GREGORIO VII (ILDEBRANDO), PAPA, SANTO

GREGORIO VII (ILDEBRANDO), PAPA, santo. -

I. VITA DI ILDEBRANDO PRIMA DEL SUO PONTIFICATO

La tradizione sulla famiglia, sul luogo e l'anno di nascita di G. non è unanime. G. Marchetti-Longhi cercò sostenere la tesi che fosse nato da una famiglia di alta nobiltà romana, forse degli Ildebrandi-Stefaneschi, fondandosi molto probabilmente sul nome di battesimo di G., Ildebrando. Ma secondo la tradizione primitiva Ildebrando è nato a Soana (Sorano) nella Maremma toscana ca. il 1020, figlio di Bonizone, fabbro, e di «Berta, maggiore suburbana». Per l'istruzione nelle scienze liberali e per la disciplina morale fu dai suoi genitori affidato allo zio, abate di S. Maria in Aventino (del priorato dei Cavalieri di Malta). Della sua prima giovinezza passata a Roma, Ildebrando stesso dà quattro volte notizie precise nelle sue lettere pontifice, secondo le quali fu accolto nel Palazzo Lateranense ed ebbe due celebri precettori, Lorenzo di Amalfi e l'arciprete Giovanni Graziano, poi papa Gregorio VI, con il quale, dopo la deposizione fatta dal re Enrico III di Germania nel Sinodo di Sutri (1046), andò riluttante in esilio presso Colonia, quale suo cappellano. Probabilmente ivi prese l'abito benedettino. La controversia fra gli storici se Ildebrando sia stato monaco o no, è stata decisa positivamente (cf. G. B. Borino, Quando e dove si fece monaco Ildebrando, in Miscellanea G. Mercati, I, Città del Vaticano 1946, pp. 218-62).

Con papa Leone IX tornò a Roma, più malvolentieri ancora. Dallo stesso Pontefice, Ildebrando monaco fu ordinato suddiacono e divenne priore ed economo a S. Paolo fuori le mura. Vi riformò la disciplina monastica e restaurò la Basilica.

Dal papa Leone IX e suoi successori, Vittore II e Stefano IX, Ildebrando fu impiegato in diverse missioni diplomatiche in Francia (p. es., contro Berengario di Tours) e in Germania. Papa Stefano IX lo ordinò diacono e lo costituì arcidiacono di S. Romana Chiesa. Dopo la sua morte prematura, Ildebrando preparò con grande abilità la caduta di Benedetto X, eletto non canonicamente dal partito dei Tuscolani, e l'elezione del papa Niccolò II (1059-61). Dal suo successore, papa Alessandro II (1061-73), suo amico nella riforma, fu creato cardinale e cancelliere di S. Romana Chiesa, dopo la morte del card. Umberto di Silva Candida (1061), divenne, con s. Pier Damiani, la mano destra del Papa nella lotta per la riforma ecclesiastica.

II. L'ELEZIONE DI ILDEBRANDO (22 apr. 1073). - Immediatamente dopo la sepoltura di Alessandro II Ildebrando fu acclamato papa dal popolo nella Basilica Lateranense e poco dopo eletto dai cardinali a S. Pietro in Vincolis e prese il nome di G. Dubbi intorno alla canonicità della elezione si sollevarono molto più tardi, all'inizio della lotta con il re Enrico IV di Germania. Il giovane re sembra avere confermato l'elezione di Ildebrando: fu l'ultima volta che l'Imperatore germanico compiva quell'atto.

