MARONITI

MARONITI. - Popolo cristiano di origine sira, distribuito specialmente nella Repubblica del Libano, in Siria, Palestina, Cipro ed Egitto.

I. S. MARONE. - Di s. Marone si sa che viveva da anacoreta sopra un monte situato probabilmente nella regione di Apamea. Il dono dei miracoli propagò la sua fama e fece affluire la gente al suo eremo. Alla morte, essendo sorta tra i villaggi vicini una forte contesa per il possesso della venerata salma, gli abitanti del villaggio più grande ebbero il sopravvento e costruirono intorno a quella preziosa reliquia un tempio assai sontuoso (Teodoreto, *Religiosa hist.*: PG 82, 1418). Quivi s. Marone viene chiamato «il Grande», «il Sommo», «il Divino» (loc. cit., 1395, 1431, 1454, 1491). S. Giovanni Crisostomo gli inviò una lettera scritta, come risultata dal contenuto, tra il 404 e il 407 e Teodoreto, scrivendo la sua opera tra il 423 e il 458, parla di una chiesa di S. Marone già divenuta sontuosissima, e del culto che gli si prestava, il che fa ritenere giusto che s. Marone sia morto ca. il 410. La data della sua nascita rimane sconosciuta.

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eto, scrivendo la sua opera tra il 423 e il 458, parla di una chiesa di S. Marone già divenuta sontuosissima, e del culto che gli si prestava, il che fa ritenere giusto che s. Marone sia morto ca. il 410. La data della sua nascita rimane sconosciuta.

II. IL MONASTERO DI S. MARONE. - Molti santi sono chiamati da Teodoreto discepoli di s. Marone. Fu probabilmente intorno alla suddetta chiesa che un monastero venne eretto, perché di quella chiesa non si parla più dopo Teodoreto, mentre del monastero parlano molti documenti. Abù l-Fida' (m. nel 1331), nella sua storia preislamica (ed. H. Fleischer, Lipsia 1831, p. 113), dice che il monastero di S. Marone fu ingrandito da Marciano nel 452. Abù l-Fida, che governò Homs, aveva vicino o dentro l'ambito della sua giurisdizione la regione di Apamea in cui si trovava il monastero. Secondo Procopio di Cesarea (De aedificiis Dn. Iustiniani, V, Venezia 1729, p. 9), Giustiniano fece alcuni restauri nello stesso monastero, e secondo Eutiche, patriarca d'Alessandria, Eraclio nel 628 lo visitò e gli legò dei beni (PG 111, 1089). Durante il regno di Eraclio, molte chiese di giacobiti passarono ai monaci maroniti ed Eraclio non volle che fossero restituite (Bar Ebreo, *Chron. Eccl.*, I, Lovanio 1872, pp. 270-74). Nel mss. di Londra Brit. Mus. add. 17, 169, f. 126' si legge che esso fu acquisito nel 745 per il monastero di S. Marone (cf. F. Nau, *Bulletin de St. Luis des maronites*, 1903, 3469). Timoteo I, patriarca nestoriano, scrisse nel 791 una lunga lettera ai monaci di s. Marone (Vat. Borgiano 81). Il patriarca giacobita Dionigi del Tellmahre (m. nell'845) dice: «i M. restarono come sono oggi: ordinano patriarca e vescovi dal loro monastero» (*Chronique de Michel le Syrien*, trad. J.-B. Chabot, II, Parigi 1910, p. 511).

Vi sono lettere pubblicate da Mansi (vol. VIII), la cui data varia tra il 517 e il 536, nelle quali il posto o i termini delle firme di archimandriti o monaci di S. Marone provano che quel monastero nella Siria seconda era il principale o l'esarca. Da quanto precede risulta che, dalla metà del sec. v fino alla metà del ix, il monastero di S. Marone era fiorente e primeggiava.

