pontificale segue il rito romano; perciò il B. è conferito come nel resto dell'occidente.
1. Rito romano
Abbiamo ben pochi documenti che ci possono dare ragguagli sul cerimoniale seguito nei primi secoli a Roma. Giustino (sec. II) infatti, non offre molti dati; tuttavia la tesi recente che ascrive ad Ippolito romano i canoni apostolici egiziani offre chiare notizie, già riferite come proprie della Chiesa alessandrina. Su questo punto ed in quest'età l'accordo fra Roma e l'Egitto sarebbe stato compiuto. Abbiamo inoltre s. Leone Magno e papa Gelasio (fine sec. v), al quale si attribuisce la redazione del formulario che porta il suo nome, ma che piuttosto deve ritenersi abbia contribuito alla fissazione di quel testo che ci testimonia l'uso liturgico romano del sec. VI. Ancora più preziosa è la lettera di Giovanni diacono a Senario (PL 59, 401 sgg.). A questi documenti della prima età vanno unite le abbondanti e preziose informazioni degli africani Tertulliano e s. Cipriano, in generale concordanti e che si completano a vicenda. Anche a Roma i riti erano costituiti da una preparazione remota e prossima e dal B. stesso. Le prime due parti davano origine al catecumeno (v.) il quale essenzialmente consisteva in un'istruzione. Quando per il prevalere del B. ai bambini, l'istruzione venne demandata alla scuola, ne rimase solo qualche reliquia nell'ordo, che invece s'arricchi di orazioni, segnazioni, esorcismi che, da tre divenuti sette, e compiuti in altrettanti giorni, vennero in seguito adunati in un sol rito accoppiato al B. Il rituale che ne risultò, sta come appendice nei Sacramentari dal sec. IX in poi e si deve considerare come il frutto delle risposte che Carlomagno ottenne dai diversi vescovi dell'impero intorno alle cerimonie del B. Oggi è conservato per il B. degli adulti, essendo stato redatto, per quello dei bambini, un rituale semplificato, di età molto più recente.
Tre elementi del rito battesimale meritano particolare rilievo: a) Il nome dell'eletto inizia la formola battesimale. Il rituale odierno due volte prescrive di domandare il nome del battezzando: all'inizio, ricordo dell'antica iscrizione fra i catecumeni, e prima dell'ultima rinuncia a Satana. Quest'ultima volta è richiesta dal Sacramentario gregoriano probabilmente per l'uso ormai prevalente d'imporre un nuovo nome a chi sta per rinascere a novella vita. Nei primi tempi non vi era prescrizione alcuna in merito, perché il nome pagano non importava corrispondente professione religiosa (Tertulliano): ne è prova la lista dei vescovi presenti al Concilio di Nicea (325). Tuttavia nel sec. III si nota la tendenza a rilevare il carattere cristiano d'alcuni nomi (s. Cipriano nell'Epist. 67) e nel secolo seguente più spesso accade di veder assumere nomi tratti principalmente dal Vecchio Testamento. I Padri anzi (s. Ambrogio, s. Giovanni Crisostomo) combattono l'indifferentiismo d'alcuni cristiani nel dare ai figli nomi che non significano nulla. Sino allora, infatti, le persecuzioni avevano consigliato a non imporre nomi che manifestassero apertamente la condizione cristiana; ma, con la pace, si consiglia ripetutamente d'assumere i nomi dei martiri, perché, se anche questi nomi erano in origine pagani, erano divenuti, per martirio, cristiani. Altri nomi derivarono dalle feste in cui si riceveva il B. (Epifanio, Pasquale, Natale), dalle virtù maggiormente amate (Fidenzio, Speranzio, Pio), dagli animali che rappresentano virtù (Leone, Orsola, Colomba), dagli angeli e dai santi del Vecchio Testamento. Il nome di Gesù si trova imposto solo presso i Siri, in forma però composta (Ebediesus); invece i relativi appellativi sono di più largo uso (Salvatore, Emanuele, Renato, Teodoro). Nel sec. XIV era entrata la convinzione che il nuovo nome portasse la nuova vita, e questa convinzione era così radicata da ribattezzare chi non l'avesse assunto: errore gravissimo condannato dal Concilio beneventano (1374). Oggi la Chiesa esorta i fedeli a dare ai figli un nome cristiano, preferibile quello di un santo, eletto così a protettore della nuova creatura. b) Molti Padri (Cipriano, Ambrogio, Agostino, Basilio, Gregorio Nazianzano) reputano necessaria la benedizione dell'acqua battesimale. Sebbene la Didaché parli di acqua corrente, ordinariamente deve essere benedetta perché, secondo la dottrina patristica, con essa si unisce così in modo permanente la virtù divina. Oggi tale benedizione con esorcismi, infusione del sale e del crisma, si compie nei due giorni soli, che un tempo erano riservati al B. solenne: il sabato santo e la vigilia di Pentecoste. c) Anticamente il modo normale di battezzare era l'immersione dell'intero corpo nell'acqua, per tre volte pronunciando il nome di una delle Persone divine. Tale modo già attestato da Tertulliano è detto da s. Basilio d'origine apostolica, e la molteplicità dei documenti lo comprova. Molto praticato era pure l'uso di entrare nella vasca e ricevere per tre volte l'effusione dell'acqua sulla testa, come si trova rappresentato negli antichi monumenti. L'aspersione era praticata per i moribondi. L'immersione esigeva la denudazione. Questo può sorprendere i moderni ma non sorprendeva gli antichi, soprattutto i mediterranei, usi ai soventi bagni presi in pubblico. Gli stessi documenti cristiani esortavano ad una distinzione di sessi ma non vietavano la promiscuità allorquando non vi era che un solo pubblico bagno. Ancor presto, tuttavia, si avvertì l'inconveniente principalmente per il B. delle donne e si provvede in alcuni luoghi (ad es.
Arles, Milano) con due battisteri e con l'istituzione delle diaconesse che però nessun documento dice sostituissero il vescovo o i preti nell'atto del battezzare. Vari motivi concorsero ad abolire la nudità e per conseguenza l'uso dell'immersione: le invasioni barbariche e la conseguente rozzezza di costumi, il prevalere quasi assoluto del B. ai bambini da poco nati ed infine l'amore cristiano intensissimo per la purezza, che sviluppò fortemente il pudore. Oggi la Chiesa latina pratica l'infusione senza escludere l'immersione, conservatasi, in forma limitata alla sola testa, nel rito ambrosiano per il B. dei bambini.
2. Rito ambrosiano
Nonostante alcuni diligenti studi non si possiede ancora una storia dell'Ordo battesimale milanese. Preziose fonti sono due scritti di s. Ambrogio: De mysteriis e De Sacramentis. I manoscritti (che iniziano con il sec. XI) non sono sempre concordanti. Il rituale odierno, nella sua sostanza, fu redatto alla fine del sec. XVI e, pur concordando molto con la tradizione manoscritta, non ci dà la fusione dei riti primitivi in modo chiaro come la liturgia romana. Presentato l'aspirante, questi compie subito la rinuncia a Satana seguita dall'effeta («apriti»), dall'insufflazione e dall'unzione con l'olio dei catecumeni. Un esorcismo prepara l'imposizione della croce sulla fronte cui segue quella del sale. Dopo l'invito ad entrare nella chiesa ed il Ps. 41, il catecumeno recita il Credo ed il Pater, fa una professione di fede trinitaria e viene battezzato. Subito dopo si cantano le litanie dei Santi seguite dalla crismazione, dall'imposizione della veste candida e della lampada ardente. Un'orazione chiude il rito.
Tenendo conto delle testimonianze ambrosiane, meritano rilievo particolare alcuni punti dell'Ordo antico: a) La rinuncia al demonio è sotto forma di due risposte a due domande, mentre a Roma le domande sono tre, ed in Gallia una sola. b) Ogni immersione è preceduta da una professione di fede in ciascuna delle tre Persone divine. c) Dopo la crismazione «si lavano i piedi del battezzato perché gli siano tolte le sozzure ereditarie, mentre i peccati suoi gli sono cancellati dal B.» (De mysteriis, 6). S. Ambrogio stesso nota come questa cerimonia non fosse praticata nella chiesa romana (De Sacramentis, III, cap. 1) mentre sappiamo che lo era nella Gallia.
