BEELZEBUB. - Forma della Volgata basata sulla lezione di pochi codici greci del Nuovo Testamento,
alla quale è da preferirsi Beelzebul, forma attestata dai migliori manoscritti (Mt. 12, 24; Mc. 3, 22; Lc. 11, 15). Tale nome (da ba'al e zébihûh) indica il principe degli spiriti maligni, in virtù del quale Gesù è accusato dai Farisci d'aver operato prodigi. In II Reg. 1, 2 è ricordato Accaron (v.): a tale divinità Ochozia (v.).
La versione dei Settanta interpreta «dio delle mosche» (ebr. zébihûh = mosca), che avrebbe un riscontro in Zèûs àzûqûlûs (Pausania, V, 14, 2) e in Myiagrus deus (Solino, 1); si venererebbe perché allontanati, quale padrone, il pericolo delle mosche. Nei tempi rabbinici s'interprete questo nome come «Signore dello sterco» (aram. zébihûl = «sterco»). Altri l'interessato come «Signore (dio) della dimora» (zébihûl). Ora è stato trovato il termine zbl nei testi ugaristici di Râs Šamrah (v.). Generalmente si traduce per «principe, dominatore» (C. H. Gordon, Ugaritic Grammar, Roma 1940, p. 90).
Alcuni hanno pensato all'assirio bel dababi (siriaco bê'eldbâbâ) «avversario in giudizio»: nel nostro caso avrebbe un significato escatologico. B. sarebbe l'avversario nel giudizio finale. Ma è preferibile considerare il termine zébihûl come variazione fonetica del cananeo zbl «principe».