BENEDETTINI

BENEDETTINI. - Sotto il nome generico di B. possono comprendersi tutte le numerose famiglie religiose che nel corso dei secoli han preso a norma e fondamento di vita la Regola che il patriarca casserose aveva composta nella prima metà del secc. VI. Le note che seguono si occupano però solo del tronco principale, costituito attualmente dai B. cosiddetti confederati.

SOMMARIO: I. La costituzione. - II. La vita nel corso dei secoli. - III. L'opera civilizzatrice. - IV. Benedettine. - V. Oblati.

I. LA COSTITUZIONE

Nel caso dei B., più forse che in qualsiasi altro caso analogo nella Chiesa latina, la parola «Ordine» va intesa tuttora, in parte, secondo l'antico significato. Originariamente tale espressione indicava la totalità dello stato monastico. Più tardi passò a significare un determinato tenore di vita ed una eguale osservanza, cui gradatamente venne ad aggiungersi l'idea di un'unità di gerarchia e di governo. In quest'ultimo senso si trova presso i Cluniacensi e le altre istituzioni monastiche del sec. XI, ma ebbe fortuna specialmente fra i Cistercensi, per i quali l'«ordo» è qualche cosa di molto simile alle più moderne forme centralizzate. Furono infatti le numerose Religioni sorte nel sec. XIII, massime i Francoscani e i Domenicani, che dettero alla parola il valore odierno, conducendone a termine l'evoluzione etimologica, segno della novella concezione della vita religiosa. Solo sotto l'influsso di queste nuove forme, e soprattutto per la necessità di differenziare i discepoli di s. Benedetto, fu ad essi pure attribuita la parola «Ordine». Venne però da loro usata sempre con qualche esitazione e non implicò mai il concetto di una corporazione centralizzata, con unità di gerarchia e di governo, in cui l'autorità venga comunicata dal potere supremo ai superiori locali. Attualmente, l'espressione, come è nell'uso corrente, designa anzi tutto l'insieme dei monaci confederati, che hanno come comune rappresentante in Roma un abate con il titolo di primate; in senso più largo si estende spesso anche agli altri rami del monachesimo b. che non fan parte di questa recente confederazione. Ma in ambedue i casi esula ancor oggi dal concetto di Ordine b. quello di «un'associazione di religiosi sparsi in più città e regni, governati da un regime centrale, in vista d'una speciale attività che costituisce la finalità della corporazione stessa» (I. Schuster, La spiritualità b., in Le scuole cattoliche di spiritualità, Milano 1944).

In realtà non è stato tale l'ideale di s. Benedetto. Egli, che al principio aveva distribuito i suoi quasi in un corpo rudimentalmente organizzato, nella Regola, che ne rappresenta il pensiero definitivo, rinunziò deliberatamente a stabilire dei vincoli di qualsiasi generare fra i vari monasteri (cf. capp. LV, LXXXII). Questa primitiva esperienza aveva quindi formato, come quella della vita eremitica, uno stadio preliminare, eliminato dagli ulteriori sviluppi del suo pensiero.

Montecassino ci appare come un monastero in sé completo ed autonomo. Secondo questo tipo, ogni cenobio sarà una famiglia, limitata e determinata ai membri che vivono uniti intorno ad un padre. Il monaco vi si è aggregato per tutta la vita, mediante la professione, si che ivi sarà sempre il suo posto, né cesserà di appartenere, anche se per qualche tempo dovesse allontanarsi da casa. Ne risulta che il termine famiglia per i B. non ha lo stesso ampio, ma analogo e traslato senso che in altri Ordini, ad es. «famiglia di s. Francesco, di s. Domenico» ma quello più proprio della famiglia naturale, a cui il cenobio b. è assai più vicino per la sua organizzazione interiore. Per l'ordinario andamento interno di esso era quindi bastante la domestica potestas dell'abate, mentre nei casi di straordinaria necessità si faceva ricorso alla giurisdizione del vescovo. Il monastero, infatti, inserito nel quadro generale dell'organizzazione ecclesiastica dell'epoca, formò parte dell'ordinaria vita diocesana fino a quando l'esenzione, misura di indiscutibile e superiore utilità, non venne a separarlo. Fu solo nel corso dei secoli che fra i monasteri si formarono dei gruppi. Essi ebbero varie origini, secondo la diversità dei motivi che ne furono le cause: necessità di far fronte ad un pericolo comune, vincoli di filiazione e di dipendenza, imposizioni autoritarie di volontà esterne. Sorsero così le Congregazioni. La parola, già usata nella Regola a denotare quello che i

medievali chiamavano conventus e noi diciamo co-
munità, ossia l'insieme dei fratelli, passò a denotare
ora degli enti giuridici che, pur conservando entro
limiti, variabili secondo i casi, l'autonomia e il carat-
tere originario dei monasteri, li legavano in una spe-
cie di unità. Tali congregazioni assunsero varie fisio-
nomie, secondo la diversità di origine, di finalità e
soprattutto secondo la saldezza dei vincoli federativi
che talora raggiunsero una vera centralizzazione. La
loro diversità, notevole nell'organizzazione interna,
si esprimeva talvolta nella forma dell'abito, che, come
è noto, s. Benedetto non determinò né quanto a co-
lore né quanto a qualità, rimettendosi alle possibilità
locali e alle esigenze della povertà. Ogni Congrega-
zione ha a capo un abate, a cui l'odierno diritto cano-
nico riconosce (cann. 488, n. 8; 501, § 3; 510; 655; 534,
4) alcune, non tutte, delle attribuzioni dei supremi
moderatori di Ordine religioso: ogni congregazione
dipende direttamente dalla Sede Apostolica (can. 1557,
2) ed ha diritto ad avere un proprio procuratore
presso la Curia romana. Complete nei limiti delle
loro rispettive organizzazioni, non sentirono alcun
bisogno di mutui vincoli giuridici, fin quasi ai nostri
giorni. A spingerle ad una maggiore intesa fra loro
fu Leone XIII, che, nel clima dei nuovi tempi, ne
accarezzava l'idea fin dal 1887, insieme con quella
di una riapertura su più larghe basi dell'antico col-
legio teologico della Congregazione cassinese, inti-
tolato a s. Anselmo. E nel 1893 si giunse ad una
fraterna confederazione, presieduta da un abate pri-
mate, salve però l'autonomia e i diritti di ogni con-
gregazione. Eletto ogni dodici anni da tutti gli abati
della confederazione, il primate che ha la sua sede
a Roma nel nuovo collegio di S. Anselmo sull'Even-
tino, può considerarsi come il vincolo di congiun-
zione fra le varie congregazioni, e tutte le rappresenta
presso la S. Sede negli affari comuni. Da ciò natu-
ralmente risulta che le sue attribuzioni, determinate
dalle disposizioni pontifice e dal CIC, hanno un
particolare carattere, differente da quelle di un generale
di Ordine, il quale gode di una piena e diretta giurisdi-
zione, che comunica in parte alle autorità sottoposte.