Tommaso vescovo di Kefartab (sec. xi) dice che questo monastero sorgeva sulle rive dell'Oronte e vi dimoravano 800 monaci (mss. siriaco di Parigi 203, f. 97 V. in *al-Manarah*, 7 [1936], p. 97). al-Mas'udi dice lo stesso, ma altrove precisa che era situato ad est di Hamah e Sajzar, oggi Sajgar (Le livre de l'avertissement et de la revision*, trad. Carra de Vaux, Parigi 1897, p. 211). Un antico manoscritto pubblicato da F. Nau (Opuscules Manronites, II, Parigi 1900, p. 22) ne è una conferma. Il monastero «consisteva in un grandioso edificio attornato da più di trecento stanze abitate da monaci, e possedeva oggetti d'oro, d'argento e di pietre preziose in gran quantità. Fu distrutto per le scorrerie degli Arabi e l'ingiustizia del sultano» (Mas'udi, loc. cit.).

Una nota del manoscritto del British Museum add. 17, 169, che secondo il Wright fu apposta tra il ix e il x sec., dice che esso, prima in possesso dei m. del monastero, fu donato alla Chiesa dei Siri nel deserto del basso Egitto. Si presume che prima il monastero sia stato distrutto. Nessuna traccia ne è rimasta. Circa la testa di s. Marone conservata nella cattedrale di Foligno, V. P. Sfair, *La Messa M.* (Roma 1946, p. 114).

III. ESPANSIONE DEI M

Il monastero di S. Marone e altri dipendenti diedero il nome di M. a quei cristiani aramei che intorno ad essi cominciarono a formare una comunità compatta (H. Lammens, in *al-Mas'udi*, 6 [1903], p. 131). Prima si diffusero secondo al-Mas'udi (loc. cit.) in Apamea, Sajzar, Homs e Hamah, e secondo Bar Ebreo (*Chron. eccl.*, I, pp. 270-74) ed Eutiche (PG 111, 1078) anche in Gerapoli, Qinnašrin e al-'Awajim. Nella seconda metà del sec. VII comincia l'emigrazione dei M. verso il Libano per forti rivalità con i giacobiti (H. Lammens, in *al-Mas'udi*, 2 [1899], p. 267). Più tardi anche i califfi li perseguitarono (Dionigi di Tellmahre, in *Chronique de Michel le Syrien*, II, p. 511). Al principio devono avere abitato nel distretto di Batrùn, donde dilagarono in quello di Gubajl, ed erano numerosi come attestano le chiese da loro erette nei secc. VIII, ix e X. Quivi trovarono ed assorbirono molti cristiani, che come loro parlavano il siriaco ed erano stati evangelizzati dai monaci di s. Marone (H. Lammens, in *al-Mas'udi*, 4 [1901], pp. 728, 1018; PG 82, 1428). Anche in Aleppo i M. sono assai antichi giacobite Dionigi di Tellmahre (loc. cit., pp. 429-96) parla di una lotta tra loro e i melkiti. Ben presto si trovarono pure nella Mesopotamia. Bar Ebreo (*Ta'rîh muhtasar ad-duwal*, ed. Sâlihânî, Beirut 1890, pp. 219-220) parla del maronita Teofilo di Edessa, capo degli astrologi di al-Mahdi (775-85) in Bagdad, che scrisse una storia e tradusse in siriaco l'Ilidae e l'Odissea; e Ricoldo de Monte Crucis (*Peregrinationes Medii Aevi quatuor*, ed. Laurent, Lipsia 1873, p. 126), scrittore del sec. XIII, incontrò tra Mossul e Bagdad una comunità di M. con a capo un arcivescovo. Quanto a Cipro, vi sono due iscrizioni, l'una del 1141 e l'altra del 1154, che riguardano i M. di quell'isola (M. Le Quien, in *Oriens Christianus*, 3 [1740], pp. 49-76). Secondo L. Macheras (*Chron. de Chypre*,

trad. fr., Parigi 1882, pp. 15, 16) essi giunsero a popolare colà 30 villaggi.

