TARGÙM. - Parafrasi aramica del Vecchio Testamento. Il termine è un participio dalla radice aramica tîrghêm (o meglio râgham) «interpretare, tradurre» (cf. Esd. 4, 7), da cui proviene l'italiano «dragomanno». Dopo l'esilio babilonese si perdette l'uso della lingua ebraica e nelle sinagoghe si sentì il bisogno di spiegare i testi delle letture bibliche al popolo, che intendeva ormai solo l'aramico.
Secondo alcuni, il primo indizio di una tale consuetudine si troverebbe già al tempo di Esdra: mêphôrêš (Neh. 8, 8) significherebbe «tradurre», mentre altri con maggior fondamento l'intendono nel senso di «distinamente, a brani o per sezioni». Da principio la traduzione era orale, e avveniva dopo uno o tre versetti. Dal Talmud palestinese (Mêghillâh, 4, 1; ed. M. Schwab, VI, p. 245) risulta che era proibito stendere in scritto una traduzione nella nuova lingua. La prima redazione, perciò, non sembra anteriore al sec. I d. C.
Secondo la divisione della Bibbia ebraica si parla di T. o, meglio, al plurale, di Targûmîn del Pentateuco, dei Profeti e degli Agiografi. Si hanno ben quattro Targûmîn per il Pentateuco. Uno, il più autorevole, è di origine babilonese, mentre gli altri provengono dalla Palestina, e perciò sono detti gerosolimitani o palestinesi.
Il primo è il celebre T. 'Onkêlôs, ascritto generalmente al sec. I od al principio del sec. II d. C. Esso si distingue per la fedeltà al testo ebraico, che è in sostanza il testo masoretico; ma non rifugge da parafrasi in brani più difficili o da interpretazioni che accentuano il carattere messianico di alcuni testi. Il nome 'Onkêlôs si identifica di solito con il greco 'Axaôaç e con il latino Aquila. È possibile, perciò, che esso si debba alla tradizione rabbinica, che amò attribuire l'opera al traduttore della Bibbia in greco (v. AQUILA). Ma tale opinione ha scarsa verosimiglianza. Afferma che 'Onkêlôs era contemporaneo di Rabbi Gamaliel il Vecchio e che avrebbe composto la sua opera seguendo gli insegnamenti di Rabbi Eli'ezer e di Rabbi Giosuè (cf. Mêghillâh 3a; ed. L. Goldschmidt, III, p. 536). Ma il primo menzionato visse nel sec. I d. C., mentre gli altri due sono del sec. II. Quindi l'attribuzione ha il solo valore di segnalare come caratteristica della versione una maggiore fedeltà, che contraddistingue anche l'opera di Aquila fra le varie traduzioni greche. Il T. 'Onkêlôs ebbe una grande diffusione; esso masora (v.) propria, a somiglianza di quanto si era fatto per la Bibbia.
Il T. palestinese è rappresentato da un T. jêrûsalmî I, detto spesso falsamente T. Yônâthân, il quale nella forma attuale non sembra anteriore al sec. VII, da un T. jêrûsalmî II oppure «dei frammenti» (T. fragmentorum) e da un T. jêrûsalmî III. Pù che di opere diverse si tratta di varie recensioni di una medesima traduzione, caratterizzata dalla sua grande libertà e da non pochi elementi assurdi e superstiziosi. Per questo la sua autorità è molto inferiore a quella del T. 'Onkêlôs.
Per i Profeti, intesi secondo la divisione del canone ebraico, ossia per Giosuè, Giudici, Samuele e Re, oltre che per i libri strettamente profetici secondo i cristiani, si ha il T. Jônâthân. In esso si nota quasi la medesima fedeltà dell'opera di 'Onkêlôs, cui si avvicina molto per la lingua; ma nelle profezie messianiche è evidente la preoccupazione anticristiana. La traduzione risale al sec. I-II d. C.; ma subì vari ritocchi più tardi (nel sec. IV-V). Sull'autore, Jônâthân ben 'Uzzîl, non si sa nulla. Secondo la tradizione Hillel (v.).
La terza sezione della Bibbia, ossia gli Agiografi, ricevette solo più tardi (sec. VI-IX) una parafrasi aramica, il cui valore varia nei diversi libri. Per la loro aderenza alla lettera si distinguono i Targûmîn a Giobbe, Salmi e Proverbi. In quest'ultimo si nota anche la dipendenza dalla versione siriaca Pêştîd. Il T. ai cinque volumi o mêghillôh, ossia Ruth, Cantico dei cantici, Ecclesiaste, Lamentazioni, Esther, è quanto mai li
bbero. Esso è piuttosto un midhrâš (v.). I tre libri Daniele-Esdra-Neemia, che contengono parti in aramico, non ebbero mai una parafrasi in detta lingua.
Lo studio del T. permette di conoscere la lingua aramica del tempo, simile a quella parlata da Gesù. Il suo contributo alla critica testuale è piuttosto modesto, trattandosi per lo più di parafrasi. Dal lato esegetico la sua importanza riguarda la storia dell'esegesi, in quanto manifesta talvolta il pensiero dei rabbini di allora.