CRITICA BIBLICA. - La c., o arte di distinguere il vero dal falso, applicata ad un'opera letteraria si propone di stabilirne l'autenticità (quale è
l’autore), l’integrità, il genere di verità che le conviene, ecc. La Bibbia, Parola di Dio e perciò garantita da ogni errore (v. INERRANZA), è soggetta alle leggi della c., perché il carisma dell’ispirazione, pure elevando le facoltà dello scrittore sacro, lascia loro, interamente, il proprio modo umano di attività. Cosicché lo scritto, essendo Parola di Dio, è al tempo stesso un’opera umana; e nella misura esatta nella quale è opera umana è soggetta ai criteri con i quali si giudicano le altre opere umane.
Comunemente si distinguono due specie di c.: la c. testuale, chiamata anche humiliare, che si propone di determinare quali parole ha adoperato l’autore, e la c. letteraria, o sublimare, che ha per oggetto l’opera stessa, la sua integrità, la sua autenticità e le diverse circostanze che hanno influito sulla sua elaborazione. Dopo aver abbozzato la storia della c. e in particolare delineato la parte che vi hanno preso i cattolici, si tratteranno successivamente questi due aspetti (v. ERMENETUICA; GENE RILETTERARI).
I. STORIA DELLA C
Non appena sui Sacri Libri nella Chiesa cristiana si esercitò la riflessione e lo studio, Origene, Luciano d’Antiocchia, Esiodo di Alessandria e, tra i latini, S. Girolamo e S. Agostino applicarono ai Libri Santi le regole di c. elaborate per le opere degli autori profani. Origene stesso fornì sull’autenticità dell’Epistola agli Ebrei una soluzione che è ancora la più comunemente ammessa presso i cattolici; difese inoltre contro Giulio Africano i passi deuterocanonici del libro di Daniele; S. Dionigi d’Alessandria sottomise l’Apocalisse ad un vero studio di c. letteraria; Teodoro si preoccupò delle fonti del libro di Giuditta come di quelle dei libri dei Re e dei Paralipomeni. Più tardi, nei secoli XIV-XV, il rinnovamento dello studio delle lingue antiche e le discussioni suscitate dai protestanti prepararono il terreno al sorgere della c. moderna, il cui primo rappresentante fu il prete cattolico Richard Simon con l’Histoire critique du Vieux Testament (Parigi 1678, ecc.): nonostante certe opinioni audaci ed alcune affermazioni per lo meno poco opportune, i suoi principi sono ancora quelli dei critici moderni. Disgraziatamente, nei secc. XVIII-XIX, il razionalismo s’impadronì delle armi che gli forniva la nuova disciplina per minare alla base l’autorità dei Libri Santi e costruire di sana pianta una storia d’Israele, anzi una storia delle origini cristiane, in cui scomparve ogni intervento soprannaturale ed i principali personaggi, non escluso neppure Gesù Cristo, finiscono per avere una parte assai secondaria, quando pure la loro stessa esistenza non venga negata, come è accaduto più d’una volta. Basta citare tra i più rappresentanti di questi critici in Germania J. Wellhausen Pentateuco (v.), F. C. Baur (v.), fondatore della scuola di Tubinga, con la sua spiegazione delle origini cristiane attraverso la lotta tra il petrinismo e il paulinismo, in Francia E. Renan e poi A. Loisy, che finì con il datare la letteratura neotestamentaria, comprese le epistole paoline, a metà del sec. II. Non fa meraviglia che più di un cattolico si mostrasse diffidente verso metodi così compromessi. Non mancarono tuttavia coloro che, rispondendo all’invito che Leone XIII rivolgeva agli eseguiti di essere « doctiores atque exercitationes in vera artis criticae disciplina » (encicl. Providentissimus), giudicarono loro primo dovere di sganciare il metodo critico dall’uso che ne facevano i razionalisti. Essi furono, certo, alle volte incompresi, anzi vivamente attaccati, accusati di abbandonare troppo presto certe posizioni credute insostenibili; e certamente oggi, dopo 50 anni di lavori, di ricerche, di precisazioni, è possibile trovare formole più chiare, più accurate, più esatte; tutti però riconoscono non solo che questi pionieri furono sempre animati da un ardente amore per la Chiesa, ma che in realtà la maggior parte delle loro posizioni più fondamentali sono divenute il bene comune dell’esegesi cattolica, secondo le regole tracciate dalle stesso magistero ecclesiastico nell’encicl. Divino afflante Spirito del 30 sett. 1943 e nella lettera della Pontificia commissione biblica del 16 gen. 1948. Questi due documenti ci saranno di guida.II. C. TESTUALE. – L’encicl. Divino afflante Spirito sottolinea l’importanza della c. b. testuale in termini non equivoci. Siccome di fatto l’unico testo ispirato è il testo originale e non le versioni, quantunque perfette, la prima cura dell’esegesi, « appunto per la riverenza dovuta alla Parola di Dio », sarà quella di « procacciarsi un testo corretto », di « restituire con tutta la possibile precisione il Sacro Testo al suo primitivo tenore, purgandolo dalle deformazioni introdotte, dalle manchevolezze dei copisti e liberandolo dalle glosse e lacune, dalle trasposizioni di parole, dalle ripetizioni e da simili difetti d’ogni genere, che negli scritti tramandati a mano per secoli usano infiltrarsi ».
