CROCIATE

CROCIATE. - Il movimento d’espansione della Fede e della nuova civiltà romano-germanica culmina, mentre il regime feudale si disgrega e le autonomie comunali già sorgono, sul finire dell’XIX sec., nella grande impresa, variamente protratta fino al Trecento, delle C.

Era un moto di ritorno alle origini quello che con- vogliava le fresche energie occidentali verso i luoghi da cui la parola del Vangelo si era diffusa, dieci secoli prima. Ed era un moto dovuto alla coscienza di significato che assumeva per la cristianità l’occupazione musulmana dei luoghi santi e il dilagare dell’Islam per tutto il Mediterraneo. Ma anche ragioni di fede, rigoglio di vita spirituale e materiale, coincidevano sempre più chiaramente con la volontà di decidere, per mezzo di una lotta di popoli, il dominio del Mediterraneo e di mantenere aperte le sponde ai traffici, cui il grado di floridezza raggiunto dagli Stati e, in particolar modo, dalle città marinare, dava possibilità e diritto.

Le relazioni economiche delle città marittime con i potentati musulmani delle coste d’Africa e d’Asia, costituivano l’ostacolo più forte ad un’intesa continuativa e ad un sincero accordo con l’unico potere che nessun interesse poteva valere a distogliere dalla sua posizione di lotta contro gli infedeli. Occorreva che un impeto di fede superasse la ristretta visuale economica e mostrasse in una vasta iniziativa politico-religiosa un superiore fine dell’attività umana; occorreva che il papato stesso, nell’ora della sua maggior potenza terrena, si ponesse risolutamente alla testa del movimento, ne illustrasse le ragioni e gli scopi, ne chiara- risse le mete. Occorreva infine che favore di circostanze intervenisse a risolvere, con possibilità di successo, le esitazioni dei condottieri.

Già, specialmente in Spagna, la lotta contro gli infedeli si era colorita di fervore mistico, per l’intervento di cavalieri borgognoni e normanni, a difesa della fede; e dal principio del secolo s’erano fatti più frequenti e notevoli i pellegrinaggi ai luoghi santi di prelati e signori francesi, tedeschi, scandinavi, che v’affluivano per mare, ed anche magari affluenti per terra. A volte le schiere s’erano infolte fino a divenire eserciti, e per aprirsi la strada, s’era fatto ricorso alle armi: così nel 1064 dodici-mila pellegrini tedeschi, guidati dall’arcivescovo Sigfrido di Magonza, raggiunsero la Palestina.

Ma, a indebolire la già suddivisa compagine dell’Impero islamico, sopraggiungeva l’invasione turca e il for- marsi nel medio Oriente di un vasto Stato selgòqida, che presto assorbiva il califfato di Bagdad e veniva, in Siria e in Armenia, a urtarsi contro l’Impero bizantino: nel 1071 i Turchi selgòqidi conquistavano Gerusalemme, e prostravano a Malakirt le forze dell’Impero; cinque anni dopo cadeva nelle loro mani Damasco.

Solo un’autorità e una forza, assumendo un’iniziativa che sarebbe spettata all’Impero, poteva far leva sulle energie dell’Occidente per spingerlo all’azione: il papato.

A Roma, facendo balenare la possibilità di una riunione fra Chiesa greca e romana, si rivolgeva nel 1073 l’imperatore d’Oriente Michele VII, chiedendo soccorso nell’imminenza di nuovi assalti. Gregorio VII, appena salito alla cattedra, formulò il piano grandioso della liberazione dell’Italia meridionale dai Normanni e della Terra Santa dagli infedeli. Designò Goffredo di Lorena e Guglielmo di Borgogna a capi dell’impresa che doveva compiersi dalle forze concordi degli imperi di Oriente e Occidente, sotto il patronato della S. Sede. Difficoltà varie ostacolarono la riuscita del tentativo e poco appresso la lotta delle investiture assorbi tutta l’attività del pontefice.

Nel marzo del 1095, al Concilio indetto da Urbano II a Piacenza, messi bizantini giunsero a percorrere la causa del loro impero e dei Luoghi Santi. Papa Urbano rivolgeva un caldo invito ai presenti di accorrere in aiuto dell’Impero di Oriente minacciato. L’idea della C. si determinava e prendeva consistenza nell’iniziativa papale. Passato Urbano in Francia e indetto per la fine dell’anno un solenne concilio a Clermont, vi si faceva banditore, nell’adunanza solenne del 27 nov. tenutasi alla presenza di una gran folla sulla pubblica piazza, dell’intervento cristiano in Oriente; proclamava, per dare maggior garanzia ai principi, la tregua di Dio, da durare fino al loro ritorno, e concedeva ai partenti le massime indulgenze. Il proposito liberamente e pubblicamente emesso di partecipare all’impresa assumeva il carattere di un voto solenne, di cui era simbolo una croce rossa cucita sulla veste, mentre ai partenti si assicurava la protezione della Chiesa alle famiglie e ai loro beni. Infaticabili predicatori, come l’eremita Pietro d’Amiens, al quale la leggenda avrebbe dato una parte ben più alta di quella in realtà esercitata, fecero sì che l’effetto suscitato dalle parole di Urbano fosse durevole e fecondo presso i principi e il popolo.

