MASORA

MASORA. - Complesso delle osservazioni critiche sul testo originale del Vecchio Testamento. In parte trasmesse oralmente nelle scuole rabbiniche fin dall'epoca degli scribi (specialmente dal sec. II a. C.), furono accresciute e messe in scritto dal sec. VI in poi, dopo compilato il Talmud. Questo corpo di osservazioni determinò la forma unitaria e immutabile del testo biblico (testo masoretico).

Il termine M. (masòrah = tradizione), dal neo-ebr. măsar = tramandare; forma recente per masòreth, che nulla ha in comune con Ez. 20, 37 măsōreth = ma'ăsōreth = legame; P. Kahle, in H. Bauer-P. Leander, Hist. Grammatik der hebr. Sprache des Alt. Test., I, Halle 1922, § 6 b); esprime il carattere tradizionale della compilazione; e Masoreti (ba'ălē ham-masōrah = padroni) o «autori della M.»; furono detti i dottori giudaici (sec. IX-X) che vi attesero.

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(fot. Albani)
Masolino da Panicale - La Pietà - Empoli, collegiata.

La M. riprende e presuppone perciò: a) il lavoro secolare degli scribi (sec. II. a. C. - sec. V d. C.) per la fissazione del testo consonantico; b) l'opera dei nagadāmi (= puntatori, da nēgādāh = puntazione =), i dottori giudei (sec. VII-VIII) che con numerosi segni (punti) fissarono specialmente la vocalizzazione. Il contenuto della M. è pertanto molto vario. Ad a) appartengono la divisione in versetti, la loro enumerazione, l'eliminazione di ogni lezione divergente; a b), oltre alla vocalizzazione, alcune modalità nella pronunzia delle consonanti, la divisione sillabica, gli accenti, il legame delle parole tra loro, le pause, la modulazione.

La M. offre il numero esatto delle perlopi e dei versetti (cifra complessiva: 23.206; il libro di Ezechiel, p. es., ne comprende 1273). delle parole, delle consonanti; l'indice dei versetti (p. es., Gen. 27, 40; Ev. 22, 28; Lev. 15, 7 ecc.), delle parole, delle sillabe, che stanno esattamente alla metà di ciascun libro. Altre precisazioni: p. es., che un versetto (Lev. 21, 7) ha 42 parole e 160 lettere; che in quattro versetti (Gen. 18, 5; 24, 55; Num. 12, 14; Ps. 36,7) c'è un avavo aggiunto per colpa degli scribi del quale non bisogna tener conto; ecc.

Ottimo fu il criterio di non toccare le consonanti del testo, ma notare in margine la correzione testuale, la lezione prescelta, con il qērē (q, qr = da leggere) e kēthib (kth = scritto; cf. P. Jōūon [V. BIBLICA.], § 16 e f). Viene notata la scrizione piena e la difettiva. Un cerchietto è posto sul termine cui l'osservazione è diretta. Le osservazioni venivano scritte in margine e alla fine dei manoscritti biblici, oppure in liste a parte. La lingua della M. è in parte il neo-ebraico, in parte l'aranacio.

Tale lavoro non fu condotto in modo uniforme. Notevoli divergenze esistevano, nella lettura del testo sacro, tra le scuole masoretiche orientali (babilonesi) e le occidentali (palestinesi o di Tiberiade). Tra queste ultime prevalse quella di Ben 'Āšēr (v. x), e si impose all'altra sua contemporanea ed emula di Ben Naphtālī (v.) ed è il testo masoretico receptus.

Quanto alla forma, si distingue la « grande » e la « piccola » M.; questa nelle Bibbie rabbiniche sta a lato, tra le colonne del testo; dà i qērē, segna gli apaxlegomena (l=leth = non c'è = altrove), ecc., l'altra, disposta nel margine superiore e inferiore, spiega più estesamente la precedente. L'una e l'altra vengono chiamate « M. marginale » in opposizione alla « finale », relegata in fondo a ciascun libro, con la numerazione dei versetti, ecc.; essa contiene inoltre, a modo di appendice, una specie di dizionario, dove in ordine alfabetico vengono riprese tutte le osservazioni della M. marginale; ed infine seguono le lezioni ed osservazioni varianti di Ben Naphtālī e delle scuole babilonesi.

