ARMENIA. - Regione storica dell'Asia occidentale, compresa fra le depressioni pontico-transcaspica a N. (valle del Cura) e mesopotamica a S. (alto Tigri) e con limiti indefiniti (e che molto variarono nel tempo) così ad O. come ad E., dove si ricongiunge rispettivamente agli altipiani anatolico (bacino del Kara su) ed iranico (medio Arasse).
I. - CENNI GEOGRAFICI.
È tutta percorsa da alte montagne (M. Sipan 4176 m.), tra le quali frequenti gli edifici vulcanici (M. Ararat 5156 m.), che si innalzano da un altopiano già di per sé elevato (1800-2000 m.), e profondamente inciso dai molti corsi d'acqua che vi si originano e divergono in più direzioni (Cura, Arasse, Ciörök, Eufrate, Tigri). Numerosi i laghi, di cui i maggiori sono quelli di Van e di Urmia, salati, e quello di Gökcia, d'acqua dolce. Il clima, spiccatamente continentale, è aspro, con inverni rigidi e lunghi (nove mesi a Van), estati calde (massime a SO.) ed aride, brevi stagioni intermedie, ed in genere precipitazioni poco abbondanti (ma con lunga permanenza di nevi sulle plaghe più elevate). La popolazione, in genere piuttosto rada (la densità non raggiunge in media i 20 ab. a kmq.), si concentra di preferenza sul fondo delle conche intermontane, ossia nelle plaghe meno elevate e meglio favorite dal clima. Data la vocazione naturale del paese (steppe), l'allevamento prevale sull'agricoltura, limitata in sostanza ai cereali (grano in alcune zone fino a 2000 m.), al gelso, alla vite ed agli alberi fruttiferi (meli, albicocchi); le produzioni eccedenti i pur modesti bisogni locali si restringono a lane, pelli, sete e frutta; l'attività industriale non conosce le forme moderne, perpetuando un modesto artigianato tradizionale. Non mancano tuttavia risorse minerarie di qualche entità (ferro, rame, manganese, arsenico, argento, oro, zolfo, salgemma, ecc.). La plastica del terreno rende le comunicazioni difficili: d'altronde le frontiere politiche dividono il paese in tre compartimenti stagni: l'Armenia turca ad O., l'Iranica (persiana) a SE. e la russa (sovietica) a NE.

(propr. Euc. Catt.)
Quest'ultima è la sola che conservi a buon diritto il nome di A., costituita com'è in una Repubblica federata (ASSR) la cui popolazione è formata per l'85 % ca. da armeni. Il territorio dell'ASSR si estende tuttavia alquanto al di fuori dall'altopiano armeno. Nelle altre due zone gli Armeni, che alla fine del secolo scorso rappresentavano d'altronde appena i 2/5 degli abitanti l'intero regione storica (ridotti com'erano di numero in seguito alle stragi, ai massacri, alle deportazioni in massa avvenute a più riprese, ed anche negli ultimi due secoli), sono stati in sostanza soppressi e sostituiti dalle finitime popolazioni turche, curde o tartare. Gli Armeni formano un ramo della stirpe indo-europea; allevatori o coltivatori, sedentari e pacifici, nell'enorme maggioranza cristiani, sono in buon numero emigrati in varie città del Levante, dove esercitano con abilità il commercio e la banca.
I più importanti centri urbani armeni sono oggi Erivan (200 mila ab.) e Leninakan (già Alexandropol; 70 mila ab.) nell'ASSR; un certo numero di Armeni si trova anche ad Erzerum (30 mila ab.: antica Arx Romanorum) nell'A. turca; v. anche ARMENA REPUBBLICA SOVIETICA.
Bibliografia3 opere
Giuseppe Carsci
II. — CENNI STORICI.
Politicamente l'A., fin dall'inizio dei tempi storici, ebbe le due grandi divisioni: A. Maggiore, A. Minore a cavallo dell'Eufrate ad oriente e ad occidente. L'A. Maggiore, ossia l'A. propria, era anticamente formata da 15 province, ognuna delle quali era suddivisa in tanti cantoni governati ognuno da famiglie dinastiche con sistema feudale che godevano relativa indipendenza sotto l'alto dominio di un re dell'A. Visse con alterne fortune di indipendenza gloriosa sotto i propri re o di dominio controllato dai Persiani Arsacidi e Parti e dai Bizantini. Fu alla fine del sec. IV divisa in due tra la Persia e l'impero bizantino conservando relativa autonomia nazionale, almeno in qualche provincia, fino al sec. XIV; dopo di che, divisa prima tra la Persia e la Turchia, nel sec. XVIII ebbe la definitiva spartizione tra la Turchia, la Russia e la Persia. Al congresso di Versaglia, dopo la guerra mondiale del 1914-19, formò per effimero periodo una repubblica nazionale con capitale Erivan.
Nel sec. IV l'A. Maggiore aveva un territorio eguale alla Francia, con 20 satrapie, 620 distretti, 40.000 comuni, e poteva mettere in armi 300.000 uomini.
Dalla più remota antichità l'A. ebbe sul suo suolo varie agglomerazioni di popoli essendo un punto centrale dove venivano a cozzarsi le diverse migrazioni. Etnograficamente corrisponde, nella quasi totalità della nazione, alla razza ariana nel ramo caucasico con infiltrazioni di elementi turanici del nord e leuco-siri e frigi dell'occidente, come di elementi semitici della Mesopotamia.
La medesima infiltrazione si verifica anche nella struttura della sua lingua che è a base indo-europea e forma l'anello di congiunzione dei due grandi rami occidentale e orientale della famiglia indo-germanica.
Con l'invasione araba nel 636 e la caduta dell'impero persiano nel 652, l'A. conservò sempre una vita largamente autonoma se non indipendente, finché Asciot, della gloriosa famiglia di Bagratidi, fondò la nuova dinastia nell'885. Questo dei Bagratidi fu un periodo di splendore culturale di cui parlano ancora le rovine delle meravigliose chiese di Anl. Comincia in questo periodo un fenomeno straordinario: gli Armeni perdendo come nazione la loro indipendenza territoriale formano sul suolo patrio sette piccoli reami e un ottavo nella Georgia, oltre alcuni minori principi, onorati rispettati o temuti dai loro dominatori, mentre fuori del suolo nazionale, come individui occupano posizioni di primo ordine nell'impero di Costantinopoli.
L'A. Minore, invece, era formata dalla parte dell'Asia Minore situata tra l'Eufrate e il fiume Halis.
Dal sec. x fino alla fine del xiv il nome dell'A. Minore fu ereditato da un nuovo regno indipendente fondato nella Cilicia finché a sua volta anche questa fu invasa dagli Egiziani prima e poi dai Turchi nel sec. xv.
I secoli dal xv fino al xviii furono per la nazione armena secoli di oscura fortuna sotto il giogo e la dominazione dei Mongoli, Tartari, Persiani e Ottomani fino al regno di Pietro il Grande e di Caterina di Russia che si interessarono delle deplorevoli condizioni del popolo armeno e ne approfittarono alla fine per la conquista dell'Alta A. da parte della Russia. Ben noti sono i trattati di Adrianopoli, di S. Stefano, il congresso di Berlino, la convenzione di Cipro, ecc., i fatti sanguinosi di Zeitun e di Sassun ed i massacri periodici parziali o generali perpetrati nell'A. dal dominante governo turco per mezzo e per causa delle orde barbare curde.
Giovannino Aucher
III. — LA CHIESA ARMENA.
EPOCA I: Evangelizzazione dell'A. — Il cristianesimo è penetrato in A., assai prima dell'opera missionaria di s. Gregorio Illuminatore, per la via di Edessa, attraverso le regioni meridionali di Vaspurakan, di Taron e di Sofene; e dall'A. Minore, territorio dell'impero romano, attraverso Cesarea, Melitene e Ponto. E già ve lo troviamo diffuso agli inizi del sec. II. Tertulliano nell'Adversus Iudaeos, scritto ca. il 200, cita tra i paesi cristiani, insieme alla Persia, Media, Mesopotamia, anche l'A. Questa cristianità pregregoriana dell'A. avrà avuto anche i suoi pastori. L'allusione di Eusebio (VI, 46) a una lettera di Dionigi Alessandrino scritta verso il 249 a Merhujan (Μερικάνης) vescovo dell'A. e a quelli κατά Ἀρμενίαν, in cui impartirebbe istruzioni circa i lapsi sotto Decio, sembra convenire piuttosto all'A. Maggiore (secondo Ališan, Golzer, Ormanian, ecc.), che non all'A. Minore, allora facente parte dell'impero romano e territorialmente dipendente da Cesarea di Cappadocia.
EPOCA II: S. Gregorio Illuminatore. Il cristianesimo religione di Stato tra gli anni 295-300. — L'esistenza del cristianesimo pregregoriano non oscura il merito di s. Gregorio, riconosciuto universalmente quale primo apostolo dell'A., unico autore della conversione nazionale e dell'organizzazione ecclesiastica della Chiesa armena; detto perciò Illuminatore (v. GREGORIO ILLUMINATORE). La sua attività si svolse per un venticinquennio, proprio mentre nell'impero romano infieriva l'ultima persecuzione ed ebbe per frutto, grazie all'aiuto del piissimo re Tiridate, la distruzione del paganesimo, la proclamazione del cristianesimo a religione di Stato, la erezione di varie chiese con congrua dotazione economica, l'organizzazione gerarchica della Chiesa, con a capo il katholikós. Non essendo ancora legge tra gli Armeni il celibato dell'alto clero, il successore di s. Gregorio, fu scelto tra i membri della sua propria famiglia Parthev, a cominciare da suo figlio s. Aristakes che prese parte al Concilio di Nices (325), seguito dal fratello s. Varthanes, che vide la sua vita in pericolo per le mene del sacerdozio pagano superstite. Gli successe a sua volta il figlio s. Hussigh che cadde vittima della vendetta del re armeno Tiran (347) cui aveva proibito l'ingresso in chiesa per l'indegna condotta.
Dopo una parentesi di due katholikói non appartenenti alla famiglia Parthev, salì sul trono katholikossale, s. Nersès discendente della medesima famiglia, cui si deve una radicale riorganizzazione della Chiesa armena, sull'esempio di quella di Cesarea di Cappadocia, nel Concilio di Aštišat (365) il primo concilio storicamente noto della Chiesa armena.
Vi fu disciplinato il matrimonio cristiano affermando la monogamia con esclusione del concubinato, dell'unione tra affini e del divorzio; si riti superstiziosi di lamentazioni funebri furono sostituiti i funerali cristiani; furono prescritti canoni contro i criminali, contro l'immoralità, per l'uso equo del potere civile, del fisco, ecc.; si fondarono molteplici istituzioni di beneficenza e di educazione: scuole, orfanotrofi, brefotrofi, lebbosari; fu sviluppato il monachismo; si eressero sedi vescovili e canonicati affinché il clero dimorasse separato dalla famiglia; insomma la riforma nersessiana diretta a far penetrare i principi della fede e le regole del costume cristiano nel cuore delle masse è quella che ha improntato di sé tutta la storia religiosa ulteriore del paese.
La sua opera di riformatore attirò su s. Nersès l'ostilità del re Aršak e lo costrinse a ritirarsi nel suo possedimento di Aštišat, mentre il re lo sostituiva con un certo Ciumak. S. Nersès, ritornato in sede dopo la morte del re, fu ucciso (373) dal successore Pap, che nominò pure, senza l'intervento di Cesarea, un certo Hussak della famiglia Albianos. Questi, avendo contro di sé l'episcopato armeno e il Sinodo di Cesarea che colpì d'interdetto la sede katholikossale, ebbe solo un'azione limitata e negativa, durata fino al 379 quando alla sede katholikossale salì s. Sahak della famiglia Parthev soprannominato Magno, sotto il quale si ristabilì la giurisdizione normale.
Sahak, chiamato da Cosroe III re armeno ad occupare la sede armena, fu veramente il genio del suo tempo e del suo paese che versava allora in tristi condizioni politiche, perché proprio al suo avvento le trattative tra Teodosio il Grande e Sapore II, iniziate nel 374, erano finite dieci anni dopo con l'iniqua spartizione dell'A. tra Bisanzio, che ebbe la parte occidentale o greca, e Ctesifonte, che ebbe la parte orientale o persiana corrispondente ai due terzi di tutto il territorio. Proprio da questa spartizione sono derivati molti dei mali politici e religiosi che hanno in seguito afflitto l'A.