Da Gerusalemme, ove erano sasi numerosi ed avevano parecchie chiese, i M. emigrarono a Cipro, come si è detto, a Rodi nel 1310 e a Malta nel 1530 (P. Mas'ad, ad-Durr al-manzūm, Libano 1863, p. 158; H. Lammens, in al-Ma'riq, 6 [1903], p. 170).

IV. ISTITUZIONE DEL PATRIARCATO

Nel 688 i M. elessero il loro primo patriarca. Così venne affermato dal patriarca maronita ad-Duwajhì eletto nel 1670 (sulla cui autorità o meno cf. P. Sfair, La Messa siro-maronita, p. 120 sgg.) e confermato dal testo citato dagli annali di Dionigi di Tellmahrē (m. 845), conservati in gran parte nella cronaca di Michele Siro (ed. cit.), che fu trovata nel 1887. Il patriarca maronita portava il titolo di «antiochone» prima di Innocenzo III, come risulta da un passo della bolla del medesimo Quia divinae del 1396. 1215 (ma sul titolo del patriarca maronita cf. P. Chebli, in Rev. de l'Orient chrétien, 8 [1903], pp. 138-39; G. Dib, in DTHC, X, col. 28).

Quanto alla sede, i patriarchi tra l'anno dell'istituzione e il 1440 la cambiarono tredici volte (Synodus Montis Libani, anno 1736, III, VI, 5). Da quell'anno in poi, la sede fu Qannūbīn, prima di fatto e più tardi per decreto del citato Sinodo del 1736. Il Sinodo di Bikurki nel 1790 la trasferì in quello stesso monastero, e la S. Congregazione di Propaganda Fide confermò questa decisione l'11 giugno 1793 (P. Sfair, Codificazione can. orientale. Fonti, 1a serie, XII, n. 1155).

V. SOTTO I CROCIATI

Occupata Tripoli nel 1098, i Crociati domandarono ai fedeli Siri di quella parte del Monte Libano, discesi per congratularsi con loro, quale fosse la strada migliore per arrivare a Gerusalemme, e quindi seguirono la via della costa sotto la guida di alcuni di quei fedeli (Guglielmo di Tiro, in PL 201, 198-99). Come si è visto, detti fedeli non potevano essere che i M., e lo stesso Guglielmo altrove (PL 201, 855) li chiama M. aggiungendo: «... ed erano uomini forti e valorosi nel combattimento... e per i nostri furono utilissimi». Stabilisi a Gerusalemme, i Crociati si impegnarono a occupare le città costiere che avevano oltrepassato senza espugnare. Nell'occupazione di Tripoli e di Beirut, furono aiutati dai M. (H. Lammens, in al-Ma'riq, 6 [1903], p. 214; G. Darjan, Nabdat t'rihiyiah, Beirut 1919, pp. 79-80, ove cita autori arabi). Sotto i Crociati i M. vissero tranquilli, edificarono chiese e conventi (H. Lammens, in al-Ma'riq, 4 [1901], p. 170; id., La Syrie, Beirut 1922, pp. 261-262; E. Renan, Mission de Phénicie, Parigi 1864, p. 227) e cominciarono a fare uso delle campane (G. de Vitry, Historia Hierosolimitana, I, 1094; ad-Duwajhì, Annali, 1112), e i loro vescovi a portare mitra, pastorale e croce pettorale (G. de Vitry, ibid.). Nel Libano i Crociati trovarono il sistema feudatario e lo mantennero (G. Darjan, loc. cit., pp. 81-82). Quando il regno crociato tramontò, «un misero avanzo del clero e popolo fedele si ritirò tra i giochi inaccessibili del Libano abitati da M. cattolici... Il patriarca Simone accolse amorevolmente lo smarrito gregge, scrisse ad Alessandro IV e ne ottenne il titolo di Antiocheno» (B. Terzi, Siria sacra, Roma 1695, p. 52). Benedetto XIV nel Conciestro del 13 luglio 1744 parlò nello stesso senso.