I. La prima C

Nell’inverno tra il 1095 e il 1096 nei paesi cui più direttamente si rivolse la parola del Papa che v’andò peregrinando e predicando (Francia e Provenza), masse considerevoli si vennero raccogliendo fra il popolo per la C. Urbano aveva scelto come suo rappresentante il vescovo di Puy, Ademaro di Montel; luogo di ritrovo Costantinopoli; la partenza fissata per il 15 ag. 1096. Ma le turbe esaltate e indisciplinata non vollero attendere che i principi, che dovevano capitanare la spedizione, fossero pronti con i loro vassalli e il loro armamento, né che il moto, nato in Francia, si allargasse.

Guidati da Pietro l’Eremita e da Gualtiero Senzavere, migliaia d’uomini in genere di bassa condizione, molti dei quali avevano assunto la croce per ottenere il condono di vecchi delitti o perché lo scarso raccolto non assicurava loro la vita, si avviarono verso il Bosforo, attraversando la Germania e l’Ungheria. Ma qui le rapine e i saccheggi per procurarsi il necessario alla vita, che li facevano apparire più predoni che pellegrini o guerrieri, sollevarono contro loro Ungheresi e Bulgari, che li decimarono, affrontandone i singoli gruppi. Solo una ben modesta parte riuscì a fuggire con Pietro e a passare il Bosforo, per lasciare nell’Asia minore un nuovo tributo sanguinoso sotto i colpi dei Turchi selgòqidi.

Intanto, si muovevano i principi con i loro eserciti feudali. Goffredo di Buglione, duca della Bassa Lorena, con i fratelli Baldovino e Eustachio seguì la via di Pietro l’Eremita, giungendo a Costantinopoli l’antivigilia di Natale del 1096. Ugo di Vermandois, Stefano di Blois, Roberto di Normandia, Roberto di Fiandra attraversarono l’Italia e, per Brindisi e Durazzo, toccarono la metà alcuni

mesi più tardi. Il conte Raimondo di Tolosa, ed il legato pontificio Ademaro, percorsa l'Italia settentrionale, preferirono seguire fino a Durazzo la costa dalmata. Ultimi, i principi normanni dell'Italia meridionale, Boemondo, figlio di Roberto il Guiscardo, e il nipote Tancredi d'Altavilla, passati da Brindisi a Valona, si congiunsero agli altri nell'apr. del 1097.

Erano molte migliaia d'uomini ben armati, a cavallo ed a piedi: ogni gruppo era stretto intorno al proprio signore e la varia nazionalità (Francesi del nord e Lorenesi, Provenzali e Normanni) si rifletteva nella compagine crociata. Ma più doveva influire sul seguito degli eventi la posizione dei Crociati rispetto all'Impero bizantino. Se nell'alta mira papale la C. era stata vista come la suprema difesa dell'Oriente contro gli infedeli e come il migliore strumento d'un possibile ritorno alla unità religiosa, né il Papa né i principi si erano preoccupati degli intendimenti e della situazione interna dello Stato bizantino, retto da una burocrazia tradizionalista e da istituti ben diversi dagli ordinamenti feudali propri degli occidentali. Ma la maggiore difficoltà consisteva a proposito dei territori, già imperiali che si sarebbero riconquistati e che i principi crociati si proponevano tenere per sé. Alla consumata abilità bizantina riuscì di trovare per allora un compromesso: l'imperatore Alessio fece prestare giuramento feudale per tutte le future conquiste da parte dei principi crociati. Taluno di questi ricalcitò all'omaggio: e soltanto la rivalità fra Provenzali e Normanni, Raimondo e Boemondo, abilmente sfruttata, aperse la via all'accordo, impegnandosi per altro l'Imperatore al vettovagliamento dei Crociati e al loro trasporto sulla costa asiatica.

Così, nella primavera del 1097, l'impresa aveva inizio, con passaggio dei Crociati nell'Asia Minore e con l'assedio di Nicea; ma prima che la città cadesse, accordi segreti stretti con Bisanzio cui premeva di assicurarsi il vicino baluardo islamico, vi impedirono l'accesso ai Crociati e solo all'insinuante diplomazia greca e alla fermezza di Boemondo riuscì di evitare il moto di rivolta delle truppe deluse.

La grande vittoria di Qilig-Arslan, il 10 luglio, aprì la via del sud. Aggirato il Tauro, i Crociati penetravano in Armenia; due colonne si distaccarono dal grosso delle forze: l'una, comandata da Tancredi d'Altavilla, si spinse in Cilicia, procedendo all'occupazione di Tarso; l'altra, sotto la guida di Baldovino di Lorena, raggiungeva Edessa, dal cui signore, Thoros, Baldovino fu adottato come figlio ed erede. Nell'ott. i Crociati raggiungevano Antiochia; la ebbero per tradimento, dopo vari mesi di assedio, il 2 giugno 1098, con l'appoggio di una squadra genovese, intervenuta a fiancheggiare sul mare l'azione degli alleati, per diretta iniziativa di papa Urbano. A Boemondo, che mentre già un poderoso esercito selgugida era in vista, era riuscito a penetrarvi di sorpresa, la città, contro gli accordi con Alessio, veniva data in signoria e gli era confidato il comando supremo. A loro volta assediati, i Latini riuscirono, animati dalla fede, a sconfiggere, il 28 giugno, l'esercito turco.

