CRISTO. - Equivalente greco (χριστός «unto», aggettivo verbale di χάριν «uno») dell'ebraico μαθία «messa».
Mafiah, participio passivo, come μαθία, del verbo μή «ungere» (col senso, generalmente, di consacrare qualcuno per un'alta funzione religiosa-sociale: sacerdote [Ex. 28, 41 e 30, 23-32; Lev. 8, 12], profeta [I Reg. 19, 16] o re [I Sam. 10, 1; ecc.]), ricorre 35 volte nella Bibbia ebraica. È tradotto dai Settanta χριστός (solo Lev. 4, 3 χειρισμένος), ma da Aquila χειρισμένος (cf. s. Ciriilo Gerosol., Cat., XV, 11; PG 33, 885). È usato nella Bibbia ebraica 5 volte come aggettivo (Dan. 9, 25 «il Capo unto»; Lev. 4, 3, 5, 16 e 6, 22 «il sacerdote unto»

verno e due anni dopo venne incoronata regina. Conseguì quasi subito un notevole successo politico con il trattato di Broomsebro ( 1643 ) che dava alla Svesia il possesso di alcune isole danesi e due importanti province norvegesi. Nel 1648 , alla fi
o sommo, cf. II Mach. 1, 10; Lev. 21, 10, dei Settanta), ma di solito (30 volte) come sostantivo. Il sostantivato mafdah significa sempre il «re» o «sovrano» eletto e costituito da Dio (cf. I Sam. 16, 6-7), ed è sempre (eccetto Dan. 9, 26 e Eccli. gr. 46, 19) seguito dal genitivo di Jahweh (o di un pronome equivalente): «l'unto di Jahweh» (δ χριστός Κυρίου); 15 volte in I-II Sam.; Ps. (cbr.) 2, 2; 18, 51; 20, 7; 28, 8; 34, 10; 39, 39.52; 132, 10.17 (il plurale, in Ps. 105, 15 e I Par. 16, 22, è un caso unico); Is. 45, 1; Hab. 3, 13. Questo nome regale mafdah χριστός è usato 2 volte per Saul, 1 volta per Salomone (II Par. 6, 42), 1 volta per Sedecia (Lam. 4, 20), 1 volta (analogicamente) per Ciro (Is. 45, 1), ma quasi sempre per David, idealizzato fin da I Sam. 2, 10.35 in strumento della salvezza di Dio. Compare 2 volte l'Unto per eccellenza, il Re ideale indissolubilmente unito a Jahweh (Ps. 2, 2; Dan. 9, 25 sg.; cf. Is. 61, 1), in cui culminerà la fioritura della stirpe davidica (cf. Is. 11, 1). Il suo regno imperò, c'era il sacerdozio (cf. Ex. 19, 6); la sua regalità avrà carattere carismatico-profetico, come per il primo «uno» Saul (I Sam. 10, 6-13). Ometendosi più tardi per rivendicare il nome divino, mafdah Yahweh diventa ham-mafdah (aram. mafdah), «Il Messia», δ Χριστός, ad indicare il Re promesso da Dio, atteso fondatore del «regno di Dio» in terra. Dopo Dan. 9, 26, il più antichi esempi di tale uso assoluto di mafdah-χριστός in senso trascendente sono negli apocrifi (sec. II-1 a. C.) Enoch etiop., 48, 10; 52, 4 e Ps. Salom. 17, 32 c (cf. 18, 5.7).
Negli scritti del Nuovo Testamento il termine C. ha importanza capitale, in quanto qualifica Gesù e la sua missione. Il Nuovo Testamento, in cui χριστός ricorre almeno 560 volte, predica e dimostra il messaggio: Gesù è il C. o Messia (Io. 1, 41 e 4, 25 interpreta δ Μεσσίας = Χριστός). Dalla Natività (Mt. 2, 4) alla confessione di Pietro (Mt. 16, 16.20; Mc. 8, 29; Jo. 6, 69) e di Nathanael (col sinonimo «Re d'Israele»: Io. 1, 49), di Marta (Io. 11, 27), dei demoni (Lc. 4, 41), alle rivelazioni del Risorto (Lc. 24, 26.46; Act. 26, 23), echeggia l'annunzio. La predicazione apostolica ha per tema centrale che Gesù è il C., da Pietro (Act. 2, 36) e Paolo (Act. 9, 22; 17, 3; 18, 5.28) a Giovanni (Io. 20, 31; I Io. 2, 22; 5, 1; II Io. 7, 9). Però in proposito la polemica contro i giudei, i quali aspettavano il C. (Io. 1, 20.25.41; 3, 28; Lc. 3, 15), sospettavano che fosse Gesù (Io. 4, 29; 7, 26 sg. 31.41; 10, 24; 12, 34) e lo interrogano nel Sindrio (Mt. 26, 63; Mc. 14, 61; Lc. 22, 67), poi esigono la condanna accusandolo di essersi proclamato C. Re (Lc. 23, 2.35.39; Io. 18, 33.37; 19, 14 sg. 19-21). Nei Vangeli, Gesù non insiste pubblicamente sul suo titolo di C. prima della sua Passione, ma ANTICRISTO (v.) che usurperanno tal nome (Mt. 25.5.23 sg.; cf. Io. 5, 43b), e con chiara allusione rivendica a sé l'appellativo δ Χριστός (Mt. 24, 42; 23, 10; 24, 5; Mc. 9, 41 [senz'articolo, come in s. Paolo I Cor. 1, 12; 3, 23; II Cor. 16, 7; 12, 35; 13, 21]).
Χριστός equivale esplicitamente a «re (dei Giudei)» in Mt. 2, 2 e 4; 27, 11 e 22; Lc. 23, 2.37.39; Mc. 15, 32. Questo significato primitivo rimane altrove soggiacente. Accanto alla forma integra tradizionale δ χριστός Κυρίου (Θεοῦ), che permane solo negli scritti lucani (Lc. 2, 26; 9, 20 [cf. Mt. 16, 16]; Act. 3, 18; 4, 26), appare nei Vangeli (come già in Ps. Salom. 17, 32; cf. Eccli. gr. 46, 19) Χριστός Κυρίου (Lc. 2, 11), titolo in cui la messianità culmina nella divinità che Gesù rivendica (Mt. 22, 42-45), e di cui s. Paolo fu l'araldo. Ma anche solo δ Χριστός esprime tutta la fede nella natura e missione di Gesù (Mc. 8, 29b). L'appellativo δ Χριστός designa Gesù in bocca dei credenti nella sua trascendente messianità (Mt. 1, 17; 11, 2; Act. 8, 5; s. Paolo) o degli increduli che lo motteggiano (Mt. 26, 68; 27, 17 e 22 con δ λεγόμενος). Di più, equivale a «Signore» (Κύριος):
Roma 1936, pp. 495, 498); *Chrestos Xeîstos* era nome diffuso nel mondo greco-romano (Marziale, *Epigr.*, VII, 55; IX, 28; CIL, XII, 264, 4322, 4761, 5194; XIV, 246 [Chrestinus]). V. GESÙ.