BIRL.: H. J. Denzinger, Ritus Orientalium Captorum, Syriorum, Armenorum in administrandis Sacramentis, 2 voll., Würzburg 1863-64; L. Corblet, Histoire dogmatique, liturgique et archéologique du sacrement du Baptême, Parigi 1881-82; M. Magistretti, Monumenta veteris liturgiae ambrosianae, II, Milano 1897, pp. 143-47; III, ivi 1905, pp. 466-71; F. Wiegand, Erzbischof Odilbert von Mailand über die Taufe, Lipsia 1899; G. Morin, La disputation du rite baptismal de l'église de Milan au IVe siècle d'après un passage corrigé du De Mysteriis de s. Ambroise, in Revue bénédictine, 16 (1899), pp. 414-18; L. E. Lebourgeois, Le Baptême romain au IVe siècle, Aix 1902; F. J. Dölger, Der Exorcismus im altchristlichen Taufritual, Paderborn 1909; P. de Puniet, Aperitio aurium, Aubes baptismales. Baptême. Bénédiction de l'eau (baptismale), in DACL, rispettivamente I, coll. 2523-37; ibid., coll. 3118-3140; II, coll. 251-346; ibid., coll. 685-713; H. Leclercq, Immersions. Noms propres. Nudité baptismale. Onction, ibid., rispettivamente VII, coll. 305-11; XII, coll. 1481-1553; ibid., coll. 1801-1805; ibid., coll. 2116-30; L. Duchesne, Les origines du culte chrétien, Parigi 1925, pp. 309-60; F. Cabrol, Le livre de la prière antique, Tours 1929, pp. 376-87; I. Schuster, Liber Sacramentorum, I, Torino 1929, pp. 10-25; O. Faller, Das Teufelsanspeien im Mailänder Taufritual, in Jahrbuch für Liturgiewissenschaft, 1929, pp. 128-32; B. Neunheuser, De benedictione aquae baptismalis, in Ephemerides liturgicae, 44 (1930), pp. 194-207, 258-81, 269-312, 455-92; A. Villien, Les Sacrements, histoire et liturgie,
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Enrico Cattaneo
III. IL B. NELLE MISSIONI
Il rito battesimale nella ripresa dell'attività missionaria del sec. XV fu subito oggetto di dispute dal punto di vista dell'adattamento a certi usi e costumi dei nuovi popoli da evangelizzare.
Al riguardo bisogna subito ricordare che i riti battesimali sono nati nell'occidente europeo e furono stabiliti in determinate epoche storiche in armonia con le abitudini e la mentalità dei popoli europei. Quando essi vengono praticati in mezzo ad altri popoli di civiltà assai diversa e di abitudini molto lontane dalle nostre, è facile che provochino ammirazione e qualche volta scherni e scandalo.
Contro questa situazione lo zelo dei missionari può reagire con qualche effetto soltanto là dove i cattolici esercitano per numero e per posizione sociale una certa influenza sul resto della popolazione. Ma nelle missioni tra i pagani, là dove il cristianesimo fa le sue prime conquiste, l'azione del missionario sulla mentalità della gran massa pagana è nulla o quasi.
Come esempio si ricordino alcuni pregiudizi, che ancora ai nostri giorni si riscontrano in talune regioni dell'India. La ripugnanza che gli Indiani hanno per l'uso della saliva non è dovuta soltanto a ragioni di igiene e di decenza, ma alla più che millenaria usanza di quei popoli, che la considerano come una contaminazione legale. Riguardo alla cerimonia del sale, si fa notare che l'inghiottire qualsiasi cibo o bevanda toccati da persona di altra casta è parimenti severamente proibito dalle leggi di casta. Inoltre il mettere cibo in bocca ad una donna è considerato gesto confidenziale e amoroso, che può permettersi solo il marito e in segreto. Tra alcune tribù aborigene, ad es. quelle dei Santali, la cerimonia essenziale del matrimonio consiste in questo: lo sposo intinge il pollice in un po' di polvere rossa e segna con essa la fronte della ragazza, che diventa così sua moglie legale. Si può immaginare l'imbarazzo del missionario che amministra il B. all'aperto e spesso in presenza dei pagani, quando deve fare l'unzione sulla fronte delle donne.

Si deve notare, che generalmente i neofiti a poco a poco si adattano ai riti della Chiesa. Le stesse cerimonie, che suscitano obbiezioni quando sono usate nel B., sono poi accettate pacificamente dalle medesime persone quando ricevono altri Sacramenti e Sacramentali. Così chi ha accettato, arrossendo, dalle mani del sacerdote il sale battesimale, accorre più tardi a prendere dalle stesse mani la S. Comunione; chi ha ricevuto con evidente imbarazzo le sacre unzioni nel B., le riceve con franchezza nella Cresima e così per altre cerimonie. Tutte queste ragioni ed altre suggerite da abitudini dei popoli da evangelizzare spinsero i missionari a chiedere dalla S. Sede modifiche al rito battesimale.
