GIUDA TADDEO. - Apostolo, distinto negli elenchi dall'omonimo traditore con la qualifica di G. [fratello] di Giacomo (in Lc. 6, 16 al penultimo posto; in Act. 1, 13, all'ultimo posto, mancando l'Iscariota), oppure con l'epiteto di Taddeo (in Mt. 10, 3 e Mc. 3, 18, al terzultimo posto). Invece di Taddeo (= « dal largo petto, magnanimo ») hanno Lebbeo (= « coraggioso »), in Mt. 10, 3, i codici D, k, Origene. Altri testimoni del testo uniscono Lebbeo a Taddeo (EFGKL). Alcuni codici dell'antica latina scrivono Iudas Zelotes (a b g h q).
Alcuni, seguendo la recensione araba Taziano (v.), pensano che l'espressione G. di Giacomo significhi « G. figlio di Giacomo ». Ma in formole di questo genere, quando il personaggio in genitivo è più noto del padre, l'articolo 706 (= « del ») può sottintendere un altro grado di parentela. P. es., in Mc. 15, 14 « Maria di Giacomo » non significa « figlia di Giacomo », ma « madre di Giacomo », ossia del celebre Giacomo il Minore (v.), capo della Chiesa di Gerusalemme. L'autore dell'Epistola di G. si qualifica chiaramente « G. fratello di Giacomo ». Per la parentela di G. con Giacomo e Gesù V. GIACOMO IL MINORE.
Io. 14, 22 conserva una domanda rivolta da G. « non quello Iscariota » a Gesù nell'ultima cena : « Signore, come mai ti manifestasti a noi e non al mondo ? ».
La tradizione è incerta sul resto della vita di G. Secondo Niceforo Callisto, G. avrebbe pescato con la rete evangelica dapprima nella Giudea, nella Galilea e nella Samaria, poi nelle città della Siria e della Mesopotamia e sarebbe morto ad Edessa, città di Abgar (PG 145, 864). Eusebio (Hist. eccl., I, 13 : PG 20, 124) e gli scrittori siri distinguono il nostro G. T. dal Taddeo (Addaj) che si recò ad Edessa da Abgar. Secondo i siri avrebbe subito il martirio ad Arad, presso Beirut.
Nella liturgia latina è unito all'apostolo Simone (28 ottobre) ed è invocato dal popolo nei casi disperati.
EPISTOLA DI G. - Ultima delle sette epistole cattoliche del Nuovo Testamento.
Dopo l'iscrizione e gli auguri (vv. 1-2), l'autore indica lo scopo per cui scrive: « per esortarvi a com-

(fot. Alinari)
Quanto alla genuinità e canonicità, assai probabilmente la G. è già usata da II Pietro. È citata nel Canone muratoriano (lin. 68 sg.), è attribuita all'apostolo G. da Tertulliano (De cultu foem., 1, 3 : PL 1, 1308), è commentata da Clemente Alessandrino (PG 9, 731), accettata nel canone da Origene (PG 12, 857; 13, 877). È conosciuta dalla Didaché (2, 7), da Policarpo, da Teofilo Antiocheno ed altri.
Eusebio l'elenco tra i libri discussi (antilegomeni : Hist. eccl., III, 25 : PG 20, 269). La ragione dei dubbi sulla canonicità è indicata da s. Gerolamo nel fatto che l'Epistola di G. sembra citare l'apocrifo Henoch (De viris ill., 4 : PL 23, 645). Per conto loro Eusebio e s. Gerolamo la usano come S. Scrittura.
Gli avversari della canonicità, citati da s. Gerolamo, si fondavano specialmente sul fatto che G. ENOCH (v.) così : « Profetò appunto anche per costoro il settimo [patriarca] dopo Adamo, Henoch dicendo : - Ecco che viene il Signore ecc. » (vv. 14-15). Queste parole si leggono effettivamente anche nei frammenti greci di Henoch, 1, 9.
Per risolvere questa difficoltà, alcuni antichi, con Tertulliano e s. Agostino, pensavano che effettivamente Henoch avesse scritto qualcosa di ispirato; ma s. Gerolamo osservava che non s'intende approvato tutto un libro quando se ne trova approvata una piccola parte (In Tit., 1, 12 : PL 26, 571). Alla questione si danno altre soluzioni : si fa notare che il termine « profeta » può essere usato in senso improprio : Epimenide (v.) da s. Paolo in Tit. 1, 12; il verbo « profetare » presso gli scrittori apocalittici giudaici conosciuti da G. e dai suoi lettori giudei significava spesso « comporre delle visioni fittizie, attribuite a celebri personaggi antichi ». Così si salva l'inerranza, supponendo che autore e lettori conoscessero quell'artificio letterario dell'apocalittica.
Il prologo s'indirizza genericamente: «ai chiamati, diletti in Dio Padre e custoditi per Gesù Cristo». Ma dal contesto e dal fatto che l'autore si qualifica «fratello di Giacomo», risulta che la Epistola di G. non è una circolare, bensì uno scritto destinato a determinati lettori giudeocristiani della diaspora, ai quali si era già rivolto Giacomo con la sua epistola. Tra i lettori si erano infiltrati dei falsi dottori che facevano una specie di sincretismo fra giudaismo, paganesimo e cristianesimo. G. pone in guardia i fedeli contro tali empi, disonesti, che sono «lordure nelle agapi» (v. 12), che rinnegano l'unico padrone e signore nostro Gesù Cristo (v. 4), che contaminano il loro corpo, sprezzano la sovranità, insultano le glorie angeliche (v. 8), che sono mormoratori, superbi (v. 16).
La Epistola di G. sembra composta dopo la morte di Giacomo (a. 62) e prima di II Pietro, che ne usa (a. 67). Si può con il Cornely fissare una data approssimativa verso il 65. J. Chaine, che ritiene pseudoepigrafe II Pietro, cerca la data di composizione della nostra tra il 70 e l'80. Gli acattolici sono discordi: alcuni, con Jülicher, scendono al 180; il Renan, che vi scorge uno scritto antipaolino, risale fino al 54.
Numerosi semitismi confermano l'origine ebraica dell'autore. Lo stile è semplice, vivace, amante del cosiddetto triplet (espressioni analoghe che vanno a tre a tre): ad es., vv. 2. 4. 6-7. 8. 11. 19. 20 sg. 22 sg.
Le principali verità del Credo sono contenute in questo breve scritto; in particolare è sviluppata la dottrina riguardante gli angeli e i demoni.