LONGOBARDI. - Sono considerati come appartenenti al gruppo dei Germani orientali. L'origine del nome (Langobardi, non Longobardi come comunemente si usa) non è chiarito (dalla lunga barba, come dice Paolo Diacono, o dalle lunghe aste ?); il nome di Winnili che pure loro attribuisce Paolo Diacono significa solo guerrieri. Anche della loro lingua si hanno scarsissimi dati. Paolo Diacono, che alla fine del sec. VIII raccolse nella sua Historia Langobardorum quante notizie poté trovare, dà per la preistoria un racconto scarsamente attendibile. Dubbia è la provenienza dalla Scandinavia, forse affermata sul modello degli Ostrogoti; incerti i paesi in cui il popolo si sarebbe (fuori da ogni dato cronologico) successivamente stanziato. In realtà i L. compaiono nella storia per la prima volta nell'età d'Augusto: nel 5 d. C. Tiberio, dopo avere sottomesso i Chauci, combatté contro i L. che abitavano sul basso Elba. Negli anni seguenti compaiono nella coalizione di popoli creata da Marbodo, poi se ne separano e nel 17 combattono con i Cherusci contro di lui. La storiografia romana mostra di apprezzare assai i L. per il valore e la fierezza: Vellejo Patercolo li dice: « ipsa ferocitate germanica ferociores »; Tacito dice: « Langobardos paucitas nobilitat; plurimis ac valentissimis nationibus cincti, non per obsequium, sed proeliis ac periclitando tuti sunt ». A parte la notizia di una scorreria in Pannonia durante la guerra dei Marcomanni (165 d. C.), i L. non sono più ricordati dalle fonti storiche romane sino alla fine del sec. V, quando si trovano nella Moravia ben lungi dalle pristine sedi.
Assai probabilmente, come era successo per altri popoli germanici, i L. erano stati presi nel vortice dell'irruzione degli Unni e costretti a scendere a sud. Quando nel 488 Odoacre abbatté il Regno dei Rugi, i L. scesero sul Danubio ad occuparne le sedi; al principio del sec. VI si spostarono nella regione compresa tra Danubio e Tibisco, a contatto con l'importante popolo dei Gepidi. Ora i L. entrarono nel gioco della diplomazia imperiale che di essi di servi per tenere a freno i Gepidi ed altri popoli barbarici della scacchiera danubiana. Il re dei L. Watke (520-30 ca.) era in relazione con le case reali di vari popoli barbari, così con i Merovingi. Nel 546 Giustiniano invitò il nuovo re Audoino a trasportare il suo popolo in terra d'Impero, sulla riva destra del Danubio, nella Pannonia,


La situazione sul Danubio mutò quando verso il 560 gli Avari urtarono nella massa gepida. Ora i L. trovarono dei naturali alleati nei barbari venuti dall'Oriente contro i Gepidi che furono schiacciati. Il loro re Cunimondo cadde per mano dello stesso re dei L., Alboino, che fece prigioniera la famiglia reale e costrinse la principessa Rosmunda a diventare sua moglie. I L. però si trovarono alla mercé degli Avari e per sfuggire a tale situazione pericolosa Alboino deciso di trasportare il suo popolo nella pianura padana, dietro il riparo delle Alpi.
