SIRENE

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SIRENE. - Dal greco Σειρής, Σειρής (lat. sirens, sirena) mostri mitologici il cui canto, accompagnato da strumenti musicali, seduceva ed attraeva gli uomini che imprudentemente l'ascoltavano, portandoli alla rovina (Odissea, XII, 41-43). Le s. fanno parte del gruppo dei geni della morte. Il loro mito ha assunto nella letteratura classica greco-romana e in quella cristiana vari significati allegorici.

I. NELLA LETTERATURA CLASSICA GRECO-ROMANA

Il mito delle s., sviluppato da scrittori posteriori, è attestato per la prima volta nell'Odissea (XII, 39-54, 158-200) e il fatto più saliente del mito si incentra nell'episodio di Ulisse che, per sfuggire alle loro mali, chiude con cera gli orecchi dei suoi marinai e si fa legare all'albero della nave per udirne il canto, senza subirne le tristi conse-guenze. Omero parla di due s., mentre in seguito diventano tre o quattro, ma il numero ternario rimane il più comune. Le s. di questo gruppo si chiamavano: Leucosia, Logea e Partenope. Il poeta ne pone la sede in un'isola ad ovest del Mediterraneo, non meglio determinata; più tardi invece si assegnarono loro varie località della Sicilia. Capri o gli scogli tra quest'isola e la penisola sorrentina. A Sorrento esisteva un tempio in loro onore e a Napoli si additava il sepolcro della s. Partenope, mentre in Sicilia si dava culto a Leucosia (Capo Posidonio) e
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(da Wilpert, Sarcofagi, tavv. 92, 11)

SIRENE - Episodio di Ulisse e delle s., e scena di insegnamento. La prima e la terza s. hanno strumenti musicali, la doppia tibia e la lira, la seconda fa un gesto oratorio. Ritratto del defunto innanzi al parapetasura sorretto da due amorini. Coperchio di sarcofago (secc. III-IV) proveniente da Aguzzano.

SIRENE - Ulisse abbatte le s., simbolo della vittoria sui vizi che esse rappresentavano nel medioevo (cf. Onorio di Autun), Miniatura dell'Horatius Deliciamm, fol. 221v (ca. 1230).

a Ligea (Terina). Non sempre il loro genio fu considerato malefico: le loro virtù musicali le hanno trasformate in consolatori dei mortali, afflitti dalla dipartita dei loro cari (Euripide, Hel., 168 sgg.); il loro aspetto di donazione uccello le ha fatto considerare come l'uccello dell'anima l'edifàno del defunto; furono anche assunte a simbolo dell'anima che ha raggiunto la sua pace e che partecipò alle pene dei viventi dopo essere stata causa di pena per essi. Per questi motivi, oltreché per la loro potente virtù apotropaica, figurano così di frequente nell'arte funeraria. Più spesso però le s. furono stimate come un ostacolo malefico sia morale come intellettuale; additare generalmente come simbolo della voluttà e dell'altezza mento ai piaceri sensuali, rappresentavano per i neoplatonici gli ostacoli che l'anima deve superare per raggiungere la sua patria divina, tra cui la generazione *propria* e i piaceri della cultura inferiore, la *κακομουνία*. Epicuro invitava i suoi seguaci a tapparsi gli orecchi e fuggire a piene vele gli incontri delle s. della poesia e cioè gli studi cari alla scuola rivale (cf. testi citati da Zwicker, Courcelle, Marrou, Alfonsi).

II. NELLA LETTERATURA CRISTIANA

Data la notorietà del mito delle s., gli scrittori cristiani di tutti i secoli, ma soprattutto dell'antichità, seppero abilmente sfruttarlo per trarne immediati insegnamenti morali. Da notare subito che l'albero della nave, cui fu legato Ulisse, è presentato come il simbolo della Croce di Cristo. Nella letteratura cristiana, come in tutte le letterature moderne europee, le s. simboleggiano comunemente la voluttà, l'invito ai piaceri sensuali, che traggono in perdizione l'anima, spesso quindi la parola s. è sinonimo di meretrice o comunque di donna che lusinga ed alletta. Tra i molti testi che si potrebbero allegare al riguardo, si vedano, p. es., la versione latina di

