BEELZEBUB. - Forma della Volgata basata sulla lezione di pochi codici greci del Nuovo Testamento,
alla quale è da preferirsi Beelzebul, forma attestata dai migliori manoscritti (Mt. 12, 24; Mc. 3, 22; Lc. 11, 15). Tale nome (da ba'al e zēbhūbh) indica il principe degli spiriti maligni, in virtù del quale Gesù è accusato dai Farisei d'aver operato prodigi. In II Reg. 1, 2 è ricordato Accaron (v.): a tale divinità Ochozia (v.).

Alcuni hanno pensato all'assiro bel dababi (siriaco bē'eldbābā) « avversario in giudizio »: nel nostro caso avrebbe un significato escatologico. B. sarebbe l'avversario nel giudizio finale. Ma è preferibile considerare il termine zēbhūl come variazione fonetica del cananeo zbl « principe ».
Bint.: W. Baudissin, B., in Realenc. für prot. Theol. u. Kirche, 3ª ed., II. Lipsia 1897, pp. 514-16; Ch. Virolleaud, in Syria, 12 (1931), pp. 350-51; W. Foerster, Beelzebul, in Theologisches Wörterbuch zum Neuen Testament, I, Stoccarda 1933, pp. 605-606. Angelo Penna