Merito principale di Sahak fu di avere reso armena la liturgia, fino allora celebrata in greco o in siriano, secondo le regioni, grazie all'invenzione dell'alfabeto armeno fatta da s. Mesrop (v.); di aver tradotto con l'aiuto di valenti monaci armeni la S. Scrittura e una vasta letteratura patriottica, offrendo così agli A. sottoposti a influenze politiche e culturali straniere il mezzo di mantenere l'unità nazionale; di aver sostituito all'obbligo di ricorso per chirotonia episcopale ed investitura katholikossale alla sede di Cesarea, resosi moralmente impossibile per motivi politici, la sola comunione in fede con la sede di Costantinopoli che veniva già a assorbire le prerogative degli esarati di Eraclea nella Tracia, come di Cesarea in Cappadocia.
Sotto i suoi successori durante tutto il sec. v nessuna controversia si deve lamentare né circa la formula di Calcedonia, né circa l'autocefalia armena la quale si delinea ormai già quale diritto consuetudinario.
EPOCA III: Dal sec. VI all'anno 1065. — L'anno del Concilio di Calcedonia (451) gli Armeni erano in armi a difendere la loro fede e la loro libertà religiosa contro il mazdeismo dei dominatori persiani, lotta che durò fino al 484. Durante questo tempo essi non ebbero nessuna possibilità d'informarsi da fonti autentiche circa il concilio ecumenico che aveva creato tante controversie in Oriente. Solo nel 506 l'imperatore Anastasio I, conchiusa vittoriosamente la campagna contro Qawad, inviò al katholikós Babken (490-514) l'Enotico a mezzo di messaggeri severiani. Convocato a Dvin, sede patriarcale, un concilio l'anno 506-507, il katholikós anatematizzò Nestorio e il nestorianesimo ed accettò l'Enotico. Non risulta da documenti contemporanei che abbia anatematizzato anche il Concilio di Calcedonia. Ed infatti le due lettere sinodali che portano il suo nome non condannano il duofisismo di Calcedonia ma solo la separazione in due persone (prosopa) voluta da Nestorio.
Le tendenze anticalcedonesi della Chiesa armena sembra si siano iniziate sotto il katholikós Movses II, Elivardetzi (574-604) che non aveva voluto sottostare all'imposizione dell'imperatore Maurizio, il quale avendo ottenuto da Cosroe Parwes in cambio di servizi resigli quasi tutta l'A. orientale, meno le due province di Vaspurakan e di Sunia e la città di Dvin, sede del katholikós, impose ai vescovi armeni divenuti suoi sudditi « il pane cotto e l'acqua calda dei Greci » nella liturgia, e contro il katholikós oppositore nominò un nuovo katholikós nella persona di Hovhannès (Giovanni) III (592-610) che aveva l'anno innanzi accettato nel Sinodo primo di Karin la formola calcedonese.
Così l'anno 591-92 segnerebbe l'inizio della formazione ufficiale di una fazione armena anticalcedonese (piuttosto che monofisita) a Dvin per opera di Movses II, sebbene avesse contro di sé la grande massa dell'episcopato e del popolo armeno. Tale scisma fu consumato l'anno 608-609 da Abramo I, il quale in una sua lettera enciclica pur premettendo il simbolo ortodosso e accettando i primi tre concili ecumenici, vietava agli Armeni di comunicare in sacris e in c'cilibus con gli Iberi, con i Greci e con quanti seguivano le decisioni di Calcedonia; e confondeva praticamente il duofisismo della formola calcedonese con la separazione nestoriana in due persone. Da questa data comincia lo stato di fluttuazione della Chiesa armena circa la formola calcedonese duofisistica, pur ammettendone in sostanza il contenuto ortodosso. Questo stato di flusso e riflusso nei riguardi del IV Concilio ecumenico e della sua progredita formola cristologica durò fino al sec. XI quando, trasferitasi in Cilicia la sede patriarcale e stabiliti i contatti con Roma, le informazioni circa il Concilio di Calcedonia si fecero più precise e le spiegazioni autentiche circa la formola ne chiarirono il senso.
I katholikós che si succedettero fino alla metà del sec. XI si incontrano ora favorevoli ora contrari al Concilio di Calcedonia: contrarietà spesso determinata dall'antagonismo politico tra Armeni e Greci. Non è il caso di esaminare qui la condotta dei singoli, ma ricapitolando i quattro secoli e mezzo di storia dallo scisma di Abramo I (608) alla intronizzazione (1065) di Gregorio II Vkayaser primo katholikós di Cilicia, su 33 patriarchi 6 sono anticalcedonesi, 5 sono per giunta persecutori di cattolici, ma 15 si mostrano tolleranti e 7 sono promotori convinti dell'unione con Roma.
EPOCA IV: Periodo cilicense - Da Gregorio II Vkayaser a Gregorio Mussabeghiantz (1065-1441). - Dal sec. X in poi comincia l'emigrazione del popolo armeno incalzato dalle orde asiatiche verso l'interno dell'impero bizantino, cedendo a questo i feudi più esposti e ricevendone in cambio territori situati nell'interno. Centro di immigrazione fu la Cilicia nella quale tuttavia gli Armeni non si lasciarono assorbire dai Greci, ma mantennero tenacemente i propri principi, fino a formare nel sec. XII il regno armeno indipendente di Cilicia. Naturalmente anche la Chiesa seguì questo movimento migratorio, e la sede katholikossale da Dvin, dopo vari trasferimenti si stabilì definitivamente a Sis, capitale del regno di Cilicia nel 1294. Da questa sede dipendevano anche gli Armeni dell'A. orientale rimasti sotto il dominio politico dei Turchi Selgiuchidi.
Quest'epoca della storia ecclesiastica armena è caratterizzata così: all'emancipazione politica da Bisanzio segue quella religiosa e l'orientamento verso Roma, facilitato anche dai traffici attraverso il Mediterraneo; si esplicita una maggior larghezza di vedute nelle questioni teologiche; quanto alle riforme disciplinari si procede con prudenza per non urtare la mentalità meno colta dell'A. orientale evitando così di trasformare la diffidenza loro in scisma formale.
Sono frequenti e strette le relazioni dei katholikós di quest'epoca con i Romani Pontefici. Gregorio II dopo il 1074 si reca a Roma ad ossequiare Gregorio VII; Gregorio III (v.) fu in relazione con i papi Onorio II, Innocenzo II ed Eugenio III; Gregorio IV è in relazione epistolare con Lucio III e Clemente III; Gregorio VI rende omaggio a Innocenzo III e ne riceve il pallio; Giacomo I è invitato da papa Gregorio X al Concilio di Lione; e così via fino al katholikós Costantino V che prese parte al Concilio di Firenze (1439). In questo Concilio, pure essendo terminate le sedute, il Papa indisse una seduta pubblica il 22 nov. 1439 per l'unione degli Armeni che accettarono non solo i punti dogmatici firmati dai Greci, ma pure le nuove proposte disciplinari.

Questi Armeni cattolici rappresentanti la massa preponderante del popolo nei secc. XI-XV e la Chiesa ufficiale facente capo al katholikós si trovarono sempre tra due correnti estremiste: gli Armeni orientali troppo attaccati alle tradizioni rituali-disciplinari armene e gli Uniatisti rappresentanti e diretti dai Fratres Unitores, ramo armeno dei Fratres Peregrinantes domenicani, fondati verso il 1330 da Giovanni Kernetzi egumeno del cenobio di Kerna con l'aiuto del domenicano beato Bartolomeo da Bologna. Lo scrittore armeno Mechitar Aparanetzi, unitore moderato, attesta in un suo scritto (1410) la realtà di tale situazione.
EPOCA V: Dalla creazione della sede patriarcale di Egmiadzin allo scisma definitivo (1441-1700). - La caduta del regno armeno di Cilicia, il 16 apr. 1375, per le armi dei Mamelucchi d'Egitto, portò con sé la decadenza della sede katholikossale di Sis e insieme favorì il movimento degli Armeni orientali desiderosi di riportare la sede stessa alla sua antica residenza di Valaršapat (Eğmiadzin) nell'A. Maggiore e pronti perciò, come fece Tommaso Vartapet Mezobetzki, a incolpare la sede di Sis di eccessivo asservimento a Roma e ai Greci, di accettazione delle formole duofisite, di innovazioni rituali e disciplinari. Fu contestata a Gregorio IX Mussabeghiantz (1440-52) la canonicità dell'elezione ed egli stesso invitato a recarsi da Sis ad Eğmiadzin per il sinodo elettorale. Al suo rifiuto, Tommaso indisse per il 1º dic. 1441 il Sinodo nel quale, con la partecipazione di 13 vescovi e altrettanti vartapet, 11 procuratori di vescovi impediti e molti egumeni, fu eletto Kirakos Virapetzki. Questi emanò subito l'enciclica con la quale assolveva dagli anatemi lanciati dal katholikós di Sis. Così sorse la sede katholikossale di Eğmiadzin, accanto a quelle già esistenti di Sis e di Althamar, quest'ultima già dissidente da Sis ed ora sottomessa ad Eğmiadzin. In seguito tra le due sedi di Eğmiadzin e di Sis si addivenne ad un modus vivendi conchiuso nel Sinodo di Gerusalemme del 1651 (dove un patriarcato armeno staccato da quello di Sis, di rango soltanto arcivescovile, si era già costituito nel 1311) per cui ad Eğmiadzin rimase il titolo di suprema sede patriarcale, mentre la giurisdizione di Sis rimase limitata alla Cilicia con episcopato assai ridotto. Una terza scissione della suprema autorità ecclesiastica armena avvenne nel 1461 quando Maometto II creò il patriarcato armeno di Costantinopoli, al cui titolare vennero conferite le prerogative di capo religioso-civile di tutti gli Armeni dell'impero ottomano, inclusi anche i Caldei, i Nestoriani e i Copti. Sebbene l'autorità geacrifica rimanesse sempre al katholikós d'Eğmiadzin, si comprende come l'autorità di fatto del patriarca di Costantinopoli, come capo della nazione (millet) armena, fosse grandissima e come molti la ambissero e infine si sentissero stimolati all'indipendenza rispetto al katholikós di Eğmiadzin.

Le cinque sedi armene, tre katholikossali e due patriarcali, continuarono più o meno ininterrottamente la comunione sia con la Sede romana sia con la corrente cattolica, aiutata notevolmente dalle nuove missioni latine dei Gesuiti stabilitesi in Aleppo nel 1626, a Ispahan nel 1653, a Erzerum nel 1685-91; dei Cappuccini (Aleppo 1627, Ispahan 1644) che si erano aggiunte a quelle dei Fratres Unitores e dei Carmelitani.
Le relazioni e la comunione con Roma della sede di Eğmiadzin datano storicamente dalla metà del sec. XVI, prima del pontificato di Gregorio XIII. Stefano V Salmastetzki (1548-59) presenta a Paolo III la sottomissione sua e del suo episcopato; Michele di Sebaste (1546-68) inviò un'ambasciata a Pio IV; Gregorio XII di Eğmiadzin fa la sua professione di fede a Leonardo vescovo di Sidone inviati gli da Gregorio XIII il quale emanò la bolla Romana Ecclesia (13 ott. 1584) esaltatrice della fedeltà armena, e decretò l'erezione in Roma di un Collegio armeno; Melchisedech (1593-1627) manda a Paolo V la sua professione di fede, Movses III Sunetzki (1630-33) fa altrettanto con Urbano VIII e Giacomo IV di Giulfa (1656-80) con Alessandro VII; Nahapet di Edessa (1691-1704) ottiene da Innocenzo XII in dono un bel trono, grato riconoscimento della inviati gli professione di fede; Alessandro I di Giulfa (v.; 1707-15) professa con una lettera a Clemente XI la sua adesione al primato pur lamentando la condotta dei missionari latini; le due ultime professioni di fede dei katholikói di Eğmiadzin sono quelle di Azvazadur da Hamadan ad Innocenzo XIII nel 1717 e di Karapet Ulnetzki (1726-30) a Benedetto XIII; con Lazzaro II di Giahuk (1737-51) e Simone di Erivan (1763-80) comincia la serie dei patriarchi di Eğmiadzin intolleranti e avversari di Roma.
