GIACOMO

GIACOMO. - Giacobbe (v.). Dal greco Ἰάσοβος si ha Iacobus, Jacopo, G. Nel Nuovo Testamento si elencano due Apostoli con il nome di G.: G. di Zebedeo o il Maggiore e G. d'Alfeo. Quest'ultimo è da identificarsi probabilmente con G. il Minore (fratello [cugino] del Signore).

I. G. IL MAGGIORE. - Apostolo, figlio di Zebedeo e di Salome (Mc. 15, 10, cf. Mt. 27, 56), fratello di Giovanni Evangelista. Chiamato da Gesù mentre con il fratello era intento a riassettare le reti presso il lago di Genezareth, lasciò il padre, la barca e i garzoni (Mt. 5, 21 sg.; Mc. 1, 19 sg.; Lc. 5, 10 sg.). Nell'elenco degli Apostoli di Mc. 3, 16-19 occupa il secondo posto; in quello di Mt. 10, 2-4; Lc. 6, 13-16; Act. 1, 13, il terzo (dopo Pietro e Andrea).

Con Pietro e Giovanni è tra i privilegiati: assiste alla resurrezione della figlia di Giairo (Mc. 5, 36), all'agonia di Gesù nel Gethsemani (Mt. 26, 37), chiede informazioni sulla fine del mondo (Mc. 13, 3 sg.). Per il loro carattere impetuoso i due fratelli G. e Giovanni ebbero da Gesù il soprannome di «figli del tuono» (v. BOANERGES): Mc. 3, 17; invocarono fuoco dal cielo sui Samaritani (Lc. 9, 52-56), ambirono i primi posti (Mc. 10, 35-40; cf. Mt. 20, 20-23).

G. il Maggiore fu decapitato Erode Agrippa I (v.) verso il 42 (Act. 12, 2); mentre si recava al luogo del martirio avrebbe convertito il suo accompagnatore (Clemente Alessandrino, Hypot., VII, presso Eusebio, Hist. eccl., II, 9: PG 20, 157).

Secondo una leggenda divulgata da Isidoro di Siviglia (De vita et obitu Sanctorum, 71: PL 93, 151) G. il Maggiore avrebbe evangelizzato la Spagna ed avrebbe composto l'Epistola di G. (v. sotto).

Il suo corpo si venera a Santiago de Compostella; sarebbe stato scoperto da Teodoro da Iria nel sec. IX. Il suo sepolcro è meta di pellegrinaggi, celebri specialmente nel secc. x-xv. È patrono della Spagna. La sua festa si ricorda al 25 luglio nel Martirologio romano; anticamente al 27 dic., poi al 30 apr. (dai Greci), al 12 apr. (dai copti), al 28 dic. (dagli armeni).

BIBL.: Acta SS. Iulii, VI, ed. Venezia 1749, pp. 3-124; V. Ermon, Jacques le M., in DB, III, coll. 1082-1084; H. Leclercq, Jacques le M., in DACL, VII, coll. 2089-2100; anon., s. V. in Encicl. eccles., III, col. 588 sg. Sulla pretesa evangelizzazione della Spagna: H. Leclercq, L'Espagne chrétienne, Parigi 1906, pp. 31-42 e in DACL, V, coll. 412-17.

Pietro De Ambrozzi
FOLKLORE. - La straordinaria importanza che ebbe nel medioevo il santuario di S. G. a Compostella, meta di pellegrinaggi da tutta l'Europa, ha lasciato notevoli tracce nella tradizione popolare. La «Via lattea» viene ancora chiamata il cammino di S. Jacopo. I mira-

coli operati dal Santo hanno ispirato inni latini, un mistero provenzale, una sacra rappresentazione toscana e una «storia» in ottave, conservata nel Cod. 363 della Vittorio Emanuele di Roma (pubblicata dal Menghini e ristampata dal Battelli: V. BIBLICA.). Il ricordo dei suoi miracoli sopravvive ancora nella tradizione orale, come provano una leggenda in prosa raccolta in Val Gardena e una «storia» calabrese in endecasillabi.

Protettore dei farmacisti, drogheri, cappellai e calzettai, il Santo è invocato contro i reumatismi e per il buon tempo. - Vedi tav. XXVIII.