L'uscita dei L. dalla Pannonia si iniziò il 2 apr. 568, secondo la registrazione cronologica di Secondo di Trento utilizzata da Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum. I L. si trascinarono dietro vari altri gruppi etnici minori, o vinti o vassalli (Gepidi, Sarmati, Norici, Svevi); anche alcune tribù di Sassoni attratte dalla speranza di bottino vennero a rinforzare le genti di Alboino. Questi barbari, di cui non si conosce il numero, scesero senza trovare opposizione a Cividale del Friuli (Forum Iulii) dove però comparvero solo il 21 marzo 569. I presidi imperiali troppo scarsi e dispersi non fecero, pare, resistenza e si rinchiusero nei castelli e città murate, lasciando agli invasori libertà di avanzare verso occidente lungo la Via Postumia. Una triste aureola di terrore circondò subito in Italia il nome dei L. per i loro massacri e distruzioni; le popolazioni presero a fuggire con i loro vescovi verso i centri imperiali. I L. nel loro soggiorno danubiano avevano accolto un cristianesimo di tipo ariano, molti erano ancora legati a vecchi culti politeisti ed il fanatismo religioso anticattolico influì su di essi notevolmente. Il 3 sett. 569 Alboino occupò Milano ancora desolata dopo i saccheggi del 539; in seguito tutta la Liguria fu occupata. Qua e là rimasero alcuni isolotti di dominazione bizantina, castelli e cittadine forti; buona resistenza fece pure Ticinum che fu occupato solo nel 572, sebbene non sia da pensare che Alboino sia rimasto tre anni all'assedio. I governatori imperiali, Narsete e poi Longino, non seppero creare sulla linea del Po un valido sbarramento, e neppure sull'Appennino; così già nel 569, pare, bande

L'ebbrezza della conquista, l'avidità dei saccheggi determinarono una rapida disgregazione di questo popolo che i Romani avevano detto compatto e disciplinato. I capi militari che conducevano le varie colonne formate da fare, cioè da gruppi gentilizi, aumentavano di prestigio e di autorità agli occhi dei loro gregari quanto più fortunata riusciva la loro impresa. Le fare si stabilivano senza alcun ordine e criterio, dove e come era possibile soddisfare le cupidigie e le violenze. Difficilmente, p. es., l'installamento delle fare di Gisulfo nel Friuli è da attribuire ad un atto politico di re Alboino anziché ad una brama di conquista da parte di questo Gisulfo. La dispersione delle fare, mentre andava a vantaggio dei vari capi militari, andava a danno dell'autorità del Re; così anche l'autorità dei L. sugli elementi etnici dipendenti subì un grave colpo. A tale nuova situazione si deve la crisi che nel 572 colpì i L.: i Gepidi che si erano raccolti attorno a Verona, capitano da un certo Elmichi, si ribellarono ai L., facendo capo alla loro regina Rosmunda. Elmichi e Rosmunda uccisero Alboino e, sposatisi, si impadronirono del trono. I L. reagirono contro il tentativo dei Gepidi e proclamarono re uno dei loro capi, Clefi, figlio di Beleos, che però cadde ucciso da un suo cliente dopo poco più di un anno. Elmichi e Rosmunda con tutti i loro partigiani, Gepidi e L., si separarono dalla massa longobarda e si portarono a Ravenna, facendo omaggio all'Imperatore. La scomparsa successiva di Alboino e di Clefi fu nefasta per l'istituto monarchico longobardo: il figlio di Clefi, Autari, non poté per la sua giovane età farsi riconoscere re. I L. preoccupati della necessità di ampliare la loro occupazione, in Tuscia, nella valle del Tevere, e poi più giù ancora nell'Appennino beneventano, non si preoccuparono di quanto avveniva a Ticinum. I capi longobardi nelle città che via via conquistavano, sostituivano i duchi bizantini, ne assumevano il titolo, si attribuivano le loro funzioni e diritti. Ora si ebbero nelle città italiane i duchi longobardi: Paolo Diacono afferma che dopo la morte di Clefi vi erano in Italia 35 duchi; ma è probabile che il numero non sia stato stabile, né tutte le città abbiano avuto un duca.
A un certo momento, i duchi longobardi dovettero pensare al problema grave dell'assestamento; ad abbandonare l'Italia o per altre regioni o per ritornare in Pannonia non vi era da pensare. La povertà della regione italiana spiega come ancora nel 569 bande di barbari abbiano ardito attraversare le Alpi occidentali per spingersi a saccheggiare nella valle del Rodano. Trovarono mediocre resistenza sì che le scorrerie in Borgogna, in Provenza diventarono per alcuni anni costanti: nel 575 i L. minacciarono la stessa Marsiglia.