EPOCA VI: Lo scisma definitivo. Il Patriarcato armeno-cattolico di Cilicia (secc. XVIII-XX). - Si poteva sperare che il lento ma proficuo lavoro esercitato dai fautori della corrente cattolica, costituita da tanti prelati e vartapet armeni (fra i quali eminevano nello scorcio dei secc. XVII-XVIII, le due figure di Ardzi-vian Abramo, futuro katholikós di Cilicia, e Mechitar da Sebaste fondatore dei monaci Mechitaristi) dagli alunni del collegio Urbano (fra i quali spiccarono Kaciatur vart. Arakelian e Melchiorre Tasbas arciv. di Merdin) e dai missionari latini, finisse col sopravvento definitivo della verità cattolica; ma un fatto nuovo venne a stroncare tutta l'opera: le persecuzioni mosse dai patriarchi di Costantinopoli.
Il fanatico Efrem nel 1701 deposto Melchisedech Sufi, patriarca di Costantinopoli, quale fautore dei cattolici, salì sul trono per la terza volta, e iniziò il 15 luglio 1701 le persecuzioni contro i cattolici cosiddetti Franchi. Gli succedettero altri non meno accaniti persecutori: Avetik, appoggiato dall'amico turco Feyzullah effendi, Giovanni di Smirne (1707-1708), sotto il quale subì il martirio il Ter-Komitas Kheomurgean sacerdote il 5 nov. 1707, proclamato besto nel 1929 da Pio XI; Sahak Abucetzki (1707, 1708, 1714), Giovanni Ganzaketzki (1714-15), Giovanni Bališetzki o Kolot (1715-41). Molti cattolici sigillarono la propria fede subendo esili o morte in carcere, fra i quali spicca la figura di mons. Melchiorre Tasbas (cf. Elia Ibn al-Qsir, Une page de l'hist. de l'Eglise, de Mardin, trad. dall'arabo da Scheil O. P., in Revue de L'Orient Chrét., 1 (1896), pp. 43-87), e del vescovo Azvazadur che morirono in carcere.

(Venezia, fol. pp. Mechitaristi)
Finché i cattolici non furono perseguitati, le chiese armene erano frequentate promiscuamente, soprattutto ove mancavano le chiese latine, come era la condizione di quasi tutte le province dell'impero ottomano. L'unione perdurante di Egmiadzin con Roma rendeva la cosa spiegabile. Scoppiate le persecuzioni, venivano emanate le prime risposte dal Supremo Tribunale del S. Ufficio in materia di comunicazione in sacris per i casi della Turchia: il 9 sett. 1704 ai pp. Cappuccini di Costantinopoli, il 15 marzo 1706 al sacerdote Melchiorre Tasbas, il 22 febbr. 1707 a qualche commerciante armeno; il 21 giugno 1708 a certo Mghertic d'Aleppo, e tutti ancora privati; il 28 nov. 1709 ai missionari d'Ispahan. Mentre in Persia era lecito ai cattolici erigere chiese proprie, la costituzione ottomana che riconosceva un solo millet armeno e quello alle dipendenze esclusive dei patriarchi di Costantinopoli, rendeva impossibile la separazione di Armeni-cattolici in appositi edifici di culto. Tale circostanza unita ad una certa speranza di calma dell'uragano delle persecuzioni, induceva una notevole corrente di missionari cattolici a interpretare la risposta del S. Ufficio del 1709 al VI Dubium dei missionari d'Ispahan come non ancora applicabile ai casi della Turchia. Man mano però che cresceva il fanatismo ereticale dei persecutori, la S. Sede dovette insistere su l'obbligo di non communicare in sacris, perché la tolleranza s'era ormai resa ingiustificabile (Instructio generalis del 1723 del S. Ufficio, e del 1729 Cum saepe ac diu) rimanendo solo per tre atti necessari: Battesimo, Matrimonio, sepoltura, in virtù delle competenze dello Statuto personale dei patriarchi, ai quali restavano soggetti civilmente anche i cattolici armeni.
Ne seguiva per logica naturale che i nuclei dei cattolici armeni in tutto l'impero ottomano o dovevano restare senza culto, o frequentare le chiese missionarie latine ove ci fossero, o celebrare in case private di nascosto, o sottomettersi al patriarca persecutore. La mancata organizzazione dei cattolici nelle chiese del proprio rito, a causa della tirannia dei patriarchi; la necessità di frequentare le chiese latine e di essere assistiti da stranieri fece sì che il cattolicesimo armeno dall'inizio del sec. XVIII fosse sinonimo di franchizzazione o di suazionalizzazione rituale, disciplinare, e sociale; solo così una considerevole massa di fedeli cattolici, privata dei propri pastori nelle province, fu tolta alla corrente cattolica. Il rimedio sperato con la creazione del Patriarcato di Cilicia non fu né notabile né tempestivo. Ciò spiega la schiacciante minoranza di seguaci rimasti ai dirigenti cattolici all'inizio del sec. XVIII.
Kolot (1715-41) nel Sinodo del patriarcato di Costantinopoli del 1727, ove venne eletto Karapet in katholikós di Egmiadzin, tolse gli anatemi contro s. Leone e il Concilio di Calcedonia onde attirare i cattolici alle sue chiese. La sua cultura, l'amicizia e la riconoscenza verso l'ambasciatore di Francia de Villeneuve, gli fecero riconoscere una certa libertà religiosa ai cattolici, con cui concluse un accordo di amicizia; e infine presentò a mons. Bona, vicario patriarcale, la propria professione di fede. Si sarebbe recato anche a Roma se la morte non l'avesse colto nel 1741. Anche il suo successore Giacomo Nalean (1741-49; 1752-64), pure indulgente alla fine del patriarcato verso i cattolici, sarebbe stato disposto e impegnato a lasciare la libertà religiosa come Kolot.
Gli sforzi separazionisti dei cattolici si realizzarono parzialmente quando in Aleppo il 26 marzo 1740 Abramo Pietro I Ardzivian (v.) venne eletto a succedere a Luca Albakean m. il 1737, nella sede sua di Sis, e venne confermato da Benedetto XIV il 26 nov. 1741 ricevendo il pallio a Roma l'8 dic. dello stesso anno.
Partito da Roma il luglio 1743 non poté installarsi in Cilicia, essendo stato eletto Michele dalla fazione dissidente, né a Costantinopoli, ove, quale patriarca del titolo di Cilicia nel senso ristretto, sarebbe rimasto fuori del suo territorio; ma poiché d'altra parte, il patriarca Nalean gli aveva preclusa la porta, si stabilì nel Libano nel monastero di Kreim dei monaci Antoniani.
Morto Ardzivian il 1° ott. 1749, gli succedettero nella residenza del Libano sette altri katholikói, dei quali i tre primi scelti tra i monaci Antoniani di Kreim: Giacomo Pietro II (1749-53), Michele Pietro III (1753-80), Basilio Pietro IV (1780-88), Gregorio Pietro V (1788-1812), Gregorio Pietro VI (1812-41), Giacomo Pietro VII (1841-1843), Gregorio Pietro VIII (1843-66) chiamato stella orientale.
Oltre le opere di amministrazione normale e l'erezione di qualche nuova sede, che da quattro ascesero a dieci, nulla degno di rilievo si registra, eccetto lo sviluppo della Congregazione degli Antoniani e di Bzommar. La convocazione del Sinodo di Bzommar 1875 (Mansi, XL), è il primo tentativo del genere, incompleto però, e che non merita l'approvazione (vedi l'avviso del consultore G. De Ferrari, loc. cit., cdl. 893-914).
Il successo dei cattolici perciò con la creazione della sede patriarcale di Cilicia fu precario: poiché a) rimase limitata fino al 1866 ai soli territori di Cilicia, parte dell'A. Minore, Siria, Mesopotamia, Egitto; e le province più popolate di tutta l'A. Maggiore e di Anatolia continuarono a dipendere dal vicariato patriarcale latino di Costantinopoli, che dal 1758 in poi cominciò a reggerla per tramite di un vescovo armeno nominato da Propaganda fra i tre candidati presentati dal clero e dai fedeli (Merassian Atanasio dal 1758, poi Messerlian Antonio (1787, e nuovamente dal 1806 in poi, Sofalian Sahak vartapet nel 1784); b) i patriarchi di Cilicia residenti a Bzommar non ebbero le prerogative civili, e perciò perdurarono le persecuzioni dei patriarchi di Costantinopoli in tutto l'impero ottomano fino al 1830, epoca in cui i cattolici armeni furono emancipati dalla giurisdizione patriarcale di Kum-Kapù.
Frattanto nella seconda metà del sec. XVIII i patriarchi di Costantinopoli cercarono di venire a qualche compromesso coi cattolici-armeni.
Così Zaccaria II (1773-81, 1782-99) tentò di guadagnarsi i cattolici alla propria Chiesa promettendo la libertà, purché volessero nelle quattro feste principali partecipare al culto e comunicarsi. Il marchese Serpos con la Dissertazione polemico-critica del 1783 tentò di trovare una via di conciliazione. La S. Sede replicò sotto pena di privazione dell'assoluzione le proprie prescrizioni de non communicando agli uffici divini e Sacramenti dei dissidenti, esclusi sempre i tre casi di Matrimonio, Battesimo e dei funerali.
Durante il secondo patriarcato di Hovhannès XI, patriarca armeno di Costantinopoli (1802-13), negli anni 1809-1810, con l'iniziativa di laici ben disposti di ambedue le parti, si venne a fare firmare un Trattato di Riunione contenente cinque articoli di fede cattolica: il Primato, la formula calcedonese delle due nature in una persona, il Filioque, la immediata remunerazione degli eletti dopo la morte ed il Purgatorio. L'iniziativa, salutata con entusiasmo da personaggi eminenti, sia europei che armeni, fu sventata dalla mancata concordia del clero armeno cattolico di Costantinopoli.
Paolo Grigorean (1815-23), negli anni 1816-20 riprese il tentativo di qualche compromesso, in un congresso moto fra i rappresentanti cattolici e dissidenti, sotto la sua presidenza. Mons. Messerlian ricusò di prendervi parte: fu esiliato (1820) e morì in esilio. Il congresso, al quale prese parte qualche ecclesiastico cattolico con ottime intenzioni, contro le ingiunzioni della S. Sede, fallì. La famiglia cattolica armena Duzian (Duz-Oglù), influentissima presso il Sultano, fu soppressa per tradimento di Artin Pezgian effendi dissidente, sotto l'accusa di dilapidazione dei tesori imperiali.
Frattanto scoppiata la guerra russo-turca sulle frontiere del Caucaso, gli Armeni della frontiera mostravano simpatie verso lo zar Nicola I come liberatore. Nerses arcivescovo dissidente di Tiflis con 10.000 combattenti passò dalla parte del generale Paschovitz. Nel trattato di Turkman-Clay Nicola I annesse Egmiadzin (1828) all'impero russo; così la suprema Sede katholikossale armena passava sotto il dominio russo, che nel 1836 con la costituzione Polejeniè la modellò sul tipo della Chiesa ortodossa russa, e da questa data in poi quella Sede seguì le sorti della politica russa.
Durante questa guerra russo-turca del 1827, allo scopo di ottenere dal sultano in favore di mons. Maruscì la emancipazione della comunità cattolica armena dal patriarca armeno, Tenkerian, capo delle famiglie cattoliche influenti di Costantinopoli, addusse tra gli altri motivi anche la simpatia degli armeni dissidenti verso lo zar. Karapet, patriarca di Kum-Kapù, venuto a conoscenza di tale accusa, e aiutato da Paolo Grigorian ex-patriarca, se ne venciò col dare al sultano ogni garanzia circa la fedeltà degli Armeni che frequentavano le chiese nazionali cioè dei dissidenti, e ricusò qualsiasi responsabilità circa i cattolici armeni che frequentavano le chiese dei latini ed erano come stranieri. L'effetto fu la terribile persecuzione che durò dal 3 ott. 1827 al febbr. 1828, in cui 10.000 cattolici anciani di Costantinopoli venivano esiliati nell'interno dell'Anatolia in pieno inverno; né furono risparmiate le altre città di Anatolia e dell'Asia Minore. Fu l'ultima delle persecuzioni, durate ben 130 anni, degli Armeni cattolici ad opera dei patriarchi di Kum-Kapù.
Sultan Mahmud, sconfitto dai Russi e ricorso ai rappresentanti della Francia e dell'Austria, veniva costretto dietro raccomandazione di Leone XII ad accettare l'emancipazione dei cattolici armeni della Turchia dalla giurisdizione civile del patriarca armeno di Kum-Kapù, con l'inserire nel trattato di Adrianopoli, il 14 sett. 1829, l'art. 12, che fu firmato dal sultano il 6 genn. 1830. Pio VIII creò quindi la sede primaziale armeno-cattolica di Costantinopoli il 6 luglio 1830 (Quodi iandin), destinandole tutto il territorio fino allora sottomesso al vicario patriarcale latino di Costantinopoli.
