CRISTO. - Equivalente greco (χριστός « unto », aggettivo verbale di χρῶ « ungo ») dell'ebraico māšīah o « messia ».
Māšīah, participio passivo, come māšīah, del verbo mīh « ungere » (col senso, generalmente, di consacrare qualcuno per un'alta funzione religioso-sociale: sacerdote [Ex. 28, 41 e 30, 23-32; Lev. 8, 12], profeta [I Reg. 10, 16] o re [I Sam. 10, 1; ecc.]), ricorre 35 volte nella Bibbia ebraica. È tradotto dai Settanta χριστός (solo Lev. 4, 3 κεχρισμένος), ma da Aquila Ἀλεμμένος (cf. s. Cirillo Gerosol., Cat., XV, 11; PG 33, 885). È usato nella Bibbia ebraica 5 volte come aggettivo (Dan. 9, 25 « il Capo unto »; Lev. 4, 3, 5, 16 e 6, 22 « il sacerdote unto »
o sommo, cf. II Mach. 1, 10; Lev. 21, 10, dei Settanta), ma di solito (30 volte) come sostantivo. Il sostantivato māfiah significa sempre il «re» o «sovrano» eletto e costituito da Dio (cf. I Sam. 16, 6-7), ed è sempre (eccetto Dan. 9, 26 e Eccl. gr. 46, 19) seguito dal genitivo di Jahweh (o di un pronome equivalente): «l'unto di Jahweh» (ὁ χριστὸς Κυρίου); 15 volte in I-II Sam.; Ps. (cbr.) 2, 2; 18, 51; 20, 7; 28, 8; 84, 10; 89, 39, 52; 132, 10, 17 (il plurale, in Ps. 105, 15 e I Par. 16, 22, è un caso unico); Is. 45, 1; Hab. 3, 13. Questo nome regale māfiah χριστός è usato 2 volte per Saul, 1 volta per Salomone (II Par. 6, 42), 1 volta per Sedecia (Lam. 4, 20), 1 volta (analogicamente) per Ciro (Is. 45, 1), ma quasi sempre per David, idealizzato fin da I Sam. 2, 10, 35 in strumento della salvezza di Dio. Compare 2 volte l'Unto per eccellenza, il Re ideale indissolubilmente unito a Jahweh (Ps. 2, 2; Dan. 9, 25 sg.; cf. Is. 61, 1), in cui culminerà la fioritura della stirpe davidica (cf. Is. 11, 1). Il suo regno implicerà il sacerdozio (cf. Ex. 19, 6); la sua regalità avrà carattere carismatico-profetico, come per il primo «unto» Saul (I Sam. 10, 6-13). Omettendosi più tardi per riverenza il nome divino, māfiah Jahweh diventa ham-māfiah (aram. māfiah), «il Messia», ὁ Χριστός, ad indicare il Re promesso da Dio, atteso fondatore del «regno di Dio» in terra. Dopo Dan. 9, 26, i più antichi esempi di tale uso assoluto di māfiah χριστός in senso trascendente sono negli apocrifi (secc. 11-1 a. C.) Enoch etio., 48, 10; 52, 4 e Ps. Salom. 17, 32 c (cf. 18, 5-7).