II. LA VITA NEL CORSO DEI SECOLI

La varietà spontanea della vita b., la sua estensione e penetra- zione in profondità, che dal VI al XII sec. la uniscono intimamente a quella della Chiesa, rendono difficile il descriverla in una rapida, organica sintesi.

1) La propagazione della Regola. — Di monasteri,
la cui fondazione risalga con certezza a s. Benedetto,
il racconto gregoriano non ricorda altri che Monte-
cassino, Terracina e i preesistenti di Subiaco. La
fama di s. Benedetto ci autorizzerebbe a ritenere co-
me probabile la diffusione della Regola anche altrove,
durante la sua stessa vita, ma la mancanza di fonti
sicure e le falsificazioni introdotte nella tradizione re-
lativa, impongono doverose riserve e cautele. Così le
celebri missioni di Mauro in Francia e di Placido in
Sicilia non hanno una documentazione sicura, mentre
d'altra parte non sembra improbabile l'esistenza di
altri monasteri b., specie a Roma e fino dai primi
tempi. Non erano però passati molti anni dalla morte
del patriarca e l'avvenimento, da lui previsto nel do-
lore e nel pianto, si avverò. Una schiera di Longo-
bardi, guidati da Zotone, irruppe nottetempo sul-
l'Arce ed ebbe facile ragione di quegli inermi ceno-
biti. Come aveva preannunziato s. Benedetto, riusci-
rono tutti a scampare. In massima parte, si rifugia-
rono a Roma, all'ombra del Laterano, portando seco
alcuni dei più cari ricordi del padre loro, quali l'auto-

grafo della Regola, il peso del pane, la misura del
vino, ecc. La lunga desolazione del sacro luogo avreb-
be resa possibile la traslazione in Francia dei corpi
di s. Benedetto e s. Scolastica. La polemica che se-
gui a questo proposito fra Italiani e Francesi rientra
nel quadro generico di simili controversi tentativi
medievali, né può considerarsi ancora autorevolmente
composta. Ma la distruzione di Montecassino non fu
un episodio isolato. Lo sterminio e la morte che si
distesero ampiamente sulle regioni calpestate dai Lon-
gobardi, vi distrussero ogni vestigio di vita. Subiaco
segui la sorte comune, e i profughi ripararono an-
ch'essi in Roma (ca. 601), ove parve concentrarsi la
superstite fiamma del monachesimo b.

Ma non tardò questo a ravvivarsi. Attraverso il
racconto dei suoi figli, si rianimava nell'Urbe il ri-
cordo di Benedetto, avvicendò l'animo pensoso di
Gregorio, che ne consacrava la memoria nei suoi
Dialoghi. Contemporaneamente, la Regola cominciava
il suo cammino trionfale: dopo poco tempo «da-
vanti alla Regula sancta per eccellenza della Chiesa
romana, ogni altra legislazione monastica doveva ce-
dere il passo e si sarebbe così venuta preparando
quell'unità pratica della concezione religiosa, che gettò
le basi della civiltà nuova» (I. Schuster). Anche in
ciò preponderante fu l'opera di Gregorio, che alla
diffusione di quella Regola dedicò gran parte delle
sue cure. Fondò egli stesso monasteri sul Celio e in
Sicilia; ne stabilì in Corsica e forse anche a Ravenna;
soprattutto fu sua l'iniziativa che aprì al monache-
simo nuove vie e più larghi orizzonti, mettendone
nello stesso tempo a servizio della Chiesa romana le
fresche energie. Fu lui che inviò in Inghilterra, traen-
doli dal suo monastero del Celio, Agostino con qua-
ranta compagni. Il risultato della loro missione fu
tale da ottenere non solo la conversione degli Anglo-
Sassoni, ma da determinare la caratteristica impronta
monastica di quella Chiesa, che per tanti secoli ri-
mae così strettamente legata a Roma, e lo straordi-
nario sviluppo della stessa vita monastica, che avreb-
be poi avuto decisa influenza su tutta l'istituzione.

In Francia la Regola deve essersi diffusa ben pre-
sto. Ma, prescindendo dalla missione attribuita a
s. Mauro, le testimonianze sicure risalgono alla pri-
ma metà del sec. VII. E se spesso, da principio, la
sua osservanza, singolarmente favorita dalla dinastia
merovingia e dall'episcopato, andava congiunta nei
singoli monasteri a quella di s. Colombano, già alla
fine dello stesso VII sec. aveva acquistato un dominio
incontrastato, preferita ad una ventina di altre regole.

In Belgio fu introdotta dal suo stesso grande
apostolo s. Amando.

La rifioritura del monachesimo in Italia fu
segnata dalla conversione dei Longobardi. Gli an-
tichi oppressori ne divennero i fautori e in una
misura mai più superata. La straordinaria rinascita
vi si presenta improvvisa ed universale, dando alla
penisola, ormai priva dell'unità politica e giuridica,
quella del monachesimo latino. Senza dubbio tanta
generosità era specialmente dovuta alla pietà dei prin-
cipi e dei popoli; ma non ne erano assenti i motivi
politici: i monasteri, specie con la loro opportuna
distribuzione geografica, diffondevano l'influenza dei
fondatori e patroni e difendevano la sicurezza dei
nuovi istituti politici. Fra le innumerevoli badie che
coprivano di una fitta rete l'Italia longobarda, ricor-
diamo appena quelle più celebri: di Farfa, di S. Vin-
cenzo al Volturno, della Novalesa, di Nonantola, del-
l'Armiata.