Nurigian Antonio venne nominato primo primate (1830-1838); a lui seguirono Maruscì Antonio (1838-46), e Hassun Antonio (1846), che dal 1842 era già coadiutore cum iure successionis.
La comunità armeno cattolica dal 1830 in poi cominciava così ad avere due dizioni ecclesiastiche, la patriarcale di Cilicia (1741) e la primaziale di Costantinopoli (1830); ma solo il primate aveva, dinanzi allo stato ottomano, gli attributi civili del millat armeno-cattolico. Il patriarca di Cilicia aveva bisogno del servizio della sede primaziale per il disimpegno degli affari civili presso la Sublime Porta. Sotto tale aspetto la Sede primaziale di Costantinopoli primeggiava sul katholikossato di Cilicia.
Nurigian (e neppure il suo successore immediato) non poté riunire nelle sue mani i due poteri; perché egli quale suddito austriaco non fu ammesso dall'impero ottomano; Giacomo vartapet Ciukurian (Valle) fu chiamato a supplire tale compito col titolo di patrik. Così si inaugurava un cattivo dualismo; morto lui gli succedettero altri; solo per un periodo breve furono riuniti i due poteri nel primate Hassun (1845-48), che li riebbe poi come patriarca nel 1861. Presso i Greci il patriarca ecumenico governava col sinodo; presso gli Armeni il patriarca dissidente governava con l'assemblea nazionale mista. I cattolici non poterono non seguire l'esempio, tanto più che l'autorità statale spesso non gradiva i candidati e li cambiava facilmente. Spesso il patrik, capo nazione, col suo consiglio, cui competeva l'amministrazione dei beni di carattere misto, si erigeva di fronte al primate esclusivamente capo spirituale. Gli urti, per quanto si volessero scansare, diventavano inevitabili. La fusione permanente di due competenze, che sarebbe stata la migliore soluzione, era irrealizzabile dato che i due poteri promanavano da due fonti diverse: la S. Sede e lo Stato ottomano. Inoltre vi era ancora la separazione di due sedi e due dizioni ecclesiastiche armeno-cattoliche, fra le quali la concorrenza e l'animosità. Bisognava perciò fondere in una le due sedi.
Il che avvenne dopo la morte del patriarca di Cilicia Gregorio Pietro VIII (9 genn. 1866), nella persona del primate Hassun nel Sinodo del 14 sett. 1866 tenuto a Bzommar sotto la presidenza di mons. Valerga delegato apostolico della Siria e patriarca latino di Gerusalemme. La bolla Reversurus regolava le modalità di quest'unione; il 15 luglio 1867 Antonio Hassun riceveva il pallio, e nell'ag. il berat imperiale. Hassun, primate nel 1850, realizzatore di sei nuove sedi residenziali vescovili armeno-cattoliche (Angora, Artwin, Brussa, Erzerum, Ispahan, Trebisonda) con quelle del patriarcato di Cilicia raggiungeva il numero di ben 17 sedi. Tutto sembrava concorrere perché in un periodo di pace, il cattolicesimo avesse lo sviluppo maggiore nel ceto armeno, dopo il secolo delle persecuzioni. Non fu però così. Molte furono le cause, tra le quali sembrano più importanti le seguenti: la comunità armeno-cattolica, distaccatasi dalla massa della nazione volta in gran parte allo scisma, aveva avuto un indirizzo poco felice di latinizazione, introdotto fin da quando si era formato l'Ordine degli Unitori armeni (sec. XIV), al quale si era opposta dall'inizio stesso la corrente reazionaria di tradizionalismo eccessivamente isolazionista. Questo indirizzo biforcato sarebbe stato l'origine di quasi tutti i mali.
Il vuoto che separava i latinizzanti dai conservatori, non fu sufficientemente colmato, anzi si cristallizzarono le parti, e un avvicinamento reciproco tanto urgente per difendersi e opporsi alle mene dei patriarchi dissidenti di Costantinopoli non fu mai realizzato. Le forze dei cattolici si neutralizzavano nell'urto fra di loro e contro il comune avversario. Trascorsi i secoli, le controversie di rito e disciplinari, relitti di un passato poco felice, aiutate molto dall'ignoranza dell'epoca, divennero più acute. I valori della tradizione rituale, disciplinare, letteraria di tutta l'antichità armena, venivano sottovalutati o svalutati affatto, e non di rado, in segno di attaccamento alla Madre Chiesa cattolica romana, venivano affatto disprezzati dai missionari cattolici stessi, istruiti nella conoscenza di discipline teologiche e canoniche d'interesse generale e occidentale, ma poco o punto di discipline d'interesse particolare ossia nazionale. Fin le pubblicazioni dei dotti e eruditi teologi, filologi e storici, tendenti a dissipare il velo d'ignoranza, e destinate a rischiare i problemi, venivano spesso denunziate come ereticali; opere che pur oggi farebbero onore a qualsiasi letteratura. Basterebbe ricordare le controversie acute circa le opere di Giovanni Oznetzi, la Storia di P. M. Ciamcian, le Vite dei Santi (12 voll.) di G. B. Aucher, il Commentario all'Innario Armeno e le Epistole Paoline di G. Avedichian, pubblicate nel primo quarto del sec. XIX.
Questo trattamento non incitava meno alla persecuzione gli Armeni dissidenti molto attaccati alle loro tradizioni, benché incapaci di spiegarne le ragioni; e incitava alla reazione quella corrente di sano conservatorismo e di rispetto delle tradizioni, sapientemente e costantemente raccomandati dalle istruzioni e pratiche della S. Sede, ed imposti da motivi di sano apostolato cattolico, per non creare senza necessità nuove incrinature e non allargare l'abisso di separazione fra cattolici e dissidenti. Così era naturale che la predicazione della luminosa fede cattolica venisse annebbiata dagli avversari dissidenti e screditata agli occhi della plebe con gli epiteti di franchizzazione di latinizzazione e di snazionalizzazione. Pio VIII, penetrando con occhio profetico nelle conseguenze nefaste di simili contrasti dall'inizio stesso della erezione della Sede primaziale esortava paternamente il clero ed i fedeli alla concordia e alla carità: cf. Quod iamdiu del 30 luglio 1830 (Mansi, XL, 754 sg.); e Benedictus Deus del cardinale prefetto di Propaganda diretto al clero e al popolo armeno cattolico di Costantinopoli (10 luglio 1830): «Verendum esset, ne opus hoc dexterae Dei protegentis auxilio tam feliciter inchoatum auctumque brevi concideret atque dilaberetur: molestiae enim illae, quae vobis antea inferebantur extrinsecus, domesticae fieri possent atque intestinae, sensimque nationem vestram ad exitum deducere, iuxta illud Apostoli ad Galatas: Si invicem mordetis et comeditis, videte ne ab invicem consummemini...». Le stesse esortazioni scriveva Gregorio XVI l'anno 1832 nell'Inter gravissimas.
A tali controversie vennero aggiunte, nella seconda metà dello stesso sec. XIX, altre più scabrose ancora, circa i diritti cosiddetti nazionali della partecipazione del clero inferiore e dei fedeli alla presentazione di candidati alle diocesi e al patriarcato, intaccati dal licet, e revocati affatto dalla bolla Reversurus. Questa, infatti, estendeva a tutto il patriarcato armeno cattolico di Cilicia le restrizioni applicate fino allora alla sola sede primaziale, cioè la presentazione di tre candidati, fra i quali farebbe la scelta la S. Sede, e ciò perpetuis futuris temporibus. Deposto il patriarca Hassun, fu assunto in anti-patriarca Hagop Bahtarean, vescovo di Diyar-Bekir, al quale succedette in seguito Kupelean. Mons. A. Franchi fu inviato dalla S. Sede per trattare in via diplomatica con Ali pascià, ma fallì. La lotta continuò accanita fra i due partiti di hassunisti e anti-hassunisti: le chiese sia della capitale che delle province una per una venivano contestate e rapite. Leone XIII mitigò le disposizioni della Reversurus, riconoscendo al sinodo dei vescovi il diritto di elezione, con l'obbligo di farla verificare quanto alla canonicità. Kupelean ottenne la grazia di fare la propria ritrattazione alla presenza stessa del Papa, ed essere così assolto con solennità, presenti i cardinali dell'Urbe, il 18 apr. 1879. Il patriarca Hassun nel 1880 fu creato cardinale, e morì l'anno 1884, dopo aver ottenuto dal munifico Papa la erezione a Roma del Pont. Collegio armeno (1883). Azarian venne assunto a succedere come patriarca ad Hassun, il 24 genn. 1881, e vide presto la fine dell'incendio che aveva per quasi trenta anni devastato un gran bene.

Nel sec. XVIII le persecuzioni, e nel XIX le controversie interne, in gran parte originate dalla mancata conciliazione di istituti rituali e disciplinari e dei valori armeni coi sani principi del cattolicesimo, frustrarono non solo le fondate speranze del sec. XVII di un ritorno della massa del popolo all'unità cattolica, ma ostacolarono pure il ritmo delle conversioni.
Il cattolicesimo armeno si condannò a crescere solo per virtù interna di nascite, rimanendo sempre la minoranza della nazione.
Diciotto anni di sapiente governo di Azarian (1881-1899) diedero notevoli risultati per la propagazione del cattolicesimo. Gli fu ascritto a torto di avere concesso, nel Regolamento del patriarcato, ai laici nell'elezione dei patriarchi una parte condannata dalla Reversurus. Tale regolamento però servì per l'elezione dei suoi successori Paolo Pietro XI Emmanuelean (1899-1904) e Paolo Pietro XII Sabaghian (1904-1909), senza che Roma protestasse. Il fuoco si riaccese sotto i primi tre anni di patriarcato di Paolo Pietro XIII Terzian (1910). In Turchia era stata proclamata la nuova costituzione ottomana. Terzian non volle firmare un nuovo Regolamento che i laici avevano già presentato al predecessore suo Sabaghian, in cui volevano introdurre il voto popolare anche nell'elezione dei vescovi diocesani. Venuto a Roma, raccolse l'episcopato in un sinodo nazionale (1911); Pio X si riservò per quella volta la nomina delle sedi vacanti. Gli agitatori, questa volta esclusivamente laici, si ribellarono; e aiutati dalla Sublime Porta dichiararono deposto Terzian, quanto agli attributi civili di caponazione (1912). Lo scandalo non finì purtroppo che sotto la spada dei massacratori Turchi nel 1915-18, in cui 5 vescovi furono martirizzati, tre altri morirono in esilio; delle 16 diocesi rimasero 3 sole; di 250 sacerdoti, ca. 126 furono insieme massacrati, con una moltitudine di monache.

La conferenza episcopale armena tenuta a Roma nel 1928, per la munificenza di Pio XI, trasferiva da Costantinopoli a Beirut (Libano) la sede patriarcale di Cilicia, dove oggi risiede il card. Gregorio Pietro XV Agagianian, verso il quale sono rivolte le speranze di tutti per una resurrezione spirituale della nazione armena.
Bibliografia15 opere
IV. - IL RITO ARMENO.
1. Origine
L'origine del rito armeno è collegata con la diffusione del Vangelo in A., avvenuta verso il 300, ad opera di s. Gregorio Illuminatore (v.), cresciuto a Cesarea di Cappadocia, e di altri seguaci. Costoro portarono in A. il rito di Cesarea che, a sua volta, derivava da quello di Antiochia, da cui erano partiti i primi missionari della stessa Chiesa. Grande era poi l'affinità tra i riti antiocheno e gerosolimitano, il quale era pure tenuto in grande considerazione dagli Armeni.
