CANONE. -
I. DIRITTO
La voce c. proviene dal greco xavov, che in senso proprio e primitivo significa vacanza, asta diritta, strumento di misura usato dagli artigiani, ed in senso traslato indicava regola o norma. Il vocabolo canon entrò nel patri-monio della lingua latina alquanto tardi. Cicerone usa ancora la forma greca.In senso traslato la parola c. fu usata in grammatica, in letteratura (canones erano gli autori classici), in arte (c. di Policletto: Quintiliano, Inst. orat., X, 1, 54), in materia di fede (Gal. 6, 16), in materia di costumi (Phil. 3, 16), in liturgia (S. Clemente, Ep. I Cor., I, 41).
L'uso di considerare i Libri Santi come regola della fede, oppure come aventi forza di legge, oppure come ammessi dalla legge o regola, indusse pure l'uso di designarli come canonici. In seguito il loro elenco venne detto c. (v. BIBBIA).

Canone della Messa - Te igitur. Messale del sec. 21.
Prop. dei conti Passerin d'Entréves - Aosta.
Le leggi della Chiesa, in quanto regole dei costumi, già all'inizio del sec. iv (Conc. ancirano, can. 24 ; Conc. niceno, cann. 1, 2, 5 ecc.) sono dette ϰ α v ὠ v, ϰ α v ω v κ ὠ ς, e così opposte alle leggi civili, dette vó μω, come risulta dalla Nov. 137 di Glustiniano e dalle collezioni dei Nemocanoni (v.). All'inizio la voce fu usata specialmente per designare le decisioni dei concili orientali e le norme che si ritenevano date dagli Apostoli, e successivamente tutte le norme giuridiche o disciplinari emanate dai concili, o anche tutte le leggi ecclesiastiche. Nel medioevo la legge ecclesiastica singola era detta ius canonicum, ius canonum, lex canonica ed il complesso delle leggi si chiamava ordo o mos canonicus (R. von Scherer, Handbuch der Kirchenrechts, I, Lipsia 1886-89, p. 111); è in questo senso che la parola viene usata da Graziano nell'opera Concordia discordantium canonum, dai Decretisti e dai Decretalisti. Innocenzo III oppone c. a consuetudine (c. 11, X, I, 2). Spesso le collezioni delle leggi della Chiesa furono chiamate CANONICI V (v.).
Dal sec. xv, nei Concili la voce c. indica le definizioni dogmatiche, mentre le disposizioni disciplinari sono dette decreti. Nel medesimo tempo il vocabolo viene attribuito alle leggi ecclesiastiche universali in confronto delle disposizioni dei concili particolari. Con la codificazione piano-benedettina, c. indica le leggi universali contenute nel CIC.
La voce assunse lungo i secoli anche altri significati : in antico designò l'albo in cui erano elencati i chierici addetti al servizio di una chiesa; nell'epoca medioevale passò anche a significare regola monastica o salmodia liturgica. Ancora oggi indica pure una prestazione in denaro o in derrate, temporanea o perpetua (v. CANONI E CENSI).
Elio Gambari
II. Musica
Nella poesia musicale della chiesa greco-bizantina passò a significare, con Andrea da Creta, un inno composto di 9 lodi (inizialmente: 8 odi del Vecchio Testamento più il Magnificat) di 304 strofe ciascuna, intercalate sovente con troparii. Canonisti furono altresì Giovanni Damasceno e Cosma Gerosolimitano (secc. viI-viII).C. passò poi a significare, nella musica sia popolaresca che religiosa del tardo medioevo e del Rinascimento, una linea melodica enunciata da una voce o parte e rigorosamente imitata da più voci o parti, che entrano l'una dopo l'altra a dati intervalli di tempo e che quindi dànno l'impressione di rincorrersi : di qui forse i nomi di rota, caccia, fuga, dati fin dal 'zoo ad alcune composizioni imitate.
Il c. può essere all'unisono, all'ottava, alla quinta, alla terza, alla quarta superiore e inferiore; infinito o perpetuo o circolare; all'inverso o per moto contrario, retrogrado o canerizzante, a specchio; per aumento o diminuzione, ecc. Anticamente si usava scrivere c. anche su una riga sola (L'homme armé di J. Desprès). Se la chiave per poter leggere su un'unica parte tutte le altre era contenuta in una frase a indovinello, si diceva c. "enigmatico". Nel ' 300 il c. infinito fu scritto anche a cerchio. Con la scuola francofiamminga, il c. ebbe il massimo sviluppo e raggiunse alu vette artistiche anche se la moda e la maniera lo complicarono a volte fin quasi all'assurdo. Ma esempi assai notevoli se ne conoscono fin dal ' 200 e ' 300 : di qui nasce quella stile imitativo (mottetto, canonna, ricercare, fantasia) che si svilupperà nella fuga sei-settecentesca.
Frequentissimi sono i c. nelle messe palestriniane; passano poi nei corali figurati per organo; ne è piena l'opera di Bach, sia vocale che strumentale; in seguito, quella dei musicisti tedeschi ne perpetua l'uso fino ai giorni nostri, soprattutto nella musica liturgica protestante.
Bibl.: O. A. Klawmll, Die historische Entsichlung des musikalischen Kanons, Lipsia 1875; K. Krumbacher, Geschichte der byzantinische Literatur, 2° ed., Monaco 1897, pp. 673-78. F. Jode, Der Kanon, Berlino 1923. Anna Maria Gensil.