BIBL.: A. Nicolai, Monsieur et Jacques de Compostelle, in Bulletin de la Société archéol. de Bordeaux, 21 (1896), pp. 67-223; G. Battelli, Le più belle leggende cristiane, 3ª ed. Milano 1928, pp. 160-77; P. Toschi, La poesia popolare religiosa in Italia, Firenze 1933, V. indice. Paolo Toschi

II. G. IL MINORE. - Da identificarsi probabilmente con l'apostolo G. d'Alfeo, fratello del Signore, autore dell'Epistola di G. (v. sotto).

Nelle liste degli Apostoli G. LEBBEO (v.) è distinto da un G. d'Alfeo (Mt. 10, 2-4; Mc. 3, 16-19; Lc. 6, 14-16; Act. 1, 13). S. Luca nelle sue liste, conservate nel Vangelo e negli Atti, elenca pure un apostolo detto Giuda di G., che comunemente s'interpreta «fratello di G.». Nelle altre liste, invece di questo Giuda di G., si ha Taddeo (o Lebbeo; V. GIUDA TADDEO).

Tra le ragioni che inducono a identificare G. il Minore nell'omonimo Apostolo, figlio d'Alfeo, sono le seguenti. L'autore degli Atti che nella lista citata (1, 13) distingue due Apostoli chiamati G., dopo aver parlato del martirio del primo (Act. 12, 2) continua a parlare di un altro G. che gode grande autorità nella chiesa di Gerusalemme (ibid. 12, 17), che nel Concilio propone

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GIACOMO - Busto musivo dell'Apostolo G. di Maggiore. Cappella di S. Andrea (sec. VI) - Ravenna, Arcivescovado.
(fot. Anderson)
un celebre compromesso (ibid. 15, 13-19), che accoglie s. Paolo di ritorno dal terzo viaggio apostolico (ibid. 21, 18). Questo Apostolo elenca il nostro G. tra le colonne della Chiesa (Gal. 2, 9), dichiara che, quando salì a Gerusalemme per fare visita d'omaggio a Cefa: «altro degli Apostoli non vidi, se non G., il fratello del Signore» (Gal. 1, 19). S. Paolo informa pure che G. (probabilmente il nostro) fu favorito da una visione speciale di Cristo risorto (1 Cor. 15, 7).

Gli abitanti di Nazareth dicevano di Gesù: «Donde ha appreso questo? Non è forse costui (Gesù) il figlio della Maria e fratello di G. e di Giuseppe (Iosè) e di Giuda e di Simone?» (Mc. 6, 3 sg.). Tra le pie donne presenti sul Calvario s. Marco (15, 40) ricorda «Maria Maddalena e Maria [madre] di G. il Minore e di Giuseppe (Iosè)». S. Giovanni (19, 25) nota che assieme con la madre di Gesù c'era la sorella della madre di lui [detta] Maria, moglie di Cleofa (Klopás).

Su questi dati si fanno molte ipotesi. Alcuni identificano Alfeo con Cleofa (Klopás), altri, seguendo le indicazioni di Egesippo citato da Eusebio (Hist. eccl., II, 23, 4-8), ricostruiscono così la parentela: Alfeo, di origine sacerdotale, ebbe da Maria due figli: G. (detto di Alfeo, o il Minore) e Giuseppe (Iosè). Dopo la morte di Alfeo, Maria sposò in seconde nozze Cleofa (Klopás), di stirpe sacerdotale, fratello di s. Giuseppe, divenendo così «sorella», nel senso di «cognata», della omonima madre di Gesù. Cleofa, quando sposò Maria, era già padre di Giuda e di Simone. Così G., Giuseppe, Simone e Giuda divennero «fratelli», nel senso di «cugini», di Gesù. Eusebio, riferendosi ad Egesippo, informa che G. detto «il Giusto» visse da ascesa e che fu il primo vescovo di Gerusalemme.

Secondo Flavio Giuseppe (Antiq. Ind., XX, 9, 1) G. «il Giusto» sarebbe stato martirizzato da Anano (v. ANNAM, 2), sommo sacerdote che governava nell'interim tra la morte del procuratore Festo e l'arrivo del successore Albino, nella Pasqua del 62.

La liturgia latina celebra la festa di s. G. (assieme con quella di s. Filippo) al 1º maggio; la liturgia greca ricorda G. d'Alfeo al 5 ott. e G. vescovo di Gerusalemme al 25 ott. Il capo di s. G. il Minore si venera nel duomo di Ancona. Il Santo viene raffigurato, normalmente, con il bastone del fullone, strumento del suo martirio.