Una grave crisi, causata dalla rivalità per il possesso di Antiochia fra Boemondo e Raimondo di Tolosa, minacciò di far fallire la C. ai suoi inizi. Ma poi Raimondo, ripresa la marcia verso Gerusalemme e gettate per via le fondamenta di una terza signoria crociata, la contea di Tripoli, perveniva a indurre Goffredo e gli altri principi a seguirlo verso la città santa in cui i Turchi si chiudevano, divisi e indeboliti dal contrasto tra i sultani di Aleppo e di Damasco.

Ai primi di giugno del 1099 l'esercito crociato giungeva in vista di Gerusalemme. Ma l'assalto definitivo fu dato il 14 luglio, e ancora una volta con il concorso dei Genovesi di Guglielmo Embriaco, che avevano sbarcato a Giaffa le macchine per l'assedio. Il 15 la città era presa e rapidamente organizzata a difesa. Così quando un esercito fatimita arrivò dall'Egitto, i Crociati poterono disfarlo ad Ascalona il 12 ag. La liberazione di Gerusalemme ebbe una eco immensa in Europa; tanto più entusiastica in quanto le triennali traversi avevano fatto temere più volte l'abbandono dell'impresa. Papa Urbano, che già nei Concili di Bari (1098) e di Roma (1099) aveva esortato ad accorrere in Oriente, rinnovava le sue pressioni su monarchi e principi perché organizzassero spedizioni di

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Crocate - Itinerario delle sette C.

mesi più tardi. Il conte Raimondo di Tolosa, ed il legato pontificio Ademaro, percorsa l'Italia settentrionale, preferirono seguire fino a Durazzo la costa dalmata. Ultimi, i principi normanni dell'Italia meridionale, Boemondo, figlio di Roberto il Guiscardo, e

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CROCIATE - Campane della basilica della Natività, del tempo della prima C., ritrovate durante gli scavi della Casa Nova - Betlemme.

rinforzo. I Crociati si apprestarono subito a dare orgogliosamente stabile alla conquista che abbracciava i tre principi di Antiochia, Edessa, Tripoli e la Palestina propriamente detta. Fu costituito un regno che affidarono a Goffredo di Buglione e che ebbe un ordinamento feudale analogo a quello degli Stati occidentali; il paese fu diviso in feudi e un'alta corte di feudatari fiancheggiava il limitandone i poteri; fu costituito un esercito permanente; la necessità di un continuo afflusso di uomini e mezzi dall'Occidente e la mancata fusione con l'elemento indigeno rendevano difficili le condizioni del regno. Fu creata anche una organizzazione ecclesiastica di carattere latino, con un patriarca, arcivescovi e vescovi e con potenti monasteri latini. Man mano acquistarono potenza militare e religiosa gli ordini cavallereschi dei Giovanotti e dei Templari, indipendenti dal re e dal patriarca e soggetti solo al Papa. Poderosi castelli furono edificati nei punti più pericolosi ed a difesa dei porti, tanto necessari per le comunicazioni marittime.

Causa di debolezza furono poi le difficili relazioni con l'Impero bizantino, rese particolarmente acute dalle ambizioni dei Normanni, i quali si erano fatti padroni di Antiochia, tanto ambita dai Bizantini; c'era guerra fra loro proprio mentre si conquistava la Palestina.

Tentativi di portar la guerra nel cuore dell'Oriente, marciando su Sivas e sulla stessa Bagdad, andarono falliti. Raggiungevano invece il loro fine le spedizioni apprestate, a cominciare dal momento della conquista di Gerusalemme, dalle Repubbliche marinate italiane: Ge-nova, Pisa, Venezia, Amalfi. Ma per le loro prestazioni ricercavano concessioni economiche, quartieri commerciali (che ebbero in tutte le città siriache, a Costantinopoli stessa e nelle province) e mercati.

II. LA SECONDA C

Gli Stati crociati poterono mantenersi finché nell'avverso campo turco e musulmano durarono la divisione e la discordia. Ma dovevano rivolgersi all'aiuto dell'Occidente quando l'iniziativa fosse assunta dagli avversari.

Nel 1144 l'atabeg (governatore) di Mossul prese Edessa dopo l'assedio di un mese: così il primo degli Stati cristiani veniva meno. Da Gerusalemme si invocò l'aiuto dell'Occidente: il vescovo di Lan-gres, Goffredo, e il re di Francia, Luigi VII, si fecero patrocinatori, e il papa Eugenio III banditore di una nuova C., che ebbe per suo entusiastico predicatore ed apostolo Bernardo di Chiaravalle. Al- l'assemblea di Vezelay i grandi signori francesi assumevano, in obbedienza dell'ordine e sull'esempio del re, la Croce; come, il Natale del 1146, alla Dieta di Spira, i feudatari tedeschi dietro l'esempio del re Corrado III.
Trattative intercorsero tra i re francese e tedesco e l'imperatore d'Oriente, Manuele Comneno, che, come il padre, si trovava in lotta con il nemico normanno, Ruggero II. Seguendo il Danubio, Corrado si avviò, a primavera avanzata, attraverso i Balcani, fra diffidenze e contrasti; passato il Bosforo e penetrato nel territorio nemico, si trovò, per mancanza di vetovaglie, in difficoltà e, incalzato dai Turchi, dové ritornare indietro, a Nicea. V'era giunto intanto, per la stessa via, Luigi VII: su cui, nel passaggio da Costantinopoli, s'erano esercitate pressioni perché, fatta alleanza con Ruggero II, rovesciasse a proprio profitto l'Imperatore greco. Raggiunto da Crociati savoiardi e lombardi, guidati da Amedeo III di Savoia e da Guglielmo V di Monferrato, il re francese si avviò verso Attalia e poi Acri. Tornato indietro Corrado, e abbandonato il disegno di riconquistare Edessa, Luigi VII si volgeva a Gerusalemme, dove lo raggiungeva Corrado e lo accoglieva il re, Baldovino III. D'accordo, fu deciso l'attacco a Damasco, da cui più forte veniva la pressione contro lo Stato cristiano. Ma dinanzi alla necessità di un lungo assedio il loro spirito d'iniziativa venne meno ed anzi il reciproco ascriversi la responsabilità scavo, tra i sovrani, un profondo dis-sidio. Preceduto da Corrado, Luigi ritornò da Gerusalemme in Francia dopo la Pasqua del 1149. Sperava di ritornare e di fare di Costantinopoli una più concreta base delle operazioni contro gli infedeli, ma poi il disegno cadde.