2. Lingua
Col rito di Cappadocia venne adottata pure la lingua greca nel culto divino, per mancanza dell'alfabeto armeno. La Persia, antagonista di Bisanzio, nel breve periodo della sua invasione in A. (368-369), cercò di sostituire alla greca la lingua dei Siri, suoi fedeli sudditi, sostenendo la sua conservazione anche dopo la divisione dell'A. nel 387. L'inefficacia di quella incomprensibile favella per il profitto spirituale del popolo suggerì al dottore s. Mašthoc (Mesrop) di creare la scrittura armena, alla quale diede vita nel 404, ponendovi a base l'alfabeto greco. Con l'aiuto del patriarca Isacco e dei suoi discepoli, versati nelle lettere greche e siriaiche, tradusse subito la S. Scrittura e i libri liturgici. Dopo il Concilio di Calcedonia (v.) avvenne la separazione della Chiesa ufficiale armena (591), che si orientò verso i Siri suoi istigatori allo scisma monofisita, e cominciò a subirne l'influsso anche nel rito. Difatti sono del sec. VI: la soppressione dell'acqua nel calice della Messa, il ritorno all'antica unione del Natale con l'Epifania; nonché l'aggiunta « qui crucifixus es pro nobis » nel Trisagio, accettata e conservata ancora presso i giacobiti ed armeni dissidenti.
3. Ufficio
Nel sec. V, in cui comincia il rito armeno propriamente detto, la preghiera pubblica (in armeno Pašton, ufficio) era composta di sei ore: tre, riportate dagli storici dell'epoca, recitate dai sacerdoti leoniani in carcere presso i Persiani: il Notturino, che aveva luogo a mezzanotte; il Mattutino, che incominciava al canto del gallo; e il Vespro, detto alla sera; c'erano pure le preghiere delle ore Terza, Sesta e Nona, che il Mandacuni arricchì dei suoi Avvertimenti e Preghiere quaresimali. Stefano, vescovo di Iunia, nel sec. VIII, alle ore suddette aggiunse altri due uffici, l'uno Al sorger del sole (Prima), e l'altro Del riposo (Compieta), che seguiva il Vespro. Ma questi due, propri in origine di quella diocesi, al sec. X erano già divenuti comuni, per cui poté commentarli Khosrov, vescovo degli anzevesi.
Negli esemplari del breviario del sec. XIV troviamo un'altra ora, che seguiva quella Del riposo ed era chiamata Ora della pace. Si recitava privatamente, prima di coricarsi, e solo più tardi divenne pubblica. In certi ambienti tutti e nove gli uffici erano recitati ogni giorno feriale, come nel Sunia, mentre altre testimonianze dal sec. VII al XIV parlano della recita di sette solmente. Il Notturno era riservato alle feste, e quello del Sorger del sole ai giorni feriali, alternato a sua volta con quello dell'Ora della pace. Era questo il sistema seguito da tutta la nazione. In certi ambienti e periodi due di essi erano affatto soppressi, come affermano Mosè d'Erzinca, nel sec. XIII, ed altri.
Gli uffici obbligatori erano recitati dapprima privatamente, poi pubblicamente in chiesa, secondo testimonianze dal sec. VIII in poi.
Nel sec. V il breviario (Alotanoc o Alotamatoic) era composto dei 150 salmi e delle benedizioni profetiche, per cui nei canoni di s. Isacco è definito: « Ufficio di Salmodia ». Questo patriarca divise i salmi in otto « canoni » o gruppi, facendo seguire ad ognuno una benedizione, un « avvertimento » e una « preghiera » doppia. L'ufficio era completato poi da letture bibliche e spiegazioni dottrinali. Il Mandacuni vi aggiunse i suoi avvertimenti, come abbiamo detto sopra; e man mano si arricchì, anche con inni successivamente composti, che formarono un volume a parte, detto Sorocan (Innario); mentre l'ufficiatura di tutto l'anno, con le cerimonie e le letture della Messa, formavano il Conocoic (Calendario).
4. Rituale (Maithoc)
Il rituale fu composto, dopo l'abbandono di quello siriano, nel sec. V, come prova la sua affinità con quello greco, per quei legami di simpatia che legavano allora gli Armeni all'ellenismo. Non ci è nota la prima vera struttura di questo libro; ma sappiamo con certezza che esso cominciò presto a svilupparsi. Nel più antico esemplare del sec. XI conservato a S. Lazzaro di Venezia, il primo capitolo è sull'Ordine della Fondazione (e Consacrazione) della chiesa, di Giovanni Mandacuni, Katholikós degli Armeni (anni 478-90).
Il rituale subì nel sec. IX un'altra riforma, o meglio furono riunite in un solo volume tutte le benedizioni, prima separate, per facilitarne l'uso; quest'opera è attribuita da autori posteriori a Maithoc, superiore del convento di Sevan, il cui nome sarebbe stato apposto ai libri, mentre il suo discepolo Stefano, nel memoriale pervenutoci, avverte di aver compiuto egli stesso quel lavoro: « Feci, dice, questo libretto infimo nell'893 » (cod. n. 1571 di S. Lazzaro). Siccome questo memoriale trovasi solo nei rituali, riguarda dunque la stessa opera, che egli non pensa punto di attribuire al maestro nella biografia inserita nello stesso suo documento. È ben lungi però dall'essere un « libretto », poiché contiene 45 capitoli: è l'unico e prezioso rappresentante dello stato antico, non certo primitivo, del rituale, e pubblicato in inglese da Conybeare (Oxford 1905). Con l'avvicinarsi della Chiesa occidentale, all'Oriente e alla Cilicia armena al terzo delle crociate, il rito armeno subì l'influenza di quello romano. Il katholikós Gregorio IV, nel 1185, chiese al papa Lucio III il rituale romano, che fece tradurre in armeno. Nel codice Bb 100 del Vaticano (sec. XIII) ci sono due ordini di Battesimo: l'armeno e il latino e l'ordine della Cresima che viene conferita dal vescovo; e tutti e due praticati a volontà come confermava il Concilio di Sis nel 1342. È più abbondante l'elemento latino nell'esemplare scritto a Sis nel sec. XIV. Il concilio accenna pure ad altre innovazioni latinizzanti. Questa confusione di riti non poté perdurare neppure in Cilicia per la ragione che l'A. Maggiore non ha voluto mai saperne, e fu soppressa nei rituali successivi. Furono invece accolti spontaneamente e conservati da tutta la nazione gli ordini minori, sconosciuti nella chiesa armena, per la prima volta citati da Zaccaria Dsordsoretzi, nel primo quarto del sec. XIV, e dal Concilio del 1342, e inseriti nel predetto codice del 1345, insieme con l'unzione dei vescovi e sacerdoti, e la consegna dei vasi, ricordate pure dal suddetto concilio, e finora praticate; come pure l'ordine dell'incoronazione dei re, usato in Cilicia. I cattolici poi accettarono, per suggerimento di Roma, l'infusione dell'acqua nel vino del calice, la separazione del Natale e delle feste connesse, e l'Estrema Unzione, abbandonata dal sec. X, che si era già tentato di ripristinare in Cilicia; nonché la modifica del Trisagio, e la benedizione dell'olio degli infermi, fatta dal vescovo invece che dal sacerdote. Oltre a questi, parecchi altri punti del rito latino sono stati adottati dal clero cattolico nel suo rituale, che pubblicò l'Hassunian (1880), e che si allontana da quello approvato dalla S. Congregazione di Propaganda Fide nel 1840, ed edito dai Mechitaristi di Venezia, sulla base dei testi antichi (1831).
Col rito di Cappadocia l'A. adottò naturalmente anche la liturgia della Messa (Patarag), che era detta di s. Giacomo, formata in Anticchia su quella conservata nelle Costituzioni apostoliche, in lingua greca, e che fu diffusa in Siria, a Gerusalemme, in Cappadocia e in altre parti dell'Asia Minore (cf. L. Duchesne, Origines du culte chrét., Parigi 1925, pp. 65-69). S. Basilio ritoccò quella liturgia nella sua diocesi, dandole il proprio nome; fu conosciuta come tale da vari scrittori antichi, ed accettata dal De Meester, almeno nella sua forma primitiva.
Quel che interessa qui è il fatto che detta Messa fu accolta subito anche dalla Chiesa armena, come risulta da un passo messo in bocca ad un celebre armeno da Fausto, che scriveva verso la fine del sec. IV, e posto in rilievo da P. Gathircian (SS. Liturgie degli Armeni, pp. 97-132). La traduzione armena di questa liturgia, eseguita nel sec. V, è ancora conservata nei codici insieme ad un'altra sua versione del medioevo. Essa fu seguita da quella attuale, che fin dal sec. X è nota in A. con il nome di Atanasio. Il Gathircian ha trovato, tra i sec. V e VIII, tracce di questa Messa nella letteratura armena. Un passo comune a questa e ad un « avvertimento » del Mandacuni, gli bastano per concludere che c'era la mano del medesimo patriarca in quella liturgia (op. cit., pp. 323-28). Può egli essere un rimaneggiatore della medesima, che nella parte essenziale risponde a quella in uso oggi nel rito greco-bizantino, col nome di Crisostomo. Quindi è chiara la sua origine; e ragionevolmente F. Cabrol la collegò con la bizantina (in DThC, IX, col. 817). Ed è ancora la stessa liturgia, dapprima più breve e in seguito sviluppata nel testo greco e nell'armeno, che venne commentata da Khosrov verso il 950 (Comment. Missae, Venezia 1869) e da Narsete Lambronesc, arcivescovo di Tarso, nel 1177 (Comment. Missae, Venezia 1846), il quale ultimo « abbell » egli pure il messale. Dopo di lui, vi furono aggiunti: l'inizio del breviario e della versione armena del messale romano, tradotto probabilmente insieme col rituale, le preghiere della vestizione, il Confiteor, nelle sue tre parti, che si vedono per la prima volta nei codici del sec. XIII, e l'ultimo vangelo (cf. Hatzuni, Messale armena, pp. 14, 15, 25). Insieme a questa, esistevano altre liturgie in A., e Khosrov le vedeva senza poterle spiegare tutte; ciò significa che erano in uso esse pure in dati giorni. Ce lo fa capire anche Ukhtanee, verso la fine dello stesso sec. X, ricordando il suo incontro con Anania sulla riva del fiume Akhurian; ove «dicevano la Messe del Domine potentiae (così comincia la Messe), che dicono di Atanasio» (p. 12). È appunto questa distinzione la prova che erano in uso altre Messe, delle quali nei codici successivi si contano dieci, oltre quella solita. Tre di esse, cioè le due traduzioni della basiliana e la crisostomiana, contengono dei passi del messale ordinario, e sono poi citate dai Concili del 1397 e 1316 (Gathircian, op. cit., p. 352); e un indicatore, la cui più antica copia data dal 1287 (cod. 1411 di S. Lazzaro), segna anche i giorni della celebrazione di quelle di Atanasio (la comune), del Crisostomo e di Basilio (2ª traduzione), benché il Lambronese dichiari che al suo tempo non avessero la riforma crisostomiana. Può darsi che questa sia stata tradotta ed ammessa dopo di lui.

Una delle caratteristiche della liturgia armena è, oltre l'assenza dell'acqua dal calice, l'azzimo, il cui uso è antichissimo, e confermato da tutti gli scrittori armeni, a cominciare da Mosè II, che, nella lettera all'imperatore Maurizio (591), dichiarava di non voler recarsi da lui, per «non mangiare del pane sotto in forno, o bere dell'acqua calda», che erano gli elementi della Messa greca. Nelle antiche collezioni liturgiche armene troviamo pure quella dei Presanificati, conforme al testo greco, mentre il codice ciliciano n. 1411 di S. Lazzaro l'ha modificata con varie soppressioni e con l'aggiunta di qualche passo dell'ordinario messale armeno, intercalandola poi nell'ufficio vespertino. Era da celebrarsi «nel mercoledì e venerdì di quaresima». Pare che fosse arbitrariamente praticata in Cilicia, mentre l'A. Maggiore non voleva saperne, di questa «semimessa» o «Messa presantificata», secondo Gregorio di Tavel 1397.
