GREGORIO VII (ILDEBRANDO), PAPA, santo. -
I. VITA DI ILDEBRANDO PRIMA DEL SUO PONTIFICATO
La tradizione sulla famiglia, sul luogo e l'anno di nascita di G. non è unanime. G. Marchetti-Longhi cercò sostenere la tesi che fosse nato da una famiglia di alta nobiltà romana, forse degli Ildebrandi-Stefaneschi, fondandosi molto probabilmente sul nome di battesimo di G., Ildebrando. Ma secondo la tradizione primitiva Ildebrando è nato a Seoana (Sorano) nella Maremma toscana ca. il 1020, figlio di Bonizone, fabbro, e di «Berta, maggiore suburbana». Per l'istruzione nelle scienze liberali e per la disciplina morale fu dai suoi genitori affidato allo zio, abate di S. Maria in Aventino (del priorato dei Cavalieri di Malta). Della sua prima giovinezza passata a Roma, Ildebrando stesso dà quattro volte notizie precise nelle sue lettere pontifice, secondo le quali fu accolto nel Palazzo Lateranense ed ebbe due celebri precettori, Lorenzo di Amalfi e l'arciprete Giovanni Graziano, poi papa Gregorio VI, con il quale, dopo la deposizione fatta dal re Enrico III di Germania nel Sinodo di Sutri (1046), andò riluttante in esilio presso Colonia, quale suo cappellano. Probabilmente ivi prese l'abito benedettino. La controversia fra gli storici se Ildebrando sia stato monaco o no, è stata decisa positivamente (cf. G. B. Borino, Quando e dove si fece monaco Ildebrando, in Miscellanea G. Mercati, I, Città del Vaticano 1946, pp. 218-62).Con papa Leone IX tornò a Roma, più malvolentieri ancora. Dallo stesso Pontefice, Ildebrando monaco fu ordinato suddiacono e divenne priore ed economo a S. Paolo fuori le mura. Vi riformò la disciplina monastica e restaurò la Basilica.
Dal papa Leone IX e suoi successori, Vittore II e Stefano IX, Ildebrando fu impiegato in diverse missioni diplomatiche in Francia (p. es., contro Berengario di Tours) e in Germania. Papa Stefano IX lo ordinò diaconò e lo costituì arcidiacono di S. Romana Chiesa. Dopo la sua morte prematura, Ildebrando preparò con grande abilità la caduta di Benedetto X, eletto non canonicamente dal partito dei Tusculani, e l'elezione del papa Niccolò II (1059-61). Dal suo successore, papa Alessandro II (1061-73), suo amico nella riforma, fu creato cardinale e cancelliere di S. Romana Chiesa, dopo la morte del card. Umberto di Silva Candida (1061), divenne, con s. Pier Damiani, la mano destra del Papa nella lotta per la riforma ecclesiastica.

V fu ricondotto a Roma da Ottone III con l'appoggio di forze militari. Nella lite ecclesiastica di Reims, G. V intervenne con successo per i diritti d'Arnulfo, ma dopo diede a Gerberto (più tardi papa Silvestro II) l'arcivescovado di
II. L'ELEZIONE DI L'EDEBRANDO (22 apr. 1073). — Immediatamente dopo la sepoltura di Alessandro II, l'edebrando fu acclamato papa dal popolo nella Basilica Lateranense e poco dopo eletto dai cardinali a S. Pietro in Vincolis e prese il nome di G. Dubbì intorno alla canonicità della elezione si sollevarono molto più tardi, all'inizio della lotta con il re Enrico IV di Germania. Il giovane re sembra avere confermato l'elezione di l'edebrando: fu l'ultima volta che l'Imperatore germanico compiva quell'atto.