III. LA TERZA C

Nel 1176, Salāhad-din (Sa-ladino), già padrone dell'Egitto, si impadroniva anche della Siria. Gli Stati crociati erano circondati ormai dalla forza compatta d'un solo Stato islamico, giovane e in sviluppo. In una grande battaglia, durata 3 giorni, a Ḥāṭṭīn, presso il lago di Tiberiade, nel 1187 Saladino sconfiggeva l'esercito latino guidato da Guido di Lusignano re di Gerusalemme che cadde prigioniero. La via di Gerusalemme era aperta. Saladino se ne impadronì, dopo breve assedio, il 2 ott. 1187. Rimasero sole a resistere Tiro e le città della costa settentrionale.

La commozione della cristianità fu enorme. Il pontefice Gregorio VIII faceva predicare ai suoi legati una C., sin nelle lontane regioni scandinave, indicendo una tregua di 7 anni. Riconciliati dall'occasione, i re d'In-ghilterra e di Francia, Enrico II e Filippo II Augusto, assumevano la Croce e così faceva l'imperatore, Federico Barbarossa.

Questi alla testa del maggiore esercito che monarca occidentale avesse fin allora raccolto per la C., partiva nel maggio del 1189 per l'ormai consueta via dei Balcani. L'impresa, la meglio preparata e condotta, incontrò le

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(Int. Custodia di Terra Santa)
Crociate - Campane della basilica della Natività, del tempo della prima C., ritrovate durante gli scavi della Casa Nova - Betlemme.

prime difficoltà da parte d'Isacco II l'Angelo, imperatore di Costantinopoli che aveva stretto accordi con Saladino; ed il Barbarossa dovette imporsi con la forza per attraversare lo stretto di Gallipoli (marzo del 1190). Proseguita quindi la marcia e occupata Iconio, durante il guado del Selef, nelle vicinanze di Seleucia, il 9 giugno 1190, il Barbarossa incontrava la morte. L'evento scioglieva l'esercito: con pochi fedeli, il figlio e compagno dell'imperatore, Federico, raggiungeva, recando la salma del padre, l'anno successivo, il campo cristiano che i Crociati francei e inglesi, mosseri nella primavera di quell'anno, avevano disposto sotto le mura di S. Giovanni d'Aeri, e là anch'egli veniva a morte.

L'aspedizione dei due re occidentali Filippo II e Riccardo Cuor di Leone, successo a Enrico II, era andata per le lunghe. Attraversata la Francia, divisisi e poi ritrovatisi a Messina, nel sett. del 1190, vi avevano passato l'inverno, fra gravi contese con l'elemento locale. Decisa la partenza per S. Giovanni d'Aeri, assediata da molti mesi dal re di Gerusalemme

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Guido di Lusignano con le navi di Pisa, Riccardo Cuor di Leone volle prima effettuare una diversione su Cipro che tolse all'Impero bizantino. Infine, dinanzi alle forze riunite dei Crociati S. Giovanni d'Aeri, il 12 luglio 1191, si arrese. Ma allora, a impedire un attivo e efficace proseguimento della guerra contro il Saladino, venne la discordia tra Filippo e Riccardo. Rimpatriato il primo, Riccardo rimase solo a condurre la C. Ma ne disperse le superstiti forze e, fallitogli per il pronto intervento del Saladino l'assedio d'Ascalona, svolse trattative con lui, conducendole tuttavia in lungo, mentre accennava ad imprese su Gerusalemme, su Damasco, persino (ed era la prima volta che vi si appuntava lo sguardo) sul Cairo. Infine, ricostruita la distrutta Ascalona, segnata pace con il Saladino contro promessa di libero accesso ai cristiani in Gerusalemme, ritornava nell'ott. del 1192, in Europa.

La C. aveva mancato al suo scopo. Una nuova impresa, preparata da Enrico VI nel suo nuovo regno siciliano ma d'accordo con le forze tedesche dell'Impero (e che era stata preceduta dall'invio nel 1195 di una flotta in Palestina e nel 1197 annunciata dai primi contingenti crociati imbarcatisi sotto la guida dei duchi di Lorena e di Champagne) veniva meno a sua volta per la morte repentina di Enrico.

IV. LA QUARTA C

Innocenzo III riprendeva il disegno di un intervento occidentale in Oriente, sollecitando i principi europei e lo stesso Imperatore bizantino in tal senso e cercando, con speciali tributi, di finanziare l'impresa.

Ma le discordie interne della Germania, il dissidio fra i re francese e inglese rendevano impossibile il rinnovarsi in grande dell'impresa; la predicazione poteva solo far leva sul senso mistico di qualche principe specialmente francese.