Al riguardo uno dei primi documenti è dato dalla costituzione di Paolo III Afrituto divini consilii, in data 1 giugno 1537 per le Indie orientali, in cui oltre a prescrizioni ordinate ad abbreviare il rito, si stabiliva che l'unzione del crisma e dell'olio dei catecumeni fosse compiuta per le donne sulla parte «quam ratio pudicitiae demonstrabit» (Collectanea S. C. de Prop. Fide, I, Roma 1907, n. 114, pp. 30-31).
Con decreto del 12 sett. 1645 il S. Ufficio rispose negativamente alla domanda rivolta da alcuni missionari della Cina di astenersi nel sacramento del B. «ab imponendo mulieribus oleum sanctum catechumenorum, sputum in suribus et sal in ore» (op. cit., n. 114, pp. 31-32). Lo stesso S. Ufficio, però, con documento del 23 marzo 1656, dopo aver riesaminato la questione, diede una risposta del tutto contraria, permettendo che «ex gravi necessitate proportionata» in Cina si potessero omettere alcuni Sacramentali nel B. delle donne e si potesse omettere anche l'Estrema Unzione (op. cit., n. 126, p. 38). I due decreti sopra riferiti dovettero suscitare grandi discussioni tra i missionari, perché con altro decreto del 13 nov. 1669 il S. Ufficio, senza abolire il decreto del 1656, richiamò all'osservanza quello del 1645 (op. cit., n. 189, p. 64). Anche il Sinodo di Tonchino celebrato il 14 febbr. 1670 si occupò della questione seguendo la corrente intesa a difendere l'uso dei Sacramentali nel B. (R. De Martinis, Jus Pontificium de Prop. Fide, I, Roma 1888, p. 431).
Alcuni missionari avevano chiesto di seguire l'uso della Chiesa primitiva nel compiere le varie cerimonie del rito battesimale sui catecumeni in quattro tempi successivi. La risposta fu negativa (Collectanea, loc. cit., n. 301, p. 97). Lamentavano, infatti, i missionari, che spesso non riuscivano a tranquillizzare gli animi dei catecumeni, specialmente fra i popoli primitivi e le persone incolte delle nazioni pagane, perché questi durante il notevole periodo di tempo che trascorreva dalla loro rinunzia al paganesimo fino a quando ricevevano il B., si sentivano privi della protezione di Dio contro le presunte vendette dello spirito maligno, a cui avevano rinunciato.
Purtroppo la questione circa l'omissione di alcune cerimonie battesimali fu trattata come un corollario di quella intorno ai riti cinesi e malabarici (v.) e ne seguì la sorte. Conseguentemente, alle ripetute istanze dei missionari in materia si rispose quasi sempre con le parole: «servetur ab omnibus Rituale Romanum» (Arch. di Prop. Fide, Acta C. P. Indiarum or. et Sinarum, a. 1723-28, t. IV, f. 270 e 272).
La costituzione di Benedetto XIV Ex quo singulari dell'11 luglio 1742 (Collectanea, loc. cit., n. 339, pp. 130-41)
non parla dei riti battesimali; invece ne tratta ampiamente la costituzione Omnium sollicitudinum del 2 sett. 1744 in cui viene riportato il decreto che il de Tournon promulgò in senso rigorista (Collectanea, loc. cit., p. 155) e che con ingenuità storica dice che i riti battesimali «ex Apostolica traditione Catholica Ecclesia recepti». I decreti di Clemente XII emanati il 24 ag. 1754 e il 13 maggio 1739 confermano quello del de Tournon ma nel medesimo tempo concedono ai missionari «Regnorum Madurensis, Maysurensis et Carnatensis» la facoltà «ad decennium» di omettere nel B. la saliva e di usare occultamente delle insufflazioni in casi particolari e per necessità grave e proporzionata (Collectanea, loc. cit., p. 166). Trascorso il decennio, i missionari domandarono la proroga della facoltà ricevuta da Clemente XII. Era allora sommo pontefice Benedetto XIV, che concesse la rinnovazione dell'indulto a condizioni assai restrictive e dichiarò che non l'avrebbe rinnovato per un terzo decennio. Intanto tutti i missionari dovevano adoperarsi per togliere dalla mente dei popoli ogni falso concetto intorno ai riti battesimali (Collectanea, loc. cit., pp. 169-70; cf. ibid., n. 345, p. 151; Arch. di Prop. Fide, Lettere della S. C., a. 1774, vol. 224, f. 54 v; Esame del Sinodo Sutchucense celebrato nel 1803 e approvato nel 1822, ff. 13-16 v). Nell'esame del Sinodo Sutchucense la questione fu molto discussa tra i consultori, che non erano tutti dello stesso parere e vi si legge una lunga annotazione di mons. Lambertini, poi papa Benedetto XIV, riportata da uno dei consultori. Le parole «secluso gravis necessitate casu» che si leggono nel cap. 2, che parla del B., furono introdotte proprio per questo motivo.