III. LA PERSONALITÀ E IL CARATTERE DI G. VII. — L'edebrando-G. aveva compiuti cinquant'anni, quando raggiunse il sommo pontificato. Era di statura straordinaria, mentre piccola, di faccia pallida, ma di incomparabile forza di volontà e spirito. Ciò che concepiva, realizzava. Preferiva immagini e similitudini prese dal linguaggio bellico. S. Pier Damiani talvolta lo paragonò al vento aquilonare, tal'altra lo chiamò «santo Satana». Apostolò i ferventi e furenti avversari contemporanei non danno un giudizio equanime del suo carattere e della sua grande anima che risplende dalle lettere scritte di proprio pugno, agli amici fedeli quali la contessa Matilde di Toscana, Ugo abate di Cluny, Ermanno vescovo di Metz. La particolarità predominante del suo atteggiamento spirituale era una fede ardente illuminata da una mistica pietà verso la persona di Gesù. La giustizia era il leitmotiv del suo pensare e agire.
IV. IL SUO PROGRAMMA DI RIFORMA
L'edebrando-G., che già da più di venti anni prima del suo pontificato aveva lavorato per la riforma della Chiesa, cominciò sin dal primo anno del suo pontificato ad attuare con tutti gli sforzi il suo programma di riforma. Conosci della pienezza di potestà del successo di Pietro si accinse a sradicare i vizi più radicati nel clero: la simonia e la celebrazione. Per quest'opera riformatrice desiderava l'accordo tra la potestà spirituale e secolare, tra il sacerdozio e l'Impero. Nel Sinodo quaresimale del 1074 emise decreti contro la simonia e il nicoliasmo, e insieme incoraggiò il popolo a non assistere più alle funzioni liturgiche dei preti ammogliati. L'opposizione dei vescovi e dei chierici in Germania, Italia, Francia e Inghilterra, fu grande ma G. continuò l'opera con crescente fervore ed energia. Nel Sinodo del 1075 oltre alla rinnovazione dei decreti precedenti ne emise un altro contro l'investitura laicale dei vescovi e abati, e chiese la libertà nella loro elezione canonica, senza l'intervento del re o della potestà civile. Contro questo decreto sorse l'unanime resistenza dei signori feudali, specialmente dalla parte del re di Germania. Perciò la rottura fra Papato ed Impero fu inevitabile. Dello stesso tempo è il cosiddetto Dictatus Papae, 27 brevi sentenze dettate da G. VII e inserite nel suo registro originale [fra l'ep. 55 e 56 del 1. II]. Tra le diverse ipotesi del suo carattere forse la più probabile è quella di G. Borino, secondo cui il Dictatus Papae sarebbe l'indice di una collezione canonica. Nel suo contenuto il Dictatus Papae rappresenta l'espressione del primato del Romano Pontefice istituito da Gesù Cristo e trasferito a s. Pietro. Da lui proviene la posizione del primato della Chiesa di Roma e del suo vescovo con titoli d'onore, privilegi e diritti reali. Ne deriva la sua somma potestà nella legislazione, amministrazione e giurisdizione sulla Chiesa universale e sulle singole chiese. Al Dictatus Papae è anche annesso il concetto di G. VII, sulle relazioni fra la Chiesa e lo Stato: concezione molto discussa e che può principalmente rilevarsi dalle sue lettere ad Ermanno, vescovo di Metz (1076-81). A fondamento del suo concetto sta la illimitata potestà di legare e sciogliere data da Gesù Cristo a s. Pietro, e l'evidente superiorità della potestà sacerdotale sul potere regale. La potestà apostolica e regale sono destinate da Dio a dirigere il mondo e la concordia di ambedue le potenze era la meta, che per la salvezza della cristianità G. VII si prefiggeva nel suo agire. Egli considerava opera del diavolo non lo Stato in sé, ma il cattivo governo dei tiranni e nemici della Chiesa nella civitas terrena, nel senso di s. Agostino.
(da A. dilcunod, Mounuendo cplerephara, Ciltà del Vailpana III. (ar. 38, 6) Gregorio VII, papa (1073-84) - Bolla con notizia dei fondi della basilica dei SS. Giovanni e Paolo - Roma.