La M. fu davvero la « siepe » del testo sacro (si'āg lē-Thōrāh). L'autorità critica del testo consonantico masoretico, anche per il confronto con i papiri di Chester Beatty, è sempre meglio riconosciuta dai critici. Esso deve ritenersi fondamento di ogni recensione critica, che dà maggiore affidamento quanto meno si scosta da esso. Se la pronunzia fissata dai nagadāmi comporta una certa ricerca, una certa enfasi, e ha dettagli più o meno artificiali, non c'è però da sospettarla nel suo insieme. La coerenza interna del sistema e il paragone con le lingue affini parlano in favore dei vocalizzatori (P. Jōūon, § 1 b).

Jacob ben Hājīm curò l'edizione principe della Bibbia masoretica (Biblia magna Rabbimica, Bomberg, Venezia 1524-25), dopo aver molto frugato tra i manoscritti, raccogliendo e ordinando il materiale masoretico. Sebbene disponesse solo di codici dei secc. XIV-XV, fece opera fondamentale e costituì il testo receptus. Edizioni critiche: B. Kennicott (Oxford 1776, 1780); J. B. De Rossi (4 voll., Parma 1784-1888); Chr. D. Ginsburg (4 voll., Londra 1908-26). Al contrario, la Bibbia ebraica del Kittel (v. BIBLICA) nella 3a ed. offre, per merito di P. Kahle, il testo e la M. di Ben 'Āšēr secondo il manoscritto di Leningrado (B 19 A) del 1008, di ca. 600 anni più antico di quelli adoperati da Ben Hājīm; copia fedele del codice tipo conservato ad Aleppo.

Bibl.: J. Buxtorf, Tiberias sive commentarius masoreticus triplex, Basilea 1720; S. Frendsorff, Das Buch Ochlah we-ochlah.
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Masopolis da Panicale - Papa Liberio traccia sulla neve la pianta della basilica di S. Maria Maggiore - Napoli, Pinacoteca.

Hannover 1864; id., Masoretiches Wörterbuch (Die M. magna, 1), 1879; Chr. D. Ginsburg, The Masoreth ha-Masoreth of Elias Levita, testo ebr. e trad. inglese, Londra 1867; id., Introduction to the Masoretico-critical edition of the hebr. Bible, 1879; L. Blau, Masorethische Untersuchungen, Strasburgo 1891; H. Hyvermat, Petite introduction à l'étude de la M., in Revue biblique, 11 (1902), pp. 551-63; 12 (1903), pp. 529-49; id., Le-xique masoreticque, ibid., 13 (1904), pp. 521-46; 14 (1905), pp. 203-254, 515-42; P. Kahle, Der masorethische Text des Alt. Test. nach der Überlieferung der babylonischen Juden, Lipsia 1902; id., Masoreten des Ostens, ivi 1913; id., Die überlieferte Aussprache der Hebräischen und die Punktation der Masoreten, in Zeitschrift für die alt. Wissenschaft, 39 (1921), pp. 230-39; id., Masoreten des Westens, 2 voll., Stoccarda 1927-30; id., Die hebräischen Bibelhandschriften aus Babyloniens, in Zeitschrift für die alt. Wissenschaft, 46 (1928), pp. 113-37; id., Der altest. Bibeltext, in Theologische Rundschau, nuova serie, 5 (1933), pp. 227-38; id., in R. Kittel, Biblia Hebraica, 3a ed., Stoccarda 1937, pp. VI-XV, XXXIX; P. Jōūon, Grammaire de l'hebreu biblique, Roma 1923, §§ 1, 6 ed., 15, 16; P. Mordell, The beginning and development of Hebrew punctuation, in The Jewish quarterly review, 24 (1933-34), pp. 137-49; A. Vaccari, De Textu, in Institutiones biblicae, I, 5a ed., Roma 1937, pp. 10 sq., 230-38; F. Perez Castro, Problemas de las fuentas de conocimiento del hebreo premasoretico, in Sefarad, 8 (1948), pp. 145-87; J. B. Roberts, The emergence of the iberian masoretic text, in The journal of theological studies, 49 (1948), pp. 8-16.