Anche l'uso del rituale dei bambini nel B. degli adulti fu permesso con molte restrizioni. Infatti le prime concessioni furono temporanee e con la clausola che bisognava lentamente introdurre l'esatta osservanza del Rituale romano. Una tale facoltà veniva chiesta sia per abbreviare il rito, sia per evitare imbarazzi ai convertiti adulti (cf. Arch. di Prop. Fide, Acta S. C. de Prop. Fide, a. 1830, vol. 193, f. 388-388 v; ff. 396-98; Collectio Lacensis, III, Friburgo in Br. 1875, coll. 34-35 e 151-52; Arch. di Prop. Fide, Acta S. C. de Prop. Fide, a. 1852, vol. 214, ff. 226-74; Collectanea S. C. de Prop. Fide, loc. cit., n. 1057, p. 572 e n. 1054, p. 569; Arch. di Prop. Fide, Acta S. C. de Prop. Fide, a. 1853, vol. 215, parte 1ª, ff. 5v, 13v, 43v, 46, 261-78; Collectio Lacensis, III, coll. 929, 807, 461-462, 384; Archivio di Prop., Acta S. C. de Prop. Fide, a. 1855, vol. 219, ff. 341, 343-48, 375).
Le numerose concessioni date al riguardo indussero il Santo Padre ad ordinare che la facoltà in parola fosse aggiunta tra le facoltà straordinarie dell'antica «Formola P» (modulo di concessioni designato con questa lettera), solite a darsi all'episcopato inglese «ad biennium». Nel numero 12 che la espone, non si parla della clausola di uniformarsi pian piano al Rituale. La medesima facoltà fu estesa «ad quinquennium» anche ai vescovi di Olanda e agli ordinari della Cina e regni adiacenti con la Formola 6. Dopo la disposizione del can. 775, § 2 una tale facoltà riguarda tutti i territori della Chiesa. In nota il CIC indica alcuni altri documenti.
Si domandò pure di far uso della lingua volgare nelle interrogazioni, e recentemente la S. Sede ha concesso che nelle missioni della Indonesia, Cina, Giappone, Indocina, India e Africa si usi il Rituale tradotto in lingua volgare, come già è stato permesso alla Germania (v. RITUALE ROMANO NELLE MISSIONI).
Riguardo alla cerimonia della saliva, la recente disposizione che permette di ometterla «quotiescumque rationabilis adest causa munditici tuendae aut periculum morbi contrahendi vel propagandi», trova la migliore accoglienza nei territori di missione (AAS, 36 [1944], pp. 27-29).
A. Maus (Selon quel cérémonial convient-il de baptiser un groupe d'adultes en pays de missions?, in Nouvelle Revue Théologie, 66 [1939], pp. 693-700), tenute presenti tutte le rubriche del Rituale, ha cercato di semplificare il rito battesimale degli adulti. Il rito semplificato, che già è in uso in alcune missioni del Congo, abbrevia le lunghe cerimonie e riesce molto comodo nelle regioni calde.
Esso è stato così ottenuto: 1) omissione dei salmi e preghiere dei numeri da 1 a 4, perché la rubrica dice: «si temporis ratio ferat»; omissione di due o anche delle tre interrogazioni circa il nome: nn. 5 e 37 e di tutte le apostrofi: nn. 5, 6, 9, 10, 15, 29, 35, 38 e 50; 2) tutte le preghiere «singulariter singulis» e a fortiori le altre, sono dette al plurale e ciascuna è recitata una sola volta per tutti i catecumeni prima del gesto che le accompagna; 3) tutti i gesti: segni della croce sulla fronte, il petto, il corpo, ecc., insuffazioni, inalazioni, imposizione di mano sulla testa, unzioni, riti del sale, della saliva, della veste candida, della candela, sono ripetuti su ciascuno, in silenzio, dopo la preghiera corrispondente, detta al plurale per tutti; 4) l'infusione dell'acqua e le parole sacramentali, precedute dal nome e dall'interrogazione del nome, sono ripetute per ciascuno.
Il metodo è molto semplice e per facilitare l'uso è consigliabile preparare il testo del cerimoniale così semplificato con le preghiere in plurale. Può liberamente usarsi ogni volta che il numero dei catecumeni supera la diccina.