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**GREGORIVS EPIS. SER. VS. SER. V.**
**DI: DILECTISSIMIS INXPOFILIS DEDICATI**
**RITOHARIBPROT. ST. SOC. IOHISET PAVLI.**
**EPVOS INEO. DET. IMP. CREDIS PECVLATI.**
**ONIS. INIPELIMVS. CURA. ETIAR. ARDOREXPIAN.**
**RELIGIONISETSVIDIO DIVINICVLVS. POMOEM.**
**PRO. ENERABILIOR. PIOR. Q. LO CO. R. P. Q. G.**
**STABILITATE. ATQ. D. O. SER. VENTIVS. ESCRIVITE.**
**J. HOC. P. ENIEN. EPILO. LABORE. ETAN. M. X. P.**
**CO. A. E. I. Q. SE. ILL. D. I. B. V. S. V. E. T. E. S.**
**RE. D. E. C. R. E. V. R. V. P. S. E. R. E. N. E. P. T. R. B. A.**
**N. C. N. I. N. I. A. N. A. E. F. I. N. V. S. F. I. R. A. Q.**
**AX. P. I. A. N. I. S. I. D. I. L. A. D. E. C. S. T. A. S. I. N.**
**Q. A. I. G. I. D. L. E. C. T. O. Q. R. E. L. I. G. I. S. T. V. R.**
**E. T. I. T. N. O. B. S. Q. A. I. N. V. H. O. S. F. I. N. D. O. S.**
**P. N. I. N. E. G. R. S. I. T. O. S. E. R. I. T. B. E. L. I. R. I. N.**
**M. L. X. I. A. C. I. N. I. S. L. C. I. S.**
**Q. A. S. I. N. I. S. L. C. I. S.**
**Q. A. S. I. N. E. G. R. S. I. T. O. S. E. R. I. T. B. E. L. I. R. I. N.**
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**Q. A. S. I. N. E. G. R. S. I. T. O. S. E. R. I. T. B. E. L. I. R. I. N.**
**M. L. X. I. A. C. I. N
convenie nel riconoscere che G. VII in tale circostanza sacrificò lo statista al sacerdote, ed Enrico IV guadagnò di nuovo la sua corona.
3. Il periodo conclusivo della lotta (1808-85). Nel Sinodo romano del 1808 G. VII decise la causa tra Enrico IV e il suo rivale Rodolfo di Svevia in favore di Rodolfo e dichiarò Enrico deposto e scomunicato, perché infedele alle sue promesse. Dopo il Sinodo di Bressanone (1808), nel quale Enrico IV elesse l’arcivescovo di Ravenna Guiberto quale antipapa (si chiamò Clemente III), il re intraprese una spedizione militare contro G. VII. Ma solo nel 1804 Enrico poté conquistare la Città leonina con S. Pietro, dove intronizzò l’antipapa Clemente III e si fece coronare imperatore. Roberto Guiscardo, con l’esercito dei Normanni, liberò G. VII dal Castello di S. Angelo e lo condusse nel Palazzo Lateranense: ma a causa del saccheggio della città compiuto dai Normanni, G. VII andò via con i suoi federati. A Salerno scomunicò di nuovo in un Sinodo del nov. del 1804 Enrico IV e tutti i suoi complici e scrisse una enciclica che fu come il suo testamento, nella quale diede la sintesi della sua opera riformatrice e esprimeva la sua fiducia nell’avvenire della riforma. Il 25 maggio 1805 moriva a Salerno con le note parole sulle labbra: «Ho amato la giustizia e odiato l’iniquità, perciò muoio in esilio». Fu sepolto nella cattedrale di Salerno dove ancora oggi riposa.
VI. LE RELAZIONI DI G. VII CON LE ALTRE NAZIONI D’EUROPA E CON L’ORIENTE. — Benché la sua lotta con Enrico IV, re di Germania, avesse occupato tutto il suo pontificato, ebbe tuttavia relazioni con le altre nazioni d’Europa; così con Guglielmo il Conquistatore di Inghilterra, generalmente amico della riforma; con il re Filippo I Augusto di Francia, nemico della riforma; con la Spagna, con i Regni di Danimarca, Norvegia, Svezia, Irlanda, con la Polonia, Boemia, Ungheria, Croazia e Dalmazia. Gli stava anche molto a cuore l’unione tra l’Occidente e l’Oriente cristiano.