Ma ora il re merovingio di Borgogna, Gontranno, dopo averli ricacciati, per premunirsi attraversò a sua volta le Alpi ed occupò stabilmente le valli della Dora Riparia (Susa) e della Dora Baltea (Aosta). Chiusi adunque nella penisola, i L., che erano ancora un popolo di pastori - pare che la loro ricchezza consistesse in grandi mandre di cavalli e di maiali -, o che al più in Pannonia avevano esperimento una rudimentale agricoltura, furono costretti ad iniziare una nuova fase economica. A questo installamento rurale si riferisce Paolo Diacono con le frasi tanto discusse e sibilline: «Hic Cleph multos Romanorum viros potentes, alios gladio extruxit, alios ab Italia exturbavit»; del periodo in cui i L. furono sotto i duchi, dice: «His diebus multi nobilium Romanorum ob cupiditatem interfecti sunt. Reliqui vero per hospites divisi, ut terciam partem suarum frugum Langobardis persolverent, tributarii efficiuntur». E per il regno di Autari ripete «Populi tamen aggravati per Langobardos hospites par-
tiuntur». Adunque vi sarebbe stata la distruzione in notevole quantità dei grandi proprietari romani; ai padroni o fuggiti od uccisi si sarebbero sostituiti nelle possessioni nobili longobardi; altrove si sarebbero installati nelle case di campagna barbari che avrebbero costretto i rustici a mettere a loro disposizione, secondo il diritto militare romano, un terzo delle case e dei prodotti del suolo.
Tuttavia di questa organizzazione delle terciae presso i L. non si ha prova nei documenti ed è a dubitare che Paolo Diacono ne avesse. E da tenere ch'egli abbia applicato ai L. quanto leggeva negli scrittori del sec. vi riguardo ai Visigoti, agli Ostrogoti, ai Vandali, ecc. Sebbene l'installamento abbia portato nelle terre italiane le fare barbariche nella loro unità gentilizi, la documentazione longobarda posteriore dimostra che non vi furono assegnazioni collettive, ma individuali: i proprietari di terra sono in pieno diritto sulla terra coltivata. Al problema delle terre si collega il problema dei rapporti con i cittadini romani, nuovo per i barbari. Si è a lungo discusso tra storici e giuristi se i cittadini romani furono rispettati nella loro libertà o se furono ridotti nella condizione inferiore di aldi. Gli storici tedeschi hanno di solito seguito quest'ultima concezione, in contrasto con la tendenza italiana, difesa con precisione ed acutezza dello Schupfer. Certo, i L. dovettero passare man mano nei confronti degli Italiani ad un regime di tolleranza, ma non giungere ad aggregare i Romani alla loro cittadinanza, basata su un diritto di nascita e su una capacità militare. Autari, come Alboino, come Rotari e come Liutprando, è rex gentis Langobardorum; i Romani ne sono giuridicamente fuori, ma non politicamente: sono entro il regnum Langobardorum. Si trovano gli Italiani con libertà personale, per attendere alle loro faccende, comperare, vendere, testare, e con libertà religiosa. Libertà di sudditi, non di uguali. Ma via via che i L. e nelle città e nelle campagne sentivano il bisogno, per sistemarsi, delle capacità tecniche degli Italiani, l'atteggiamento dei vincitori andò modificandosi e pur rimanendo intatto il principio della differenziazione etnica, le relazioni tra le due popolazioni assunsero un carattere di reciproca considerazione. Le guerre di conquista posteriori, da Rotari, a Liutprando, ad Astolfo non dovettero più pesare sulle popolazioni.
L'invasione longobarda non aveva preoccupato troppo il governo di Costantinopoli: appunto nel 569 gli Avari ripresero le ostilità attraverso il Danubio e solo le sospese dopo che il Khagan Bajan comperò la pace con un tributo annuo. Così a Costantinopoli l'irruzione dei L. in Italia parve solo un episodio dello spinoso problema dei rapporti con i barbari danubiani. Ma lo stanziamento fu considerato altrimenti. Privi di mezzi militari per un'azione energica, i governatori di Ravenna ricorsero all'opera di seduzione sui capi. La scissione tra L. e Gepidi nel 572 forse fu già una conseguenza della poli-
tica bizantina; dopo la morte di Clefi, la corruzione sui duchi fu ripresa: i duchi, isolati e in lotta tra di loro, poterono essere più facilmente avidi di oro che di gloria.
Qualche tentativo militare fu fatto, ma senza risultato: verso il 575 Badoario, genero di Giustino II, fu vinto ed ucciso. La penetrazione nell'Italia centrale rese più vivari le richieste d'aiuto da parte delle città italiane; nel 579, quando Pelagio II successe a papa Benedetto, Roma era completamente bloccata. L'imperatore Maurizio, per risolvere il problema longobardo, fece ricorso ai re Franchi che vedevano con dispiacere installarsi i L. ai loro confini. Re Childeberto si impegnò ad intervenire in Italia contro i barbari, al soldo dell'Impero; nel 584 varcò le Alpi e si avanzò nella Liguria, ma i duchi delle città più esposte si chiusero nelle città ed offrirono al Re franco tributo e sottomissione. Childeberto preferì accettare le proposte longobarde e si ritirò senza combattere, provocando le proteste dell'Imperatore che si sentiva defraudato.
