VANDALI. - Popolazione di stirpe germanica, secondo le più antiche menzioni (Plinio, Nat. hist., IV, 99; Tacito, Germania, 2 e 43) stanziata sulle rive del Baltico tra l’Elba e la Vistola. Di là risalendo, a quanto sembra, l’Oder nel sec. II d. C. si portarono sino al Danubio, a contatto cioè con il «limes» romano. Quando la pressione barbarica contro questo confine si fece più serrata e più urgente, i V. si trovarono vicini e alleati dei Marcomanni e con essi combattenti, e contenuti da Marco Aurelio, salvo poi a essere tornati in pace con Roma che li considerò suoi protetti nelle trattative di pace di Commodo con i Marcomanni dell’anno 181.
Erano divisi in due gruppi principali: Silingi e Asdingi, ciascuno con un proprio sovrano. Più tardi ebbero la concessione di stanziani in Dacia contro l’obbligo di fornire duemila cavalieri. Imperando Caracalla sono in lotta con i Marcomanni (Dione Cassio, LXXVII, 20) e nella loro riequiezzata parte di essi, risalendo il Danubio, si spostano verso il confine del Reno, dove li combattono gli imperatori Probo e Massimiano. Costantino assegna loro terre in Pannonia, ma mezzo secolo dopo, sospinti dagli Unni, si trovano ancora al Reno. Favoriti da Stilocone che era della loro stirpe e più ancora dalla quasi assenza di truppe romane chiamate in Italia per l’invasione di Radagaiso, passano il Reno e invadono la Gallia (a. 406) che possono correre e depredare impunemente. Dopo qualche tentativo arrestato dalle popolazioni montanare, invadono la pacifica, prospera Spagna, rimasta sino allora quasi immune da devastazioni barbariche. In Spagna scendevano anche Suebi ed Alani, e mentre Suebi e V. Asdingi si stanziavano nella Gallicia e gli Alani in Lusitania, i V. Silingi occupavano la Betica, cui è da loro rimasto il nome di Andalusia. E l’esaurito Impero Romano accettava nel 411 lo stato di fatto, riconoscendo gli invasori della Spagna come federati. Non mancarono tra loro e con i sopraggiunti Visigoti contese e lotte; ma con esse ebbe più che mai a consolidarsi lo Stato dei V. nel mezzo-giorno della penisola; grazie anche all’intelligenza, Genserico (v.). Questi volse gli occhi alle prossime province d’Africa, e spronò i suoi alla navigazione, dando presto vita a una potenza marinara che per decenni dominò il Mediterraneo occidentale.
Secondo Procopio i V. sarebbero stati invitati a passare in Africa dal governatore romano, il comes domestico. Bonifacio, ma anche senza chiamata la preda africana non poteva non invogliare l’intraprendente vicino. Bonifacio invero tentò di opporsi agli invasori, ma vinto due volte, dovette lasciare che i V. depredassero le fiorenti campagne, ed espugnassero una dopo l’altra le città (s. Agostino vescovo di Ippona morì durante l’assedio della sua città). Quando gli invasori ebbero occupato Ippona, Cirtà, Cartagine, l’imperatore Valentiniano III li riconobbe come federati contro l’obbligo di un tributo di grano

di grano. I V. terre, ma poco disposti ad una dimora tranquilla e laboriosa, preferirono trovar prosperità quali predoni a danno degli abitanti della provincia, e quali pirat
. I V. terre, ma poco disposti ad una dimora tranquilla e laboriosa, preferirono trovar prosperità quali predoni a danno degli abitanti della provincia, e quali pirati sulle coste spagnole, galliche, italiane, e perfino greche. In Africa ebbero specialmente a soffrire i cattolici e le loro istituzioni sia per fanatico odio religioso (i. V. Goti) sia per i larghi profitti che le confische dei beni appartenenti alle chiese, ai vescovi, ai monasteri, alle personalità cattoliche procuravano.
Assassinato nel 455 Valentiniano III, Genserico trovava ottima occasione per presentarsi in forze a Roma, dove entrò senza combattere, e non risparmò alla città depredazioni e saccheggi specialmente a danno di chiese cattoliche e di case patrizie. Ne ripartì dopo quattordici giorni conducendo seco oltre al grosso bottino la vedova di Valentiniano Eudossia con due sue figlie e molti senatori e consolari. Ripetute ambascerie romane ottennero la liberazione dell’Imperatrice e della figlia Placidia, mentre l’altra figlia Eudocia era data in sposa a Unnerico figlio di Genserico, che pretese naturalmente una ingente dote. Tentativi di spedizioni militari da parte degli imperatori Maioriano e Leone I di Costantinopoli contro l’insopportabile prepotenza dei V. non avevano esito felice; e diedero motivo al diabolico Vandalo di riprendere in pieno le sue feroci azioni di pirateria sulle coste mediterranee, di stabilire il proprio dominio sulle Baleari, sulla Sardegna, sulla Corsica, su parte della Sicilia, e di tornare alla politica di persecuzione contro i cattolici tenuti in sospetto per i loro sentimenti di devozione a Roma. Genserico riusciva infine a condurre amichevoli trattati con i due imperatori Zenone d’Oriente e Romolo Augustolo di Occidente, e con Odoacre che aveva posto fine all’Impero d’Occidente. Con la sua morte (477) declinava la potenza dei V. Inetti i successori immediati Unerico figlio (477-84) e Godamundo nipote (484-96), i quali continuarono la politica di persecuzione contro i cattolici, politica che indeboliva il loro Stato, mentre scadeva al tempo stesso l’antica vigoria del popolo vandalo infiacchito dal clima africano e dalle sregolatezze consentite dalla immeritata prosperità. Qualche risorgere di energia si ebbe col re Trasamundo (496-523) che si tenne molto vicino agli Ostrogoti d’Italia e a Teoderico di cui aveva sposato la figlia. Ma si aggravavano al tempo stesso i pericoli sorgenti dalle irrequietezze delle tribù barbare dell’interno che per due volte riportarono segnalate vittorie. Il nuovo re Ilderico, tentò accordi con l’Impero di Costantinopoli, ma non trovò consensi nel suo popolo e specialmente in un pronipote di Genserico, Gelimero, che riuscì a deporlo e a tenerlo prigioniero dopo averlo accecato. Questo fatto porse a Giustiniano la desiderata occasione d’intervenire. E l’impresa affidata a Belisario riuscì felicemente. Aiutato da una ribellione dei Sardi