III. LA PERSONALITÀ E IL CARATTERE DI G. VII. - Ildebrando-G. aveva compiuti cinquant'anni, quando raggiunse il sommo pontificato. Era di statura straordinariamente piccola, di faccia pallida, ma di incomparabile forza di volontà e spirito. Ciò che concepiva, realizzava. Preferiva immagini e similitudini prese dal linguaggio bellico. S. Pier Damiani talvolta lo paragonò al vento aquilonare, tal'altra lo chiamò «santo Satana». Apologeti ferventi e furenti avversari contemporanei non danno un giudizio equanime del suo carattere e della sua grande anima che risplende dalle lettere scritte di proprio pugno, agli amici fedeli quali la contessa Matilde di Toscana, Ugo abate di Cluny, Ermanno vescovo di Metz. La particolarità predominante del suo atteggiamento spirituale era una fede ardente illuminata da una mistica pietà verso la persona di Gesù. La giustizia era il leitmotiv del suo pensare e agire.

IV. IL SUO PROGRAMMA DI RIFORMA

Ildebrando-G., che già da più di venti anni prima del suo pontificato aveva lavorato per la riforma della Chiesa, cominciò sin dal primo anno del suo pontificato ad attuare con tutti gli sforzi il suo programma di riforma. Conscio della pienezza di potestà del successore di Pietro si accinse a sradicare i vizi più radicati nel clero: la simonia e la clerogamia. Per quest'opera riformatrice desiderava l'accordo tra la potestà spirituale e secolare, tra il sacerdozio e l'Impero. Nel Sinodo quaresimale del 1074 emise decreti contro la simonia e il nicolaismo, e insieme incoraggiò il popolo a non assistere più alle funzioni liturgiche dei preti ammogliati. L'opposizione dei vescovi e dei chierici in Germania, Italia, Francia e Inghilterra, fu grande ma G. continuò l'opera con crescente fervore ed energia. Nel Sinodo del 1075 oltre alla rinnovazione dei decreti precedenti ne emise un altro contro l'investitura laicale dei vescovi e abati, e chiese la libertà nella loro elezione canonica, senza l'intervento del re o della potestà civile. Contro questo decreto sorse l'unanime resistenza dei signori feudali, specialmente dalla parte del re di Germania. Perciò la rottura fra Papato ed Impero fu inevitabile. Dello stesso tempo è il cosiddetto Dictatus Papae, 27 brevi sentenze dettate da G. VII e inserite nel suo registro originale [fra l'ep. 55 e 56 del l. II]. Tra le diverse ipotesi del suo carattere forse la più probabile è quella di G. Borino, secondo cui il Dictatus Papae sarebbe l'indice di una collezione canonica. Nel suo contenuto il Dictatus Papae rappresenta l'espressione del primato del Romano Pontefice istituito da Gesù Cristo e trasferito a s. Pietro. Da lui proviene la posizione del primato della Chiesa di Roma e del suo vescovo con titoli d'onore, privilegi e diritti reali. Ne deriva la sua somma potestà nella legislazione, amministrazione e giurisdizione sulla Chiesa universale e sulle singole chiese. Al Dictatus Papae è anche annesso il concetto di G. VII, sulle relazioni fra la Chiesa e lo Stato: concezione molto discussa e che può principalmente rilevarsi dalle sue lettere ad Ermanno, vescovo di Metz (1076-81). A fondamento del suo concetto sta la illimitata potestà di legare e sciogliere data da Gesù Cristo a s. Pietro, e l'evidente superiorità della potestà sacerdotale sul potere regale. La potestà apostolica e regale sono destinate da Dio a dirigere il mondo e la concordia di ambedue le potenze era la meta, che per la salvezza della cristianità G. VII si prefiggeva nel suo agire. Egli considerava opera del diavolo non lo Stato in sé, ma il cattivo governo dei tiranni e nemici della Chiesa nella civitas terrena, nel senso di s. Agostino.