VI. ALL'EPOCA DEI MAMELUCCCHI

Sotto i Mameluccchi (1291-1516) la Siria e il Libano insieme furono divisi in cinque parti chiamate vice-regni. Nel Libano, in ogni grosso centro di abitazione, vi era il muqaddam (preposto) maronita, che governava sotto la dipendenza del nā'ib o viceré di Tripoli. I muqaddamīn (pl. di muqaddam) erano quasi indipendenti nei loro fedeli, ricevano il suddiaconato e tenevano in chiesa il primo posto dopo il sacerdote. Da ciò si comprende quale importanza abbia avuto allora il patriarca. Per timore di un ritorno dei Crociati, fino alla metà del sec. XV, i Mameluccchi sorvegliarono le coste; il che rendeva difficili le relazioni con la S. Sede (ad-Duwajhì, Annali, 1439 e Kitāb al-ihṭīgā, di cui vi è una traduzione latina nel ms. Vat. lat. 7411, cap. 11, sotto il titolo di Vindicia Mavonitarum). Più tardi, sembra che la situazione si sia cambiata, e fra' Gryphon fu tra i M. come legato pontificio dal 1450 al 1475.

VII. DOPO L'OCCUPAZIONE TURCA

Nel 1516 Selim I occupò il Libano. Nel 1527 il patriarca e l'episcopato invitarono Carlo V a liberare il paese, promettendogli l'aiuto di 50 mila combattenti, ma invano (A. Rabbath, Documents inédits, II, Parigi 1910, pp. 616-23). Da Gubajl in giù, il Libano fu diviso in tre parti governate da tre principi non cristiani. Fahr ad-Dīn II dei Ma'niti ebbe il governo di Sūf nel 1585, ma riuscì ad allargare il territorio da lui controllato da Antiochia fino ad Aglūn e prese poi a distretti governatori della famiglia maronita Hāzin che lo aveva educato, e altri ancora. Questo principe d'uso costruiti conventi per i Cappuccini nel Sūf (A. Rabbath, op. cit., pp. 464, 494), e Abū Nawfīl Hāzin costruì la prima casa dei Gesuiti nel Libano a 'Ajntūrā (Kisrawān: Lettres édifiantes et curieuses, I, Parigi 1829, pp. 221-23, 232 sgg.).

I Ma'niti furono quasi del tutto indipendenti, accontentandosi la Turchia dei tributi. Ci fu però qualche persecuzione ma non da parte dei Ma'niti, che dominarono fino al 1697, bensì da parte dei paschi turco di Tripoli. Così i più influenti notabili M., Abū Karam al-Hadati (1640) e Jūnis Abū Rizq (1697), salirono il patibolo dopo aver ripetutamente rifiutato l'abiura (ad-Duwajhì, Annali, 1840 e 1897; J. De la Roque, Voyage de Syrie..., II, Parigi 1722, p. 263). Nel 1695 sorse l'ordine degli Antoniani M. e nel 1700 quello degli Antoniani di S. Isaia.

Tramontati i Ma'niti successero loro i musulmani Šihāb, che governarono il Libano fino al 1841. Sotto costoro, che assumevano dei m. quali ministri, consiglieri, segretari, ecc., i M. godettero pace e sicurezza (C.-F. Volney, Voyage en Syrie et en Egypte, I, Parigi 1825, p. 467). I melchiti convertiti al cattolicesimo in Aleppo nel 1725, il patriarca Tanās nel 1726 e il patriarca siro Ārāwāh nel 1783 ripararono nel Libano per sfuggire alle persecuzioni. I patriarchi armeni cattolici dal 1739 fino alla seconda metà del sec. XIX abitarono in Kisrawān. Nel 1736 si tenne il Sinodo maronita, i cui atti sono fino ad oggi il codice ufficiale del patriarca. Benedetto XIV lo approvò in forma speciale nel 1742. Vi si trova inserito il privi-