Isaias (13, 22; l'originale ha sciacalli); il *Physiologus* (ed F. J. Carmody, Parigi 1939, pp. 75-76); s. Ambrogio (*Explanatio in psalmum*, XLIII, 73; PL 14, 1179; *Expositio in Ev. sec. Lucam*, IV, 2; PL 15, 1612; *De fide*, III, 1; PL 16, 614, con riferimento al testo lat. di Isaia); s. Girolamo (*Adversus Jovinianum*, I, 4; PL 23, 225; cf. pure *Commentarium in Isaiam*, VI, 14; PL 24, 216, e altri passi di s. Girolamo in Courcelle, *cit. in bibli.*, p. 90, n. 2); Sinesio, vescovo di Tolemaide (*Epist.*, 145; PG 66, 1542); s. Massimo di Torino (tutta l'homil. 49 è dedicata all'episodio di Ulisse: PL 57, 339-342); Sidonio Apollinare (*Epist.*, lib. IX, ep. 6; PL 58, 620); s. Isidoro Pelusiota (*Epist.*, lib. V, ep. 185; PG 78, 1435); s. Isidoro di Siviglia (*Etym.*, XI, 3, 30; PL 82, 423, cf. ibid. 83, 1310); Onorio d'Autun, *Speculum Ecclesiae*: PL 172, 855-57 (s. simbolo dell'avarizia, il tanta e lussuria); Alano di Lille (*De planctu naturae*: PL 210, 461-462); Dante (*Purg.*, XIX, 7-33). Altri autori assegnarono alle s. peculiari significati allegorici. Lo pseudo Giustino (*Chorotatio ad gentiles*, 36, ed. J. C. Th. Otto, II, Iena 1879, p. 116) paragona alle ammalianti s. la facondia dei filosofi contro cui, chi vuole salvarsi, conviene si turi gli orecchi. S. Ippolito (*Philosophumena*, VII, 13; PG 16, 3294-95) invita i fedeli a premunirsi contro le dottrine eretici per non lasciarvisi sedurre come dal canto delle s.; chi poi desidera conoscere tali dottrine, si faccia attaccare all'albero della Croce di Cristo. S. Agostino (*De beata vita*, I, 1-4; PL 32, 559-61) attesta che la retorica è stata per lui la s. che per poco non gli fece mancare di giungere al porto della salvezza, cioè alla filosofia e quindi alla Fede; lo stesso accenna anche alle s. della superstizione (*De moribus ecclesiae cath.*, 34; PL 32, 1342). S. Paolino di Nola (*Epist.*, XVI, 7; ed. G. Hartel, CSEL, 29, p. 121) a sua volta raccomanda a Giovio di fuggire la letteratura profana come si evitano i «carmina blandimentorum» delle s. e per evitare il naufragio deve non solo otturare gli orecchi ma chiudere anche gli occhi. Clemente Alessandrino, mentre nel *Protrepticum* (12: ed. C. Mondesert - A. Plassart, Parigi 1949, pp. 187-88) fa delle s. il simbolo del temibile ostacolo della consuetudine e accenna all'isola del male dove canta una fresca cortigiana, negli *Stromata* (II, 2; PG 8, 941) dice che la parola di Dio nella S. Scrittura è attraente al pari del canto delle s. Procopio di Gaza (*Comment. in Genesim*: PG 87, 509-10) paragona alle s. i predicatori che con facondia annunziano le verità della religione e lodano Dio. Infine Celso dice che i cristiani sono chiamati da alcuni s. saltatrici e falsiloque, ma Origene non sa rendersi conto di questa accusa (*Contra Celsum*, V, 64; PG 11, 1285).