Un'altra questione interessa le missioni ed è quella del B. dei fanciulli nati da genitori infedeli. Moltissimi sono i decreti e le istruzioni emanati in materia dai Sommi Pontefici, da Propaganda e dal S. Ufficio e che il can. 750 § 1 quasi riassume. Tra i diversi documenti relativi alla questione ha una particolare importanza la istruzione di Propaganda in data 17 apr. 1777 (P. Gasparri, Codicis Iuris Canonici Fontes, VII, Roma 1935, n. 4575, pp. 107-15; Collectanea, loc. cit., n. 522, pp. 319-23). In essa si stabilisce: «non licere nisi in articulo seu moraliter certo imminentis mortis periculo infantes infidelium filios, invitis seu insciis parentibus, baptizare». Con questa risposta veniva chiarita la prassi seguita dal ven. Giovanni Martino Moyé, del seminario delle Missioni estere di Parigi, missionario in Cina. Durante la carestia, che nel biennio 1777-79 mieté numerosissime vittime nel vicariato apostolico di Su-cthuen, il ven. Moyé, con l'aiuto di pie donne, battezzò un gran numero di bambini di genitori pagani e dopo la fine della carestia seguì la sua prassi, ispirata a criteri molto larghi in materia e che era oggetto di discussioni da parte di altri missionari.
Sull'argomento, nel 1779 mons. F. Pottier, vicario apostolico, e nel 1780 lo stesso Moyé scrissero a Roma per avere una decisione definitiva in materia. Nel frattempo la Propaganda aveva emanata il 17 apr. 1777 la «Instructio super dubiis nonnullis propositis quoad baptismum pro diversis cum personarum tum periculi circumstantis», che risolveva la questione in senso contrario alla prassi seguita dal ven. Moyé e che giunse nelle mani di mons. Pottier nei primi mesi del 1782. Il ven. Moyé vi si sottomise pienamente.
Bibliografia3 opere
Saverio Paventi
IV. ASCETICA DEL B.
Le inesauribili ricchezze delle verità contenute nella dottrina del B. e nei simboli, di cui sono dense le cerimonie del rito, hanno indotto fin da principio i Padri e gli scrittori ascetici a studiare profondamente l'apporto che esse possono dare alla formazione spirituale delle anime, e la pietà cristiana a istituire pratiche, che le mantengano vive nella memoria.
I. VIVERE IL PROPRIO B
Significa anzitutto diventarne coscienti. Il bambino, quando riceve il Sacramento, non sa quello che riceve; ma crescendo negli anni deve procurare di capire sempre più intimamente il dono largitogli. Il B. depone nell'anima la vita divina; ma questa è soltanto come un germe; tocca al cristiano farlo crescere fino a raggiungere, secondo l'espressione di s. Paolo, «la statura dell'uomo perfetto, la pienezza dell'età del Cristo» (Eph. 4, 13). Vivere il proprio B. vuol quindi significare sviluppare la ricchezza che è contenuta nel seme, far crescere in se stessi Gesù Cristo. Questa, che in fondo è la vocazione alla santità, non è che lo sviluppo della grazia battesimale.
Gli imperativi che ne derivano e costituiscono l'applicazione del principio: «vivere il proprio B.» si possono ridurre a quattro: 1) evitare la colpa. «Ricevi questa veste candida e riportata senza macchia al tribunale di N. S. Gesù Cristo» dice il sacerdote nel rito battesimale, deponendo un candido lino sul battezzato. E s. Paolo: «Non sapete che siamo stati battezzati in Gesù Cristo... affinché camminiamo in novità di vita?» (Rom. 6, 4). 2) acquistare verso Dio uno spirito filiale. «Avete ricevuto lo Spirito Santo, uno spirito di adozione, nel quale gridiamo: Padre, Padre» (Rom. 8, 15). 3) acquistare lo spirito di sacrificio. Pure ricevendo la vita divina, il cristiano conserva in sé la possibilità di ribellarsi alla retta ragione; porta sulle labbra, con la possibilità di darlo un giorno, il bacio di Giuda; occorre quindi essere forti, lottare e vincere, e questo importa sacrifici. 4) acquistare lo spirito di apostolato. Posta l'incorporazione in Cristo, tutti i battezzati sono uniti per aiutarsi scambievolmente e ciascuno deve cooperare al bene spirituale altrui.