Dal punto di vista della c. testuale, il Vecchio Testamento offre una fisionomia del tutto particolare. I più antichi manoscritti – se si prescinde dalla scoperta del 1947 – non rimontano più in là del sec. VIII-IX dell’era nostra, e tutti riproducono un medesimo testo, anzi un solo archetipo (come ne fanno prova gli errori evidenti ripetuti in tutti i manoscritti conosciuti, senza nessuna eccezione), fissato nella parte consonantica tra il sec. II-V e provvisto di punti vocalici soltanto dopo S. Girolamo. Alcune lezioni furono poste in margine dagli editori chiamati maestri, lezioni « da leggersi » (géré) invece di quelle « scritte » (kēthibh) nel testo: queste lezioni costituiscono la più antica lista di varianti. Ma molti secoli innanzi il Vecchio Testamento ebraico era stato tradotto prima in greco (v. SETTIMANA SANTA; GRECHE, VERSIONI DELLA BIBBIA) ca. il sec. II o III a. C., poi in siriaco ca. il sec. I o II d. C.; queste testimonianze fanno supporre, per lo meno in alcuni passi, un testo ebraico molto differente dal testo masoretico. La suddetta scoperta di manoscritti ebraici, che risalgono probabilmente al sec. I o II a. C., mostra che la maggior parte di queste divergenze si devono attribuire al traduttore greco. Le poche testimonianze antiche lasciano dunque un campo relativamente considerevole alle correzioni congetturali. Esse abbondano nell’apparato dell’edizione critica di R. Kittel e P. Kahle (3ª ed., Stoccarda 1937) e non mancano neppure nel Salterio latino edito dal Pontificio istituto biblico (Roma 1943), né nella traduzione italiana della Bibbia a cura di A. Vaccari (Firenze 1943 sgg).
A differenza di quanto accade per il Vecchio Testamento, la difficoltà della c. testuale del Nuovo provvede più tutto dal numero troppo grande di testimonianze: papiri, manoscritti, versioni, citazioni patristiche. Nessuna opera profana ne possiede tante. Mentre dell’opera che in tutta l’antichità fu più spesso copiata, l’Illude, si possiedono solo 190 manoscritti, e di questi solo 2 onciali (di Platone 23, di Tucidide 21, di Esiodo 20, ecc.), del Nuovo Testamento se ne sono catalogati 2641 (completi o parziali) e di questi ben 212 onciali, senza contare 51 papiri. Ma soprattutto molti di questi manoscritti sono assai meno posteriori all’originale di tutti i manoscritti degli autori classici, senza eccezione; e fra questi uno, il pap. 52 (P. Rylands 457) gli è quasi contemporaneo: si tratta di un foglio di codice trovato in Egitto e che porta nel verso Io. 18, 31-33 e nel recto Io. 18, 37-38, datato dagli specialisti al sec. II, più probabilmente alla prima metà; risale dunque quasi all’epoca nella quale la tradizione cattolica pone la composizione del Vangelo di s. Giovanni (fine del sec. I).
Del resto per il Nuovo Testamento più ancora che per il Vecchio le varianti, quantunque numerose, si riferiscono solo a particolari spesso minimi, e la maggior parte delle edizioni critiche moderne, tanto quelle di cattolici (p. es., H. Vogels, A. Merk, J. Bover) quanto quelle di acattolici (p. es., C. Tischendorf, B. F. Westcott-F. J. A. Hort, H. von Soden, E. Nestle) offrono un testo presso a poco.
simile. Lo sforzo attuale dei critici tende principalmente a ricostruire la storia del testo del Nuovo Testamento e a questo scopo le antiche versioni come le citazioni patristiche occupano un posto di prim'ordine: perciò anche un'edizione manuale come quella del Mèrk accorda loro un posto rilevante.