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*SIRENE - S. che sorreggono il sarcofago di Pietro Riario, opera di A. Bregno, Mino da Fiesole e G. Dalmata - Roma, chiesa dei SS. Apostoli.*

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(fot. Alinari)

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(da R. de Laysterie, *Miniature inédites de l'Artus dechiraum*, in *Gastette arcologigue*, 1855)

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III. Iconografia

Omero non ne descrive la figura che viene poi fissata dai lessicografi e scolastici nonché da antichissimi monumenti, tra i quali va ricordato il vaso antico del sec. VI del Louvre che reca l'iscrizione Σύγγαμμ (cf. Corpus vasorum antiquorum, Louvre, 111, Hd, tav. 12, 1 [Parigi 1923]). Si hanno quattro tipi ben distinti di s. Primo tipo: uccello con testa di donna. Secondo tipo: figura muliebre fino alla cintola, talvolta alata, con gambe e piedi d'uccello, nuda o rivestita di clamide succinta, con gli strumenti musicali (doppia tibia e cetta con il plectrum) e in alcuni casi con il volume. Questi due tipi si trovano in monumenti orientali, egiziani, greci e romani: vasi, statuette, stele ecc. La scena di Ulisse e delle s., riprodotta sulla fronte di un gruppo di 11 coperchi di sarcofagi romani, pagani (sec. III-IV d. C.), va interpretata nel senso neoplatonico sopra accennato e non già in senso cristiano, come stimò a torto il Wilpert (Sarcofagi, I, pp. 14-16; III, pp. 5-7, tav. 24-25, 272, 1). I due sopradetti tipi di s. continuarono ad essere adoperati a scopo ornamentale nell'arte bizantina, copta, musulmana, romanica e rinascimentale. Nell'epoca romanica le s. servirono soprattutto per ornare capitelli (cf. elenco di monumenti in Jalabert, pp. 450-57); nel Rinascimento figurano quale sostegno di sarcofagi. Terzo tipo: figure muliebre complete sedute su una roccia, rivestite di chi-tone e manto, con lira, siringa e doppia tibia, tipo che si riscontra sulle urne etrusche (cf. E. Bruna, I rilievi delle urne etrusche, I, Roma 1870, pp. 121-23, tav. 90-94). Quarto tipo: figura muliebre che dalla cintola in giù si trasforma in pesce con due code rivolte in su. Questo ultimo tipo, già segnalato nel Monstrorum liber de diversis generibus (cap. 8) del sec. VI-VII e nei Bestiari del sec. XII (cf. Jalabert, pp. 434, 436), si ispira ai tritoni o alle nereidi ed è andato di moda dal sec. XII in poi: è stato adoperato frequentemente dagli scultori romanici per motivi ornamentali specie nei capitelli (es. in Jalabert, pp. 458-68) e dagli alluminatori di libri liturgici negli intrecci delle lettere iniziali o nei fregi marginali (cf. gli esempi segnalati nei catologhi di V. Leroquais [v.], s. V. sirènes nei rispettivi indici). La s. donna-pesce è stata anche adoperata come figura chimerica negli stemmi. - Vedi tav. XLVI.
BIBL.: M. Weicker, Der Seelenvogel in der alten Literatur und Kunst, Lipsia 1902; Ch. Michel, Sirènes, in Ch. Daremberg-E. Saglio, Dictionn. des antig. grecques et rom., IV, II (fasc. IV, Parigi 1910), pp. 1353-55; Zwicker, Sirenen, in Pauly-Wissowa, III A 1 (1927), pp. 288-308; D. Jalabert, De l'art orient. ant. à l'art romain, rec. sur la flore et la faune romanes, II. Les sirènes, in Bull. monumenta, 95 (1936), pp. 433-71; H.-L. Marrou, MYCICOS ANHP, Étude sur les scènes de la vie intellect. figurant sur les monts. funèr. rom., Grenoble 1938, pp. 172-77, 252-53; P. Courcelle, Quelques symboles funèr. du neo-platonisme latin. Le vol de Dédale-Ulysse et les sirènes, in Rev. des études anciennes, 66 (1944), pp. 73-93; L. Alfonsi, Traces du jeune Aristote dans la Cohortatio ad gentiles, faussement attribuée à Faustin, in Vigiliae christ., 2 (1948), pp. 86-88; H.-J. Marrou, Sirènes, in DACL, XV, 1 (1950), coll. 1494-97.