BIBL.: Oltre alle introduzioni all'Epistola di G., cf. M. Meinertz, Der Jacobusbrief und sein Verfasser, in Biblische Studien, 10 (1905), pp. 1-324; V. HERMON, Jacques le Mineur, in DB, III, coll. 1084-88; H. Leclercq, in DACL, VII, coll. 2109-16; anon., s. V. in Encicl. eccles., III, coll. 589-90. V. ALFEO. Pietro De Ambroggi

III. EPISTOLA di G

CATTOLICITÀ (v.) del Nuovo Testamento.

Non vi è un tema centrale, svolto secondo una divisione logica. Le idee principali si succedono in quest'ordine: Cap. 1 «G., servo di Gesù Cristo, alle 12 tribù [viventi] nella diaspora [augura] gioia» — Godete nel dolore: chiedete a Dio questa sapienza. — La tentazione non viene da Dio, ma dalle passioni; da Dio ci proviene ogni bene. — Ascoltate e praticate la parola di Dio. Cap. 2: Non abbiate favoritismi per i ricchi. — La fede senza le opere è morta. Cap. 3: Frenate la lingua. — La vera sapienza è caritatevole. Cap. 4: Causa delle guerre sono le passion

i. Domatele con la carità e la pazienza

Evitate maldicenze e progetti temerari. Cap. 5: Guai a voi, o ricchi, superbi, ingiusti, viziosi! — Voi, oppressi, abbiate pazienza, imitando l'agricoltore, i profeti, Giobbe. — Non giurate invano. — Chi soffre pregh

i. Chi è lieto salmeggi

L'infermo chiami i Unzione (v.). — Confessate i peccati. — Pregate da giusti. — Convertite i peccatori.

I migliori interpreti vedono in G., autore dell'Epistola, il fratello (cugino) del Signore, da identificare, probabilmente, nell'Apostolo detto G. il Minore, capo della chiesa di Gerusalemme. Qualche

autore spagnolo (s. Isidoro di Siviglia: PL 83, 151; 85, 540; G. Sanchez, De profectione S. Iacobi in Hispaniam, 3), con Dante (Par., XXV) attribuisce questa Epistola a G. il Maggiore. Ma questa opinione è insostenibile.

Alcuni razionalisti (L. Massebicau, F. Spitta, e specialmente A. Meyer, Das Rätsel des Jakobusbriefes, Giessen 1930) attribuiscono questo scritto a un ebreo non convertito del sec. 1 d. C., che si rivolge, in nome di G., alle dodici tribù nate da lui. — Si risponde che il carattere cristiano dell'Epistola risalta non soltanto dalle parole «Gesù Cristo» (in 1, 1 e 2, 1 che, secondo Meyer, sarebbero glosse), ma da tutto il contesto impregnato dello spirito del discorso della montagna.

Le questioni dei rapporti con Paolo, la data, i destinatari, lo scopo, assai discussi, sono fra loro intimamente connessi. G. scrive: «La fede senza le opere è sterile» (2, 21). «L'uomo viene giustificato, mediante le opere e non soltanto mediante la fede (2, 24). Paolo sembra contraddirlo scrivendo: «Credemmo per essere giustificati dalla fede e non dalle opere della Legge» (Gal. 2, 16; cf. Rom. 3, 2 sg.). Dal contesto risulta che G. non fa questione delle opere della Legge mosaica; suppone che i suoi lettori le osservino, esige che compiano anche le «opere buone», quelle della carità, raccomandate dal discorso della montagna. Senza di queste, la fede, considerata da G. come semplice adesione dell'intelletto alle verità, paragonabile a quella che hanno anche i demoni, non giustifica, non produce aumento di grazia.

giudaizzanti (v.) che forse, abusando delle parole di G., andavano proclamando la necessità di osservare le opere della Legge mosaica per ottenere la giustificazione. Dichiara che, per ottenere la giustificazione (grazia prima) non bastano le opere della Legge, ma occorre la fede viva, attivata dalla carità (Gal. 5, 6), quindi unita alle buone opere.