Fra tanto fervore non poteva mancare la completa restaurazione del luogo d'origine della Regola. Gregorio II ne incaricò il bresciano Petronace e il successo fu sì pieno che papa Zaccaria, restituendo all'antica Arce il codice autografo del legislatore, le riconobbe la dignità di capitale monastica. E da quel centro, ove venivano ad incontrarsi correnti di vita religiosa provenienti dalle più lontane regioni, riprese vigoroso il movimento d'irradiazione. All'ombra del chiostro cassinese vivevano affrettati potenti ed umili, vincitori e vinti. Paolo Diacono, Sturmio, fondatore di Fulda, Anselmo di Nonantola, Adalardo di Corbia, Willibaldo di Eichstätt, vi si fissano per sempre o vi dimorano qualche tempo. Intanto i monaci Willibrordo e Suitberto evangelizzavano la Frisia, Bonifacio la Germania, così come più tardi Ancarino la Scandinavia. Inviati e sostenuti dai Papi, essi erano i conquistatori pacifici della nuova Roma. Con la Regola a commento del Vangelo, piantavano le loro colonie monastiche nel cuore dei paesi da convertire, offrendo ai popoli una immagine di quella città di Dio che intendevano inaugurare fra loro, della civiltà cristiana. In tal modo furono guadagnate a Cristo le nuove genti e si venne formando l'unità religiosa d'Europa. E quando su questa si inserì, come naturale compimento, la nuova unità politica, il suo più insigne artefice e rappresentante, Carlomagno, si preoccupò giustamente della diffusione e della perfetta efficienza della Regola b. Lo provano i tanti capitolari, emanati al riguardo, e la richiesta fatta a Teodemaro, abate di Montecassino, di una copia fedele del codice autografo, della misura del pane e del vino stabilita da s. Benedetto, dell'inario e della descrizione degli usi cassinesi. Il suo zelo per l'unità e l'osservanza monastica giunse fino a fargli chiedere all'assemblea dei grandi se fosse possibile ammettere altre forme di vita concibita all'infuori della b. Senza dubbio egli era mosso anche da scopi politici, scorgendo nei monasteri altrettante colonie civilizzatrici, cui importava dare unità di direzione. Fu anzi la ragione di Stato che l'indusse a derogare e compromettere la bontà delle sue stesse decisioni, per continuare il sistema merovingio di distribuire i monasteri in appannaggio ai suoi fedeli. Ma l'opera sua contribuì notevolmente alla stima della Regola b.

2) Le prime formazioni unitarie. — Spettava al figlio di lui completarne gli sforzi. Ludovico il Pio trovò in Benedetto d'Aniano un collaboratore che fece scopo della sua vita la ricerca dell'unità monastica. Unità però non giuridica, ma di osservanza. I loro sforzi furono coronati dal celebre capitolare emanato nell'817 ad Aquisgrana, che codificava le norme comunali per tutto l'impero. Alla sua osservanza vigila-vano dei visitatori e a Inde venne costituito un monastero modello, a cui dovevano da ogni paese essere inviati dei monaci per ricevervi la debita formazione, secondo le norme stabilite. Il progetto, benché destinato all'insuccesso, non fu sterile di risultati. Quando le forze disgregatrici del feudalesimo ebbero il sopravvento sull'unità carolingia, i monasteri rovinarono anch'essi. Divenuti proprietà dei signori, che vi installarono le famiglie e la corte, venivano adattati a case private, mentre i monaci, costretti ad una esistenza precaria, abbandonavano l'osservanza. Altre bade erano distrutte, talora definitivamente, dalle invasioni. In tal modo il decadimento era tanto grave, che in talune regioni la vita monastica risultò quasi spenta.

Anche in Italia, ove la riforma di Benedetto d'Ania-ne era giunta solo limitatamente, le condizioni non erano liete. Le sue badie, pervenute spesso ad un grado altissimo di floridezza nei periodi longobardo e carolingio, furono in parte abbattute dai Saraceni. Così Montecassino, ove venne trucidato l'abate s. Bertario con molti monaci (883), S. Vincenzo al Volturno che ebbe uccisi 500 monaci (881), Farfa, Subiaco. Altre case risentirono le conseguenze dei torbidi politici e delle anormali condizioni della Sede Apostolica. Ma non si giunse ad una rovina completa come altrove, ed il fervore dell'osservanza non fu spento del tutto.

Un nuovo potente flusso di vita venne al vecchio tronco da Cluny, remoto angolo della Borgogna, il cui monastero fondato nel 910, segnò una nuova svolta della storia monastica. Erede di Aniane per l'osservanza, la nuova badia trasportò in qualche modo nel monachesimo l'organizzazione giuridica feudale. Per difendere i monasteri da intrusioni estranee, li riunì intorno ad un centro, sotto l'autorità di un unico capo, l'abate cluniacense, sottomesso, anche nello spirituale, al solo Pontefice romano. Alla formazione definitiva di questo Ordo cluniacensis si giunse gradualmente e molto vi contribuì l'eccezionale valore dei suoi abati, specie dei quattro più celebri: Odone, Maiolo, Odilone e Ugo.

L'influsso di Cluny, che pure in alcuni punti segna una notevole deviazione dal primitivo ideale b., fu immenso, e si estese, «quasi da una seconda Roma», a tutta la Chiesa. Sebbene non possa infatti ritenersi sua opera esclusiva la riforma della Chiesa nel sec. XI, nondimeno fu Cluny a prepararne, con i suoi ideali, i tempi e a fornirle molti operai. Anche la società civile risentì gli effetti benefici dei suoi esempi di pietà e di purezza, ne ricavò utilità duramente nell'evangelizzazione e nella cultura delle campagne, negli sviluppi della vita politica e sociale, nella preparazione delle Crociate. Il movimento cluniacense fu infatti uno dei segni e, nello stesso tempo, uno dei fattori del movimento che si veniva preparando e operando nella civiltà europea. In una certa relazione con Cluny, sebbene indipendenti, furono altri movimenti della stessa età, che però non centralizzarono in una unità i monasteri aderenti, ma si limitarono ad una identità di osservanza. Così in Germania Hirsau (1071), in Fiandra Brogne (919), nella Lorena Gorze (933), in Francia la Chaise-Dieu (1046) e Sauve-Majour (1098), St-Vanne di Verdun (1004), Benigno di Digione (1090). Nell'Italia meridionale ebbe grande diffusione a quest'epoca l'Ordo cavensis. Governato tutto dal magnus abbas della S.ma Trinità, aveva delle forti analogie con Cluny. E in queste nuove formazioni si afferma sempre più distinta la divisione fra monaci di coro e conversi, dediti alle occupazioni materiali della casa.

