CRISTINA, REGINA DI SVEZIA

CRISTINA, regina di SVEZIA. - Figlia di Gustavo Adolfo e di Maria Eleonora di Brandeburgo, n. a Stoccolma l'8 dic. 1626, m. a Roma il 19 apr. 1689. Iniziata alla politica dal gran cancelliere Axel Oxenstierna, a sedici anni già si teneva al corrente degli affari pubblici, dimostrando oltre ad una notevole e irruente indipendenza di carattere una particolare tendenza ad affrontare tutte le situazioni con esagerata sicurezza nei propri mezzi.

Nel 1642 partecipò anche al consiglio della reggenza. Infaticabile lettrice, dotata di grande intelligenza e avida di conoscere, si applicò con autentico successo allo studio delle scienze politiche, della storia e della teologia. L'8 dic. 1644, a diciotto anni, assunse l'effettiva direzione del go-

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(per cartesia della Breda Fabbrica di S. Pietro) CRISTINA, regina di SVEZIA - Sarcofago di C. di Svezia - Roma, Grotte Vaticane.
verno e due anni dopo venne incoronata regina. Consegui quasi subito un notevole successo politico con il trattato di Broemsebro (1645) che dava alla Svezia il possesso di alcune isole danesi e due importanti province norvegesi. Nel 1648, alla fine della guerra dei Trent'anni, a cui il suo paese aveva dato contributi di sangue molto elevati, C. moltiplicò i suoi energici interventi riuscendo ad ottenere vantaggiosi compensi territoriali in Pomerania e l'assoluta sovranità su Brema e Rügen. Al tono piuttosto modesto della corte svedese, alla tradizionale semplicità guerriera delle sue abitudini C. sostituì il fasto d'una reggia moderna e si circondò di uomini eletti come Cartesio, Grozio, Salmasio ecc.

Da qualche anno, anche per influenza di Cartesio, la fede luterana della regina aveva subito un'evoluzione verso il cattolicesimo. Essa chiese, senza tuttavia averne il consenso, di regnare da cattolica e di rimandare ad altra epoca la cerimonia dell'abiura. Si decise allora all'abdicazione in favore di suo cugino Carlo Gustavo (6 giugno 1654) e si portò a Bruxelles ove compì i primi atti di fede cattolica; indi decise di recarsi a Roma ove giunse nel sett. 1655 e fu da Alessandro VII ospitata in Vaticano. In precedenza, a Innsbruck, s'era compiuta la cerimonia ufficiale dell'abiura ed era stata fatta la relativa notifica a tutte le corti europee. Nel 1656 si recò in Francia ove Mazzarino accolse con molto riserbo il progetto della sua assunzione sul trono di Napoli; durante un secondo viaggio compiuto a Parigi, rischiò di compromettersi in modo irreparabile con la corte francese per aver fatto giustiziare, illegalmente, nel suo palazzo, il Monaldeschi (nov. 1657), che avrebbe rivelato agli Spagnoli il progetto per Napoli. Tentò di tornare sul trono svedese alla morte di Carlo Gustavo (1660), ma le fu chiaramente consigliato di desistere da tale proposito giudicato inattuabile e le fu persino proibito di restare in patria, dov'ella si era recata. Gli anni che trascorse di nuovo in Italia, segnarono per C. un lungo periodo di brillante attività. Sopravvenute delle difficoltà con Innocenzo XI, a cui dispiacevano gli atteggiamenti un po' eccentrici dell'ex regina, e tramontata ogni speranza di salire sul trono di Napoli, C. si rivolse alla Polonia e manifestò l'intenzione di succedere al defunto re Giovanni Casimiro, ottenendone però un secco rifiuto. Rinunciò allora ad ogni attività politica e si dedicò esclusivamente ai suoi studi preferiti e ai dotti conversari con gli amici, primo fra i quali il card. Azzolino (o Azzolini) a cui lasciò tutti i suoi beni. Nei suoi saloni si creò il primo nucleo dell'Arcadia

che vide la luce dopo la sua morte, ma che da lei ricevette i primi impulsi, i necessari incoraggiamenti.

C. fu anche in rapporto con il Molinos, il quale non divenne però suo direttore spirituale. Nelle note che C. appose alle proposizioni del Molinos condannate dal S. Uffizio (e che essa ricevette in copia probabilmente dal card. Azzolino) non si mostra completamente persuasa della colpevolezza del quietista spagnuolo, ella non può non riconoscere che la « morte mistica » così com'è prospettata dal Molinos è una « chimera », e che è uno « sproposito » nella teologia mistica cattolica il non tendere, nello stadio contemplativo, all'amor di Dio e alla speranza della salvezza. C. non si mostra però molto favorevole all'orazione vocale e si mostra ostile all'ascesi ignaziana: secondo lei « nelli esercitij spirituali niuna cosa s'esercita più che la vanità e l'interesse: al rimanente si dorme » (cf. G. Bandini, articolo cit.). Questo scritto e in genere tutte le sue opere mistiche e moralistiche, illuminano, sia pure di lato, un momento della più generale storia religiosa europea del Seicento.

BIBL.: G. Claretta, La regina C. di S. in Italia, Torino 1892; C. de Bildt, Christine de Suède et le card. Azzolino, Parigi 1899; id., Christine de Suède et le Conclave de Clément X. ivi 1906; J. A. Taylor, Christina of Sweden, Londra 1909; A. Foucher de Carril, Descartes, la princesse Elisabeth et la Reine Christine, 2e ed., Parigi 1909; H. Montesi Festa, C. di S., Milano 1938; Pastor, XIV, I, II (v. indice); J. Castelnau, Christine, reine de Suède (1656-59), Parigi 1944; G. Bandini, C. di S. e Molinos, in Nuova antologia, 83 (1948), p. 58-72.

Mario Zazzetta-Massimo Petrocchi

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“CRISTINA, REGINA DI SVEZIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. IV (1950), p. 542. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/cristina-regina-di-svezia.