BATH QÖL. - Voce soprannaturale manifestante all'uomo un avvertimento divino, secondo la credenza diffusasi nel giudaismo verso il sec. II a. C.
L'espressione ebraica (letteralum. «figlia di una voce») significa un'«eco», come spiegano i tosafisti in *Sanhedrin*, 11a: «Non si ode la voce che esce dal cielo, ma un'altra voce derivante da quella». Nel Targumini, negli scritti talmudici e midrashici indica il quarto (dopo la profezia, lo spirito santo, l'oracolo di 'ürüm e tummüm') e infimo grado della rivelazione divina (*Tosephutá Sôqah*, XIII, 2; Sôqah, 48b). Oracolo privato, la b. q., fattasi udire agli uomini più e savi tra il 450 ca. a. C. e il 220 d. C., era considerata un debole surrogato della profezia, venuta meno. Con questa «voce», Dio parlava solo mediatamente, a mezzo di angeli o d'Elia. Perciò le era negata autorità per dirimere le controversie giuridiche: non poteva essere opposta all'autorità dei dottori della Legge (*Bérakhóth*, 52a; Hullin, 44a); onde R. Eliezer Hyrkanos «il Grande» fu scomunicato, nonostante i suoi «miracoli» e una b. q. (Baba meşia, 59).
La b. q. viene dai luoghi in cui Dio dimora: dal cielo (come a R. Hillel in Gerico, 20 a. C.; III Enoch ebraico [ed. H. Odeberg, Cambridge 1928] 16,2), dal «santissimo» nel Tempio (Giov. Ircano, pontefice, 135-105 a. C., si sentì assicurare una vittoria: Sôqah, 33a, e Fl. Giuseppe, Antiq. Jud., XIII, 10, 3,7), dal Horeb o Sinai (*Abhóth*, VI, 2; Bérakhóth, 17b). Nel sec. I si riteneva corrente tale fenomeno carismatico. Il lungo conflitto tra le scuole di Šammaj e di Hillel fu deciso da una b. q. a favore della seconda (*Érúbhín*, 13b).
Compito della b. q. è di recare un messaggio divino. Di solito quindi è frase breve; la più lunga b. q. conosciuta è, forse, quella di *Apoc. Baruch*, 13,1, 3,5. Questo messaggio consola, ammonisce, minaccia, decide o predice; serve di presagio prima di iniziare un'azione (*Meghillah*, 32a). La «voce» più ambita è quella che predice a uno la partecipazione alla felicità celeste e al secolo futuro (come nel martirio di R. 'Aqibá': Bérakhóth, 61b).
La *Pesitta* del Nuovo Testamento (ca. 400) traduce con b. q. la «voce» (di Dio) in *Act. 12*, 22 (bénôt qôlé), I Tim. 6,20; Hebr. 3,15 (bat qôlé). J. Buxtorf, G. Dalman, B. W. Bacon, P. Billerbeck riallacciano (senza fondamento) alla b. q. la «voce dal cielo» a Gesù di Mt. 3,17 (Mc. 1,11; Lc. 3,22) e Mt. 17,5 (Mc. 9,7; Lc. 9,35) e Io. 12,28, la «voce» a Paolo e a Pietro (*Act. 9,4* [22,7; 26,14]; Io. 13,15), e *Apoc. 10, 4-8; 18,4.
Mosè Maimonide (*Môrêh uébhûkhím*, II, 42; ed. S. Munk, II, Parigi 1861, p. 90) spiega la b. q. razionalisticamente: «Quando un uomo ha una forte impressione crede udire una voce fuori di sé». Si può accostare la b. q. alla «voce» (qôwîq tîq) che Socrate asseriva di udire, in ogni caso perplesso, nella sua coscienza, definendola *bôvô* ti xal òaúqôvov (Platone, *Apol.*, 31d; *Eutychr.*, 2 b).