VIVES, JUAN LUÍS. - Apologeta, filosofo e pedagogista, n. a Valenza il 6 marzo 1492, m. a Bruges il 6 maggio 1540.
All'Università di Parigi, stanco presto dei vecchi metodi d'insegnamento, si aprì all'umanesimo erasmiano. Nel 1516 fu a Lovaino come precettore del giovane card. Guglielmo de Croy e vi strinse amicizia con i più distinti professori, particolarmente con Adriano Florenzis (il futuro Adriano VI). Morto nel 1521 il cardinale, si recò a Bruges. Chiamato poi da Enrico VIII e Caterina d'Aragona alla corte inglese, come precettore della principessa Maria, per l'intervento del card. Wolsey e l'amicizia di s. Tommaso Moro (v.) ebbe una cattedra all'Università di Oxford. Pronunziatori contro il divorzio di Enrico VIII, dovette lasciare l'Inghilterra (1528) e rifugiarli di nuovo a Bruges, che amò come una seconda patria.
Scrittore particolarmente fecondo, condivise con Erasmo e Budé il titolo di «triumvirio della repubblica letteraria» del secc. XVI. Esordì con un opuscolo contro il metodo scolastico in voga al suo tempo: In Pseudodiacleticos (Lovanio 1520) e portò a fondo la sua critica nell'ampio trattato De disciplinis (Bruges 1531): nella prima parte determina le cause della decadenza degli studi, invenendo contro la filosofia e la teologia scolastica (combattuto da Melchior Cano, De locis theologicis, I, X, cap. 9), mentre nella seconda abbozza un programma per il rinnovamento della cultura, ponendo alla base delle indagini il metodo storico-critico. Con quest'opera e i due precedenti trattati De ratione studi puerilis (Parigi 1523) e De institutione feminae christianae ad Cathe-riam Angliae reginam pro institutione filiae suae Mariae (Bruges 1523), il V. MODERNISMO, della quale oggi è ritenuto uno dei principali pionieri. Per questa sua sensibilità di educatore toccò problemi psicologici nel De anima et vita (1538), usando, tra i primi, del metodo empirico. Carattere mite e dolorosamente impressionato dalle vicende belliche del suo tempo, divenne uno dei più decisi teoreti del «pacifismo» nelle opere De concordia et discordia (1529) e De pacificatione (1529). In sociologia si affermò con l'operetta De subventione pauperum (Bruges 1526), vero precursore del sistema della assistenza pubblica dei bisognosi. In filosofia occupa un posto speciale con il suo De initiis, sectis et laudibus philosophiae, che costituisce uno dei primi tentativi di storia della filosofia, con la Censura de Aristotelis operibus, con il De prima philosophia, saggio di metafisica cristiana, con tre notevoli operette sulla
Roma, dove Sisto V lo nominò nel 1589 Camerieri segreto partecipante e scrittore delle Lettere apostoliche; ma solo il 14 marzo 1609 divenne sacerdote. Clemente VIII nel 1604 lo nominò Protonotario apostolico e referente diario delle Segnature di grazia e giustizia, Gregorio XV, appena fondata la Congregazione di Propaganda, lo nominò Prelato della medesima Congregazione. Anche il Re di Spagna gli conferì varie onorificenze. Filippo II. lo nominò agente dell'Inquisizione di Spagna a Roma. Il re Alvaro II del Congo dopo la morte del primo ambasciatore Antonio Nigrita (1608) gli affidò l'ambasciata presso la Curia romana.
Dopo la sua ordinazione a suddiacono (1591) V. nel suo domicilio a Piazza del Popolo aprì una scuola per neofiti, trasformandola poi, con l'aiuto di s. Giovanni Leonardi, in una Congregazione religiosa di Chierici Regolari Missionari (1606-10); ma fallì anche questo secondo tentativo. Offrì poi al generale del Teatini Vincenzo Filiberti (1621-27), probabilmente negli anni 1624-26, il Palazzo Ferratini da lui comprato sino dal 13 dic. 1613 con un certo numero di rendite fisse, per erigervi, sotto la direzione dei Teatini, un Collegio per «Chierici secolari oltramontani» che si preparassero ad propagandam fidem catholicam, cioè all'opera missionaria (Arch. Gen. dei Teatini, cass. 47, Propaganda f. 13). Andato a monte anche questo progetto, V. donò lo stesso Palazzo Ferratini con reddite sufficienti per il 12 alunni a Urbano VIII e ai suoi successori, con l'obbligo di erigervi un Collegio per sacerdoti secolari del mondo intero o per chierici negli Ordini sacri, da promuoversi al più tardi dopo un anno al sacerdozio, e prepararsi «pro propaganda in universum mundum» che «tholica Fide» (v. COLLEGI ECCLESIASTICI, XXXI). La Congregazione di Propaganda incaricò il 14 luglio 1626 V. di elaborare il regolamento e gli statuti del Collegio. Urbano VIII accettò il dono e le condizioni contenute nell'atto di donazione di V., e il 1° ag. 1627 con la bolla Immortalis Dei Filius eresse, sotto il patronato dei ss. apostoli Pietro e Paolo, il «Collegium Pontificium», dando gli proprio nome «Urbanianum» per sacerdoti «colari di tutto il mondo».

Vives, Juan Bautista - Busto attribuito a scuola del Bernini. Roma, Palazzo di Propaganda Fide.
logica: De disputatione, De instrumento probabilitatis, De censura veri. Rivelano la sua sentita pietà numerosi opuscoli ascetici: Jesu Christi triumphus (1514), Virginis Dei-parae oratio (1514), In septem psalmos paenitentiales meditationes septem, Commentarius in orationem dominicam, Exercitationes animi in Deum, Introductio in sapientiam, Satellitium animae.
Fine letterato e appassionato cultore dei Padri, preparò l’edizione del De civitate Dei di s. Agostino (Basilea 1522) arricchendola di un commento rimasto classico, nonostante le piccanti puntate contro il clero e gli Ordini religiosi, che gli attirarono una condanna, con la proibizione di ristampa e donce corrigatur; fu tuttavia ripubblicata molte altre volte.
Vasta eco suscitarono pure i suoi Colloquia, più volte stampati in vari paesi, che costituirono per lunghi anni il testo tradizionale per l’insegnamento della conversazione latina nelle scuole. Ma l’opera della maturità, quella che dà la misura dell’ingegno, della cultura e della fede del V. è l’ampio De veritate fidei christianae (edito postumo, dall’amico Francesco Graneveld, Basilea 1543, dedicato a Paolo III), in sei libri in cui si tratta delle verità fondamentali della religione, degli errori dei giudaismo, della falsità dell’islamismo, della trascendenza della dottrina cristiana, soprattutto dal punto di vista etico-sociale. Il V., pur attingendo largamente dai Padri (specialmente da s. Agostino), dagli scolastici (soprattutto da s. Tommaso, che ritiene optimus scholasticorum scriptor de schola omnium sanissimus), da Marsilio Ficino (De religione christiana) e dal Savonarola (Triumphus Crucis), fece opera personale, la più originale e la più importante del ‘500, aprendo le vie all’apologetica moderna e influendo notevolmente su gli autori del sec. XVII.