Si dovette infatti allo zelo d'uno dei predicatori della C., Folco di Neuilly, se, il 28 nov. 1199, alcuni feudatari della Champagne raccoltisi per un torneo ne emettevano, nelle sue mani, voto solenne. Ai primi, Teobaldo di Champagne e Ludovico di Blois, si aggiungevano Bal

dovino, Eustachio ed Enrico di Fiandra. Fu deciso di agire questa volta, d'intesa con le Repubbliche mariane, contro gli Ajjubidi d'Egitto. Morto Teobaldo, designato capo della spedizione, e sostituito con il marchese Bonifacio di Monferrato, fratello di Corrado, un accordo con Venezia che si assumeva l'impegno dell'approntamento della flotta e di una cooperazione militare con i Crociati pareva apresse la via all'esecuzione del proposito. Ma raccoltisi, tra il luglio e l'ag. del 1202, i Crociati sulla laguna, il loro numero si palesò assai inferiore a quello sperato e il versamento pattuito alla Repubblica non fu potuto realizzare. Fu allora che i Crociati ammassati sul lido divennero essi stessi merce di contrattazione, tra gli imperatori d'Oriente e Venezia, e l'impresa deviò dalla direzione prefissa.

L'anno prima era giunto fortunosamente a Rome Alessandro Angelo, figlio dell'imperatore Isacco II che il fratello Alessandro III aveva nel 1195 sbalzato dal trono bizantino e fatto accecare: il giovane principe veniva a chiedere, per il padre e per sé, l'aiuto del Pontefice, pro

mettendo in cambio l'unione della Chiesa; ma Innocenzo III, che pertanto quell'unione perseguiva, non aveva prestato fede al fuggiasco. Allora, Alessandro si era rivolto a Filippo di Svevia, marito di sua sorella Irene, e per suo mezzo cercò di stringere accordi con i Crociati rimasti in una umiliante attesa a Venezia e facendo leva sull'ambizione di Bonifacio di Monferrato, la cui antica potenza familiare era decaduta, propone di deviare l'impresa verso Costantinopoli. Respinto il disegno dal Pontefice, ostile ad ogni deviazione che minacciava di dar luogo ad una guerra fra cristiani anziché contro gli infedeli, i Veneziani, già favorevoli al piano, riuscivano a sfruttare a loro immediato vantaggio l'inazione dei Crociati, con il proporre un'impresa contro Zara occupata dal re d'Ungheria.

Infatti, la flotta veneziana che recava i Crociati, giungeva il 10 nov. 1202 davanti a Zara; la comandava lo stesso doge Enrico Dandolo. Il 15 nov. Zara era presa e saccheggiata. Poi, in attesa di Bonifacio di Monferrato trattenuto in Roma dai divieti di Innocenzo, si svernò in Dalmazia. Ma quando il marchese raggiunse i Crociati e si furono palesate le esitazioni del Papa, si diffuse al campo la persuasione che Innocenzo si sarebbe piegato dinanzi al fatto compiuto. Giungevano intanto messi di Filippo di Svevia, latorì delle proposte di Alessio Comneno, che in compenso della restaurazione del padre suo offriva 200.000 marchi d'argento, la riunione delle Chiese sotto il Pontefice, un numeroso corpo ausiliario, un presidio permanente bizantino in Terra Santa.

Molti, avanti e dopo la presa di Zara, e fra questi uno dei più valenti, Simone di Montfort, preferirono raggiunger per proprio conto l'Oriente. Il grosso delle schiere crociate si rimbarava a Zara il 20 apr. 1203 per una nuova tappa a Corfù. Qui con Alessio venivano perfezionati gli accordi e annunciata l'impresa di Costantinopoli. Ripreso il mare, il 24 giugno la flotta giungeva davanti alla città. I Crociati sbarcarono sull'opposta sponda asiatica, iniziando con estrema prudenza l'at

CROCIATE - Sepolcro di Balduino I, posto ai piedi del monte Calvario.
Disegno contenuto nel Liber I de Sancta Civ. Ierusalem... descripta... 27 sett. 1725 : cod. Vat. lat. 9233, f. 102v - Biblioteca Vaticana.

tacco, che fu condotto da diverse parti, riuscendosi il 6 giugno a penetrare nel Corno d'Oro. Ma solo quando nella notte dal 17 al 18, dopo che la resistenza avversaria aveva respinto gli attacchi dalle mura, una rivolta scacciava l'usurpatore Alessio III e riportava sul trono Isacco Angelo. L'ingresso delle schiere crociate poté allora avvenire pacificamente, assistendo il 19 ag. alla incoronazione di Alessio Angelo, associato al trono dal padre. La lettera di Innocenzo III del 20 giugno, che invitava i Crociati a desistere da ogni ingerenza nella questione bizantina, a rompere i rapporti con i Veneziani e a tener fede agli impegni assunti, giunse in questa ora di trionfo, sicché fu facile rispondere mostrando al Papa l'opportunità di non lasciarsi sfuggire di mano gli eventi.

Ma l'accordo tra i Crociati e l'Impero si fondava su un impegno che la grave crisi economica bizantina in quell'ora doveva mostrare irrealizzabile: il pagamento dell'ingente somma promessa a Zara.