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V. LA LOTTA TRA IL SACERDOZIO E L'IMPERO SOTTO G. VII E IL RE ENRICO IV. - Questa lotta ingente e tragica tra le due potenze può essere ripartita in tre periodi.
(da A. Silvagni, Monumenta epigraphica, Città del Vaticano III) (nr. 29, 6) GREGORIO VII, PAPA (1073-85) - Bolla con notizia dei fondi della basilica dei SS. Giovanni e Paolo - Roma.
1. Il periodo di preparazione (1073-75). Dalle prime lettere pontifice di G. VII risalta la sua benevolenza verso il re Enrico IV. Ma questi, giovane di alto ingegno ma di debole carattere, si rese presto esoso con la sua azione religiosa e politica ai legati papali che G. nel 1074 mandò alla sua corte per riconciliare con il re i Sassoni ribelli, comporre le cose ecclesiastiche e promulgare i decreti di riforma: il re riconciliato promise il suo aiuto.

2. Il periodo di transizione (1075-80)

Ma di fatto Enrico IV, malgrado il decreto contro le investiture, continuava ad istituire i vescovi della Germania e anche d'Italia, e specialmente di Milano e licenziò insoddisfatti i legati pontifici che G. mandò a lui sulla fine del 1075. Poco dopo il 24 genn. 1076 Enrico IV nel Sinodo di Worms dichiarò deposto il Papa. La risposta di G. a tale deposizione fu il Sinodo romano del 1076, nel quale solennemente scomunicò il re e sciolse i suoi sudditi dal giuramento di fedeltà. Gli effetti della scomunica si prospettavano disastrosi per Enrico IV. I Sassoni si ribellarono nuovamente, molti vescovi che erano stati costretti a firmare la deposizione di G. si risottomisero al Papa, e i principi della Germania gli minacciarono la deposizione se non avesse ottenuta l'assoluzione entro un anno. Per ottenere la riconciliazione, Enrico IV scese in Italia nell'inverno del 1076-77 e trovò G. in viaggio verso la Germania, per recarsi al comizio di Augusta, nel castello di Canossa presso la contessa Matilde di Toscana. Enrico IV in abito di penitenza implorò per tre giorni l'assoluzione dalla scomunica. G. cedette alle preghiere e lo assolse. Il drammatico avvenimento di Canossa è variamente giudicato dagli storici. Ma oggi la maggioranza

conviene nel riconoscere che G. VII in tale circostanza sacrificò lo statista al sacerdote, ed Enrico IV guadagnò di nuovo la sua corona.

3. Il periodo conclusivo della lotta (1080-85). Nel Sinodo romano del 1080 G. VII decise la causa tra Enrico IV e il suo rivale Rodolfo di Svevia in favore di Rodolfo e dichiarò Enrico deposto e scomunicato, perché infedele alle sue promesse. Dopo il Sinodo di Bressanone (1080), nel quale Enrico IV elesse l'arcivescovo di Ravenna Guiberto quale antipapa (si chiamò Clemente III), il re intraprese una spedizione militare contro G. VII. Ma solo nel 1084 Enrico poté conquistare la Città leonina con S. Pietro, dove intronizzò l'antipapa Clemente III e si fece coronare imperatore. Roberto Guiscardo, con l'esercito dei Normanni, liberò G. VII dal Castello di S. Angelo e lo condusse nel Palazzo Lateranense: ma a causa del saccheggio della città compiuto dai Normanni, G. VII andò via con i suoi federati. A Salerno scomunicò di nuovo in un Sinodo del nov. del 1084 Enrico IV e tutti i suoi complici e scrisse una enciclica che fu come il suo testamento, nella quale diede la sintesi della sua opera riformatrice e esprimeva la sua fiducia nell'avvenire della riforma. Il 25 maggio 1085 moriva a Salerno con le note parole sulle labbra: «Ho amato la giustizia e odiato l'iniquità, perciò muoio in esilio». Fu sepolto nella cattedrale di Salerno dove ancora oggi riposa.

VI. LE RELAZIONI DI G. VII CON LE ALTRE NAZIONI D'EUROPA E CON L'ORIENTE. - Benché la sua lotta con Enrico IV, re di Germania, avesse occupato tutto il suo pontificato, ebbe tuttavia relazioni con le altre nazioni d'Europa; così con Guglielmo il Conquistatore di Inghilterra, generalmente amico della riforma; con il re Filippo I Augusto di Francia, nemico della riforma; con la Spagna, con i Regni di Danimarca, Norvegia, Svezia, Irlanda, con la Polonia, Boemia, Ungheria, Croazia e Dalmazia. Gli stava anche molto a cuore l'unione tra l'Occidente e l'Oriente cristiano.