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(par cortesia di mons. Sfairi Maroniti - Celebrazione della S. Messa nella cattedrale di S. Elia - Aleppo.

trad. fr., Parigi 1882, pp. 15, 16) essi giunsero a popolare colà 30 villaggi.

legio che il patriarca nel suo Sinodo elegga i vescovi, e l'ordine di Innocenzo III (Quia divinae, 3 genn. 1215) che i sacerdoti adoprino i paramenti latini. Caduti i Sihab, la Turchia istituti nel Libano due prefetture (qa'immagamati), l'una drusa e l'altra maronita. Ma vi furono torbidi, che culminarono nel 1860 in massacri di cristiani, fra cui i tre fratelli Massabkî beatificati da Pio XI (10 luglio 1926). Nel 1861, in seguito all'intervento delle potenze europee, fu dato al Libano un nuovo organico, per cui i M. vissero in pace fino alla prima guerra mondiale.

Nel 1865 fu fondata la Congregazione dei missionari libanesi, detti anche Kramiti dal luogo di origine. Per lo stato attuale V. LIBANO.

VIII. LA QUESTIONE DELL'ORTODOSSIA DEI M

È stata ormai abbandonata la tesi che faceva i M. nell'antichità difensori del monofisismo. Infatti, per tace dire «monaci di s. Marone» fatti martiri dai monofisisti severiani nel 517 (v. Mansi, VIII, 426), si conservano lettere del sec. VI (ed. F. Nau, op. cit., pp. 343 sg., 307 sg.) in cui monaci monofisiti chiamano i M. «germogli di Leone» e aderenti al Concilio di Calcedonia. Inoltre Bar Ebreo nel Chron. eccl., p. 269 sg., ispirandosi a Dionigi di Tellmahrê (m. nell'845), parla di contese fra M. e monofisiti.

Vi sono invece tuttora molti dotti che ammettono essere stati i M. un tempo aderenti al monoteilismo. Sembra però che i testimoni citati non siano tanto validi e che le prove in contrario abbiano il loro peso.

Si adduce Timoteo di Costantinopoli (PG 86, 65), il quale però scrisse: «Il 600, prima cioè che divampasse il monoteilismo: egli fa i M. avversari anche del IV Concilio, il che non può esser vero, come si è testato veduto. Nella stessa affermazione concorda s. Germano di Costantinopoli, il quale poi si contraddice ammettono che i M. respingono i Concili V e VI, pur ammettono il IV. Si aggiunge che l'autore, ultranonagenario (PG 98, 82), scriveva questi ricordi in prigione senza aiuto di scritti. S. Giovanni Damasceno giura di non voler avere niente a che fare con gli eterodossi, specie con i M. (PG 94, 1432), e in una lettera, alludendo al «qui crucifixus est», dice: «Noi maronizziamo se aggiungiamo...» (PG 95, 33). È strano tuttavia che lo stesso autore nel suo elenco di oltre 100 eresie (PG 84, 679-80) non ricordi i M. Per di più la prima citazione sembra poco conforme al contesto (v. S. Assemani, Bibl. iuris orientalis canonici et civilis, V, Roma 1766, p. 502), e la seconda viene riportata nei mss. 1826 e 2442 di Parigi e nel manoscritto che servì per l'ed. di Basilea con trasgredimento di «delirium» anziché magosviosque. Meno sicurezza ancora offre la dubbia testimonianza di Abû Qurrah, non esente da contraddizioni e tramandata in una copia fatta nel 1735 dal vescovo melchita B. Finan (ed. C. Bâšâ, Beirut 1904). Trascurabile è poi quella di Eutiche (Sa'id ibn al-Bitrîq; cf. PG 111, 1078), dal quale dipende Guglielmo di Tiro (PG 201, 212) e tanti posteriori, che mescola evidenti errori intorno ai M. (PG 201, 845-56), convertiti secondo lui nel 1181, proprio quando il regno latino tramontava l'Innocenzo III, nella bolla Quia divinae (3 genn. 1215), parla invece della conversione dei M. nel 1203 davanti al card. Pietro. I M. avrebbero ammesso il primato del Papa, il Filioque (ma nessuno mai attribuì ai M. le eresie che si oppongono a questi dogmi); le due volontà, ecc. Si noti però che questa bolla è indirizzata insieme ai Greci e ai M. Non è anche da escludere che allora i papi non fossero bene informati circa la dottrina dei M. (v. G. Dandini, Missione al Patriarca e M. del Monte Libano, Cesena 1656, p. 98). Il b. U. de Romanis, generale dei Domenicani, in una enciclica riferisce all'Ordine nel 1256 che i Domenicani avevano convertito i M. da molti anni scismatici (B. M. Reichart, Monumenta Ordinis Praedicatorum historica, Roma 1897). Così si avrebbero tre conversioni in men di una generazione! Riguardo poi agli