Non si riusciva a raccogliere che la metà della somma pattuita ed intanto un rivolgimento popolare sostituì, nell'Impero, agli Angelo un loro parente: Alessio V Ducas. I Latini, alla loro volta, nel loro quartiere di Pera, irritati per il mutamento, trascorso ad atti di guerra e di esecuzione alla conquista di Costantinopoli, e speciali patti furono stretti fra Bonifacio di Monferrato, gli altri capi ed il doge di Venezia: ai Veneziani sarebbero toccati i tre quarti del bottono, e solo un quarto ai Crociati; l'Imperatore sarebbe stato scelto tra i principi e gli sarebbe toccato la quarta parte dell'Impero, il resto andando diviso tra i Crociati e i Veneziani che avrebbero conservato tutti gli antichi privilegi senza prestare alcun giuramento di fedeltà. Ormai la C. aveva mutato fisionomia: il fine religioso, in tutti coloro che erano rimasti, era stato travolto dal miraggio della guerra di conquista. Dal 12 al 13 apr. 1204 fu dato l'assalto generale alla città: nella lotta furiosa, interi quartieri arsero, massacrò orrendi furono compiuti, il saccheggio fu sistematico. Solo una voce si levò a raccomandare moderazione e pietà: quella del marchese di Monferrato. Nella metropoli conquistata e umiliata si svolse allora una più segreta lotta di partiti per l'elezione imperiale: gli elettori veneziani e francesi fecero lega contro Bonifacio; tacitato con Creta e con il regno di Tessalonica, formato per l'occasione, e riconosciuta ai Veneziani la nomina del patriarca di Costantinopoli, veniva eletto e incoronato imperatore in S. Sofia Baldovino di Flandra.

Ma l'Impero latino d'Oriente non era vitale: l'elemento greco, sopraffatto nella capitale, resisteva nelle province e rimaneva in posizione d'antagonismo che doveva essere produrto di riscossa e approfondire, perpetuando, il dissidio religioso; tra i capi crociati sostituiti ovunque con autonomie di tipo occidentale ai governatori bizantini, regnò ben presto l'inimicizia; lungi dal costituire un legame tra essi, i Veneziani, veri dominatori e per le navi e per le ricchezze, costituirono uno Stato nello Stato. Se poi alle ragioni di rapido sfacelo interno si aggiunge l'incalzare del pericolo bulgario, contro cui già nel 1205 si annientavano le forze dell'Imperatore Baldovino, e il coalizzarsi con i nemici esterni dei depositi greci insorti contro i latini a Nicea, a Trebisonda, nel Peloponneso e nell'Epiro, vantandosi credi degli ultimi imperatori detronizzati, si ha un quadro di quello che fu l'effetto concreto della deviazione della quarta C. dal suo fine. Il venir meno del solo baluardo contro i Turchi in Oriente causò l'estremo crollo delle posizioni cristiane di Terra Santa. Solo Venezia raggiungeva, per il genio politico di Enrico Dandolo, la sua metà, e dalla egemonia commerciale in Levante ritraeva, con il suo splendore, quel collegamento tra Oriente e Occidente che è stato, tra medioevo e età moderna, la sua storica funzione.

V. La quinta C

Innocenzo III riaffermava nel IV Concilio Lateranense (1215) la necessità di una nuova C. Predicatori popolari avevano già prima fatto leva sul sentimento religioso delle masse rurali, in Francia e in Germania. Sintomo evidente furono i movimenti dei «pastorelli» e la cosiddetta «C. dei fanciulli» compiutasi nel 1212. Infatti nel 1215, Innocenzo proclamava la C., la tregua santa e l'interdizione di ogni rapporto commerciale con i musulmani. Il suo pupillo, Federico II, prendeva solennemente la Croce ad Aquisgrana (25 luglio). Ma morto il Pontefice (1216), egli rimandava ad altro tempo l'impresa, fissata per il giugno del 1217.

Per le sollecitazioni di Onorio III in quell'anno schiere di Crociati scandinavi, baltici, ungheresi si mossero per vie diverse: quali andando prima a prestar man forte in Portogallo alla lotta contro i Mori, quali imbarcandosi a Venezia. Da Spalato mosse il re d'Ungheria, Andrea. A S. Giovanni d'Acre, nel sett., le forze si raccolsero e il re ungherese si trovò con il re di Cipro e di Gerusalemme, Giovanni di Brienne, e con il duca Leopoldo d'Austria. Mancava il piano: le energie si dispersero in tentativi senza frutto di aprirsi la via di Gerusalemme e molti, con lo stesso Andrea d'Ungheria, stanchi e sfiduciati, se ne partirono. Il re di Cipro e il duca d'Austria deviarono allora l'obbiettivo della C. verso l'Egitto, la cui conquista avrebbe dato il crollo alle posizioni musulmane in Siria e stroncata ogni loro iniziativa contro l'Occidente. Nel maggio del 1218 i Crociati sbarcavano dinanzi a Damietta: oltre un anno durò l'assedio, finché nel nov. del 1219 la città cadeva. La marcia doveva essere ripresa sul Cairo: ma prevalse l'idea del Brienne di attendere l'arrivo promesso di Federico II e l'inverno fu passato a Damietta. Aiuti tedeschi con Ludovico di Bavaria diedero fiducia per riprendere la lotta. Sul cadere di luglio del 1221, giunti i Crociati davanti ad al-Mansurah, formidabile baluardo sulla via del Cairo, il sultano avanzò proposte di pace, promettendo la restituzione di Geru-

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Crociste - Sepolero di Balduino I, posto ai piedi del monte Calvario.
Disegno contenuto nel Liber I de Sancta Cio. Ierusalem.... descripta... 27 sett. 1725 : cod. Vat. lat. 9233. f. 102" - Biblioteca Vaticana.

salemme; ma il legato, card. Pelagio, rifiutò ogni trattativa. Seguì allora, violenta, la battaglia: vinti, i Crociati dovettero ritirarsi, e il Bricnne, raggiunta Damietta (30 ag.) ottenne pace dall'Egitto.

