BEETHOVEN, Ludwig van. - Musicista, n. a Bonn il 17 dic. 1770, m. a Vienna il 26 marzo 1827. Discendente da una famiglia di musicisti di origine fiamminga, studiò dapprima col padre Johann, tenore alla cappella palatina, ma il vero suo maestro fu C. G. Ncfe, che lo iniziò alla severa scuola del Clavicembalo ben temprato di G. S. Bach.
Nell'apr. 1787 andò a Vienna per studiare con Mozart, ma dopo poche lezioni, fu richiamato a casa per l'aggravarsi della madre che morì nel giugno. Privo del conforto di lei che egli chiamò «la mia migliore amica», e capo-famiglia a 17 anni (il padre, alcoolizzato, era stato interdetto dalla legge), egli si trovò solo a lottare con le difficoltà della vita, e la sua infelice solitudine fu raddoicita solo dalla sincera amicizia che trovò, a Bonn, nella famiglia von Breuning, nel compositore F. Ries e nel conte Waldstein. Nel 1792 si stabilì a Vienna, dove studiò quattordici mesi con Haydn e, partito questi per Londra, con Albrechtsberger e Salieri, fino al 1802, dopo di che la sua attività si avviò alle più alte vette artistiche in un crescendo meraviglioso di operosità e di gloria fino al 1815 (Congresso di Vienna) che vide le teste coronate d'Europa chinarsi davanti al suo genio. B. fu aiutato e sostenuto da vari meccanismi quali il principe Lichnowsky, l'arciduca Rodolfo, il principe Rasmowsky, ma egli si stacca nettamente dal carattere del musicista di corte, quali erano ancora Haydn e Mozart, perché dedica l'opera del suo genio, libero e indipendente, unicamente al servizio dell'arte. Gli ultimi anni furono per B. particolarmente tragici, perché avvolti dalla sordità che, cominciata ai primi dell'800, era completa nel 1819 e perché amareggiati dalla condotta del nipote Carlo, ingrato e indegno oggetto delle sue paterne cure.
Fra le sue composizioni, dall'opus 1, un gruppo di trii commissionati dal principe Lichnowsky (1793-94), alle variazioni, alle sonate, ai concerti per pianoforte, alla corona immortale delle nove sinfonie, al Fidelio (unica sua opera), ed alle Ouvertures, fino agli ultimi quartetti (opp. 127-35) in cui, dopo un primo influsso haydiano e mozartiano, vibra «tutto il pathos romantico del suo titanico genio, non ultimo vanno ricordate quelle di musica religiosa. Cattolico di nascita e di educazione, B. restò sempre credente, e, in gran parte, praticante. La fede fu la fonte più sublime e più pura delle sue opere d'ispirazione religiosa, in cui, oltre la tecnica eccellente del compositore, si sente il cuore di un uomo che cerca, chiama e adora il suo Dio.

Beethoven, Ludwig van - B. che compone la Missa solemnis in re. Quadro di Stieler (1819).
Da E. Vermil, Beelzebul (da A. E. Vermil, Beelzebul), in re. Quadro di Stieler (1819).
Primo, cronologicamente, è un Oratorio: Cristo al Monte degli Olivi (op. 85) composto nel 1801-2 per tre solisti: Gesù, Serafino, Pietro, coro e orchestra, su testo di F. S. Huber, che, se non raggiunge le sublimi altezze della Missa solemnis, è sempre importante, anche perché gli procurò, alla fine del 1804, l'incarico, da parte del barone von Braun, proprietario del Teatro An der Wien, di comporre il Fidelio. Pur tralasciando di parlare degli studi per una messa in do minore (rimasta allo stato di progetto), di un canto funebre, op. 195, originariamente gruppo di tre pezzi per 4 trombe, composti nel 1812 adattato poi da Seyfeld al testo del Miserere (4 voci) per essere eseguito ai funerali di B., ed altre cose minori, ricorderemo in modo particolare le due Messe, quella in do maggiore, op. 86 (1807) e l'altra in re maggiore, op. 123, Missa solemnis (1818-22). La prima, pur non avendo la struttura ciclica della grandiosa costruzione in cui è elaborata la Messa in re, è pervasa da una fede profonda, che riveste di interiore bellezza il testo. La seconda, ideata per la consacrazione dell'arcivescovo Rodolfo, e composta quando già la sordità lo aveva completamente isolato nel silenzio melodioso della sua anima, è veramente il capolavoro beethoveniano per altezza di ispirazione ed intensità di pathos espressivo, nella tenerezza con cui circonda i personaggi ed accompagnata l'annunzio dei misteri, nella grandiosità con cui, facendosi eco di una umanità dolorante e travagliata, riesce ad esprimere con la voce possente del suo genio, l'anelito di tutto il genere umano verso una divina serenante pace; è lo slancio dell'Agnus Dei che corona, con l'invocazione: dona nobis pacem, quella che B. stesso definì la sua opera più grande e più riuscita. La purezza e la sublimità dell'arte e della fede, così mirabilmente unite, rifulgono in queste sue semplici parole, che racchiudono tutto un programma e il segreto di uno stile: «Il mio principale scopo,
lavorando alla Messa, era quello di far nascere il sentimento religioso tanto nei cantori quanto negli ascoltatori, e di rendere duraturo tale sentimento».
L'edizione completa delle opere di B. fu curata da Breitkopf e Härtel (Lipsia 1864).