Paolo Diacono registra al 584 la restaurazione della monarchia longobarda a favore di Autari figlio di Clefi, ma non si sa come ciò sia avvenuto; difficile da accettare è la versione di Paolo Diacono che i duchi spontaneamente abbiano communi consilio acclamato re Autari e dato metà dei loro possessi per creargli un patrimonio regio. È più probabile che si tratti di un'azione di forza del giovane Autari spalleggiato da qualche duca interessato: altri duchi dovettero opporsi, come quel Droculfo avevo che abbandonò i L. e passò agli imperiali ed a lungo resistette al Re a Brescello. Gli interventi di re Childeberto in Italia d'accordo con il governo imperiale si ripeterono nel 585, poi nel 588 e nel 590. Autari cercò a più riprese di venire ad un accordo con il Re franco, offrendosi di sposare la sorella sua Clotsuinda; respinto, cercò intesa con il duca di Baviera Garipaldo che gli diede in sposa la figlia Teodolinda (589).
Non alla lotta con i Franchi e gli imperiali si deve la
crisi politica che turbò i L. nel 590, ma alla situazione interna: Autarit morì improvvisamente nel 590 e Paolo Diacono parla di veleno; il duca di Torino, Agilulfo si impadronì del trono, sposò Teodolinda e in tal modo fu riconosciuto da parte di alcuni duchi. Altri invece continuarono la lotta. Agilulfo per resistere loro cercò di accordarsi con i re Franchi e con il Khagan degli Avari. Gli esarchi imperiali di Ravenna rimasti soli a combattere, si preoccupavano di mantenere le comunicazioni con Roma, attraverso l'Appennino.
Nel 598 si ebbe finalmente tra il re Agilulfo e l'esarca di Ravenna una tregua di un anno; rinnovata nel 600 e di nuovo, dopo una ripresa d'armi, nel 604, quindi ripetuta di anno in anno. Poiché l'Impero non voleva e non poteva riconoscere l'esistenza dello Stato longobardo, non vi poteva essere vera pace, ma da ambo le parti si era convinti che lo sforzo di guerra era ormai inutile: così il sistema delle tregue fu di grande sollievo, dopo tanti anni di guerra, per le popolazioni italiane.
Nel frattempo i L., appunto perché barbari e quasi primitivi, avevano subito rapidamente l'influsso dell'ambiente italiano cattolico. Pare che Autari si preoccupasse delle numerose conversioni dei L. al cattolicesimo, come pericolose per l'integrità nazionale. Ma sotto Agilulfo la regina Teodolinda, cattolica, creò a corte un importante centro di propaganda latina cattolica. Grande influsso ebbe in questa opera missionaria presso i L. il papa Gregorio Magno (590-604). Se per dovere del suo ufficio episcopale egli doveva collaborare con i funzionari civili e militari imperiali nella difesa di Roma contro gli invasori, dall'altra egli comprendeva la necessità di porre fine ad una guerra sterile per facilitare l'afflusso dei barbari alla fede cattolica. Gregorio ebbe corrispondenza con la regina Teodolinda e la ebbe favorevole ai suoi piani di conciliazione tra Agilulfo ed il governo imperiale. Non è sicuro che Agilulfo abbia lasciato l'arianesimo, ma il figlio suo e di Teodolinda, Adaloaldo, venne battezzato nella fede cattolica il 7 apr. 603 nella basilica di S. Giovanni di Monza, fatta costruire dalla regina. La conversione dei L. subì però degli arresti. Nelle città principali vi erano dei vescovi ariani e con essi dovevano accordarsi quanti L. desideravano difendere la tradizione nazionale. Cattolicizzazione significava trionfo del latino e del volgare popolare, scomparsa della lingua e del carattere nazionale. La lotta tra arianesimo e cattolicesimo compare a colorire le lotte civili che durante tutto il sec. VII caratterizzano la successione dei re sul trono longobardo. Al cattolico Adaloaldo, successo nel 616 al padre Agilulfo, si ribellano per ignoti motivi alcuni duchi capitanati dal duca di Torino Arioaldo che aveva sposato Gudeberga, sorella di Adaloaldo. Nel 636 è proclamato re il duca di Brescia Rotari, ariano, che però sposa la vedova cattolica del suo predecessore. Paolo Diacono loda di Rotari la saggezza politica, ma lamenta il suo parteggiare per l'eresia. Forse a questo suo atteggiamento religioso si collega da una parte la ripresa della lotta con l'Impero per la conquista completa della Liguria sino al mare, dall'altra la pubblicazione dell'Editto (22 nov. 643), sistemazione scritta del diritto longobardo consuetudinario. Certo l'Editto mirava alla difesa della tradizione nazionale, ma d'altra parte esso rinnovava e correggeva la consuetudine e non rappresentava più la società longobarda nella sua integrità originaria, ma solo quale il legislatore la vedeva dopo la trasformazione avvenuta nei settantacinque anni del soggiorno in Italia, sotto l'influsso dell'ambiente dominato dal diritto romano.