Annali di Dionigi di Tellmahrê (op. cit., II, p. 412), si è voluto accettare (cf. S. Vaillhé, L'Eglise maronite du Ve au IXe siècle, in Echos d'Orient, 9 [1906], p. 261) che Eraclio propose al patriarca giacobita Atanasio il Camelier (m. nel 631) l'accettazione dell'Ecclesia, nel Sinodo di Mabûg, ottenendola anche dai monaci m. Si osservi però l'anacronismo, essendo stata promulgata l'Ecclesia nel 638. Bar Ebreo invece, dipendendo dallo stesso Dionigi, afferma che Eraclio ottenne da essi l'adesione al IV Concilio (Chron. eccl., col. 274).

Quello che si apprende dalle fonti è che il dioeletismo penetrò soltanto nel 727 e non per via ufficiale nel Libano, che era occupato dagli Arabi e non comunicava con Costantinopoli prima d'allora, e che fra i M. e i massimati vi fu un certo malinteso, perché questi erano accusati da quelli come fautori in Cristo di due volontà capaci di discordia, mentre la tesi dei M. accentuava l'unità morale delle volontà senza scapito della loro duplicità fisica. Tale è la dottrina, p. 235), del celebre Kitâb al-hudâ (ed. P. Jahed, Ğunjah 1935) vero codice dei M. durante il medioevo.

IX. PRINCIPALI SCRITTORI

H. Lammens (La Syrie, p. 111) afferma che il documento circa la disputa tra M. e giacobiti davanti a Mu'âwijah, pubblicato da Th. Nöldeke (Mansi, VIII, 426), sia il più antico della letteratura maronita. Ma vi è la lettera dei monaci m. al papa s. Ormisdà pure citata. Dalla mentovata lettera di Timoteo I risulta ancora che i monaci m. gli avevano scritto, e che prima di lui erano stati in corrispondenza con il suo precedessore. Tutte queste lettere sono andate perdute, come pure le opere di Teofilo di Edessa menzionato da Bar Ebreo (loc. cit.) e quelle di Qajs, di cui parla al-Mas'ûdî (loc. cit.). Appartengono pure alla letteratura maronita il surriferito Kitâb al-hudâ, tradotto nel 1058, ma scritto anteriormente da un ignoto che viene qualificato nella prefazione del traduttore per «il padre santo», i citati Dieci capitoli di Tommaso di Kêfartâb, le opere di G. Ibn Qilâ'î (m. nel 1516) Farhât (v.). Grande contributo ha dato alla cultura il Collegio Maronita di Roma (v. COLLEGI ECCLESIASTICI) con il patriarca S. ad-Duwaḥî (m. nel 1704), Abramo Ecchellense, P. BENEDETTINI (v.) o Mubârak, gli Assemani Fausto Naironio (m. nel 1711) e tanti altri. Dei secc. XIX-XX sono degni di menzione, Fares Sidjâq, i Bustânî, i Sartûnî, il carmelitano padre Anastasio (Anistâs), i vescovi G. Debs e G. Darjân, Ğ. Ğubrân e A. Rihânî.
Bibl.: Oltre alle opere citate v.: G. Debs, al-Ğânî al-muṭṭasul, Beirut 1905; P. Dib, L'Eglise maronite, Parigi 1930; P. Sfair, La Messa siro-maronita annotata. Cenno storico sui m., Roma 1946. Pietro Sfair