Messa cantata – e anche l'unica dapprima – era riservata, oltre che ai giorni festivi, al sabato e alla domenica, come disponeva il Concilio di Duin, nel 645 (can. 6). Ma più tardi appare in A. pure la Messa piana, derivante dall'applicazione ai privati del divino Sacrificio in «quarantine», che è citata nei canoni del Concilio di Partaw nel 768 (can. 18), e che rendeva necessaria la quotidiana celebrazione privata. Questa maniera era diffusa nel medioevo per tutto il paese, come confermano innumerevoli lapidi rimaste nelle antiche chiese e il Lambronese, che descrive pure la forma semplicissima di essa, col solo celebrante (Comment. Missae, p. 438), o con l'assistenza di un ministro. Questo sistema continuò fino al sec. XVII e quindi fu conservato soltanto presso i cattolici. Nella quaresima, in cui era sospesa la liturgia, tranne il sabato e la domenica, si usava invece in tutta l'A. un «Ordine della preghiera di refezione all'ora nona di quaresima», che era la cosiddetta Messa secca, cioè senza oblazione. A quell'epoca essa non aveva ancora uno schema proprio, ma si leggeva una delle Messe in uso, ad es. quella di s. Atanasio. Più tardi ebbe un formolario suo, che è descritto nelle «Istruzioni», prese nel sec. XII dal convento Theleni (cod. n. 1372 di S. Lazzaro). Era un riassunto della Messa ordinaria, come figura nel breviario della principessa Mariun (sec. XIV) a S. Lazzaro (cod. n. 521), e nel codice V 3 del Vaticano (sec. XIII), il quale ultimo finisce così: il sacerdote «benedice del pane e lo distribuisce, e si congedano», come nella liturgia comune. Il messale in pratica oggi presso i cattolici è doppio; quello stampato a Roma nel 1677, con alcune arbitrarie correzioni dottrinali del sacerdote armeno Barsech; e quello pubblicato dal patriarca Hassunian, nel 1879, per la Messa letta, e alquanto latinizzato. Tutti gli altri sono in disuso.
Bibliografia13 opere
Vardan Hatzuni
V. – IL DIRITTO CANONICO.
Fino al sec. V il repertorio canonico della Chiesa armena era costituito, come per le altre chiese d'Oriente, dalle decisioni di concili ecumenici, dalle collezioni pseudo-apostoliche, e da qualche sinodo nazionale.
I canoni di Nicea (325) furono introdotti tramite s. Aristakes che vi aveva preso parte. Per i canoni dei concili topici ci mancano allusioni contemporanee delle fonti storiche; però non è improbabile che siano stati introdotti i canoni di questo o di quel concilio topico, ai quali gli Armeni avevano preso parte attraverso l'esercato di Cesarea.
È degna di essere ricordata la lettera canonica, costituita dalle risposte alle 9 domande degli Armeni, presumibilmente scritta verso l'anno 333 da Macario I Gerosolimitano a s. Verthanes katholikos (o, secondo alcuni, verso il 564 da Macario II a Verthanes vescovo della Sunia).
Vi erano inoltre le decisioni canoniche del I Sinodo nazionale legislativo di Aštisat (354-55), ove furono adottati i cosiddetti Primi Canoni Apostolici, cioè la Doctrina Apostolorum composta di 34-35 articoli; quindi i canoni Efesini (dogmatici) introdotti in A. ufficialmente tramite i Traduttori sotto il katholikos S. Sahak nel sinodo nazionale di Aštisat verso il 435; i canoni disciplinari del Concilio nazionale di Sahapivan (447), e presumibilmente anche i cosiddetti Canoni di S. Sahak il Grande, Soperk Haykakanlı, Venezia 1853, 2ª serie, pp. 71-134 (erm.), come anche i cosiddetti Secondi Apostolici che sarebbero i Canones Apostolici costituiti da 85 articoli, pubblicati dal Funk, e infine i Canoni di s. Taddeo Apostolo.
Al principio del sec. VIII sembra che sia stato fatto il primo lavoro di sistemazione o di coordinazione nella forma di una Collezione canonica ufficiale, Kanonaghirkh, da Giovanni Oznetzi katholikos detto il Filosofo (717-28), della serie dei canoni fino allora introdotti o in uso nella Chiesa armena, esistenti nella Curia patriarcale. Il merito dell'opera sembra sia stato l'aver raccolto tali norme secondo l'ordine cronologico, ricostituendo di ciascuna serie la prefazione ove indicava la motivazione, l'epoca, l'indice, per agevolarne l'uso. Mancandoci la Collezione di Oznetzi in originale o in un manoscritto coevo, non è facile fissare con precisione di quali gruppi canonici fosse essa costituita. Possiamo congetturare solo, attraverso le testimonianze storiche e le citazioni fatte dagli scrittori contemporanei, che la detta Collezione dovrebbe contenere, oltre la serie dei canoni da noi citati sopra, altri gruppi nuovi introdotti nella Chiesa armena dopo il sec. V fino all'epoca sua. Sicuramente vi era la serie dei canoni dei Concili di Ancira (314), di Neocesarea (314-25), di Antiochia (341), di Laodicea (343-81); forse anche i canoni cosiddetti di s. Atanasio e dei sinodi nazionali convocati nella città della residenza patriarcale a Duino, cioè i 39 canoni di Nerses II di Aštarak, i 12 canoni di Duino del 645, sotto Nerses III, e del 719 sotto Giovanni Oznetzi; e forse altre serie di canoni dei Santi Padri che non ci è possibile fissare. Questa Collezione di Oznetzi è stata ulteriormente arricchita fino al sec. X o anche XI, con l'aggiunta degli altri gruppi canonici dei sinodi armeni, e forse anche di Santi Padri.
A giudicare dal codice più antico che ci sia rimasto di detta Collezione canonica (codice di Giulfa, Persia, scritto nel 1098, oggi conservato nel monastero del S.mo Salvatore), alla fine del sec. XI la Collezione canonica armena, il Kanonaghirkh, conteneva oltre i sopracitati gruppi canonici, anche i 114 canoni detti Secondi Niceni (realmente una giustapposizione eclettica dei canoni niceni e topici); i 50 canoni di s. Basilio della prima serie, detti i primi, e della seconda serie, detti i secondi; i 21 canoni di Sardica (343-44), i 23 canoni di Gangra, i 24 canoni del Sinodo nazionale di Partaw (771), i canoni detti di s. Gregorio Illuminatore, e molti altri canoni pervenuti sotto il nome di Giov. Mandacuni, di Abramo vescovo dei Mamikonesni, e del Sinodo nazionale di Karin (Erzerum); e sotto il nome dei Santi Padri e scrittori ecclesiastici, come i 27 canoni pervenuti sotto il titolo dei Padri Successori degli Apostoli, oltre a quelli a nome dell'Apostolo Filippo, di Clemente Romano e di s. Nettario, di s. Ippolito e di s. Epifanio, s. Efrem, s. Gregorio Teologo, s. Cirillo, s. Dionigi aless., s. Giovanni Gerosolimitano, Dionigi areopagita, ecc. contenenti uno o due canoni di minore importanza.
Dal sec. XI in poi questa collezione ufficiale non ha subito ulteriori sviluppi in maniera che le decisioni dei sinodi nazionali susseguenti, del secc. XII-XVII, sono rimasti fuori della collezione. Quasi tutti i codici dei Kanonaghirkh del secc. XI-XVII mantengono l'identico contenuto.
Tutta questa serie canonica fu raccolta sotto forma di Nomocanone dal glossatore Mechitar Goš (m. nel 1213) nel Datastanaghirkh (libro dei giudizi o di sentenze giudiziali) ove l'autore secondo un ordine sistematico proprio cita il testo del canone, o di un vóμος, e ne dà il commentario. L'opera è scritta tra il 1184-1213. Questa Collezione Nomocanone dominò per tutto il medioevo quale manuale di Codice ecclesiastico-civile, sia nell'A. Maggiore che in Cilicia, ove dominò piuttosto sotto la veste della redazione del Codice di Sampat Connetable, sia anche nelle colonie armene di Polonia, ove una versione latina fu ratificata da Sigismondo I nel 1519, e della Tartaria ove fu fatta una versione tartara per le colonie armene di Astrakhan e della Crimea. Anzi ebbe notevole influsso sul Codice georgiano nella redazione di Vahtank VI (sec. XVIII), nella cui parte 3ª è incorporata, e indirettamente anche sul Codice generale dello zar Nicola I nel 1835, quando fu deciso che il Senato russo si sarebbe servito del suddetto Codice di Vahtank VI.
La Collezione Canonica del Kanonaghirkh, come del Nomocanone Datastanaghirkh, di Mechitar Goš, essendo chiusa alla fine del sec. XII, gli atti disciplinari dei sinodi armeni susseguiti, o le encicliche patriarcali, tra i secc. XIII e XVI, sono rimasti fuori delle collezioni sopra citate. Tra questi atti sono degni di menzione l'Enciclica Patriarcale di s. Nerzès Glajese (1166-73), di Costantino I katholikós (1220-67), gli Atti dei Sinodi armeni di Sis degli anni 1204, 1246, 1307 (l'ultimo sotto Gregorio VII di Anazarba), del Sinodo di Adana dell'anno 1316, che confermò gli Atti del sinodo precedente (1307), del Sinodo di Sis del 1342; come pure le Costituzioni del monastero di Zak del 1270, e del Sinodo di Gerusalemme del 1651. I Sinodi di Sis dell'anno 1307, e di Adana dell'anno 1316, quali sinodi di tendenza latinizante, non furono accettati dai vartapet orientali. Era l'epoca in cui aveva preso inizio l'influsso della disciplina latina, attraverso le fitte corrispondenze e le ambasciate fra i romani Pontefici ed i patriarchi, i re ed i principi della Cilicia armena, durante i secoli delle Crociate. Tale influsso, benché fosse contrastato, crebbe sempre in proporzione diretta della penetrazione dei missionari occidentali, Francescani e Domenicani prima, poi in seguito, dopo il sec. XVI, anche di altri Ordini (Gesuiti, Teatini, Carmelitani, Cappuccini ecc.), e infine degli alunni armeni del Collegio Urbano, e del Collegio armeno di Leopoli.
All'inizio del sec. XVIII, come conseguenza dell'ufficiale e definitivo scisma armeno, la Disciplina canonica armena si biforca: Disciplina cattolica armena e Disciplina non-cattolica e dissidente. Questa ultima è costituita prevalentemente dalla Collezione tradizionale antica di Kanonaghirkh, dai canoni di sinodi armeni extra-Collezionali, dal libro Datastanaghirkh di Mechitar Goš, e dalle decisioni sinodali o extrasinodali dei patriarchi di Egmiadzin. Le lettere encicliche e private dei katholikói di Egmiadzin, di Simeon d'Erivan (1763-80) di Lukas Karnetzi (1780-99), di Hovsep Arluthian (1800-1801), di Daniele I (1801-1808), si trovano raccolte in Alaneantz sac. Kiut, Archivio della Storia Armena (in arm.), tt. III, IV, IX, Tiflis 1893-99.
La disciplina armeno-cattolica, invece, anche dopo il ripristino (1741) parziale di una nuova gerarchia armena cattolica nella sede del patriarcato di Cilicia (perché la maggior parte del territorio ecclesiastico armeno-cattolico quanto allo spirituale rimase sotto il Vicariato patriarcale latino di Costantinopoli fino all'anno 1830), non ha avuto per tutto il sec. XVIII fino alla metà del sec. XIX, nessuna produzione canonica degna di nota. I nuclei di Armeni cattolici sparsi ed isolati in tutto l'impero ottomano, erano governati, salvo per gli istituti canonici più conosciuti attraverso la tradizione, «secondo i principi chiari ed organici della disciplina occidentale», meglio conosciuta sia dalla gerarchia alla quale sottostavano direttamente (Vicariato patriarcale di Costantinopoli; Patriarcato di Cilicia; S. Congr. di Propaganda), sia dai missionari stessi

Europei, o alunni armeni del Collegio Urbano. La gerarchia nuova d'altronde, sia perché era preoccupata prevalentemente dell'ortodossia e dell'integrità dogmatica e delle missioni cattoliche da alimentare nelle persecuzioni, e sia a causa della mancata conoscenza delle antiche tradizioni, ha generalmente nutrito una certa diffidenza verso le stesse tradizioni armene. Sul Monte Libano si convocano sinodi esclusivamente elettivi; per la disciplina supplisce la consuetudine, benché molto vagamente conosciuta, e più il diritto canonico occidentale. Sotto mons. Nurigian, e mons. Marusci, i primi due Primati armeni cattolici di Costantinopoli, si prendono disposizioni di carattere piuttosto liturgico.