Nel sec. VII il re è il supremo capo del popolo lon-

(da C. Cecchelli, I monumenti dei Friuli dal sec. IV all'XI, Roma 1812, inv. 30)
Non facile precisare quale fosse l'amministrazione provinciale dello Stato longobardo. Scendendo in Italia i barbari vi trovarono un'organizzazione provinciale teoricamente perfetta: le provinciae, in queste le cisitates, ed i pagi. I L. lasciarono che cadesse da sé. Essi stabilirono duchi e gastaldi in molti centri, grandi o piccoli, secondo gli accidenti della conquista. In genere quelli che vennero chiamati duces e anche iudices si stabilirono nelle città principali, ma non in modo assoluto. Capi militari, i duchi ereditarono le incombenze finanziarie, giudiziarie, amministrative degli ufficiali bizantini. Funzionari speciali furono i gastaldi, addetti al governo del patrimonio regio con ampi poteri di governo anche sulla popolazione del distretto. Il re fidando in essi tendeva a sostituire i gastaldi ai duchi od autonomi o indipendenti.
La società longobarda comprendeva uomini liberi e non liberi come la società romana e perciò le due società dovevano facilmente tendere a fondersi. Nei non liberi erano compresi i servi della terra (rusticani), della casa
(ministeriales), e gli aldi, semiliberi, liberi cioè personalmente, ma legati alla terra come i coloni romani. Al di sopra vi erano i liberi od arimanni (exercitales); originariamente uguali per l'uguale diritto alle armi, nel sec. VII la differente ricchezza fondiaria li distingueva in vari gradi: dai nulla tenenti si saliva ai nobiles, grandi personaggi per autorità e ricchezza.
La trasformazione morale ed economica aveva oramai indotto i L. ad abbandonare la barbarie primitiva della vendetta di sangua (faida), obbligatoria fino alla settima generazione, per accedere alla semplice composizione pecuniaria proporzionale alla valutazione della persona uccisa («sicut adpraeiatus fuerit, id est vuergeld»). La pena di morte rimane ristretta a pochi casi: attentato alla vita del re, diserzione, tradimento. I furti, le fughe degli schiavi avevano pene severe; minuta la regolamentazione per i reati agresti, che rivela l'importanza per i L. del bestiame e delle coltivazioni. Come nel diritto penale il guidrigildo distingue il libero dallo schiavo, così nel diritto civile, chi è nella pienezza dei diritti civili si distingue per il «mundio» da chi è subordinato ad altri. Chi ha il mundio ha la rappresentanza giuridica di chi è sotto il mundio. La donna è nel diritto longobardo perennemente minore: dal mundio del padre passa a quello del fratello, del marito, in mancanza di congiunti, del re. La presenza del mundoaldo è richiesta per la redazione dello strumento nuziale (fabula) necessario per la stipulazione matrimoniale: in esso si stabilisce la «meta» (dono dello sposo alla famiglia della sposa), il «faderfio» (dono della famiglia alla sposa); consumato il matrimonio, lo sposo fa una donazione alla consorte (morgengabe, dono del mattino). Il diritto di donazione e di alienazione dei propri beni si svolgeva con riserva per i figli; l'atto esigeva cerimonie simboliche (gnirethings = guarentigia). L'eredità era pure condizionata: anzitutto vi erano i figli legittimi od illegittimi; la donna partecipava in assenza dei maschi; la parentela era limitata al settimo grado. I servi potevano essere manomessi e conseguire i pieni diritti civili: la manomissione era di diversi tipi e valore. Nella procedura giudiziaria, l'attore chiamava in giudizio il reo inviandogli la «wadia», oggetto simbolico che confermava la regolarità del procedimento. Le prove d'accusa erano di due tipi: il giuramento fatto per mezzo dei sacramentali, da tre a dodici (turatore), il duello, nei casi più gravi, tra le parti. L'Editto di Rotari pare avesse carattere territoriale, ma è ancora oggetto di discussione la posizione che in esso aveva la popolazione romana.
