VESCOVO

VESCOVO. - È il successore degli Apostoli nel governo ordinario delle singole Chiese (v. DIOCESI) sotto l'autorità del Romano Pontefice (CIC, can. 329 § 1).

Vescovo (ἐπίσκοπος, da ἐπί-σκοπέω = guardare sopra, vigilare) equivale a ispettore, sovraintendente, guardiano, osservatore, ed in tal senso è usato nel linguaggio comune; nel sec. I e II a. C. erano detti V. i pubblici ufficiali dell'isola di Rodi (cf. F. Prat, Evêques, in D'ThC, V, coll. 1658-59). Nella traduzione dei Settanta si indicano con tal nome i governatori (Inde. 9, 28), i prefetti (II Esdr. 11, 9) i magistrati (Is. 60, 17), gli ambasciatori regni (I Mach. 1, 46), lo stesso Dio (Iob 20, 20; Sap. 1, 6). Nel Nuovo Testamento la parola ἐπίσκοπος è usata solamente cinque volte, di cui quattro per indicare i superiori della comunità cristiana (Act. 20, 28; Phil. 1, 1; 1 Tim. 3, 4; Tit. 1, 7). Una per significare Gesù Cristo (I Pt. 2, 25: «episcopus animarum nostrarum»). Nella letteratura patristica divieto di uso comune dall'inizio del sec. II, per indicare il capo delle singole comunità cristiane.

I. ORIGINE DIVINA DELL'EPISCOPATO MONARCHICO

È storicamente accertato che dall'inizio del sec. II in poi ovunque vige l'episcopato monarchico, come una norma costituzionale fondata sulla volontà di Dio (iure divino).

1) Episcopato monarchico. - S. Ignazio di Antiochia (m. nel 107) attesta che tutte le Chiese, a cui scrisse le sue lettere, erano dotate di un solo v., come capo riconosciuto e venerato, di cui ricorda anche il nome: Onesimo nella Chiesa di Efeso (Eph. 1, 2), Damas nella Chiesa di Magnesia (Magn. 2, 1), Polibio nella chiesa di Tralle (Trall. 1, 1), Policarpo nella Chiesa di Smirne (Ad Polyc., prologo); il V. di Filadelfia è ricordato (Philadel. 11, «quem episcopum cognovi»), tacendone però il nome; Ignazio stesso si presenta come l'unico vescovo di Antiochia (Rom. 2, 2; 9, 1), anzi ritiene che in ogni parte del mondo, ovunque è stata fondata una Chiesa via via un V. (Eph. 3, 2; V. ORDINE E ORDINAZIONE). Verso la metà del sec. II furono redatti cataloghi di v., che indicano la successione per ogni Chiesa di un unico capo. Secondo la testimonianza di Egesippo, riportata da Eusebio (Hist. eccl., IV, 22, 1-3; PG 20, 378-79) erano monarchiche le Chiese di Corinto, di Roma e tutte le altre di cui, in modo generico, ricorda la successione dei V. («in singulis autem episcoporum successionibus et per singulas urbes eadem manent», ibid.). Nello stesso tempo s. Ireneo redasse il catalogo dei V. di Roma (Adv. haeres., III, 3, 3; PG 7, 849 sgg.); è attesta la successione monarchica dei V. della Chiesa di Smirne (ibid., III, 3, 4; PG 7, 851) e di tutte le altre Chiese del mondo (ibid., III, 3, 1; PG 7, 848). Poco dopo, dalla nota controversia sulla celebrazione della Pasqua, emergono chiare testimonianze della costituzione monarchica di tutte le Chiese che parteciparono al dibattito (Eusebio, Hist. eccl., V, 23; PG 20, 491-94): Cesarea di Palestina (Teofilo), Gerusalemme (Narciso), Ponto (Palma), Lione (Ireneo), Corinto (Bacchillo), Roma (Vittore). Nella lettera a papa Vittore, Policrate, V. Efeso, ricorda vari V. dell'Asia Minore (ognuno preposto a una Chiesa): Trasea di Eumenia, Policarpo di Smirne, Sagari di Laodicea, Melitone di Sardi e aggiunge che un «ingenus numerus episcoporum», tra quelli viventi al suo tempo, stava per l'uso quartodecimano della celebrazione della Pasqua (Eusebio, Hist. eccl., V, 24; PG 20, 485-86).

Che l'episcopato sia per norma inderogabile monarchico è universale persuasione, che affiora dai documenti. S. Ignazio scrivendo ai Romani (cap. 9) afferma che la Chiesa antiochena è senza pastore; ciò non avrebbe asserito se avesse ritenuto che si fosse potuto governare una Chiesa in forma collegiale dai presbiteri. Lo stesso santo martire esorta i fedeli ad usare di una unica Eucaristia, non solo per la ragione che una è la Carne di Gesù e uno è il suo Sangue, ma anche perché uno solo è il V. per ogni Chiesa (Philadelph., 4, 1). La stessa persuasione appare in testimonianze esplicite di s. Ireneo (Adv. Haeres., III, 14, 2; PL 7, 914), di S. Cornelio Papa (Ep., 49, 2; Eusebio, Hist. eccl., VI, 43, 11; PG 20, 617: ergo il Evangelii vindex ignorabat unum episcopum esse

Article illustration

(da Le miniature del Sacramentario d'Ivrea e di altri codici varmondiani, a cura di L. Magnani, Città del Vaticano 1931, tav. 1) Vescovo - Consacrazione del V. II V. consacrate benedice in nuovo eletto che s'inchina, assistito da altro V. imposizione delle mani. Miniatura del Sacramentario di Varmondo, f. 8 (667-1015). Ivrea, Biblioteca capitolare.

Dei suoi scritti, alcuni restano inediti; la maggior parte fu pubblicata anonima per cura dei suoi amici protettori. V. non è un pensatore originale: attinge, senza indicare le fonti, agli autori anteriori (p. es., Ruusbroec, Herp, Eckehart, Tauler; resta da fare un'indagine metodica). Tutti i suoi scritti però sono imbevuti di spirito personale. La sua dottrina ha un fondo speculativo che lascia la prospettiva aperta sull'ascesa mistica. Ma lo sviluppo e la trama generale delle sue opere sono di tipo affettivo e trattato il tema inesauribile dell'amore ardente del Cristo sofferente e di Dio abitante nel cuore. Lo stile di V. è ricco e vario; la sua immaginativa si dispiega in un lirismo incessante.

Bibl.: Pr. Verheyden, Inleiding tot Passietoeneelen, Anversa 1924; id., in Handelingen V. d. Mechelscheen Kring, Malines 1925-27; Prosper Verheyden gehu digd 23 october 1943 (miscellanea), Anversa 1943; A. Ampe - A. Deblare, in Ons Geestliche Erp. 1945, pp. 211-26. Alberto Ampe