Negli scritti del Nuovo Testamento il termine C. ha importanza capitale, in quanto qualifica Gesù e la sua missione. Il Nuovo Testamento, in cui χριστός ricorre almeno 560 volte, predica e dimostra il messaggio: Gesù è il C. o Messia (Io. 1, 41 e 4, 25 interpreta ὁ Μεσσίας = Χριστός). Dalla Natività (Mt. 2, 4) alla confessione di Pietro (Mt. 16, 16, 20; Mc. 8, 29; Io. 6, 69) e di Nathanael (col sinonimo «Re d'Israele»: Io. 1, 49), di Marta (Io. 11, 27), dei demoni (Lc. 4, 41), alle rivelazioni del Risorto (Lc. 24, 26, 46; Act. 26, 23), echeggia l'annunzio. La predicazione apostolica ha per tema centrale che Gesù è il C., da Pietro (Act. 2, 36) e Paolo (Act. 9, 22; 17, 3; 18, 5, 28) a Giovanni (Io. 20, 31; I Io. 2, 22; 5, 1; II Io. 7, 9). Ferve in proposito la polemica contro i giudei, i quali aspettavano il C. (Io. 1, 20, 25, 41; 3, 28; Lc. 3, 15), sospettavano che fosse Gesù (Io. 4, 29; 7, 26 sg. 31, 41; 10, 24; 12, 34) e lo interrogano nel Sinedrio (Mt. 26, 63; Mc. 14, 61; Lc. 22, 67), poi esigono la condanna accusandolo di essersi proclamato C. Re (Lc. 23, 2, 35, 39; Io. 18, 33, 37; 19, 14 sg. 19-21). Nei Vangeli, Gesù non insiste pubblicamente sul suo titolo di C. prima della sua Passione, ma ANTICRISTO (v.) che usurperanno tal nome (Mt. 25, 5, 23 sg.; cf. Io. 5, 43b), e con chiara allusione rivendica a sé l'appellativo ὁ Χριστός (Mt. 24, 42; 23, 10; 24, 5; Mc. 9, 41 [senz'articolo, come in s. Paolo I Cor. 1, 12; 3, 23; II Cor. 16, 7]; 12, 35; 13, 21).
Χριστός equivale esplicitamente a «re (dei Giudei)» in Mt. 2, 2 e 4; 27, 11 e 22; Lc. 23, 2 e 37, 39; Mc. 15, 32. Questo significato primitivo rimane altrove soggiacente. Accanto alla forma integra tradizionale ὁ χριστός Κυρίου (Θεοῦ), che permane solo negli scritti lucani (Lc. 2, 26; 9, 20 [cf. Mt. 16, 16]; Act. 3, 18; 4, 26), appare nei Vangeli (come già in Ps. Salom. 17, 32; cf. Eccl. gr. 46, 19) Χριστός Κύριος (Lc. 2, 11), titolo in cui la messianità culmina nella divinità che Gesù rivendicava (Mt. 22, 42-45), e di cui s. Paolo fu l'araldo. Ma anche solo, ὁ Χριστός esprime tutta la fede nella natura e missione di Gesù (Mc. 8, 29b). L'appellativo ὁ Χριστός designa Gesù in bocca dei credenti nella sua trascendente messianità (Mt. 1, 17; 11, 2; Act. 8, 5; s. Paolo) o degli increduli che lo motteggiano (Mt. 26, 68; 27, 17 e 22 con ὁ λεγόμενος). Di più, equivale a «Signore» (Κύριος):
Lc. 2, 11; Act. 2, 36; 4, 26 sg.; 2 volte è unito a «il Figlio di Dio» (Mt. 16, 16; più solennemente 26, 63 e Mc. 14, 61; Lc. 22, 67-71).
Divenuto attributo corrente di Gesù (Ἰησοῦς ὁ Χριστός; ὁ Χριστός Ἰησοῦς; Act. 5, 42), l'appellativo «C.» si trasformò in un secondo nome proprio di Gesù. L'assenza dell'articolo (anche nel Talmud babilonese māfiah ricorre senz'articolo), benché non decisiva, indica di solito che Χριστός è usato come semplice nome o soprannome (Mt. 1, 16; Ἰησοῦς ὁ λεγόμενος Χριστός) di Gesù. Il nome composto Ἰησοῦς Χριστός ricorre solo 4 volte nei Vangeli (Mt. 1, 1; Mc. 1, 1; Io. 1, 17; 17, 3), è raro altrove (Act. 3, 6; 4, 10; 9, 34; Apoc. 1, 1, 2, 3), mentre è frequentissimo nelle epistole di Paolo e di Pietro.
S. Paolo ha diffuso il nome-attributo Χριστός adoperandolo senza posa. Mentre usa appena 33 volte il nome Ἰησοῦς da solo, usa Χριστός 137 volte senz'articolo, 88 con l'articolo, 82 nel composto Ἰησοῦς χριστός (sempre senz'articolo), 82 nel composto Χριστός Ἰησοῦς (senz'articolo, eccetto 2 volte). Ben 61 volte Paolo vi aggiunge ὁ Κύριος, ὁ Κύριος ἡμῶν.