Anche dopo il disastro Federico II non si mosse, né si mosse nel 1225. Secondo un nuovo progetto esposto al Papa, solo nel 1227 per le istanze di Gregorio IX si accinse a partire, ma un'epidemia lo obbligò a desistere: il Papa lo scomunicò. L'anno seguente, dopo trattative con il sultano d'Egitto, salpava per la Terra Santa, sottomettendo per viaggio l'isola di Cipro. Sbarcava poco dopo a S. Giovanni d'Aeri e riusciva a ottenere da Malik-al-Kāmil sultanò d'Egitto con il trattato di Giuffa (1229) il possesso di Gerusalemme e dei Luoghi Santi con l'accesso dal mare per i pellegrini e obbligandosi entrambe le parti al rispetto di una tregua decennale; restava in potere dei musulmani la moschea di Omar. In seguito a tale accordo, Federico II entrava il 17 marzo 1229 in Gerusalemme e il 18 veniva incoronato nella basilica del S. Sepolcro, ripartendo poi da S. Giovanni d'Aeri per l'Italia. L'aver riaperto ai cristiani la via di Gerusalemme non valse tuttavia all'Imperatore di rientrare in grazia della Chiesa che condannò e dichiarò nullo il trattato. Ma la pace di S. Germano valse a provocare anche qui un senso di distensione e a far riconoscere il fatto compiuto al Pontefice (1230).

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trattato. Ma la pace di S. Germano valse a provocare anche qui un senso di distensione e a far riconoscere il fatto compiuto al Pontefice (1230).

Allo scadere della tregua stabilita da Federico, il tentativo dei principi cristiani di riprendere le armi fallì per mancanza di forze. Vittoriosi, anzi, a Gaza i musulmani di Damasco entrarono in Gerusalemme.

A togliere di mezzo ogni discussione, ed anche il disegno d'intesa tra i Latini e il sultano di Damasco, interveniva una folta schiera di cavalieri del Turkestan al soldo dell'Egitto, che nel 1244 prendeva e saccheggiava orribilmente Gerusalemme.

VI. LA SESTA C

La coscienza cristiana in Occidente non sapeva rinunciare all'idea della libera

zione dell'Oriente. Del resto lo stesso Innocenzo III ad un certo momento aveva dato per scopo alla Crociata la repressione dell'eresia in Provenza ed il suo esempio era stato imitato anche da Gregorio IX.
La rinnovata proclamazione della C. nel Concilio di Lione del 1245, per opera di Innocenzo IV, trovò unicamente Luigi IX, re di Francia, pronto a prender la croce. Nel giugno del 1248 egli partiva da Marsiglia per Cipro, donde, un anno dopo, riprendendo il disegno d'attacco all'Egitto, sbarcava e occupava Damietta (1249). Ma la marcia sul Cairo fu nuovamente infranta ad al-Mansurah, dove il re stesso il 6 apr. 1250 venne fatto prigioniero. Riscattato e trasferitosi con i superstiti del suo esercito a S. Giovanni d'Aeri, le sue richieste d'aiuto e quelle del Papa per una ripresa della lotta si urtarono questa volta non solo nella indifferenza generale ma nella ostilità risoluta di monarchi, come il re d'Inghilterra. E Luigi IX non poté, sopraggiungagli la notizia della morte della madre e reggente del trono, che tornare in patria (1254).

VII. LA SETTIMA C

Con il venir meno della minaccia cristiana costituita da Luigi IX durante la sua sessennale dimora in Oriente, agli Ajjubidi di Egitto rimaneva mano libera sulla Siria, e i centri latini di Terra Santa, privi di forze e divisi, non potevano opporre efficace resistenza.

Un'invasione mongolica, ritardò l'offensiva egiziana: "I offertissimo egiziano: "Mai la pace di S. Germano valse a provocare anche qui un senso di distensione e a far riconoscere il fatto compiuto al Pontefice (1230).

Allo scadere della tregua stabilita da Federico, il tentativo dei principi cristiani di riprendere le armi fallì per mancanza di forze. Vittoriosi, anzi, a Gaza i musulmani di Damasco entrarono in Gerusalemme.

A togliere di mezzo ogni discussione, ed anche il disegno d'intesa tra i Latini e il sultano di Damasco, interveniva una folta schiera di cavalieri del Turkestan al soldo dell'Egitto, che nel 1244 prendeva e saccheggiava orribilmente Gerusalemme.