Ma Cluny, nella grandezza dell'opera sua, venne ben presto ad acquistare anche un aspetto di potenza territoriale e politica, che ne trasformò ed in parte offuscò il primitivo ed esclusivo aspetto religioso. Suscitò così a sua volta un movimento di reazione. Nel desiderio di un ascetismo più stretto, con rinunzia ad ogni interesse secolare, si giunse al distacco dalla tradizione in alcuni determinati punti. Sorsero così Camaldoli (1012), Vallombrosa (1037), Grand-Mont, Pontevrault (1100), Montevergine (1120), e la contemporanea Pulsano, tutte con caratteristiche particolari e significative nello svolgimento della costituzione monastica, che in Citeaux (1098) raggiunse la forma più avanzata. Fu esso che, distaccandosi più decisa-

mente dalla tradizione, assunse l'aspetto proprio di una corporazione ben distinta, dando origine all'Ordinazione religiosa, nel senso moderno, si da preludere alle nuove forme del sec. XIII. Un'altra fra le più notevoli innovazioni cistercensi, fu quella del Capitolo generale come ente, con vera e suprema giurisdizione; istituzione che fu poi universalmente adottata. Non solo nella parte costituzionale, ma anche in quella delle osservanze esteriori e nella caratteristica attitudine circa la povertà, i Mendicanti ebbero nelle Congregazioni monastiche del secolo precedente, ad es., in Pulsano, degli evidenti precursori.

3) I sistemi congregazionisti e la crisi dell'età moderna. Una grave crisi per i B. fu segnata dai nuovi tempi che si venivano preparando attraverso il clino dei due grandi universalismi medievali. Come di ogni grande crisi, varie e complesse ne furono le cause, ma il monachesimo ancor troppo legato alle forme del passato, che in gran parte era stato opera sua, paralizzato nella sua costituzione autonoma dal continuo stato di guerre e dai soprusi dei signori, non ebbe sempre forza sufficiente per reguire. Il IV Concilio Lateranense (1215), a sollevarne le condizioni, stabilì per ogni provincia ecclesiastica dei Capitoli generali triennali e dei visitatori apostolici. Questa legislazione, inculcata anche da Onorio III e da Gregorio IX, fu completata da Benedetto XII con la bolla Summi Magistri (1336), che distribuiti tutti i monasteri b. in 36 province. Ma i torbidi politici e poi il grande scisma d'Occidente ne impedirono l'attuazione nella maggior parte dei paesi. Si aggiunse, specie nei paesi latini, il sistema funesto della commenda, che doveva condurre alla rovina moltissimi monasteri. Più efficace di ogni legislazione, perché più conforme all'indole e alla storia dell'Ordine monastico, il rimedio si ebbe nella reazione spontanea. Essa determinò nuovi movimenti che, mentre svilupparono alcune forme tradizionali, procurarono di adeguare l'Ordine monastico alla recente legislazione ecclesiastica e alle esigenze dei nuovi tempi. Sorsero in questo clima e con questi intenti i Silvestrini (1231), i Celestini (1264), gli Olivetani (1313). Massimi esponenti del nuovo movimento riformatore, che si fece strada in varie regioni e anche fra i monasteri già esistenti, furono in seguito le Congregazioni di S. Giustina di Padova (1419), detta poi (1504) cassinese, e quella di Bursfeld in Germania (1420). La prima, portando a compimento fra i monaci neri l'evoluzione federativa, si estese gradualmente a tutti i monasteri italiani che poté salvare dalla commenda. Questo movimento, che rientra nel quadro generale della riforma della Chiesa al sec. XV e ne fu una delle principali manifestazioni, ebbe un notevole influsso, specie nei paesi latini; ed a sua imitazione sorsero le Congregazioni di Valladolid nella Spagna, dei SS. Vito e Ildulfo in Lorena, da cui poi derivò quella di S. Mauro in Francia, di Chezal-Benoît, pure in Francia. L'unione di Bursfeld, in conformità alle condizioni locali, mantenne più fedelmente l'autonomia tradizionale. Essa, come del resto tutto il monachesimo germanico, ebbe a soffrire gravemente per la rivoluzione religiosa protestante. Anche in Inghilterra i monaci furono perseguitati e poi espulsi, non senza aver prima scritto delle nobili pagine.

Il sistema congregazionista, come il più rispondente alle condizioni e alle necessità dei tempi, dal Concilio di Trento (sess. XXV) fu reso obbligatorio per tutti i monasteri. Numerose e vitali unioni, che si mantennero vigorose finché le misure riformatrici del

l'illuminismo e, molto più, le distruzioni rivoluzionarie, non recarono alla fine del sec. XVIII gravi colpi al vecchio tronco. Pochi furono i monasteri risparmiati dalla bufera. In Italia le badie, specie in Lombardia, erano già state ridotte di numero e vivevano fra difficoltà varie causate dal pavidoso giurisdizionalismo e dalle riforme dei principi, quando sopravvenne la tormenta napoleonica a travolgerle tutte nella comune soppressione. Furono salve solo quelle della Sicilia, restata fuori del dominio francese. Montecassino, Cava e Montevergine furono lasciati sussistere quali Stabilimenti, con un numero ridotto di monaci, vestiti come sacerdoti secolari, a custodia del patrimonio culturale.

4) L'epoca attuale. Ma il sec. XIX vide una nuova splendida riformatura. In quest'epoca di ricostruzione un posto precipuo spetta a don Prospero Guéranger. Da Solesmes, l'antico e deserto priorato dei Maurini, ove egli ristabilì nel 1833 i figli di s. Benedetto, i monaci si diffusero a sciami per la Francia. Non meno fortunati furono gli sforzi dei fratelli Mauro e Placido Wolter, i quali dal monastero di S. Paolo di Roma, in cui professarono, riportarono il codice b. nella terra di s. Bonifacio (1863). E i monaci ritornarono pure nell'Inghilterra che i loro padri avevano conquistata a Cristo; valicarono gli oceani, riprendendo l'antica loro missione di fede e civiltà fra i popoli.