II. LA DEVOZIONE AL B
Varie pratiche furono introdotte dalla Chiesa e dalla pietà cristiana per mantenere vivo il ricordo e quindi richiamarci lo spirito e le promesse fatte nell'atto di ricevere il Sacramento: 1) solennizzare la data, non solo di nascita, ma del B. La prima ricorda la comparsa nella famiglia umana; la seconda la comparsa, molto più importante, nella famiglia divina. 2) Rinnovare i voti battesimali. Il che può farsi privatamente e anche partecipando alla cerimonia indetta al principio di ogni anno, o in occasione delle comunioni solenni, o dell'amministrazione della Cresima. Rinunciare a Satana e cioè reagire alla seduzione delle idee perverse, sparse a profusione, è necessità di ogni giorno. Quindi il ratificare il patto pronunciato in nostro nome dal padrino o dalla madrina è un'azione che si impone al cristiano che comprende quello che è e quello che fa.
Bibliografia6 opere
Celestino Testore
V. ICONOGRAFIA E FOLKLORE DEL B.
I. ICONOGRAFIA
La scena comunemente chiamata del B. fu tra le primissime scene neotestamentarie che penetrarono nell'arte paleocristiana, sia nella scultura che negli affreschi cimiteriali. Più tardi passerà in modo del tutto naturale nella decorazione dei battisteri e della suppellettile liturgica. Concepita secondo uno schema alquanto semplice, fu soggetta però a varianti ed evoluzioni. Una descrizione che tenga conto di queste, deve comprendere tra gli elementi sostanziali della composizione, comuni a tutti i monumenti: il battezzato, di solito nudo; il battezzante, il cui vestiario varia tra la tunica esomide ovvero la pelle di animale e la tunica con il pallio; una indicazione del bagno battesimale per mezzo della stessa nudità del battezzato e dell'acqua rappresentata come massa orizzontale, come spruzzi sparsi intorno al neofita ovvero, in scultura, come cascata verticale, che dal v sec. diventa lo storico Giordano; e infine un'allusione all'intervento dello Spirito Santo, figurato nella colomba che, dal iv sec., può mandare dal becco un raggio di luce, ed anche nell'imposizione della mano che si trova dovunque meno che in quei monumenti in cui il Battista aiuta il Cristo a risalire dalle acque del Giordano. Le coppe per l'infusione che si trovano in pochi monumenti antichi sono dovute a restauri recenti. I criteri ammessi una volta per distinguere il B. di Cristo da quello del semplice neofita non sostengono il confronto con tutti i monumenti; si può dire soltanto che in determinati casi il primo serve di prototipo del secondo. Le figurazioni antiche servono poco o nulla per illustrare i diversi riti dell'immersione, infusione o aspersione, perché lo scopo dell'arte non fu di rappresentare realisticamente una cerimonia liturgica, ma di comporre insieme gli elementi più adatti a richiamare nella mente dei fedeli il rito dell'iniziazione cristiana, il B. cioè «nell'acqua e nello Spirito Santo».
Bibliografia2 opere
Luciano De Bruyne
Iconografia del B. di G. — Il tema del B. di Gesù continuò per tutto il medioevo, e non subì essenziali varianti in Occidente, mentre in Oriente assunse un carattere più aneddotico e narrativo: gli affreschi del sec. x di Toqale Kilissé in Cappadocia influenzarono, attraverso miniature, specialmente le miniature romaniche (p. es., la forma conica dei flutti del Giordano).
Nel periodo romanico il tema subì alcune modificazioni anche perché venne adoperato in modi e occasioni diverse dalle precedenti, come, p. es., per le decorazioni di capitelli, di timpani, ecc. I miniaturisti, invece, furono fedeli alla tradizione iconografica (Sacramentari d'Autun e di Drogone, Hortus deliciarum) pur tramandandoci spesso un Cristo barbato e benedicente. Il numero degli angeli astanti diviene variabile: in Francia uno o due, in Italia anche tre (battistero di Parma) o quattro (S. Maria d'Arezzo). Talora il Battista, vestito di pelli e cinto di corda, battezza il Cristo con un'ampolla.
In seguito il soggetto ebbe varianti iconografiche dipendenti soprattutto dalla crescente prevalenza dell'individualità dell'artista e dal gusto pittoresco che cercava indistinte occasioni per manifestarsi: così mentre Giotto (Padova, cappella degli Scrovegni) espresse nel B. di Cristo la sua umana religiosità, Masolino si attenne piuttosto alla tradizione (Castiglione d'Olona) pur dimostrandosi curioso di novità iconografiche; il Verrocchio compose la scena di fronte a un luminoso paesaggio fra squarci di luci, mentre Piero della Francesca vi impresse il suo assoluto rigore geometrico e spaziale.