X. IL RITO MARONITA

È un ramo del rito siro-occidentale. Nella sua origine rito particolare del monastero fondato sulla tomba di s. Marone, al principio del sec. v si sviluppò il similmente al rito della regione anticoena; ma rimanendo ortodossio, durante le lotte cristologiche, in mezzo a molti monasteri passati al monofisismo, ha dovuto conservare un carattere suo proprio. Di questi antichi tempi è stata tramandata un'anafora propria ai Maroniti, chiamata dalla sua prima parola: Sarar, pubblicata nel Messale del 1592-94 con il testo intero, e utilizzata dall'edizione del 1716 in poi il Venerdì Santo nella Messa dei Presentificati (cf. lo studio del testo di H. Engberding, Urgestalt, Eigenart und Entwicklung eines altantiohenischen eucharistischen Hochgebetes, in Oriens Christianus, 7 [1931], pp. 32-48); inoltre pro-babilmente anche la recensione propriamente maronita dell'anafora dei Dodici Apostoli (cf. A. Raes-A. Rücker, Anaphorae Syriacae, I, Roma 1940, pp. 205-27).

È certo che quel rito non si è bizantinizzato come quello dei melkiti, ma quanto a formole, gesti, costruzione di uffici, si è regolato secondo l'uso, da lungo tempo in evoluzione, del rito siro-occidentale. Documenti per seguire quello sviluppo mancano. Al sec. XII, nel contatto con i Crociati, subisce le prime infiltrazioni latine, abbastanza facilmente riconoscibili: forma del Battesimo, Cresima riservata al vescovo, mitra e anello per i vescovi, amitto per sacerdoti, uso delle campane (cf. bolla di Innocenzo III del 1215, Quia divinae sapientiae e altri documenti in T. Anaissi, Bullarium Maronitarum, Roma 1911).

Manoscritti liturgici dei secc. XV e XVI manifestano un marcato influsso del rito siro, reso evidente da una serie di orazioni e inni in diversi uffici che fanno doppio uso con le antiche formole (in particolare nel Pontificale), dal sec. XVI in poi, dopo la fondazione del Collegio Maronita a Roma e la formazione di sacerdoti nei seminari occidentali in un nuovo influsso latino: specie di confiteori nella Messa, parole della consacrazione tradotte letteralmente dalla Messa romana, cambiamento nella episcopale in maniera di far perdere a questa formula il suo senso primitivo, nuove feste nel calendario, benedizione di una chiesa distinta dalla sua consacrazione, uso del corporale, della palla, composizione di una nuova analoga, più breve, e ispirata in alcune delle sue preghiere al canone della Messa romana e perciò intitolata, dal suo autore A. Isacdar, Anafora della Chiesa romana. Il Sinodo del Monte Libano del 1736, dopo quelli del 1580 e 1596, nonostante un debole tentativo di raddrizzamento, dovuto, fra gli altri, al patriarca ad-Duwajhi, non poté fermare il movimento. Si è dovuto aspettare questi ultimi anni per trovare uomini coraggiosi, imbevuti di spirito liturgico, per operare sotto la guida della gerarchia un radicale cambiamento d'indirizzo; ne è la prova il Rituale di Beirut del 1942, che ristabilisce in grandissima parte il rito secondo gli antichi codici. Si prepara l'edizione del Pontificale e del Messale secondo gli stessi principi.