L'anno 1848, durante la visita apostolica di mons. Innocenzo Ferrieri, si presero alcune risoluzioni (Archivio di Propaganda, Atti del 1849-50, testo dei 37 Dubbi, ff. 92-93; Rescritti, ff. 81-91); e nel 1851 si tenne la conferenza episcopale del primate Hassun (ibid., Atti del 1853, parte III, Ponenza Stato della Nazione Armena). Lo stesso anno (16-18 ott.) si convoca sul Monte Libano il Sinodo Armeno di Bzommar, sotto la presidenza di Michele-Pietro VIII katholikos (Mansi, XL, col. 890 sgg.), i cui atti però esaminati a Roma non furono approvati, perché incompleti o forse piuttosto per la mancata unione dei Padri sinodali stessi. Nel 1867 vi fu la Conferenza episcopale di Roma (Mansi, XL, 953-1018). Il Sinodo armeno di Costantinopoli del luglio-ott. 1869, convocato col decreto del 4 apr. del patriarca Hassun, dietro i suggerimenti venuti da Pio IX con la lett. Commissum humilitati e Libentissime certe, dell'anno 1869, per restaurare la disciplina armena cattolica, fu preparato con serio studio da una commissione costituita da competenti teologi e canonisti, come Azarian Vartapet, Malachia Ormanian, ecc., e da personaggi eminenti del clero armeno-cattolico secolare e regolare, che insieme alla disciplina latina conoscevano pure le antiche fonti e tradizioni canoniche armene. Quando il sinodo già stava per concludersi, d'agraziatamente le sedute furono sospese ex abrupto, dovendo i padri sinodali partire per il Concilio Vaticano. Bisogna confessarlo: è il primo sinodo armeno-cattolico fatto con larghe vedute, in grande stile, da persone veramente competenti quali erano quelle che costituivano le tre Commissioni Preparatorie (teologie, canoniste, liturgica). Gli atti non poterono essere promulgati; si trovano soltanto nelle poche copie litografate che servirono ai padri sinodali stessi. È un documento prezioso per penetrare nella mente e nelle vedute dei prelati di un'epoca in cui vi furono molto accese controversie disciplinari e problemi di conciliazione degli istituti disciplinari e privilegi orientali con istituti occidentali, onde dare ai primi quel dinamismo e vitalità di cui erano dotati i secondi.
Il Sinodo di Calcedonia (1890), convocato dal patriarca Azarian, non è che il perfezionamento degli atti del Sinodo del 1869 di Costantinopoli. Azarian Vartapet che era stato l'anima del Sinodo di Costantinopoli e uno dei principali propulsori, a Calcedonia non fece altro che promulgare, dopo certi ritocchi e aggiunte, con la propria autorità patriarcale, gli atti stessi del Sinodo del 1869, in attesa all'approvazione pontificia, che però non fu purtroppo ottenuta. Gli atti, complessivamente 928 canoni, furono editi l'anno 1910 a cura dell'Sirounian Alessio Vartapet. È da notare che fu il sinodo più organico, meglio elaborato, e migliore rappresentante degli istituti disciplinari armeni, adattati alle esigenze dei tempi moderni. A chi studia, pur di volo, gli atti di questi due ultimi sinodi cattolici (di Costantinopoli e di Calcedonia) salta tosto agli occhi il gran servizio reso dalle dotte pubblicazioni storiche, teologiche, liturgiche, canoniche, fatte dalla fine del sec. XVIII in poi per tutto il sec. XIX, dai due cenobi mechitaristi di Venezia e di Vienna, quali furono le dotte opere di Ciamcian, di G. B. Aucher, di Avedichian, di Gathircian ecc., le quali crearono la prima corrente di fiducia e di rispetto verso le antiche fonti della tradizione armena.
Il Sinodo nazionale di Roma del 1911, convocato dal patriarca Terzian, con l'aiuto di un corpo di illustri teologi e canonisti consultori latini, che rappresentavano nella Commissione preparatoria la parte preponderante in confronto di quella di consultori armeni, è il sinodo attualmente vigente e in uso nel Patriarcato armeno di Cilicia, perché approvato in forma communi dalla S. Congr. di Prop. Fide. Sotto il punto di vista di espressione del Diritto canonico armeno, ha un valore molto limitato, sia per la larga adozione di principi e di istituti occidentali, sia per la prevalenza della parte dogmatica ed esortativa nella quale viene quasi perduta la parte dispositiva.
D'altronde bisogna notare che, data la conoscenza quasi rudimentale della tradizione canonica armena, nessuna di queste conferenze o sinodi armeni cattolici del secc. XIX-XX rappresenta l'antica tradizione disciplinare in completo, nemmeno il sinodo di Calcedonia, benché sia stato quello che ha realizzato la migliore espressione dello sforzo di ripristinare la disciplina canonica tradizionale armena. Ciò confessa il Sinodo stesso nei cann. 117, 118, 216 (ed. arm.).
Bibliografia14 opere
Per il Diritto Canonico moderno delle chiese dissidenti di Egmazin, cf. Aivarat (riv. arm. di Egmazin), 1882, p. 83; per le risoluzioni del Sinodo sotto Giorgio IV circa i doveri dei vicari foranei, vedi la stessa rivista 1887, pp. 47, 93, 140, 288 ecc.; e negli anni successivi vedere i titoli Archiv. del Beat. Patriarca, e la Cronaca del Sinodo. Questa rivista è ricca di notizie circa il diritto canonico dissidente.
Studi: F. Bischoff, Das alte Recht der Armenier in Lemberg, Vienna 1862; A. Balay, Historia Dogmatis Catholici apud Armenus, Vienna 1878; A. Pipas, L'Autorità legislativa degli armeni della città di Elisabetopoli di Transilvania, in Pazmaveb 1891, pp. 104, 172, 373; 1893, pp. 335 ecc.; A. Meghavorian, Etude ethnoge, juridique sur la famille et le mariage arménien, Ginevra 1895; G. Daëan, Doctrina Apostolorum (in arm.), Vienna 1896; V. Hatzuni, Cod. can. or., Fonti, fasc. VIII, Città del Vaticano 1932, pp. 141-66; G. Amaduni, Cod. can. or., Fonti, 2ª serie, fasc. XII, Monachismo, Venezia 1940; V. Hatzuni, L'autore della lettera a Verthanes à Macario I e non II, in Pazmaveb (riv. arm.), 89 (1931), fasc. I-II.
Infine si trovano molte notizie utili riguardanti il diritto canonico armeno, negli studi circa il diritto armeno civile, come: M. Brosset, Notice sur le Code Glorien, manuscrit de la biblia Royale, in Nouveau journal Asiatique, 3 (1829), pp. 177-201; id., Détails sur le droit public arménien, extraits du code glorien du roi Wakhhang, in Nous, journ. Asiatique, 9 (1832), pp. 21-30; A. von Haxthausen, Transilvania, 2 tomi in 1 vol., Lipsia 1856 (contiene molte interessanti notizie circa il diritto armeno comparato con quello dei Georgiani, ecc.); M. Brosset, Rapport sur un manuscrit arménien de Mechitar Gos, in Bull. de l'Acad. impér. des sciences de Saint-Pétersb., cl. hist. phil., 6 (1849), pp. 380-382; J. Kohler, Das Recht der Armenier, in Zeitschrift f. Vergl. Rechtswissenschaft, 7 (1887), pp. 385-436; M. Ghazarian, Armenien unter der Arabischen Herrschaft bis zur Entstehung des Bagratidenreiches, Marburgo 1903, p. 87; H. Thopdschian, Politische und Kirchengeschichte Armeniens unter Alet I und Sinopad I, Berlino 1905, pp. 96-215; V. Aptowitzer, Beiträge zur mosafschen Rezeption im armenischen Recht, in Sitzungsberichte der K. Abad. der Wissenschaften. Phil. Hist. Kl., 167 (Vienna 1907), p. 42; K. Samuelean, Il Datastanaghirth di Mechitar Got e il diritto civile armeno (in arm.), ivi 1911, pp. 1-344 (è il vol. 73 della bibl. Naz. dei pp. Mechitaristi di Vienna); K. J. Basmajian, Le droit arménien depuis l'origine jusqu'à nos jours, Macon 1911; G. Amaduni, Influsso del diritto romano giustiniano sul diritto armeno, in Acta Congressus Iuridici Internationalis, II, Roma 1935, pp. 225-38; B. Talatinian, De contractu matrimoniali inxtu Armenos, Gerusalemme 1947; Azgaleahan Handis Tulis, rivista etnografica armena, diretta da Lalayantz nel primo decennio del sec. xx; M. Eminian, Collezione etnografica (in arm.), 8 voll., Mosca-Valaršapat 1901-1904 (edizioni delle lingue orientali dell'Accademia Lazarian).
Garabed Amaduni
VI. - LA LETTERATURA.
La letteratura armena si svolge attraverso quattro periodi: 1) antico o classico, che ne costituisce il vero secolo d'oro ed è ricco di opere storiche, teologiche, parenetiche, poetiche, canoniche e morali (secc. v-xiv); 2) periodo di cantori e trovatori (secc. xiv-xviii); 3) di restaurazione ad opera dell'abate Mechitar (v.); 4) moderno e contemporaneo.
Facciamo appena menzione del periodo arcaico, di cui restano solo frammenti di canti popolari (i canti detti di Gokten), dedicati alle gesta di re e di eroi.
1. Il secolo d'oro e l'Accademia dei santi traduttori
La letteratura armena vera e propria comincia nel sec. v, quando gli Armeni, che prima scrivevano in greco e in siriaco, ebbero, grazie al santo monaco e dottore Mesrop (v.), un loro proprio alfabeto. S. Mesrop, insieme al patriarca s. Sahak, costituì una accademia, i cui membri, dopo una permanenza in centri esteri di cultura, come Bisanzio, Atene, Edessa, ritornarono in patria, arricchendola di copiose traduzioni, a cominciar da quella della Bibbia, e di opere patristiche, dotandola inoltre di una liturgia propria, di un breviario e di un rituale. Questa vasta opera di traduzione, oltre a costituire un vanto e un tesoro per l'A., ha recato e reca un contributo agli studi in genere, in quanto ci ha conservato opere di grande importanza, di cui si era perduto l'originale, quali ad esempio il Chronicon di Eusebio, le opere esegetiche di Filone, le Omelie di Severiano di Gabala, l'Evangelii concordantia Expositio di s. Efrem Siro, ecc.
Centri di questa produzione culturale sono tra gli altri il grande monastero di Egmiadzin, la cosiddetta scuola di Sunia, il monastero di Narek, e moltissimi altri dal sec. v all' xi, che ebbero sede nell'A. propria, mentre dopo il sec. xi i centri di produzione culturale si svilupparono nella Cilicia, per decadere tuttavia anch'essi dopo circa due secoli a causa delle sopraggiunte dominazioni barbariche. Non va dimenticata alla fine di questo periodo di decadenza la scuola dei cosiddetti Fratres Unitores, domenicani, i quali pur animati da grande zelo e seguiti da molti armeni, ebbero il torto di deturpare la lingua armena, di alterare i libri liturgici, e di latinizzare la tradizione nazionale, provocando così una reazione dannosa ai fini dell'unione, reazione che trovò il suo focolare nel monastero di Dathev.
Durante questa prima epoca gloriosa della letteratura armena occupano un posto onoratissimo nella storia: Agatangelo, che scrisse in greco una Storia dell'A. (sec. iv); Fausto di Bisanzio, suo continuatore, che narrò il periodo dal 340 al 392; Lazzaro di Parbi, continuatore di Fausto dal 392 ai primi anni del sec. v; Koriun il mirabile, pure del sec. v, autore di una Vita di s. Mesrop che è insieme una storia del movimento culturale e della schiera dei santi traduttori; Eliseo, detto il Senofonte degli Armeni, che narrò la guerra santa sostenuta nel 451 dagli Armeni contro i

(ca J. Buttrunidis, Études sur l'Art Méd. en Georgie et Arménie)
Persiani mazdei; Mosè Corenese, il più erudito degli storici armeni (sec. v secondo la tradizione, sec. viii secondo taluni critici), che in un'ampia Storia generale dell'A. utilizzò copiose fonti offrendo così una larga messe di notizie. La sua opera va dalla creazione del mondo al 400 d. C. Nel sec. vii va segnalata la Storia di Eraclio imperatore, dettata da Sebeas, vescovo dei Bagratidi; nel sec. viii la Storia della conquista araba della Persia, ad opera di Leonzio: va da Maometto all'anno 788; la Storia degli Albani del Caucaso, scritta da Mosè di Katankatuk che va dalla origine di questo popolo, che ebbe relazioni religiose e civili con gli Armeni, fino dal 685. Nel sec. ix va menzionato, oltre a Shapuh Bagratide, Tommaso Arzrunî, che narrò la Storia del principato degli Arzrunî; nel sec. x Asolic di Taron dettò la Storia dei monasteri armeni, fiorenti nel secc. ix e x, e la Storia di Uhhtanes, contenente le vicende dei re e patriarchi armeni e lo scisma tra Armeni e Georgiani; nel sec. xi Aristace di Lastivert, detto il Geremia degli Armeni perché narrò la storia dolorosa del suo paese dal 989 al 1071. All'inizio del sec. xii Matteo di Urha (Edessa) compose la Storia della fondazione di Edessa, Samuele di Ani una Cronaca che giunge al 1179, e s. Narsete il Grazioso, patriarca, una Storia d'A. in versi, continuata da Vahram di Urha fino al 1280. Nel sec. xiii Vartano il Grande scrisse una Storia generale, che giunge al 1267, il suo compagno Kirakos di Ganzak narrò la Storia dell'A. dalla sua conversione alla fede (300) alla fine del sec. xiii; nel sec. xiv il principe armeno Aitone, fattosi in Cipro canonico premostratense (1305), scrisse in francese, dedicandola a papa Clemente V, una Storia dei Tartari.