VII. GIUDIZIO SU G. VII. — Benché moltissimi studi siano stati fatti su G. VII, la sua personalità oscilla ancora tra l’ammirazione e l’odio delle opposte fazioni. Nella grandiosa storia dei papi forse nessun altro dei pontefici romani fu così eccellentemente dotato dalla natura e dalla grazia divina per combattere quella battaglia gigantesca ch’egli ingaggiò per affrancare la Chiesa da tanti legami terreni ed impacci politici. La sua grandezza più che umana e la sua fermezza inflessibile preparò ai suoi successori la via alla dominazione non solamente spirituale, ma anche temporale del mondo del medioevo. Papa Paolo V l’iscrisse nel catalogo dei santi pontefici romani come propugnatore acerrimo dei diritti della Chiesa. Festa il 25 maggio. — Vedi tav. LXXXIII.
mai professore. Particolare influsso esercitò su di lui il cistercense Rainerio, che ne spinse la naturale inclinazione alla contemplazione a tal punto, che Innocenzo III ne fece cenno quasi con bisismo (PL 214, 675). Del resto assai poco si sa della sua gioventù; di certo non fu, come venne detto, cavaldolese.
**SOMMARIO:**
I. Legazioni
II. Azione religiosa
III. Politica ecclesiastica
IV. Decretali
V. Inquisizione
VI. Missioni. Vita ecclesiastica
VII. Carattere e importanza.I. LEGAZIONI. - Appena eletto, Innocenzo III creò G. cappellano papale (uditore di Rota), e, successivamente, lo stesso anno, cardinale diacono; inviandolo poi nel 1199 nell'Italia meridionale presso Markwald di Anweiler, margravi di Enrico VI. Dopo che, nel 1206, fu creato cardinale vescovo di Ostia, si recò due volte legato in Germania, nel 1207 e nel 1209.
Anche Onorio III riconobbe i suoi meriti di negoziatore e lo inviò legato, per lo più alle città dell'Italia settentrionale (la più importante legazione fu quella del 1221 per la quale G. iniziò un proprio registro). La infatti le più fiorenti città (come Lucca, Pistoia, Parma, e in modo particolare Milano) venivano minacciando le libertà ecclesiastiche e erano (come Imola e Faenza, Aquileia e Treviso) in lotta tra loro e vi stava facendo il suo ingresso anche l'eresia; mentre in molti conventi il retto spirito era da ripristinare.
Ma al Papa stava a cuore anzitutto l'imminente Crociata, che era stata indetta dall'Imperatore per l'ag. 1221. Federico, che aveva forti riserve da fare, nominò volentieri suo vicario G., senza però dargli tutti i poteri di un nunzio imperiale. G. si accinse cautamente, ma con fermezza, all'opera: promulgò in Lombardia le leggi imperiali ed ecclesiastiche negli statuti comunali. Questa legazione divenne una grande conferma di pace; ma forse G., secondo Federico, aveva fatto troppo per la pace e per Onorio, troppo poco per la Crociata. Questa comunque non ebbe luogo.
II. AZIONE RELIGIOSA. - Fin da questo tempo G. rinunciò alla politica e si dedicò interamente all'azione religiosa. Aiutò i Camaldolesi, la fondazione di Gioacchino da Fiore e i Cistercensi; in modo particolare facilitò la domenica e il suo Ordine, che aveva fatto buona prova nella Francia meridionale contro gli Albigesi. Ma assai più documentate sono le sue premure per il movimento francescano. G. riconobbe nei Mendicanti i messaggeri del rinnovamento religioso, che però correvano nello stesso tempo il pericolo di oltrepassare i confini dell'ortodossia e comprese l'opportunità di guidarli e di dare loro un forte appoggio. Federico li chiamò i "mali angeli" del Papa (Hist. diplom. Frederici, V. BIBLICA., II, V. p. 1059).
