BAUR, FERDINAND CHRISTIAN. - Teologo protestante, n. a Schmieden il 22 giugno 1792, m. a Tübingen il 2 dic. 1860. Studiò nell'Università di Tübingen, per seguire la carriera del padre, pastore luterano. Ma dopo pochi mesi lasciò la vita di ministero, per dedicarsi all'insegnamento e soprattutto allo studio delle origini del cristianesimo. Nel 1826, all'età di 32 anni, ottenne la cattedra di Storia della Chiesa e dei dogmi nella suddetta Università e l'occupò sino alla morte.
Sue opere principali: Die sogenannten Pastoral-Briefe (Tubinga 1835); Paulus, der Apostel Jesu Christi (Stoccarda 1845, 2a ed. Lipsia 1867); Kritische Untersuchungen über die canonischen Evangelien (Tubinga 1847); Das Mar-kusevangelium nach seinem Ursprung und Character (ivi 1851); Das Christentum und die christliche Kirche in den drei ersten Jahrhunderts (vol. I della sua Kirchengeschichte, ivi 1853, 2a ed., ivi 1860); Vorlesungen über die neutestamentell. Theologie (ivi 1867, postumo), e gran numero di dissertazioni pubblicate in tre collezioni teologiche.
Da seguace fervente della filosofia hegeliana, il B. applicò al Nuovo Testamento la teoria del continuo divenire ed evolversi dell'idea universale attraverso la serie indefinita di tesi e antitesi sfocianti nella sintesi o fusione. Il cristianesimo, per conseguenza, rappresenta una fase transitoria del divenire religioso dell'umanità. Cristo ha inaugurato tale fase afferrando l'idea religiosa elaborata nei secoli precedenti e rendendola capace di conquistare il mondo, col gettarlo nello stampo del messianismo giudaico. Lo sforzo ulteriore compiuto dall'idea religiosa per liberarsi dalla forma speciale impressa dal fondatore, riassume tutta la storia della religione cristiana.
Quello sforzo corrisponde a una lotta continua tra l'elemento universalistico e quello particolaristico o giudaico; il primo è rappresentato da Paolo (paol-nismo) ed il secondo da Pietro (petrinismo). La lotta ebbe il suo epilogo, ossia la sua sintesi, solo verso la metà del sec. II, mercé reiterati e graduati tentativi di accomodamento che dovevano portare alla costituzione della Chiesa (elemento giudaico) cattolica (elemento paolino). In fondo fu il paolinosimo che prevale.
Il raccostamento sarebbe stato agevolato dalla crescente necessità di unirsi tutti di fronte all'irrompere dell'eresia gnostica ed allo scatenarsi delle persecuzioni romane, e fu promosso da scritti in cui ambo le parti cercavano di seppellire il passato, di attenuare le divergenze e d'invitarsi a concessioni reciproche. Quindi B. distingue tre gruppi di scritti: quelli della fazione giudaica (tesi), quelli della fazione paolina formata dagli etnico-cristiani (antitesi) e quelli della tendenza conciliatrice (sintesi).
In base a questo criterio, il B. pretende di spiegare la formazione del canone dei libri neo-testamentari: a) nel I sec. colloca le quattro grandi Epistole: ai Romani, I e II ai Corinti, ai Galati, riconosciute paoline e considerate come circolari antipetrine; attribuisce invece l'Apocalisse alla tendenza opposta e le accosta alcuni scritti apocrifi contemporanei (Vangelo degli Ebrei, degli Ebioniti, di Pietro, ecc.); b) di data incerta ritiene le Epistole agli Efesini, Colossesi, Filippesi: in esse la tendenza antipetrina si mostra ormai troppo attenuata, perché possano con sicurezza ascriversi a s. Paolo; così le Epistole di Pietro e Giacomo, sono ritenute troppo poco antipaoline per attribuirle a uno dei Dodici; c) il B. colloca nel sec. II le lettere Pastorali, scritte per combattere l'eretico Marcione (e seguaci), in cui l'insegnamento paolino appare sbi-dito; e gli Atti degli Apostoli, che sarebbe l'opera principale della tendenza conciliatrice, poiché con detti e fatti (travisati o inventati) mira a presentare Pietro in una cornice anche universalistica, e Paolo in una cornice anche giudaica; d) i Vangeli, almeno nella forma attuale, sarebbero anch'essi del sec. II. Quello di Matteo, a tendenza pacificatrice, sarebbe sorto da un rimaneggiamento dell'apocrifo «degli Ebrei»; quello di Luca sarebbe il Vangelo paolino di Marcione, modificato, secondo la stessa tendenza; Marco è neutrale e senza valore dal punto di vista storico; Giovanni suppone in atto da tempo la conciliazione.
Questa critica, chiamata «di tendenza», pose il B. a capo della scienza neotestamentaria tedesca e lo costituì capo della nota «nuova scuola di Tubinga» («nuova» per distinguerla da quella apologetica ortodossa del sec. XVIII), la cui compattanza durò poco, perché i suoi migliori discepoli (come E. Zeller, A. Schwegler, A. Hingelfeld, K. Holsten, K. Holl; ecc.), si misero presto in contrasto tra di loro.
Seguendo un criterio meno soggettivo del maestro, alcuni di questi contestarono le conclusioni del B., ponendo anzi in discussione lo stesso schema aprioristico fondamentale; mentre i cattolici battevano in breccia il sistema poggiandosi, tra l'altro, sulla stessa lettera ai Galati, che al B. serviva per documentare l'esistenza d'un dualismo settario in seno al cristianesimo primitivo. Quando egli morì, la sua scuola poteva dirsi al tramonto; sebbene ne perdurò, anzi se ne vada accentuando lo spirito animatore, ed abbia sempre molti seguaci tra i «critici» del Nuovo Testamento la tesi delle «tendenze». A. Loisy e M. Goguel, p. es., hanno utilizzato la concezione ecclesiologica bauriana.