TOMMASO MORO (THOMAS MORE), santo. N. a Londra il 7 febbr. del 1477 o 1478 da famiglia di onorata condizione, m. ivi il 6 luglio 1535.
Paggio, verso i 13 anni, a servizio del Lord cancelliere arcivescovo Morton, fu da questi inviato al Canterbury College di Oxford (1492) per gli studi umanistici, donde nel 1494 passò allo studio della giurisprudenza ed ebbe un incarico di lettore di legge al Furonal's Inn. T. non lasciò frattanto le lettere, abbinando la meditazione dei Padri della Chiesa alla lettura dei classici; tradusse con William Lily epigrammi dall'Antologia greca. Dall'incontro con Erasmo nel 1499, allorché questi in viaggio ad Oxford sostò a Londra, nacquero stima e reciproco affetto, che non vennero mai meno.
Incontro se farsi religioso, dietro consiglio del Colet, rimase nello stato laicale, pur serbando per la vita certosina sino all'ultimo sincera ammirazione. Eletto membro del Parlamento nel 1504, si oppose all'eccessiva esazione pretesa da Enrico VIII in occasione del matrimonio della figlia col Re di Scozia: la Camera dei Comuni ridusse a circa un quarto la somma richiesta dal Re; ma questi, sdegnato, sotto futili accuse fece arrestare il padre di T., tenendolo nella Torre sinché non ebbe pagato una forte multa. Nel 1505 T. sposò Jane Colt, da cui ebbe quattro figli: Margherita, Elisabetta, Cecilia e Giovanni. Morta Jane, nel 1511, contrasse seconde nozze con Alice Middleton, vedova e più anziana di lui. Nel 1510 fu nominato sottoscriverlo di Londra; nel 1515 fu inviato in Fiandra come ambasciatore per difendere interessi commerciali inglesi; nel 1516 ricevette una pensione a vita di 100 sterline, nell'anno seguente fu nominato ambasciatore a Calais. Il Re lo scelse quindi a membro del consiglio privato e poi a maestro delle richieste (forse nel 1518). Nel 1524 eletto speaker della Camera dei Comuni, nel 1525 ebbe il titolo di cancelliere del ducato di Lancaster. Quando Enrico VIII verso la fine del 1527 chiese a T. il parere sull'annullamento del matrimonio con Caterina d'Aragona, trovò una netta opposizione; però, deciso nel suo proposito, nel 1529 costrinse il Wolsey a lasciare il cancelliere perché non era riuscito a condurre il Papa ai suoi disegni; offrì quindi quest'ufficio a T. nella speranza forse di fargli mutare proposito. T. accettò a malincuore e fu il primo laico ad occupare questa carica (25 ott. 1529); invitato a riconsiderare la questione del riputo di Caterina, mantenne il proprio atteggiamento e si limitò agli stretti doveri di cancelliere. Quando, poi, Enrico, agli inizi del 1531, pretese essere riconosciuto capo supremo della Chiesa d'Inghilterra, la posizione di T. si fece sempre più delicata; egli evitò di pronunziarsi in pubblico ed il 30 marzo 1531, nel riferire al Parlamento le giustificazioni del Re intorno alla propria condotta, non andò oltre al puro compito di portavoce. Il 12 maggio 1532 l'arcivescovo Warham, dietro pressione reale, presentò l'atto di condizionata sottomissione del clero; lo stesso giorno T. si dimise per motivi di salute, ritirando di vivere in famiglia a Chelsea, dove Enrico lo lasciò tranquillo per 18 mesi, deciso però a piegarlo. L'ex cancelliere, compreso fra gli aderenti di Elisabetta Barton, che aveva profetizzato disgrazie ad Enrico se avesse tentato un nuovo matrimonio, fu interrogato il 6 marzo 1534 da una commissione, ma non piegò e tornato a Chelsea si difese, anche per scritto, da tutte le accuse. Il 13 apr. fu chiamato al giuramento dell'atto di successione: si dichiarò disposto a giurare la successione della discendenza della Bolena, e non il resto che implicava riconoscimento del divorzio e riputo dell'autorità papale. Imprigionato nella Torre vi restò fino al 10 luglio 1535.
quando, processato per alto tradimento, fu condannato a morte per decapitazione. Fu beatificato da Leone XIII nel 1886 e canonizzato da Pio XI nel 1935 insieme con il card. Giovanni Fisher (v.).