La monarchia longobarda non riuscì mai a costituire un'organizzazione solida per eliminare il pericolo delle tendenze particolariste provinciali, né a crearsi tutta forza militare propria da poter rinserrare i duchi in una limitata sfera d'azione e renderli esecutori disciplinati della autorità centrale. Per vivere tranquilli, i re dovettero invece rassegnarsi a lasciare che i duchi cercassero di affermare una precisa autonomia d'accordo con la classe proprietaria locale.
Per quanto scarso di notizie, il racconto di Paolo Diacono attesta questo pericoloso protrarsi di lotte tra re e duchi. Nel 653 a Rodoaldo, figlio di Rotari, successe Ariperto, figlio del bavarese Gundoaldo, fratello della regina Teodolinda. Ma alla sua morte (661), al primogenito Pertarito si oppone il fratello minore, Godeberto; nel conflitto interviene il duca di Benevento, Grimoaldo; Godeberto cade ucciso, Pertarito si salva presso gli Avari, ma nel 671, morto Grimoaldo, ritorna al trono ed assicura la successione al figlio Cuniberto, facendolo suo collega. Ma presto Cuniberto si trova di fronte la ribellione di Alachia, duca di Brescia, e dell'elemento longobardo d'Austrasia. Cuniberto ne esce vincitore, ma poi deve combattere contro un altro rivale, il duca del Friuli Ansfrido. Alla sua morte (700), il figlio Liutperto regna sotto la tutela del nobile Ansprando: il duca di Torino però, Ragimberto, si ribella, si impadronisce del trono e morendo lo lascia al figlio Ariperto. Questi a sua volta si trova di fronte ad una coalizione di duchi e se riesce ad eliminare Liutperto, deve poi cedere di fronte ad Ansprando che si impadronisce del potere, e lo lascia quasi subito al figlio Liutprando (712).
Queste lotte insistenti non si legavano oramai più alla questione religiosa perché i L., sotto Pertarit e sotto Cuniberto, erano passati definitivamente al cattolicesimo ed anche nella zona beneventana le ultime tracce di idolatria erano state distrutte dalla predicazione del vescovo Barbato: vi era in esse solo la prova della incapacità dell'elemento nobilire longobardo di sfruttare la favorevole politica generale: dopo la guerra di Rotari, tra il Regno e l'Impero si era venuti, non si sa con precisione quando, ad un vero trattato di pace, possibile ora che i L. cattolici davano speranza di diventare clienti dell'Impero; anche con i Franchi i rapporti si erano regolarizzati.
Liutprando (v.), lunghissimo (712-44), se è circondato da una certa aureola di grandezza, dimostra però i gravi difetti della costituzione statale longobarda e l'impossibilità di mettervi riparo. In una prima fase del suo regno (712-25 ca.) non pare che Liutprando abbia avuto altra preoccupazione che di organizzare lo Stato con il massimo accentramento, sostituendo i gastaldi ai duchi dove era possibile. Liutprando accentuò nelle sue leggi il carattere cattolico, devoto alla Chiesa di Roma; per dimostrare la sua deferenza al Papa, riconfermò la restituzione del patrimonio ecclesiastico delle Alpi Cozie già decisa da Ariperto II. Parimenti si dichiarò rispettoso degli impegni presi col governo imperiale; così del resto pare si siano comportati i suoi predecessori anche quando la politica violenta di Giustiniano II produsse turbamenti gravi nell'Esarcato ravennate. Anche quando Faroaldo II, duca di Spoleto, con un colpo di mano su Classe parve accennare al vecchio programma di conquista, il Re gli ordinò di ritirarsi.