MasPHA (ebr. Mispāh «vedetta»). - Nome di varie località della Terra Santa.

1. Dato da Abramo a un mucchio di pietre, a nord del fiume Iaboc (= ez-Zerqā) al momento della separazione da Laban (Gen. 31, 44-54).

2. Villaggio in Galaad, Giordania (Iudc. 10, 17; 11, 11), che talvolta è identificato, sebbene non sia necessario, con M. di Galaad (ibid. 11, 29) e con Ramoth Masphe (Jos. 13, 26). Vi aveva la residenza Iephte (Iudc. 11, 34) e lì sua figlia, inconscia del voto fatto inconsideratamente dal padre, ebbe da questi notificata la morte destinata.

La localizzazione di M. è incerta. Alcuni, attirati dall'Itinerario di Egeria, che vide la tomba di Iephte a Tisbeh, propendono per qualche località non lontana dal Wādi Jābis, p. es., Sūf; altri la pongono più a sud, p. es., al Hīrbet Gel'd.

3. Luogo situato ai piedi dell'Hermon (Jos. 11, 3), detto anche terra di M. (ibid. 11, 8). L'identificazione è incerta; sono proposte Metullah e Qal'at es-Subejbeh.

4. Villaggio nel sud della Giudea (Jos. 15, 38). L'Omonasticon indica due località nel territorio di Eleuteropoli (= Bejt Gibrīn) e s. Girolamo ne stabilisce una sulla via Bejt Gibrīn-Gerusalemme. Come identificazione è proposto il Hīrbet es-Sāfijjeh a 3 km. nord-est e Sūfijjeh a 10 km. da Bejt Gibrīn.

5. Città nella tribù di Beniamin, non lontana da Rama (Jos. 18, 25-26). Fu il luogo di riunione degli Ebrei dopo il fatto di Gabaa, dove la moglie del levita ebbe un'ignominiosa morte (Iudc. 20, 1-2), e in seguito di altre (I Sam. 7, 5-14; 10, 47). Fu fortificata da Asa come difesa contro le tribù del nord (I Reg. 15, 22; II Par. 16, 6). Dopo la distruzione di Gerusalemme vi fissò la residenza Godolia a nome dei Babilonesi (II Reg. 25, 23-25) e vennero ad abitare parecchi giudei, fra cui Geremia (Jer. 40, 6-16; 41, 1-16), i quali trovarono la morte e i cui corpi furono gettati nella piscina costruita da Asa. Riposo la data di ebrei dopo l'esilio, M. aiutò alla restaurazione di Gerusalemme (Neh. 3, 7.15.19).

Fu già proposto di identificare M. con Nebi Samwil, ma oggi l'identificazione con Tell en-Naṣbeh prevale. La posizione di questo tell, sulla via Gerusalemme-Nazareth, a 13 km. dalla prima, su di un colle, corrisponde bene alle notizie letterarie intorno a M., mentre gli scavi vi praticati hanno rilevato una città importante con grande muro di cinta, abitata dal periodo calcolitico al medio del bronzo e dal primo del ferro a quello ellenistico. Tra i sigilli trovati si nota uno con la dicitura: «'Āhazjāḥū (figlio) di Mattanjāhū'» e un altro: «Jazjāhū schiavo (= ufficiale) del re», ossia con nomi ebrei anche se non si possono precisamente identificare con i personaggi biblici che portano questi nomi. Altri bolli hanno la parola le-melekh ed altri le lettere jh, ovvero jhd o msh.

Bibl.: L. Heidet, s. V. in DB, IV, coll. 833-52; F.-M. Abel, Glosographie de la Palestine, II, Parigi 1938, pp. 388-93; N. Glueck, in Bulletin of American schools of oriental research, 75 (1939), pp. 29-30; 92 (1943), pp. 13-14 (n. 2); R. de Vaux, in Vivre et