III. C. LETTERARIA. — Il primo problema che ordinariamente si pone all'esegge davanti ad un libro della Bibbia (o ad un passo di questo) è quello di ricercare, per quanto è possibile, l'autore umano di cui si è servito lo Spirito Santo come di uno strumento, cioè di stabilirne l'autenticità.
Il Concilio di Trento ha dichiarato autentici i libri conservati nell'antica Volgata latina cum omnibus suis partibus (v. VOLGATA); ma si sa che il Concilio ha inteso parlare soltanto di autenticità canonica o dogmatica, non di autenticità letteraria. L'esegge cattolico deve ritenere queste parti «sacre e canoniche», come nel Nuovo Testamento la pericope della donna educata (Io. 7, 53-8, 11), i versetti sul sudore di sangue e l'angelo consolatore (Lc. 22, 43-44), la finale del Vangelo di S. Marco (16, 9-20): nel Vecchio Testamento le parti di Ester e di Daniele che non si trovano nel testo ebraico; ma non è obbligato ad affermare che esse appartengono letterariamente al libro nel quale oggi sono incorporati, e, di fatto, l'edizione critica del Mèrk suggerisce che per Mc. 16, 9-20 e Io. 7, 53-8, 11 probabilmente non è così.
Ora, per interpretare un passo determinato, non è indifferente conoscerne l'autore, la data e possibilmente le circostanze in cui fu scritto. Anzi, volto il valore storico di un libro ne dipenderà più o meno direttamente: perciò si comprende come in certi casi, del resto assai rari, la Chiesa sia intervenuta per dare delle direttive precise. Tuttavia, il rapporto tra uno scrittore e quella che con diritto si può chiamare la sua opera è suscettibile di molte sfumature che l'esegge cattolico si guarda bene dal trascurare: s. Paolo probabilmente non è, secondo l'opinione più comune, autore dell'Epistola agli Ebrei esattamente come è autore di quella ai Galati; quanto a Mosè, che la tradizione ritiene autore del Pentateuco, la lettera sopraindicata della Commissione biblica ne parla con grande accuratezza, alludendo alla «grande parte e al profondo influsso che ebbe quale autore e quale legislatore».
Il medesimo documento fa ugualmente allusione alle fonti del Pentateuco, di cui «nessuno più al giorno d'oggi mette in dubbio l'esistenza». Precisamente la ricerca delle fonti è, dopo le questioni di autenticità, uno dei principali oggetti della c. letteraria. Ora i dotti cattolici sono espressamente invitati «a studiare questi problemi senza prevenzione, alla luce di una sana e di dei risultati di quelle scienze che hanno interferenze con queste materie»: studio assai delicato, specialmente perché alla c. esterna devono generalmente sostituirsi le sole risorse della c. interna, cioè l'esame dello stile, della lingua, del vocabolario, ecc. Tanto più che per quanto riguarda il Vecchio Testamento la maggior parte dei libri non sono sfuggiti ad un'opera di aggiornamento: come notava H. Höpfl «è fuori dubbio che il Testo Sacro a partire dall'esilio fu letto pubblicamente nelle sinagoghe e che lo si adottò alle condizioni della Terra Santa e ai modi di dire contemporanei» (DBs, col. 109). L'esegge deve anche guardarsi dall'attribuire a diversità di fonti quello che forse non è altro se non uno letterario, e più generalmente dall'interpretare la Bibbia senza tenere abbastanza conto delle abitudini di pensare e di scrivere degli antichi popoli orientali (v. GENERAL LETTERARI).
Certo, in tutto questo lavoro di ricerca l'esegge cattolico si lascerà guidare dal magistero della Chiesa e dalla Tradizione. Ma anche qui l'encicl. Divino afflante Spirito l'avverte molto opportunamente che «tra le tante cose contenute nei Sacri Libri legali, storici, sapienziali e profetici, poche sono quelle di cui la Chiesa con la sua autorità ha dichiarato il senso, né in maggior numero si contano quelle intorno alle quali si ha l'unanime sentenza dei Padri».
Si può dunque da ciò concludere quanto è falso e ingiusto pretendere, come si è fatto, che la dottrina cattolica «esclude ogni esegesi critica e storica della Bibbia».