Ma Faroaldo aveva aperto il problema della divisione della penisola tra il Regno e l'Impero. Quando la questione dell'iconoclastia determinò le agitazioni popolari nelle provincie bizantine ed il papa Gregorio II parve appoggiare la resistenza ai decreti di Leone III imperatore, il re dei L. col pretesto di proteggere il Papa e la Chiesa intervenne nel disordine della zona imperiale ed occupò varie città. La facilità di questa espansione riempì di spavento la Curia romana, cosciente del pericolo per essa di una eventuale eliminazione dall'Italia della dominazione bizantina. Gregorio II inaugurò la politica di arrestare il movimento antimperiale e mantenersi fedele od almeno leale verso Costantinopoli, vietando alla monarchia longobarda ogni tentativo di penetrare nei domini bizantini. Il re Liutprando si trovò di fronte ora a due opposizioni: l'autonomismo papale-romano mascherato di fedeltà all'Impero e l'autonomismo dei duchi di Spoleto e Benevento; i due movimenti d'altra parte, sentendosi ugualmente minacciati dalle aspirazioni unitarie della monarchia di Pavia, erano disposti a collegarsi. A questa politica si mantennero fedeli Gregorio III e poi Zaccaria: a diverse riprese Liutprando attaccò il Ducato di Roma e l'Esarcato di Ravenna, ma il papato aveva assunto la protezione dei diritti imperiali e ripetutamente i Papi intervennero presso il Re per costringerlo a ritirarsi. La politica di Liutprando fu continuata dopo la sua morte (744) da re Rachis; questi nel 749 invase il Ducato romano, ma papa Zaccaria lo indusse a lasciare la lotta. La conseguenza fu un grave dissidio tra i capi longobardi, Rachis abdicò e si ritirò a Montecassino; Astolfo (v.), capo della tendenza più vivace dei L.; ed infatti nel 751 occupò Ravenna e l'Esarcato con la decisione di non più ritirarsi, poi mosse contro il Ducato di Roma. L'Impero bizantino, occupato nella lotta aspra con il califato, non era certo in grado di fronteggiare l'avanzata longobarda.
Ma il papato ora sostituiva l'Impero in questa politica di resistenza all'unitarismo longobardo. Di qui le trattative di Stefano II con il re dei Franchi Pipino il Breve (754) e l'accordo per cui i Franchi assunsero coi Trattati di Ponthion e di Quiersy la difesa del papato. Le due discese di Pipino in Italia del 754 e del 756 costrinsero non solo il Re dei L. a ritirarsi da tutti i domini imperiali, ma a riconoscersi come subordinato al Re dei Franchi, riprendendo i

(fot. Enc. Catt.)
Desiderio, sopravvalutando la sicurezza dei suoi legami con la corte franca, tentò nel 771 di imporsi a Stefano III con l'appoggio di una fazione romana. Fu un grande errore, perché la corte franca, se non intendeva sostenere sino all'ultimo i papi contro i L., non poteva neppure permettere che il re Desiderio imponesse la sua autorità in Roma. Nello stesso 771 Carlo ripudiò la sposa longobarda, mentre la vedova di Carlomanno suo fratello si rifugiava presso Desiderio. La rottura con Carlo spinse Desiderio ad agire energicamente nell'Esercato e nel Ducato di Roma per mettere il Re franco di fronte al fatto compiuto. Il suo programma però fallì: egli nel 772 non osò insistere quando il nuovo papa Adriano I lo minacciò di scomunica; invece il Papa sollecitò il re Carlo ad intervenire in sua difesa. La spedizione franca avvenne già nell'estate del 773; la nazione longobarda nel pericolo si sfaldò; i duchi si disinteressarono della sorte comune. Desiderio, rimasto solo con le sue forze a resistere, si chiuse in Ticino, il figlio suo Adelchi in Verona. Nel maggio 774 il re Desiderio capitolava e si consegnava con la consorte Ansa al re franco che nei primi giorni del giugno assumeva il titolo di re dei L. Due anni dopo alcuni duchi longobardi tentarono un'insurrezione contro il Re straniero, ma il tentativo fallì e condusse alla sostituzione dei conti franchi ai duchi longobardi nel governo delle città italiane. La popolazione longobarda fu rispettata e conservò possessi ed uffici finché lentamente scomparve nel rinascente popolo italiano.