«IN PARTIBUS INFIDELIUM». - Fino al 1882 furono chiamati «episcopi i. p. i.» o semplicemente «in partibus» quei vescovi, debitamente nominati e consacrati, ai quali però il papa non dava a reggere un definito gruppo di fedeli, viventi in un determinato territorio (diocesi), ma assegnava, quale titolo episcopale, una di quelle antiche sedi vescovili del vicino Oriente, distrutte per l'invasione ottomana, in cui essi non potevano risiedere. Vescovi perciò con potere d'ordine e non di giurisdizione.
L'origine di una tale denominazione risale alla fine del sec. XIII o al principio del sec. XIV e può considerarsi come definitivamente ammessa nel secolo successivo. Fu, infatti, in seguito alle Crociate ed alla costituzione di un impero latino a Costantinopoli (1204 d. C.), che si eressero, accanto a Chiese di rito orientale, molte sedi ve-

(fot. Bilderchio d. Ö. Nationalbibliotheks)
Più tardi, per il declino dell'Impero turco, il territorio di molte di queste sedi ritornò ad essere abitato in maggioranza da popolazioni cristiane di rito orientale, staccate dalla Chiesa cattolica, ma non infedeli nel senso che si dà alla parola. L'appellativo quindi di sedi «i. p. i.» non era in parecchi casi più appropriato.
Perciò Leone XIII, a mezzo di un decreto della S. Congregazione di Propaganda Fide, in data 3 marzo 1882 (Collectanea Sacrae Congregationis de Propaganda Fide, II, Roma 1907, n. 1565, p. 157), aboliva la formula «episcopi i. p. i.» e stabiliva che fosse sostituita con quella di «vescovi titolari», per
distinguerli dai vescovi residenziali. I vescovi titolari godono, salvo poche eccezioni, dei privilegi e degli onori dei vescovi residenziali (can. 439 § 1).