L'ordinazione generale della Messa e molte delle sue formule e gesti consueti sono identici a quelli del rito siro-occidentale. L'Ordo communis o parti fisse è però solo proprio (cf. E. Renaudot, Liturgiarum Orientalium collatione, II, Parigi 1716, pp. 12-20); l'inizio è un poco intatto; soltanto due lezioni scritturistiche; uso di otto analisi, forme nelle ultime edizioni; l'orazione della frazione separata dalla frazione stessa riportata dopo il Pater noster, come dai Latini; Comunione dei fedeli sotto una specie, ostile come quelle dei Latini e di pane azimo, ma questa particolarità potrebbe essere antica.

Per i Sacramenti esistono spesso formulari propri ai Maroniti, anche se la struttura dell'Ufficio è simile a quella dei Siri.

L'Ufficio divino, diviso in sette ore, è composto di pochi salmi, di molte composizioni poetiche che appartengono allo stesso genere di quelle siri: qāla, bavāta, madrāta, sāgita. Si distingue un Ufficio festivo, il quale fu stampato una sola volta e soltanto in parte, e l'Ufficio feriale, il quale, stampato spesso, serve alla recita privata del Breviario, ma contiene soltanto pochi Uffici. Si può paragonare un calendario del 1673 (cf. R. Griveau, Un ancien calendrier de l'Eglise maronite, in PO 10, 345-56) con il Calendario attuale (cf. N. Nilles, Kalendarium utriusque Ecclesiae, I, Innsbruck 1896, pp. 485-89) per constatare come oggi i santi riempiano molti, non tutti i giorni dell'anno ecclesiastico. Questo è diviso in periodi liturgici come quello dei Siri. La prima lingua liturgica è il siriaco, la seconda, almeno in teoria, l'arabo (v. la legislazione del Sinodo del 1736, in Mansi, XXXVIII, 120, parte 2ª, cap. 13, n. 11).

Il Messale e il Sēhīmtā (= Ufficio feriale) hanno avuto molte edizioni; gli altri libri liturgici molto meno; il Pontificale, il Proprio della Quaresima e il Teśmēšt (ottenne una cinquantina di Uffici per le feste) ancora nessuna.

BIBL.: P. Dib, Etude sur la liturgie maronite, Parigi 1919 (unica opera d'insieme, esaurita, ma riassunta dallo stesso autore in DThC, X, coll. 128-32). In arabo l'opera antica del patriarca Stefano ad-Duwajhi, Manārat al-aqqdā (Lampada dei santuari), 2 voll., Beirut 1895-96; esiste in arabo una spiegazione dei riti (Māna'ir at-taqqidā, 1919), attribuita al patriarca Gio-vanni Maro, il quale sarebbe vissuto nel sec. VII: è ispirata dalla spiegazione della Messa di Dionigi bar Salibi e non fu redatta prima del sec. XIII. Versione latina di molti testi in J. A. Assemani, Codex liturgicus, Parigi 1902. Per le analfere cf. E. Renaudot, Liturgiarum Orientalium collatione, Parigi 1716; Roma 1940. Per tutti i Sacramenti: H. Denzinger, Ritus Orientalium..., Würzburg 1883; S. Euringer, Die verschollene dritte römische Ausgabe des maronitischen Missale von Jahre 1763, in Jahrb. für Liturgiewissenschaft, 8 (1929), pp. 239-46; J. M. Hanssens, Institutiones liturgicae de rituibus orient., 11-111, De Missa, Roma 1930-32; G. Cachin, Modo facile di seguire la Messa siro-maronita, 1914. Sulle versioni arabe dei libri liturgici maroniti: G. Graf, Geschichte der christl. arab. Literatur, I, Città del Vaticano 1944, pp. 193 sq., 657-61; ottima versione con note di P. Sfair, La Messa siro-maronita, Roma 1946; A. Racs, Introductio in liturgiam orientalem, 1917; M. Rajji, De la liturgie Maronite, in Proche-Orient Chrétien, 1 (1951), pp. 71-85. Alfonso Racs.