Come si vede, G. e Paolo non si contraddicono, ma usano gli stessi termini: opere, fede, giustificazione, con significati diversi. Dal confronto degli scritti, sembra che G. abbia scritto prima di Paolo, ai giudeocristiani lassisti, che si dispensavano dalle opere buone. La questione dei legali non era ancora nata. Quindi si può fissare la data di Giacomo prima del Concilio di Gerusalemme, tra il 45 e il 49.

I destinatari giudeocristiani della diaspora, devono essere quelli convertiti assai presto, dispersi in Siria, Fenicia, Cilicia, Cipro. Questi riconoscevano come loro capo spirituale il vescovo di Gerusalemme. È possibile che tra i fedeli della diaspora G. includa anche gli ebrei ellenisti convertiti, stabiliti in Palestina. Non sembra invece che intenda tutti i cristiani, quasi che «le dodici» tribù equivalessero all'«Israele di Dio» di Paolo (Gal. 6, 16).

Lo scopo di Giacomo è eminentemente morale, analogo a quello del discorso della montagna, non polemico antipaolino, come suppone Lutero. Gli studiosi che sostengono la priorità di Paolo su G. rimandano questa Epistola fin verso il termine della vita dell'autore (dopo l'Epistola ai Romani) oppure (gli acattolici) in epoca posteriore.

Giacomo è tra i cosiddetti deuterocanonici del Nuovo Testamento. Eusebio l'elenco tra i libri discussi (antilegomeni) riconosciuti da molti (Hist. eccl., III, 25).

Le testimonianze esplicite incominciano con Origene. Consta tuttavia che Giacomo si leggeva nelle chiese che usavano le versioni copto-sahidica, etiopica, siro-pèšità. In Occidente era usata da Clemente Romano, si leggeva nell'antica latina; pur non essendo citata dal canone muratoriano, da Tertulliano, Cipriano, Lattanzio, risulta che al sec. IV era accettata nelle chiese d'Italia, di Gallia, di Spagna, d'Africa. S. Gerolamo riassume la storia della questione scrivendo: «G., che si

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GIACOMO - Incipit del Protovangelo di G., cod. Vat. gr. 455, fol. 201ʳ (sec. x) - Biblioteca Vaticana.
(fot. Enc. Catt.)
chiama fratello del Signore,...scrisse una sola epistola che fa parte delle cattoliche; si asserisce che... sia stata pubblicata da qualche altro sotto il nome di lui, sebbene, a poco a poco, con l'andar del tempo, abbia ottenuto autorità» (De vir. ill., 2: PL 23, 609). Dopo il sec. IV l'accordo sulla canonicità è moralmente unanime.

La lingua greca è relativamente elegante. Non mancano tuttavia tracce di semitismi. Forse lo stesso G. si è giovato di un segretario-redattore che sapeva bene il greco.

BIBL.: J. Chaine, L'épître de Jacques, Parigi 1927; A. Charue, Les épîtres catholiques, Parigi 1938 (L. Pirot, La Ste Bible, 12); I. Bonsteven, in DBs. IV, coll. 783-95; P. De Ambroggi, L'épistole cattoliche, 2ᵉ ed., Torino 1949, specie pp. 4-8.

IV. PROTOVANGELO di G

Apocrifo appartenente alla serie dei Vangeli dell'infanzia.

18. Argomento

È svolto in 3 parti. Nella 1ᵃ (capp. 1-16) si racconta la nascita della GIOACHINO, SANTO (v.) ANNAM (v.), la sua presentazione al Tempio, ove rimase dai 3 ai 12 anni, il suo sposalizio con il carpentiere Giuseppe, già padre di 4 figli, l'Annunciazione, la visita ad Elisabetta, la perplessità dello sposo, risolta davanti al tribunale con la prova delle acque amare, brillantemente superata.

La 2ᵃ parte (capp. 17-21) descrive le meravigliose circostanze che accompagnarono la nascita del Salvatore: in quell'istante tutta la vita fu come sospesa; una levatrice incredula, Salome, che volle constatare la verginità nel parto, fu punita e poi guarita dal Neonato. Il racconto della venuta e della partenza dei Magi è conforme a Mt. 2.