L'ambiente della scena, poi, si complicò di piante, di fiori, di scenette come dimostrano, p. es., il Perugino, i Bellini e specialmente il Tiepolo.
Bibliografia4 opere
Fabia Borroni
II. FOLKLORE
La tradizione popolare conserva, intorno alla cerimonia del B., una serie di originali costumanze che, quasi a integrazione del rito, concorrono ad accentuare e colorire il carattere festoso e solenne dell'avvenimento e a dar rilievo all'entrata di un nuovo nato nella comunità cristiana.
Fin che il bimbo non è battezzato, in molte regioni, specialmente dell'Italia centro-meridionale e insulare, è chiamato «turco», o «turchetto», ovvero anche «pagano», e quando, dopo il sacro rito, la comare rende il figlio alla puerpera, pronuncia la frase sacramentale: «Tu mi hai dato un pagano, ed io te lo rendo cristiano». Nello stesso senso usano i Greci chiamarlo ἄρστος, serpente, e se è femmina ἄρστος, serpentina, nel concetto che il bimbo non battezzato è non solo un uomo in balia del diavolo, ma anzi lui stesso un diavolo.
Da ciò la tendenza, nei luoghi ove la tradizione popolare è più viva, ad affrettare il più possibile la data del B. Il vestito del B. per il neonato è, in genere, costituito da un abitino lungo e da una cuffietta bianca. S'intende che, anche a questo riguardo, molteplici sono le varietà dovute al clima, all'ambiente, alla condizione sociale, al gusto individuale, ecc. Domina, comunque, il concetto dell'innocenza (bianco) e della necessità di indicare la distinzione del sesso, sì che a prima vista anche un estraneo possa subito riconoscere se si tratti di maschio o di femmina.
Straordinaria importanza aveva, nella tradizione popolare, l'istituto del padrino e della madrina, o del compare e della comare di B. Ora l'uso va, un po' dovunque, perdendo vigore, ma, fino a non molti anni fa, in moltissimi paesi il padrino era veramente un «compare» assumendo nella famiglia, in cui teneva a B. il neonato, un posto di parentela spirituale strettissima, e quasi superiore ad una parentela di sangue. Il numero dei padrini viene in talune regioni raddoppiato con altra coppia scelta tra i ragazzi di famiglie amiche: in Francia questi padrini minori vengono chiamati «parrains babillauds». Ai due padrini è dovuta per consuetudine la prima notizia delle doglie del parto e dell'avvenuta nascita. In molti luoghi spetta al padrino mettere il nome al neonato. Anche nell'imposizione del nome il popolo suol seguire le norme di un'antica tradizione; si «rifanno» prima i nonni paterni, poi quelli materni, poi gli zii, cioè i fratelli del padre e della madre, sempreché vicende interne della famiglia, morti premature, ecc. non inducano ad imporre il nome di altri congiunti od amici. È questa una delle espressioni tipiche del senso della tradizione e della coesione familiare tra il popolo.
In chiesa il neonato è tenuto sulle braccia dal padrino (o dalla madrina): nell'atto in cui il B. si conferisce, il padre si allontana e si colloca qualche gradino più sotto del compare (la madre non partecipa mai al B. e si fa trovare a letto, anche se la cerimonia è rinviata a molto tempo dopo la nascita). L'uscita dalla chiesa dà luogo a manifestazioni di allegria, sparo di fucili e lancio, da parte dei padrini, di confetti o anche di nocciole, fave o frumento e perfino denaro, tutto come segno e buon augurio di prosperità e di abbondanza. Il lancio, con gesto di aspersione, dà luogo a contese fra i ragazzi. Al ritorno il corteo segue lo stesso ordine che all'andata, salvo che si dà al prete il posto d'onore, ove esso partecipi al festino in casa del neonato.
A casa poi è il momento degli auguri e delle espressioni festose, talune secondo fornole rituali. Della riconsegna del figlio battezzato alla madre, da parte della comare, si è detto innanzi. La famiglia offre un rinfresco più o meno ricco a seconda delle proprie condizioni. Caratteristica l'offerta di confetti, mandorle, noci, zuccherini, uova sode, nonché divino o rosolio e caffè.
Tutto questo complesso di usanze o credenze serve a dare alla cerimonia del B., nella semplice anima del popolo, un tono di commovente poesia e di intima festività. - Vedi Tav. LXV.
Bibliografia5 opere
Paolo Toschi