Anche in Italia si era iniziata la ripresa, quando un'altra volta la scure della soppressione si abbatté sull'antica quercia (1866 e 1873) e l'avversa legislazione riuscì particolarmente funesta ai B., che, per la loro costituzione familiarmente autonoma, possono difficilmente vivere in piccoli e precari nuclei. La vita si restrinse quindi a poche badie, che, pur soppresse quali comunità religiose, poterono continuare a sussistere perché sede di ordinariati (abbazie nullius) o monumenti di speciale importanza storica. Ad esse, in progresso di tempo, se ne aggiunsero parecchie altre, e pur strumenti di uomini e di mezzi, queste badie superstiti mantennero viva la fiamma, grazie all'operosità e ai sacrifici dei loro abitatori. Venivano così conservate e adattate alle nuove esigenze le opere che una tradizione secolare aveva loro affidate, come le diocesi, i seminari, gli archivi e le biblioteche, l'ospitalità, le tipografie, non solo, ma ad esse se ne aggiungevano altre fra cui collegi, nuove parrocchie, osservatori meteorologici. Lo sforzo maggiore tuttavia fu ovunque rivolto al ripristino dell'osservanza claustrale, che gli avvenimenti recenti avevano in parte scossa. Questo studio assunse anzi un ritmo più deciso in alcuni monasteri, i quali finirono poi con lo staccarsi dal resto della Congregazione, ancora esclusivamente italiana, quando ad essi si unirono numerosi cenobi esteri per formare la Congregazione cassinese della primitiva osservanza, detta anche di Subiaco, dal nome del suo monastero più importante. Altro, indubbio segno di perenne vitalità furono gli insigni e numerosi presuli, che proprio in quest'epoca la Chiesa trasse dai chiostri b. Come in essi aveva trovato Pio VII, che durante la bufera napoleonica ne era stato il nocchiero, e con lui dei cardinali, ad es., Michelangelo Luchi e Remigio Crescini, così in questi tempi di nuovi indirizzi politici ne trasse i cardinali: Celesia di Palermo (m. 1904), Dusmet di Catania (m. 1894), Sanfelice di Napoli (m. 1897), oltre agli arcivescovi Bonazzi di Benevento, Lancia di Brolo di Monreale, e i vescovi Gerbino di Trapani, Vaccari di Tropea, De Riso di Catanzaro, Gaetani di Sansevero, ecc. Fra essi il Dusmet soprattutto ha

lascito si larga fama di operosa santità che i processi canonici per ottenerne il riconoscimento sono ben avviati. Con lui è avanti nella via che conduce agli sperati onori degli altari l'umile monaco di S. Paolo di Roma, Placido Riccardi (m. 1915). Così essi si aggiungono a quelle migliaia di figli di Benedetto che, fra le innumerevoli schiere dei loro confratelli, santificati in ogni epoca con l'esercizio eroico della virtù, hanno ottenuto il culto ufficiale della Chiesa.

Tutto questo movimento di rifioritura, iniziato già al principio del secolo, ebbe un novello deciso impulso dalle solenni celebrazioni del 1880. Ricordando in quell'anno, secondo la tradizione, il XIV centenario della nascita di S. Benedetto, quasi tutti gli abati b. si riunirono, per la prima volta nella storia, a Montecassino intorno al card. G. B. Pitra, già monaco di Solesmes, il quale, come legato pontificio, consacrava solennemente in chiesa gli avanzi dell'originario monastero di S. Benedetto. Da allora il movimento di ascesa non si arrestò più. I benefici effetti furono risentiti da tutta la Chiesa. Dalla soda scienza ecclesiastica nelle sue manifestazioni varie alla restaurazione del canto sacro, dalla rinnovata intensità di vita cristiana connessa con la pietà liturgica al ripristino della purezza e del decoro dell'arte religiosa, dalle missioni e dalle cure dei territori annessi alle abbazie nullius, all'educazione della gioventù, in ogni campo il contributo moderno dei B. è ancora notevole. A loro la S. Sede ha voluto affidare l'opera della revisione della Volgata, erigendo per ciò appositamente la badia di S. Girolamo a Roma.

Anche il numero del 1880 si è quadruplicato. Da 2765, quanti erano i b. in quell'anno, era salito a 10.356 nel 1935, e di essi 500 ca. in Italia. Se da quell'ultima statistica, pubblicata a cura della conferenza, si è poi verificata per le ben note cause una diminuzione transitoria, il numero è di nuovo in aumento. I monasteri, ad eccezione di pochi, appartengono tutti alle quindici Congregazioni: 1) cassinese; 2) inglese; 3) ungherese; 4) svizzera; 5) bavarese; 6) brasiliana; 7) francese o solennesene; 8) americano-cassinese; 9) beuronese; 10) americano-svizzera; 11) cassinese della primitiva osservanza; 12) austriaca; 13) di Sankt Ottilien; 14) belga; 15) boema. Ma, come s'è accennato, vi sono altri figli di S. Benedetto, che non far parte della confederazione e dei quali non si parla, poiché non vengono nell'uso comune compresi nell'espressione generica di Ordine di S. Benedetto (complessivamente ca. 5360 monaci, con 160 casc).

Numerose sono le parrocchie e le scuole affidate ai monaci. Quattordici badie sono nullius, di cui alcune nelle missioni d'Africa e Australia; in Italia abbiamo: Montecassino, con 62 parrocchie dipendenti, Subiaco con 25, Cava con 17, Montevergine con 7, S. Paolo di Roma con 3, S. Giustina di Padova, S. Nicola e S. Andrea di Genova, con dipendenza a Pegli (S. Martino), S. Giorgio Maggiore di Venezia, S. Pietro di Modena, S. Pietro di Perugia, S. Maria di Praglia, con dipendenza a Dalla e Siccione (Istria), S. Maria del Monte presso Cesena, S. Giovanni Evangelista di Parma, con dipendenza a Torrechiara (Parma) e a Bismantova (Reggio Emilia), S. Giacomo di Pontida, S. Martino delle Scale presso Palermo, S. Maria di Farfa, S. Pietro di Assisi, S. Maria di Finalpia; S. Maria di Noci (Bari), e Madonna dei Miracoli in provincia di Chieti, ancora priorati. Inoltre a Roma vi sono il collegio internazionale di S. Anselmo, la badia di S. Girolamo per la correzione della Volgata e altri lavori a disposizione della S. Sede, la casa di S. Ambrogio e il collegio greco, affidato alla Congregazione belga, alla dipendenza dell'abate primate.

III. L'OPERA CIVILIZZATRICE

Che «l'Ordine monastico sia un gran fatto nella storia della civilizzazione dell'Europa» (F. A. Gasquet) risulta innegabile anche nel rapido quadro che siam venuti delineando. Non è dunque esagerata l'affermazione dell'Harnack, specialmente nei riguardi dei popoli giovani affacciati alle frontiere del mondo romano a formare la compagine della nuova Europa: «I primordi di tutta quanta la nostra civiltà non furono se non un capitolo stralciato dalla storia del monachesimo» (A. Harnack, Il Monachesimo, Piacenza 1909, cap. 1). E in quelle colonie monastiche, che dovevano portare il nome e il verbo della nuova Roma in regioni ove non erano penetrate le aquile dei Cesari, una delle leggi fondamentali era quella del lavoro. La Regola lo aveva valorizzato e ne diffondeva la stima. «Così s. Benedetto ha impresso alla sua istituzione quell'aspetto eminentemente sociale che tutti gli storici si compiacono di riconoscergli» (F. Schmitz). Questa loro attività lavoratrice ha posto i monaci alla testa del movimento agricolo, commerciale e industriale dell'alto medioevo, mentre poi le rendite di tale coscienzioso, continuo lavoro, venivano impiegate in gran parte per fini eminentemente sociali, per opere di carità e di utilità pubblica.