Fra gli scritti di T. il più noto è il dialogo latino l'Utopia. T., che aveva avuto occasione di prendere a cuore le questioni politico-sociali, che cominciavano ad agitare il mondo del Rinascimento (il generarsi delle nazioni moderne prospettava ad un cattolico attento alla realtà storica la necessità di soluzioni ideali del problema dell'organizzazione della «comunità» terrena), accennando nella sua Vita di Edoardo V e del Duca di York, suppone il dialogo avvenuto in Anversa fra tre personaggi: T. stesso, Pietro Gilles, amico suo e di Erasmo, e un immaginario Raffaele Ildoleo, vecchio navigatore che vi ha la parte principale narrando le cose da lui vedute nei suoi viaggi in terre lontanissime. Il I. I. dell'opera, che è un'opera critica alle consuetudini della politica europea, ispirata a schietto machiavellismo, e all'organizzazione sociale inglese, dove la ricchezza era accentrata nelle mani di un'oligarchia, ha il suo punto centrale nella domanda: di fronte ad una politica senza scrupoli può un filosofo «leggi cattolico» - partecipare alla direzione dello Stato sapendo che i suoi consigli morali non trovano buona accoglienza? La risposta che affiora è che non è bene ritirarsi perché non si può convertire alle proprie concezioni i governanti, ma adattandosi alle circostanze occorre rettificare quanto è possibile, senza compromettere il tutto con una rigida intransigenza. Nel II. I. R. Ildoleo descrive le leggi e le consuetudini di un'isola immaginaria, Utopia, dove s'era fermato per qualche tempo, e dove prosperava una società precristiana ispirata ai dettami della ragione naturale.
Sul fondamento di una comunanza di beni (la società senza proprietà è creata da T. M. per sottolineare le ingiustizie economiche della sua patria e come aspirazione ultrale ad una vita il più possibile fraternamente «comunitaria») l'autore vuole evidentemente mostrare il grado di civiltà raggiungibile con la sola ragione umana; talune istituzioni «utopiane» sarebbero da adottare in Europa, mentre altre no, come egli stesso dichiara alla fine dello scritto, dove spesso una sottile arguzia ed ironia va a finire nella satira. La società utopiana non è che una grande famiglia retta da magistrati che si fanno chiamare e sono padri. Tutta l'attività è regolata dal senato ove si svolgono i dibattiti su ogni questione d'interesse comune; in particolari contingenze si ricorre alla consultazione di tutta la popolazione isolata. Pur esistendo professioni religiose diverse, gran parte della popolazione crede in una divinità eterna ed immensa che chiama padre. Tutti poi sono convinti dell'esistenza di un unico essere supremo creatore dell'universo e provvido, chiamato Mitra. Se uno vuol trarre altri alla sua credenza usa soltanto la persuasione, altrimenti è esiliato o reso schiavo; nessuno è però libero di negare una provvidenza e una rimunerazione dopo la morte. In tal caso è escluso da funzioni pubbliche e può sostenere le proprie opinioni solo a parte con sacerdoti e uomini saggi, perché così forse potrebbe mutare. Appena venuti a conoscenza della fede di Cristo, portata da Raffaele e dai suoi compagni di viaggio, molti utopiani si convertirono, pur sempre rispettando la libertà degli altri. I sacerdoti (uomini e donne) in Utopia, santi e pochi, hanno il compito di consigliare ed ammonire; allontanano però dalle funzioni gli empi, che, se non si mostrano pentiti, vengono deferiti al giudizio del senato.
Sono ammessi il divorzio per adulterio o incompatibilità di carattere e una auto-eutanasia in certi casi di malattia. Nei rapporti internazionali gli utopiani non stipulano trattati perché la natura affretta già a sufficienza; in guerra comprano i nemici perché eliminino il loro principe o spingono i suoi parenti ad usurparne il potere ovvero i confinanti ad occupare le terre - qui il T. ripete, velata dall'ironia, la critica al machiavellismo -; essi però detestano la guerra e sono avarissimi del sangue dei propri cittadini.
Gli altri scritti di T. si possono raggruppare in opere di erudizione umanistica (quali la traduzione di epigrammi dall'Antologia greca e di Dialoghi di Luciano, e la Vita di Pico della Mirandola); di meditazione religiosa, di cui
notevole anche artisticamente il Dialogo del conforto contro la tribolazione, scritto in inglese durante la prigionia nella Torre; di polemica religiosa contro gli eretici, redatti essi pure in inglese per motivi pratici; infine a parte stanno le sue lettere ai famigliari ed amici e l'interessante Apo-logia scritta dopo le dimissioni. T. ha contribuito non poco ai formarsi dell'inglese come lingua letteraria, specialmente per la prosa.
Nella complessa figura di T. M. si concentra l'equilibrio tra ortodossia cattolica ed esigenza di rinnovamento, fra politica e religione, tra umanesimo e rinascimento; la sua cultura raffinatissima è espressione anch'essa dell'armonia costante della sua vita.