VII. GIUDIZIO SU G. VII. - Benché moltissimi studi siano stati fatti su G. VII, la sua personalità oscilla ancora tra l'ammirazione e l'odio delle opposte fazioni. Nella grandiosa storia dei papi forse nessun altro dei pontefici romani fu così eccellentemente dotato dalla natura e dalla grazia divina per combattere quella battaglia gigantesca ch'egli ingaggiò per affrancare la Chiesa da tanti legami terreni ed impacci politici. La sua grandezza più che umana e la sua fermezza inflessibile preparò ai suoi successori la via alla dominazione non solamente spirituale, ma anche temporale del mondo del medioevo. Papa Paolo V l'iscrisse nel catalogo dei santi pontefici romani come propugnatore acerrimo dei diritti della Chiesa. Festa il 25 maggio. - Vedi tav. LXXXII.

BIBL.: Fonti: Registro di G. VII: PL 148, ed. nuova e critica di E. Caspar, in MGH, Epistolae saec. XIII e revestis pontificum Romanorum selectae, II, 2 voll., Berlino 1920-23; MGH, Libelli de lite saec. XI et XII, 3 voll., ivi 1891-97; Annales Lamperti Hersfeldensis: Chronica Bernoldi Constantienii, Chronicon Hugonis, « Gesta Flaviacensia », I, II con molti documenti contemporanei; Vita Gregorii VII, autore Paolo de Bernried (del 1128): PL 148. - Studi: C. Mirbs, Die Publizistik im Zeitalter Gregori VII., Lipsia 1894; W. M. Peitz, Das Originalregister Gregori VII. (Sitz.-Ber. der Wiener Ak. d. Wiss., 165), Vienna 1911; E. Bernheim, Mittelalterliche Zeitanschauungen, I, Tubinga 1918 e le numerose dissertazioni della sua scuola a Greifswald; E. Caspar, G. VII. in seinen Briefen, in Hist. Zeitschr., 130 (1924), pp. 1-30; A. Fliche, La réforme grégorienne, I, La formation des idées grégoriennes, Parigi-Lovano 1924; id., II, Grégoire VII, ivi 1925; id., L'opposition anti-grégorienne, Lovano 1937; W. Wühr, Studien zu G. VII. Kirchenreform u. Weltpolitik, Monaco 1930; G. Tellenbach, Libertas, Kirche u. Weltordnung

im Zeitalter des Investiturireites, Tubinga 1936; R. Morghen, G. VII., Torino 1945: visione alquanto incompleta e parziale del grande pontefice, come rileva M. Scaduto, Essenza della riforma di G. VII., in Civ. Catt., 96 (1945, III), pp. 176-85, cui il Morghen rispose con Storia medievale e storia della Chiesa. A Proposito di due recensioni, ecc., in Arch. Dep. rom. di storia patria, 69 (1946), pp. 97-116). Cf. anche G. B. Picotti, Ancora una parola su certe questioni gregoriane, ibid., pp. 117-26 cui segue una nuova replica del Morghen, pp. 126-30. Studi gregoriani (raccolta di studi, in occasione del IX centenario del primo esilio di Ildebrando, a cura di G. B. Borino), 3 voll., Roma 1947-48; H.-X. Arquilliere, La signification théologique du pontificat de Grégoire VII., in Revue de l'Université d'Ottawa, 20 (1950), pp. 140-61. Lucchesio Spalding

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“GREGORIO VII (ILDEBRANDO), PAPA, SANTO.” Enciclopedia Cattolica, vol. VI (1951), p. 679. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/gregorio-vii-ildebrando-papa-santo.