È infatti opera dei monaci il dissolumento dei terreni che la grande crisi romana aveva lasciati incolti e che poi erano stati devastati dai barbari e dalle rivole. Le norme dell'agricoltura impiantata dai primi monaci sono rimaste a dirigere quasi inalterate il lavoro dei campi fino al subentrare dei sistemi moderni più scientifici. Intorno alle loro fattorie, centri di produzione e di scambi, si son venuti formando le borgate, i villaggi, le città. Così in Italia erano bonificate larghe zone, in varie epoche della sua storia, mediante l'opera dei grandi monasteri di Bobbio, della Novalesa, di Nonantola, di Pomposa, di Polirone e di tanti altri che, se pur meno noti nei tempi attuali, hanno dato tutti il loro contributo. Nel mezzogiorno massimi centri di questa attività furono S. Vincenzo al Volturno e Montecassino. Intorno alla curtis major cassinese, sopravvisata fino ai giorni nostri a Cassino nel medesimo sito e nelle nome di corte, tutte le dipendenze, divenute poi fiorenti paesi, si dividevano il compito del dissodamento che nel sec. X l'abate Aligerno avrebbe facilitato con i suoi famosi placiti livellari. Le dipendenze staccate in regioni più lontane agivano come delle colonie che ripetevano i sistemi e gli indirizzi della casa madre. Più tardi anche Cava doveva far sentire il suo influsso benefico su larghe zone, specialmente del Cilento e della Puglia.

Ancora a vantaggio delle popolazioni andavano in gran parte le rendite. Detraente le spese indispensabili per il sostentamento della comunità e quelle per l'abbellimento degli edifici, il resto veniva impiegato in opere di carità. Fra queste avevano un posto speciale gli ospedali e gli ospizi per i pellegrini. Non solo la badia aveva un ospedale ben costituito, ma anche le case e i paesi dipendenti ne erano forniti, così come la funzione sociale dell'ospitalità veniva praticata, in mancanza di alberghi, tanto dagli stessi monasteri quanto da appositi edifici costruiti nei principali punti di passaggio o presso i più importanti santuari. E per dar lavoro agli abitanti di una vasta zona, un abate di Montecassino, ad es., li inviterà a costruire strade, un altro disporrà dei lavori pubblici.

Ma vi è un altro campo in cui l'alacce attività dei monaci ha lasciato orme indelebili: quello intellettuale e artistico. Certo s. Benedetto non nomina espressamente, insieme con la lectio divina, uno speciale ordinamento di studi, come fa il suo contemporaneo Cassiodoro; ma questi sono inclusi senza dubbio dalla necessità della vita claustrale e dallo stesso studio della Scrittura e dei Padri. Non si poteva stare senza codici e perciò senza l'arte degli scrittori. In quelle vere officine librarie rappresentate dagli scriptoria, i monaci lavoravano incessantemente, riproducendo le opere con rara abilità. L'ufficio di copista richiedeva una seria e accurata preparazione, nonché una reale fatica congiunta con spirito di sacrificio. Infatti se «tre disgiti scribunt, totum corpus laborat» dichiarava lo scriba cassinese, che confessava pure «sicut qui navigat desiderat portum, ita scriptor novissimum versum». Ma

a questa fatica dello scriptorium cassinese, ove fu coltivata soprattutto quella splendida scrittura, indicata anche spesso con il suo nome, dobbiamo la conservazione di tanti capolavori, fra cui il Pro Cluentio di Cicerone; il De aquaeductis di Frontino; le Metamorphoses di Apuleio; alcune parti delle Historiae di Tacito; la Peregrinatio ad loca sancta. Anche Bobbio, in Italia, ebbe uno scriptorium notevolmente oposso, fin dal sec. VII. Così Farfa, così altri monasteri. Questa produzione era destinata ad alimentare specialmente le celebri biblioteche monastiche e veniva completata dalle arti accessorie della libraria, quali soprattutto quelle della miniatura e della rilegatura.

Biblioteche ed arte libraria erano i presupposti necessari per lo sviluppo delle scuole, un'altra delle più importanti funzioni disimpegnate allora dai monasteri. Esse si dividevano, con quelle episcopali, il compito di provvedere all'istruzione e alla formazione della gioventù studiosa. Infatti per lo più esse erano aperte anche ad alunni esterni, e quelle rigorosamente chiuse a tali elementi, che talora con la loro vivacità minacciavano di compromettere la severa tranquillità monastica, ebbero un influsso non minimo, sebbene indiretto. Così Montecassino ove fu rinviata la tradizione del cursus.