L'atteggiamento di G. verso l'Ordine francescano fu tracciato da parecchi, tra cui il Sabatier, di aver falsato dall'interno il carattere del movimento. Oggi, generalmente, anche da parte acattolica, tale atteggiamento viene invece valutato in senso positivo e compreso più profondo, dimenticato nei particolari, e perciò apprezzato. Il Vangelo rientrò da capo e in maniera fondamentale nelle coscienze l'imitatione della vita povera di Gesù fu considerata come sostanza della perfezione; e riprese vigore l'impegno missionario della Chiesa nell'invio di missionari e nella organizzazione della loro attività.
Una parte particolare ebbe G. nel perfezionamento dell'Ordine delle Clarisse (tanto da venire detto il loro fondatore) e del Terz'ordine francescano. Per gli Ordini mendicanti emanò molte lettere commendatrici e decreti, che più tardi nei loro punti principali vennero inclusi nel corpo delle Decretali (Decr., V, 31 c, 16 sg.): concorso loro nuovi privilegi, soprattutto quelli di poter predicare e confessare (Potthast, 8042); rinnovi l'istituzione del noviziato (id., 10959); suggerì a Tommaso di Celano l'idea per la Vita I di s. Francesco, nella quale questi diede particolare rilievo alle relazioni fra G. e s. Francesco; pose la prima pietra della chiesa sepolcrale del Santo in Assisi e spiegò nella bolla Quo elongati (1230; che avrà più tardi una risonanza patrocinata).
I. POLITICA ECCLESIASTICA. - Il pontificato di G. è caratterizzato dalla politica ecclesiastica nei riguardi di Federico II. Mentre questi, con sempre nuovi pretesti, rimandava la Crociata, gli minacciò la scommessa, che annunciò alla cristianità il 10 ott. con un'enciclica (Hist. diplom., cit., III, 24), sciogliendo dal giuramento i crociati, che in parte avevano già intrapreso il viaggio o erano periti di fuggire nell'Italia meridionale. Federico, che non si aspettava che il nuovo Papa adoperasse maggiore energia di Onorio, per dispetto si diresse nel 1228 a Gerusalemme e patteggiò con il Sultano. I prigionieri cristiani vennero posti in libertà, una parte di Gerusalemme e qualche località passarono in mani cristiane, in cambio di sufficienti libertà concesse ai maomettani, anche in territorio cristiano, e Federico cinse la corona di re di Gerusalemme.
Mentre le truppe siciliane irrompevano nella marea papale, G. inviò truppe in Sicilia, ma, dopo alteri successi, firmarono ambedue la pace di Ceprano (28 ag. 1230). In seguito Federico, appoggiato da Piero delle Vigne, creò nella Sicilia, che egli teneva come feudo papale, un nuovo Stato burocratico di tipo assolutista, proclamandosi le Costituzioni di Melfi che erano contrari sotto molti aspetti alle libertà comunali ed ecclesiastiche; egli avrebbe inoltre desiderato tale unità fra Chiesa e Stato, in modo che il Papa scomunicasse tutti coloro, contro i quali l'Imperatore avesse combattuto. Ma tanto non riuscì ad ottenere (Potthast, 9261). Quando poi Federico, contro il preciso volere di G. suo signore feudale sposò il figlio Enzo con l'erede di Torres e Gallura e occupò la Sardegna, G. lo scomunicò di nuovo (1239), pubblicò un atto di accusa di 17 punti (Hist. diplom., V, 286 sg.), che doveva essere proclamato ogni domenica o giorno festivo a suono di campane (Potthast, 10723), e colpì d'interdetto la sede abituale dell'Imperatore. Federico allora oppose alcuni scritti e si appellò ad un concilio. La battaglia raggiunse talora il tono di polemica passionale da una parte e dall'altra: G. rinfacciò all'Imperatore, che aveva paragonato alla bestia apocalittica (Potthast, 10766), la parola dei tre ingannatori. Questi indicava il Papa come eretico o addirittura come antiristito (Hist. diplom., V, 348). Federico cercò di por fine al contrasto con le armi e la sorte non gli fu malevola. Il Papa da parte sua trovò in Gregorio da Montelongo, suo legato in Lombardia, un abile patrocinatore degli interessi nazionali, che ora cominciavano a farsi chiari; quando però indusse effettivamente il Concilio, la cosa non interessò più Federico, il quale prese prigionieri i prelati, che dovevano effettuare il viaggio per mare. In Germania la scommessa non trovò dapprima molta eco, perché in quel tempo i Tartari stazionavano ai confini del Regno, e quando Federico si stava avvicinando nel 1247 con grande seguito a Roma, il Papa morì. G. aveva voluto la libertà della Chiesa contro un sovrano molto abile e spregiudicato e che si serviva, per i suoi scopi, d'ogni mezzo.