VI. LA SESTA C

La coscienza cristiana in Occidente non sapeva rinunciare all'idea della libera

zioni cristiane di Siria. Ma per quanto da allora non cessassero di disegnarsi nuove spedizioni e nuove imprese, in realtà l'intellettualismo umanistico pre-ponendo il problema alla sua realizzazione, impedì un cattivo ritorno agli antichi ideali della C. Per quanto si collegasse con i nuovi bisogni dell'espan-sione europea la C. rimaneva una forma tipica se pur tra le più vaste e solenni del pensiero medie-vale; le sue caratteristiche non potevano scendersi da quel mondo cui il misticismo dava la sua diretta, la cavalleria le sue forme. Il suo proseguimento, per opera delle Repubbliche marinare italiane e dei singoli principi, in realtà la deviava dalle mete ori-ginarie, dietro l'iniziativa di conquista coloniale o dell'atto di forza politico in cui si rivelava l'im-pronta dello Stato nazionale ormai sorto. E quando il gioco politico europeo prese a intrecciarsi, con il Dandolo e poi con Federico II, con il gioco orien-tale e la diversità della fede, che doveva recare di per sé sola alla lotta, a non segnare più sufficiente confine, allora il ciclo storico delle C. fu per sempre concluso, e sull'entusiasmo e l'interesse religioso atti più contingenti interessi presero il sopravvento.

È dunque piuttosto volontaria illusione, volta a volta motivata da diverse ragioni, quella che fa, nei secc. XIV e XV, riaffiorare, nel senso antico, propositi e iniziative di C., mentre, preceduta dalle discussioni della pubbli-cistica (Raimondo Lullo, Marin Sanudo, Pier Dubois, Guglielmo di Nogaret, il Broccard) si entra in una nuova fase della questione, per così dire, d'Oriente e della Terra Santa; l'interesse si sposta verso l'Impero otto-mano, che tende a riunire sotto un forte controllo regioni balcaniche ed asiatiche dell'antico Impero bizantino.

Sono, com'era logico, i pontefici a segnare tra le due fasi la sutura, tentando con ogni mezzo di convogliare forze in Oriente contro gli infedeli. Clemente V rinnova, ma invano, l'interdizione dei commerci con i musulmani e si fa tutore dei cavalieri gerosolimitani nella loro te-nace guerriglia alle navi arabe e turche. Contro i pirati musulmani Giovanni XXII e poi Clemente VI si fanno promotori d'una lega cui aderiscono Venezia e Genova e che giunge, nel 1344, all'occupazione temporanea di Smirne. Poi vien la volta di qualche principe: Pietro di Lusignano, re di Cipro, cerca invano aiuti dall'Occi-dente per la sua impresa di Satalia e la successiva audace serie di colpi di mano su Alessandria, Tripoli, Tortona e Laodicea. Amedeo VI di Savoia recupera nel 1366 Gallipoli all'Impero bizantino nuovamente minacciato dai Bulgari.

Ma è sull'avanzata turca nei Balcani che si appun-tano dal finire del Trecento le apprensioni europee. In soccorso di Sigismondo d'Ungheria accorre nel 1396 con un piccolo esercito franco-borgognone Giovanni Senza Paura. Nel 1399 e nel 1405 a capo d'una flotta genovese il maresciallo Boucicaut penetra nei Dardanelli e tenta un diversivo sulla costa tunisina. Ma sempre senza suc-cesso e senza in alcun modo contenere l'irresistibile mar-cia dei Turchi. Grandi speranze suscita nel 1443 la C. del card. Cesarini contro il sultano Murád, obbligato a evacuare Sofia: solo speranze, che a Varna tocca ai Crociati una sanguinosa sconfitta. Gli anni seguenti ve-dono l'eroismo ungherese affermarsi alla difesa di Bel-grado: alla lotta si legano i nomi di Giovanni Hunyadi e di Giovanni da Capistrano. Ma poi Costantinopoli cade sotto l'impeto di Maometto II e la metropoli ritorna centro di un impero che i Latini non avevano saputo mantenere né i Bulgari conquistare. A nulla le esorta-zioni e gli sforzi del vecchio papa Niccolò V erano valsi; ed anche il grandioso disegno d'una C. di Stati caloro-samente sostenuto dal successore, Pio II, naufraga con-tro gli scogli della realtà politica, di freddo egoismo, del tempo, ed al convegno di Ancona per la spedizione che il Papa personalmente avrebbe guidata nessuno si pre-senta. Inutilmente tentano la ripresa del disegno Paolo II,

Alessandro VII, Leone X. Nel 1518, quando la potenza musulmana era giunta al suo culmine, per la conquista ad opera di Selim I dell'Egitto e della Siria, tutto parve pronto per la spedizione, solennemente predicata; ma poi le competizioni al trono imperiale assorbirono e di-stolsero le attenzioni. Si sarebbe giunti, alcuni decenni più tardi, ad una grande impresa collettiva d'alleggeri-mento contro la pressione musulmana, a Lepanto, ma sarebbe stato quello il preludio navale dello sforzo occi-dentale, perseguito fino a mezzo il Settocento, di infran-gere la minaccia al cuore dell'Europa. Ma alla ripresa dei Luoghi Santi e all'espansione armata della fede nes-suno avrebbe posto più mente: v'era già, sul principio del Cinquecento, chi pensava che sarebbe stato più op-portuno per la Chiesa rinchiudersi in se stessa per epu-rarsi dalle scorie della mondanità e rinnovarsi; proprio mentre un mondo nuovo si apriva all'attività anche del clero e presto, ispirate dal Concilio di Trento, sarebbero sorte le missioni, a rinnovare in forma più moderna l'espansione della fede. In Europa, ormai, si aprivano le lotte di predominio; un po' discosta dagli Stati occi-dentali, chiusi nei loro problemi interni, la forte com-pagine del nuovo Impero turco avrebbe rappresentato un problema puramente politico, svuotato di ogni contenuto religioso.