La 3ᵃ parte (capp. 22-24, appendice d'altra indole) parla della strage degli innocenti: in quell'occasione la Vergine avrebbe nascosto il bimbo in una mangiatoia, mentre Elisabetta avrebbe trovato un rifugio con il piccolo Giovanni in un crepaccio apertosi miracolosamente

nella montagna. Segue la narrazione dell'assassinio del sommo sacerdote Zaccaria, perpetrato da Erode, e un breve epilogo ove G. dichiara di avere scritto questa storia.

19. Titolo

Fu dato a questo scritto da G. Postel, che ne portò dall'Oriente un codice greco e ne pubblicò a Basilea, nel 1552, una versione latina. Ma né quel codice, né gli altri trovati poi altrove, hanno questo titolo. Origene lo conosceva come Libro di G. (In Mt., X, 17: PG 13, 867 sg.). Diversi manoscritti lo intitolano: Storia della natività di Maria.

20. Origine

L'opera, allo stato attuale, è frutto di una compilazione. La 1ᵃ parte, dalla nascita al matrimonio di Maria, risale certamente al sec. II. Si notano sintomatiche coincidenze fra Protox, 12, 2 e s. Giustino (Dial. 5). La 2ᵃ parte, con il brusco passaggio dalla terza alla prima persona (19, 2: « Ed io, Giuseppe, camminavo [e non camminavo]... »), suppone un'altra fonte: un apocrifo di Giuseppe sulla nascita di Gesù. Anche questa parte è del sec. II. Clemente Alessandrino ne conosce le notizie riguardanti il precedente matrimonio di s. Giuseppe e la constatazione della verginità in partu (Strom., VII, 93: CB, III, p. 66). Origene sa da un libro di G. che i fratelli nel Signore sono figli di Giuseppe, avuti da un precedente matrimonio. La 3ᵃ parte, con la leggenda apocrifa di Zaccaria, secondo G. Bonaccorsi (v. BIBLICA., p. xxiii), non può essere posteriore alla fine del III sec. o all'inizio del IV, perché il papiro di Almunen (edito da E. Pistelli, Papiri della soc. ital., I, Firenze 1912, pp. 9-16) è del sec. IV e contiene frammenti degli ultimi due capitoli. E. Amann ritiene che il libro, nella forma attuale, non sia anteriore al sec. V. Papa Innocenzo I (Ad Exuperium) esclude dal canone « cetera omnia quae sub nomine Matthiae, sive Iacobi Minoris » (Denz-U, 96). Il cosiddetto Decreto Gelasiano (492-95) esclude un Evangelium nomine Iacobi e un Liber de infantia Salvatoris et de Maria, vel obstetricis.

Il Protovangelo di G. intende glorificare specialmente la santità e la verginità di Maria nel parto. Alcuni hanno voluto scorgervi tendenze grostiche o ebionite. Ma si tratta di indizi molto problematici. I migliori esegeti credono che l'autore, fed-le alla Chiesa, volle semplicemente soddisfare la pietà popolare dei fedeli.

21. Rifacimenti latini

Non si ha una versione latina antica di tutto il Protovangelo di G., ma se ne posseggono alcuni rifacimenti. Uno è il cosiddetto Pseudo-Matteo, che in latino s'intitola: Liber de ortu Mariae et infantia Salvatoris, a beato Matthaeo hebraice scriptus, et a beato Hieronymo in latinum translatus. Nei primi 17 capitoli dipende fedelmente dal Protovangelo di G.; quindi aggiunge notizie sulla fuga in Egitto e la vita privata a Nazareth. Si tratta d'una compilazione del sec. VI. Altro rifacimento latino è il Vangelo De nativitate Mariae, dell'epoca carolingia. Ha attenuato le incongruenze dello Pseudo-Matteo. - Vedi tav. XXIX.
BIBL.: E. Amann, Le protocangle de Jacques et ses remaniements latins. Introduction, textes, traductions et commentaires, Parigi 1910 (testi greci e latini, desanti da C. Tischendorf, con apparato critico e versione francese munita di commento); id., Apocryphes du Nouv. Text., in DBs. I, coll. 468-70, 483; G. Bonaccorsi, Vangeli apocrifi, Firenze 1948, I, pp. xxii sg., 58-109, 152-225, ecc. Una versione letteraria fu pubblicata da E. Pistelli, Il protocangelo di Iacopo, Lanciano 1919.

Pietro De Ambroggi

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“GIACOMO.” Enciclopedia Cattolica, vol. VI (1951), p. 213. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/giacomo.