IV. DECRETALI. - G. già aveva preso in considerazione, fin dall'inizio del suo pontificato, la sistemazione della nuova legislazione papale, che fu poi veramente decisa quando Federico promulgò le Costituzioni di Melfi, che dovevano, per molti aspetti, essere invise alla Chiesa. La redazione della raccolta venne affidata a Raimondo di Peñafort, che la consegnò dopo tre anni. Vi si legge certamente una chiara contrapposizione alla Costituzione siciliana dell'Imperatore, come p. es., nei riguardi del privilegium fori del clero e nelle questioni civili e penali; ma il suo scopo fondamentale era, come dimostra la bolla Rex pacificus, quello di creare, accanto alle raccolte private degli editti papali, un ordinamento ufficiale ed esclusivo, anche da parte della Chiesa. Caratteristico che i Mendicanti vi conservino l'esenzione e altri privilegi (165, X, V, 37), ai laici sia proibito predicare
(da Catalunya d’une Collection de Manuscrits à miniatures des XV-XV[e] siècles, Amsterdam B29, tav. 16)
GREGORIO IX, PAPA - Decretali con miniatura raffigurante i funerali della Vergine, opera di Niccolò da Bologna (sec. XIV) firmata.
Nella iniziale G. il ritratto di G. IX - Amsterdam, Mercato Antiquario 1929.
(14, X, V, 7), l’eresia del contraente liberi dagli obblighi contratti (2, X, V, 26), la bestemmia sia punita dal braccio secolare (16, X, V, 7), «nullam in hoc misericordiam habiturus». Le concessioni posteriori di G. sono entrate, in parte, nel Liber Sextus di Bonifacio VIII (p. es., che ogni vescovo possa degradare da solo un proprio sacerdote eretico e che non vi sia più bisogno di sei vescovi). Anche se non teoreticamente, questo libro di leggi, che presto venne tradotto nella lingua del popolo (Actus, III, 249, 291), significa un poderoso rinvigorimento dell’autorità pontificia e del suo influsso. Nel futuro, specialmente gli arbitri privati verranno impediti dalle raccolte delle leggi.