Avendo il messianismo poco posto nella cristologia di s. Paolo, poiché le discussioni messianiche non interessano le Genti di cui è apostolo, Χριστός (con l'articolo o senza) non è mai nei suoi scritti un appellativo con valore distinto di «Messia»; però in oltre 60 casi vuol affermare, sia pure di sfuggita, la messianità di Gesù (E. D. Burton, p. 306); l'uso dell'articolo è incostante, come per Θεός e Ἰησοῦς. C. è nome proprio di Gesù nella formula tipicamente paolina ἐν Χριστῷ (34 volte) o ἐν Χριστῷ Ἰησοῦ (48 volte), cui equivale ἐν Κυρίῳ (50 volte) o ἐν αὐτοῦ-ἐν ᾧ (29 volte); s. Paolo usa volentieri il nome Χριστός quando rileva l'influsso divino di Gesù nell'anima (Rom. 8, 10; II Cor. 13, 5; Eph. 3, 17; ecc.), «unta» (II Cor. 1, 21) anch'essa, in cui Egli va «formandosi» (Gal. 4, 19).
Nella mente della prima generazione cristiana, il titolo ὁ Χριστός esprimeva, al di là del tradizionale concetto di «Re d'Israele», quello di «Salvatore» universale, come risulta in s. Paolo nelle cui maggiori epistole σωτήρ non ricorre (ma solo Eph. 5, 23; Phil. 3, 20, e 10 volte nelle Pastorali). L'Apostolo usa costantemente τοῦ Χριστοῦ (con l'articolo) dopo i termini di portata soteriologica: Ἰεσσαγγέλων (8 volte), «la croce» (I Cor. 1, 17; Gal. 6, 12; Phil. 3, 18), «i patimenti» (II Cor. 1, 5 e Col. 1, 24; cf. Act. 3, 18; 17, 3; 26, 23), Ἰάγιπτη (Rom. 8, 35; II Cor. 5, 14; Eph. 3, 19), «il Sangue» e «il Corpo» del suo sacrificio (I Cor. 10, 16; Rom. 7, 4; Eph. 2, 13; τοῦ Κυρίου in I Cor. 11, 27). L'equivalenza Σωτήρ = Χριστός è apertamente affermata in Lc. 2, 11. Anche il «C.» di Io. 4, 29 equivale a «il salvatore del mondo» di Io. 4, 42. Il termine antico di Messia = Χριστός, ricevuto dalla millenaria fede giudaica, è stato purificato da ogni significato etnico-politico o magico-apocalittico. Pietro (Act. 2, 36; 3, 15) e Paolo predicavano: Gesù, il C., è il Signore (Κύριος), è il «Sovrano della vita» (ὁ ἀρχηγὸς τῆς ζωῆς). Il titolo «C.» era per gli Apostoli la sintesi in cui s'inscriva il doppio aspetto del Re davidico «sorto dall'alto per manifestare la misericordia di Dio e splendere nelle tenebre» (Lc. 1, 78 sg.); la maestà divina e la missione salvifica.
Il nome C., che caratterizzava la fede dei discepoli di Gesù, fu frainteso dai pagani che, contribuendo a ciò l'ottacismo, intendevano χρηστός «buono», «benigno», aggettivo non raro nel Nuovo Testamento (Mt. 11, 5; Lc. 5, 39; Rom. 2, 4; Eph. 4, 32; ecc.). La confusione è manifesta in Svetonio, Claud., 25 («impulsore Chresto») e Nero, 16, e si spiega «propter ignorantium errorem qui eum immutata littera Chrestum solent dicere» (Lattanzio, Inst. Div., IV, 7, 5; cf. Tertulliano, Apol., 3 e Ad Nationes, I, 3); tanto più che abbondavano nomi propri derivanti da χρηστός, Χρηστήν, Χρηστίων, ricorrono nelle iscrizioni giudaiche di Panticapea in Crimea (J.-B. Frey, Corpus Inscript. Iudaic.,
Roma 1936, pp. 495, 498); Chrestos Χρήστος era nome diffuso nel mondo greco-romano (Marziale, Epigr., VII, 55; IX, 28; CIL, XII, 264, 4322, 4761, 5194; XIV, 246 [*Chrestinus]). V. GEST*.