Ma il contributo maggiore allo sviluppo intellettuale è rappresentato dalla catena degli uomini insigni formati in tali scuole o che hanno vissuto nei chiostri. Per i matri alle personalità più celebri o più da vicino riguardanti l'Italia, ricordiamo oltre Gregorio Magno, la cui figura domina incontrastata nella storia della Chiesa, Beda il Venerabile (m. 733), un altro dei «fondatori del medioevo» e padre della storia d'Inghilterra; Alcunio di York (m. 804), il braccio destro di Carlomagno nell'organizzazione intellettuale dell'impero; Anselmo d'Aosta (m. 1101), il mito e forte precursore dei nuovi orientamenti intellettuali della cristianità; Rabano Mauro (m. 856), il padrone della Germania; Walafrido Strabone (m. 849), l'autore della «glossa ordinaria»; Notchiero il Balbo (m. 912), gloria di S. Gallo; Autore (m. ca. 781), l'abate di S. Vincenzo al Volturno, dalla molteplici erudizione che per i suoi tempi «un vero fenomeno»; Paolo Dincono (m. 799), lo storico dei Longobardi; Bertario, il martire abate cassinese (m. 883); Silvestro II (m. 1003), ritenuto quasi un mago per le sue straordinarie cognizioni scientifiche; il card. Alberico di Montecassino (m. 1088), teologo e letterato; l'altro Alberico, pure di Montecassino, autore della celebre Visione; Pietro Damiani (m. 1072), il forte e dotto campione della libertà della Chiesa; Alfano (m. 1085), il «Virgilio cassinese», che, arcivescovo di Salerno, accoglie la grazia fra le sue braccia il morente Gregorio VII, quest'altro figlio di S. Benedetto che come tanti altri suoi predecessori e successori sulla cattedra di S. Pietro, aveva temuto l'animo invito nei chiostri; il suo successore immediato Vittore III (m. 1087), già abate Desiderio di Montecassino che, scrittore egli stesso di Dialoghi, rese la sua badia centro di cultura letteraria e artistica, «la più bella della cristianità», e, come altri due cassinesi ascesi al soglio pontificale, Stefano IX (o X, m. 1058) e Gelasio II (m. 1119), il rinnovatore del cursus, vi doveva lottare e soffrire non poco per la libertà della Chiesa. Sono ancora della sua epoca a Montecassino, oltre all'amico suo Alfano e agli Alberici già ricordati, Costantino l'Africano (m. 1087), che con le sue traduzioni dal greco e dall'arabo, ha esercitato un notevole influsso sul pensiero del sec. XI, ed in particolare sulla medicina, scienza che già a Montecassino aveva avuto valenti cultori, fra cui i ricordati Ber-tario e Alfano; Leone Marsicano, più tardi cardinale vesco di Ostia (m. 1115), l'insuperato storico medievale d'Italia; Amato, lo storico dei Normanni; Bruno (m. 1123), l'abate e vescovo di Segni che nel campo esegetico supera in Italia ogni altro dal sec. VII al XII. A Farfa l'abate Ugo (m. 1039) e Gregorio di Catino, a S. Vincenzo al Volturno il monaco Giovanni si aggiungono a tanti altri loro confratelli per trasmettere il patrimonio storico dei secoli medievali. Della fine del medioevo citiamo appena l'abate di Montecassino Bernardo Ayglerio (m. 1282), Erasmo (m. ca. 1240), Matteo di Parigi (m. 1259), l'arcivescovo di Palermo Niccolò Tedeschi (m. 1443).

Dobbiamo anche ricordare nei secoli a noi più vicini, fra i cultori più insigni delle varie discipline, la schiera eletta dei Maurini con a capo Giovanni Mabillon (m. 1707); gli altri dotti che si raggruppavano intorno all'Università di Salisburgo, fondata nel 1622; e ancora, in particolare Bernardo Pez (m. 1735), Agostino Calmet (m. 1757), Magnoaldo Ziegelbauer (m. 1750); i card. Celestino Sfondato (m. 1606), Giuseppe d'Aguirre (m. 1699), G. B. Pitta (m. 1888) e Aidano Gasquet (m. 1929), il vescovo Lorenzo Jannsens (m. 1924); i monaci e abati Ursano Berlière (m. 1932), G. B. Chapman (m. 1933), Cuttero Butler (m. 1934), Andrea Wilmart (m. 1942). Ma soprattutto non possiamo omettere il ricordo di alcuni almeno fra gli uomini insigni che nei monasteri d'Italia produsse la Congregazione cassinese: quali i cardinali Gregorio Cortese (m. 1548), Angelo M. Quirini (m. 1755), Fortunato Tamburini (m. 1761), Michelangelo Luchi (m. 1802); gli arcivescovi e vescovi Isidoro Clari (m. 1551), Onorato Fascitelli (m. 1564), Angelo della Noce (m. 1691), Pier Luigi Galletti (m. 1790), Benedetto Bonazzi (m. 1915); gli abati e monaci Bernardo Castiglione, Benedetto Cano-follo (m. ca. 1550), Teofilo (m. 1544) e G. B. Folengo (m. 1559), Vincenzo Borghini (m. 1580), Angelo De Faggis (m. 1593), Benedetto dell'Uva (m. ca. fine sec. XVI), Benedetto Castelli (m. 1644), Angelo Grillo (m. 1629), Costantino Caetani (m. 1650), Cornelio Margarini (m. 1681), Benedetto Bacchini (m. 1721), Mariano Armellini (m. 1737), Erasmo Gattola (m. 1784), Andrea Bina che nel 1751 inventava il sismografo, i fratelli Placido (m. 1785) e G. B. Federici (m. 1800), Gaetano Bernardi (m. 1895), Bernardo e Luigi de Rossi, Agostino Rubatta e Serafino Serrati che alla fine del sec. XVIII furono fra i precursori dell'aeronautica, Luigi Tosti (m. 1897), Oderisio Piscicelli-Taeggi (m. 1917), Ambrogio Amelli (m. 1934). Aggiungiamo fra gli scrittori di ascetica, Ludovico Barbo (m. 1443), Garcia Cisneros (m. 1510), Giovanni Triemino (m. 1516), Luigi di Blois (m. 1566), Pietro Vecchia (m. 1694), Mauro Wolter (m. 1890), Giov. Cuttero Hedley (m. 1915), Columba Marmion (m. 1923), Paolo Delatte (m. 1937), Ansa-rio Vonier (m. 1938). Fra i cultori di liturgia e del canto sacro, continuatori dell'opera di Gregorio Magno e di Guido d'Arezzo (m. 1050), Prospero Guéranger (m. 1875), Suitberto Bäumer (m. 1894), Giuseppe Pothier (m. 1923), Paolo Cagin (m. 1924), Andrea Mocquera (m. 1930), Paolo Ferretti (m. 1938). Infine fra gli apostoli, eredi dello spirito di quelli che hanno convertito tante nazioni, procurato l'abolizione graduale della schiavitù, istituito la tregua di Dio, cercato il riscatto dei prigionieri, Guglielmo Bernardo Ullathorn (m. 1889) che con Pio IX collaborò a ristabilire la gerarchia cattolica in Inghilterra, Bonifacio Wimmer (m. 1887), fondatore delle prime badie in America, Giov. Beda Polding (m. 1877) che instaurò la gerarchia in Australia, già fecondata dai lavori apostolici di mons. Rudesindo Salvado (m. 1900), fondatore della fronte missione e badia di Nuova Norcia.