V. INQUISIZIONE
Sotto G. IX venne costituito il processo medievale dell’Inquisizione. Nel 1224 Federico aveva ordinato, per la Lombardia, che tutti gli eretici nelle mani dei vescovi diocesani fossero affidati al braccio secolare, perché venissero bruciati o fosse strappata loro la lingua (MGH, Const., II, p. 1267). Ora G. istituì nel 1227 in Italia (Firenze) e in Germania delle commissioni contro gli eretici, contro i quali fino allora si erano pronunciati solo i vescovi e si servì soprattutto dei Domenicani (Bullarium Ord. Fratrum Praedicatorum, a cura di T. Ripoll-A. Bremond, I, Roma 1726, p. 20), senza trascurare altri Ordini o sacerdoti secolari, come Corrado di Marburgo, confessore di S. Elisabetta. Il fatto di aver affidato questo istituto ad un Ordine giovò alla sua durata. Un passo innanzi si ebbe quando il crudele decreto di Federico del 1224 venne introdotto negli aa. 1230-31 nel registro papale (Reg., 535), e venne promulgato come legge (ibid., 539 sgg.). Un’ultima fase si ha con il decreto di Federico (proprio del diritto normanno) per la Sicilia (1231) e per il Regno (1239) secondo il quale gli eretici dovevano essere ricercati dalle forze dello Stato. Alla denunzia segue ufficialmente il processo dell’Inquisizione. Accanto al tribunale vescovile G. istituì il tribunale generale papale (Bullarium cit., I, 47) e nominò da parte sua gli inquisitori, perché non voleva lasciare il potere di investigare soltanto agli organi statali. Nel 1234 viene inserita nelle Decretali (15, X, V, 7) la disposizione che gli eretici, che si convertono per timore della morte, debbano essere trattenuti prigionieri a vita per punizione (Hist. diplom., cit., IV, 301).VI. MISSION
I. VITA ECCLESIASTICA
Già come legato e predicatore della Crociata, G. si era adoperato per la conservazione dell’Impero latino di Costantinopoli, al quale, sotto il suo pontificato, si presentò come nuova nemica la Bulgaria. Il Papa persuase Giovanni di Brienne, che aveva combattuto per lui in Sicilia e nel 1223 era stato eletto in Costantinopoli reggente per il non ancora maggiorenne Baldovino II, di assumersi, anche se di mala voglia, questo ufficio (1231-37) e lo sostenne energicamente. Nel 1232 inviò Aimone di Faverham, futuro ministro generale dei Francescani, con parecchi teologi, alla corte imperiale greca di Nicea, ma non riuscirono a nulla. Si dovette invece nel 1233 a Giovanni di Brienne se, dopo un doppio attacco da parte greca e bulgara, riuscì a salvare Costantinopoli. Quando poi lo stesso Baldovino si recò in Occidente per cercare aiuto, G. si adoperò in tutte le maniere per suscitare una grande Crociata; ma solo in Francia trovò volenteroso ascolto e aiuto. Anche a Baldovino restò impossibile riguadagnare la parte asiatica dell’Impero, che nel 1261 tramontò definitivamente. La lotta contro i Ghibellini fu fatale anche per l’Impero latino; perché Federico era in lega con i Greci e impedì con la forza il passaggio dei cavalieri crociati attraverso l’Italia settentrionale.Le difficili missioni dell’Europa orientale, Finlandia, Lituania, Ungheria, Romania, dove lavoravano principalmente i nuovi Ordini Mendicanti, sono state finora poste poco in luce. Dopo la Crociata di Federico, intorno al 1230, appaiono i cavalieri teutonici; l’Ordine considerò questi territori come di conquista, terre dell’Impero loro assegnate. In Lituania G. permise che si predicasse la stessa Crociata di Europa (Bullarium cit., I, 32), e introdusse in Lettonia i Premostratensi (Potthast, 886).
Quanto alla scienza ecclesiastica, è degna di nota la fondazione (30 apr. 1233) dell’Università di Tolosa (Potthast, 9176). All’Università di Parigi concesse il libero studio dei libri di Aristotele (Reg., 607).
Incrementò la vita religiosa per mezzo di numerose canonizzazioni: Francesco (1228), Antonio da Padova (1232), Virgilio di Salisburgo (1233), Domenico (1234), Elisabetta di Turingia (1235), mentre non poté portare termine la canonizzazione di S. Ildegarda di Bingen.
(da Cotalogno d'une Coltertina de Manuscrits a miniaturcs des XV-XVY siecles, Amsterdam 1278, loc. 16) Gregorio IX, papa - Decretali con miniatura raffigurante i fincrali della Vergine, opera di Niccolò da Bologna (sec. XIV) firmata. Nella iniziale G. il ritratto di G. IX - Amsterdam, Mercato Antiq