IV. BENEDETTINE

La Regola di s. Benedetto, scritta solo per uomini, fu ben presto adottata anche dalle vergini desiderose di tendere alla perfezione cristiana. Quando ciò abbia avuto inizio non è possibile dir con certezza. Le B., che han preso a peculiare patrona s. Scolastica, la sorella del patriarca, modello di un'esistenza consacrata a Dio fin dall'infanzia, hanno menata una vita di ritiro e nascondimento che rende difficile seguirne la storica esistenza. In Italia fin dal tempo dei Longobardi, oltre alcuni monasteri che la tradizione, non controllabile, vorrebbe coevi al Santo legislatore, ne compaiono altri insigni e potenti. Fra essi ci limitiamo a ricordare quello del Senatore o di S. Aureliano a Pavia (714), di S. Salvatore e S. Giulia a Brescia (753), che già nel 762 godeva l'esenzione, di S. Vittore a Meda (VIII sec.), di S. Maria in Valle a Cividale (sec. VIII). Spesso, dopo averli edificati, regine e principesse vi si chiudevano a viverne la vita. Sebbene non eccessivamente numerose, dato il loro nascosto genere di

vita, pure non mancarono monache che hanno avuto rinomanza anche fuori del chiostro. Così s. Lioba (m. ca. 779) e le altre collaboratrici di s. Bonifacio, s. Elisabetta di Schönau (m. 1165), la poetessa Hroswitha (m. fine sec. x), s. Ildegarda (m. 1179) la grande mistica e consigliera di papi ed imperatori, le vergini di Helfta, Matilde di Magdeburgo (m. 1282), Matilde di Hackeborn (m. 1298) e Geltrude (m. 1302), in-signi araldi della devozione al S. Cuore; Giovanna Bonomo (m. 1670), la grande mistica italiana, Angelica Baitelli (sec. xvii) l'erudita ed energica badessa di S. Giulia di Brescia, Margherita d'Arbouze (m. 1626), Giovanna Dellelöe (m. 1660), Cecilia Baij (m. 1766), insigni mistiche. Ancora in tempi più recenti i monasteri italiani hanno avuto una splendida fioritura di anime santamente croiche, di cui alcune si avviano alla gloria degli altari, quali Angela M. Latini (m. 1804), Luisa Prosperi (m. 1847), Adeodata Pisani (m. 1885), M. Fortunata Viti (m. 1922).

Anche le B. hanno molto sofferto negli ultimi secoli, specialmente in Italia ove erano disseminate in piccoli paesi, mantenendo più che i monaci gran parte delle antiche case. Per esse pure è stato notevole il

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Benedettini camaldolesi. - Monastero e chiesa di Camaldoli. Napoli (sec. xvI).

loro comunità. Fra esse celebre e tuttora fiorente è quella di Tor dei Specchi a Roma, fondata nel 1433 da s. Francesca Romana (m. 1440), alla dipendenza della Congregazione olivetana.
rifiorimento. Attualmente alle antiche monache di voti solenni e di stretta clausura, si sono aggiunte altre suore, con voti semplici e con limitata clausura, in monasteri dipendenti direttamente dalla S. Sede o dai prelati dell'Ordine; ma la maggior parte è sotto la giurisdizione degli ordinari. Altri sono uniti in Congregazioni. La statistica, per questa parte incompleta, dà per le B. il numero di ca. 16.000, con oltre 300 case. Ad esse sono da aggiungere quelle che appartengono agli altri rami del grande albero monastico: Camaldolesi, Cistercensi, Trappiste, Vallombrosane, Silvestrine, Olivetane e un solo monastero di Celestine.

V. OBLATI

Fin dai primi tempi, vivendo ancora il santo patriarca, vi fu chi, pur vivendo nel secolo, desiderava seguire gli ammaestramenti spirituali di s. Benedetto e mantenere vincoli di fedele fratellanza con i suoi monaci. I legami che, secondo i caratteri della costituzione b., li univano ai singoli monasteri, variarono nel corso dei secoli e nei diversi luoghi. Acquistando sempre maggior precisione han dato origine agli attuali oblati. La maggioranza di essi vive nel mondo — oblati secolari — seguendo gli stessi statuti approvati nel 1904. Giuridicamente sono assimilati ai terziari degli altri Ordini religiosi (CIC, can. 702 sgg.). Altri oblati vivono in monasteri o in particolari loro comunità. Fra esse celebre e tuttora fiorente è quella di Tor dei Specchi a Roma, fondata nel 1433 da s. Francesca Romana (m. 1440), alla dipendenza della Congregazione olivetana.
BIBL.: I. — Oltre le opere ricordate sotto la voce BENEDETTO, cf. F. A. Gasquet, *Saggio storico della costituzione monastica*, Roma 1912; C. Butler, *Benedettine monachism*, 2a ed., Londra 1924; trad. franc. di C. Gralleau, Parigi 1924; R. Molitor, *Aus der Rechtsgeschichte benediktinischer Verbände*, 3 voll., Münster in W. 1928-32; T. Mc. Lauglin, *Le très ancien droit monastique de l'Occident*, Liugué 1935.

II. — Oltre le opere fondamentali, fra cui indispensabili: I. Mabillon, *Annales O.S.B.*, Lucca 1739-45, e *Acta SS. O. S. B.*, Parigi 1668-1701, cf. U. Berlière, *L'ordine monastico dalle origini al sec. XII*, vers. ital., Bari 1928; S. Hilpisch, *Geschichte des benediktinischen Mon-chtums*, Friburgo in Br. 1929; E. Cottineau, *Répertoire topo-bibliographique des abbayes et prieurés*, Mâcon 1936; Ph. Schmitz, *Histoire de l'ordre de St Benoît*, 4 voll., Maredsous 1942-48 (altri due volumi di prossima pubblicazione). — Per l'Italia in particolare, la raccolta di studi vari curata da P. Lugano, *L'Italia b.*, Roma 1929; S. Vismara, *Storia b.*, bollettino bibl. in *Aevum*, 5 (1931); oltre la *Rivista storica b.*, Roma 1906-1936.

III. — C. de Montalembert, *I monaci d'Occidente*, vers. ital., Firenze 1864-71; F. A. Gasquet, *S. Benedetto e la civilizzazione*, Roma 1929; F. Schmitz, *op. cit.* — Per la storia della Congregazione cassinese in Italia, resta sempre fondamentale, sebbene incompleta per gli ultimi secoli, l'opera di M. Armellini, *Bibliotheca Benedettino-Casinenis*, 4 voll., Assisi e Foligno 1731-1937.

IV. — Ph. Schmitz, *Les bénédictines*, in DHG, VII, coll. 1260-1938.

V. — *Manuale dell'oblatto b.*, Badia di Cava 1933; *Il libro dell'oblatto b.*, Roma 1934; P. Chauvin, *St Benoît nous parle*, Parigi 1934; G. A. Simon, *La règle de st Benoît commentée pour les oblats...*, ivi 1935; J. R. Riepenhoff, *Frage des Ursprungs der Verbindlichkeit des Oblateninstituts*, Münster in W. 1936.