Nel campo della teologia e della filosofia l'opera più insigne è quella di Eznik di Kolb (sec. v), intitolata la Confutazione delle eresie; nel sec. vii il poeta Vartanes scrive un trattato contro gli iconoclasti, il monaco Teodoro Kertenavor difende in uno scritto il mistero dell'Incarnazione contro l'eresia pelagiana e David l'Invitto confuta i manichei. Nel sec. viii il patriarca Giovanni IV, detto il filosofo, di Ozun, scrisse un Trattato sull'Incarnazione e sulle due nature in Cristo contro i fantasciati e un altro contro i pauliciani; nel sec. x Anania di Narek confutò i tondraketzi, epigoni dei pauliciani.
Il grande dottore s. Narsete IV il Grazioso diresse all'imperatore bizantino Emanuele Comneno una lettera sull'unione della Chiesa armena con la greca; altra ne scrisse al principe Alessio sulla fede e i riti della Chiesa armena. Anche i patriarchi Gregorio IV, detto Deghà (sec. xii), e Costantino I (sec. xiii) dettarono lettere di contenuto dogmatico.
Copiosa è pure la letteratura parenetica (omelie, panegirici, orazioni) in ogni secolo della storia letteraria classica dell'A.
Divi commenti sulla S. Scrittura sono da segnalare, tra molti altri: Eliseo (sec. vi) su Genesi, Giosuè, Giudici; di Stefano, arcivescovo di Sunia, su Giobbe, Daniele, Ezechiele; di s. Gregorio di Narek (sec. x) sul Cantico dei Cantici; di Vartan il Grande (sec. xiii) sul Pentateuco, i Salmi, il Cantico, Daniele.
I gioielli più preziosi della letteratura armeno-classica si trovano nei libri rituali, breviario e innario. Questa poesia (in armeno šaracan), parte in versi e gran parte in prosa, è tutta pervasa da un profondo senso di adorazione davanti ai misteri della fede celebrati nelle grandi feste liturgiche: Natale, Epifania, S. Croce, Settimana Santa, Pasqua, feste della Madonna, dei martiri, specialmente della vergine armena s. Ripsimè e compagne. Autori di questa eletta produzione innografica sono il patriarca Gomidas, Giovanni IV il Filosofo, Stefano di Sunia e soprattutto il patriarca Narsete IV il Grazioso, la cui poesia accoppia una grazia inimitabile a una grande profondità di pensiero teologico. Fra moltissimi suoi inni va ricordato quello del Risveglio trionfale.
Si possono considerare come facenti parte di questa sezione innografica alcune opere di elevazione mistica, scritte generalmente in metro elegiaco. Notevoli sono le 95 dovute a s. Gregorio di Narek, le varie di s. Narsete il Grazioso, massime quella intitolata Hius Uorti « Gesù figlio », compendio dei libri divini in 8000 versi. Delle opere canoniche e disciplinari, meritano speciale menzione quelle del patriarca Giovanni IV il filosofo (sec. viii), la raccolta dei 23 canoni del patriarca Sion (sec. vii) e soprattutto il Corpus Iuris ecclesiastico e civile di Mechitar Goš (sec. xi), opera che servì di base a tutte le legislazioni armene posteriori.
2. Periodo dei cantori e trovatori
Al tramonto della letteratura classica armena, in seguito alle invasioni dei barbari d'oriente, nasce quella popolare povera di lingua ma ricca di spirito e di grazia, con temi ora religiosi, come i canti sacri di Costantino d'Erzinca (sec. xiii), il Libro di Adamo o Paradiso perduto di Arachel di Sunia (sec. xiv), ora morali: canti di dolore, della vanità delle cose terrene, come quelli di Frik (sec. xv) ecc. I canti di amore si devono a M. Nagaš, a Gregorio di Tulguran, e massime a Kuciak.
Trovatore di gran fama è Sajat-Nova a cui dobbiamo stupendi canti morali e amorosi.
3. Restaurazione della letteratura
Avvenne verso il 1700 per opera di Mechitar e dei Mechitaristi. In linea generale, si può dire che si tratta di un umanesimo patrocinato da un'accademia fondata da Mechitar (a somiglianza di quelle del secolo d'oro) la quale diede alla nazione armena una sua storia generale con la colossale opera di Ciamcian; la teologia, la patristica e l'agiografia dovute ai sommi Ciamcian, Avedichian, Aucherian, i quali tre, insieme con Siurmelian, compilarono il Dizionario dell'Accademia, vero tesoro della lingua armena. Frattanto Asgherian, Tomagian, Bagratuni, Hurmuz restituiscono alla nazione la sua lingua d'oro mentre Ingigian e Ališan illustrano le antichità religiose e profane della nazione.
4. Letteratura contemporanea
È figlia di quella neoclassica dei Mechitaristi. Bagratuni prima, poi Ališan, il più grande dei poeti moderni, risuscitano la poesia lirica a cui Besciktashlian dà eleganza e armonia, invocando insieme con i suoi maestri mechitaristi la riforma morale della nazione prima di quella politica. Turian, Terzian, Narbey, Sibil, Mezarentz, Varoujan e Tekeian, portano la lirica a forme assai elevate mentre Dussap, Zerentz, Arpiarian, Zohrab, Zartarian trattano il romanzo.
Questo ramo che chiameremo occidentale della letteratura contemporanea armena si svolge a Venezia, Vienna e Costantinopoli, usa uno stile elegante ed ha carattere internazionale a causa delle sue relazioni spirituali con l'Occidente. Invece il ramo orientale, a Tiflis ed Erivan nel Caucaso, dove la razza è ben compatta sul patrio suolo, conserva più fedelmente l'indole nazionale e manifesta tendenze sociali e popolari in una forma di letteratura virile e robusta. Abovian con il romanzo patriottico di amore e dolore Le piaghe dell'A., lancia il grido della riscossa; lo seguono Raffi, Aharonian, Scirvanzade, Papazian, Nardos. Trattano il dramma Sandukian e Sciant. Compongono liriche Nalbandian, Patkanian, Havhannessian, Tumanian, Jsaakian, Derian e molti altri ancora i quali ed Erivan cantano con nostalgia le sacre memorie della loro patria.
BBL: Per la letteratura antica: S. Somal, Quadro della storia letteraria di A., Venezia 1820; Fr. N. Fink, Geschichte der Arm. Literatur, Lipsia 1907; K. Zarbhanian, Storia della Lett. arm. antica, 4ª ed., Venezia 1932; id., Storia della Lett. arm. nuova, ivi 1905; U. Faldati, s. v., in Eur. Ital., IV, pp. 431-35; C. Kibarian, Storia della Lett. arm. antica e moderna, Venezia 1943. Per il periodo dei cantori e trovatori: A. Tchobanian, Poèmes arméniens anciens et modernes, Parigi 1902; id., Les Trouvères arméniens, ivi 1906; id., Roxeraie d'Arménie, 3 voll., ivi 1918, 1923, 1929; F. Macler, Chauts, légendes, épopées populaires d'A., ivi 1933. Per la letteratura moderna: A. Navarian, Anthologie des poètes arméniens, ivi 1928; M. Spiritini, Poeti del Mondo, Milano 1930.
VII. — LA MUSICA.
Nell'A. il canto si sviluppò verso il sec. v dopo la conversione al cristianesimo. Da quell'epoca comincia a formarsi un ricco patrimonio poetico musicale che, raccolto più tardi in una collezione, fu chiamato Šaracan (collana di gemme, innario, canzoniere). I modi ecclesiastici presero forma definitiva nel sec. viii e si dividono in due categorie: 4 autentici e 4 plagali, a cui se ne aggiungono, secondo gli antichi, anche due steghi (cioè canti melismatici aventi tecnica speciale, riservati al solista). Ciascuno degli 8 toni armeni è fondato su tipi specifici melodici, riferiti dall'antica tradizione. Inoltre ad ognuno di essi vengono date una o due specie di Dartzvadz (mutamento) che è una struttura melodica più solenne, eccetto la cadenza finale comune col modo, di quella del tipo principale arcaico. La tonica, sulla quale è fondata tutta la struttura, ha ordinariamente un compito di prima importanza, specialmente nelle melodie e solo, come l'ison dei Greci.
La sacra melodia del Šaracan può dividersi in tre generi distinti: ierplici, festini e gravi, corrispondenti a quelli irmologici, sticheratici e papadici bizantini. La notazione musicale può essere distinta in tre periodi: 1. Semiografica. Gli innografi armeni usarono dei nemi antichi introdotti da Kaciatur Vartapet di Tarón (sec. xii). Provenienti da quelli bizantini, hanno preso combinazioni tali da renderne difficile oggi l'esatta lettura. È attraverso tali segni neumatici che i codici di Šaracan, nonché vari altri generi di canti sacri, denominati Gantz, Tagh, Meghedi, ecc., ci tramandano la musica sacra antica armena. — II. Neumatica moderna. Al sistema semiografico musicale antico succede quello moderno verso il 1815, ad opera di Papà Hambartzum Limonëan (1768-1839) il quale della notazione antica adotta soltanto una serie di segni neumatici. Il merito suo è nella scelta di questi segni neumatici che chiamò con nomi arabi. Dopo di lui i suoi seguaci li indicarono prima con nomi armeni, poi li accorciarono e li distinsero con le prime sillabe di essi. Nei tempi posteriori queste note musicali furono anche denominate come quelle europee. Intanto oltre i libri teorici per le scuole, furono scritti nella notazione moderna anche inni dello Saracan, canti della Messa ed altre melodie. Merita particolare menzione l'opera colossale dello Saracan di Eġmidzin, diviso in due volumi, pubblicazione in gran parte di Nicola Thakian, sotto l'auspicio di Giorgio V, katholikós degli Armeni. Una importanza non minore ha pure la trascrizione della maggior parte delle melodie contenute nel Saracan (5 voll., Istanbul 1934), opera postuma, tradizionalmente più pregevole, del musicologo e musicista Elia Tentesian. — III. Notazione europea. Il sistema della riforma di Papà Hambartzum, benché abbia arrecato un valido contributo alla conservazione del tesoro artistico nazionale, risultò insufficiente, e fu opportuno ricorrere al sistema di notazione europea. Vennero i nuovi maestri diplomati nei conservatori europei, i quali presentarono composizioni originali e trascrizioni di canti popolari e liturgici, di musiche da concerto e diverse altre produzioni musicali. Tale movimento ebbe origine verso la metà del sec. XIX. In questi ultimi tempi alcuni musicisti armeni di Costantinopoli pensarono di pubblicare sotto il titolo Tonakarg (canone delle feste) gli inni delle solennità festive annuali dello Saracan in cinque volumi, in note musicali armeno-moderne, confrontate con quelle europee. Finora è stato pubblicato solo il primo volume.
I centri culturali antichi sono: il convento di Tathev (sec. IX), i monasteri di Halpat, Sanahin, Narek e quello famoso di Arkhakaghin e molti altri in Cilicia, in cui il sistema neumatico e l'arte musicale arrivarono al loro apogeo. A quest'epoca incontriamo in tutti i centri il nome Manrusmunk, la scienza dei documenti neumatici e delle composizioni melismatiche, e talvolta la collezione degli stessi documenti.
I principali cultori di musica armena sono: i due consanguinei Stefano di Sunia e la sorella Sahakduxt (sec. VIII), Samuel di Kamrğatzor (sec. X), Teodoro Alaxosik (sec. XI), il celebre innografo s. Narsete il Grazioso (sec. XII). Dopo le tante vicende politiche dell'A., che hanno devastato e messo a rovina i gloriosi monasteri, oggi esistono due soli centri fedeli alla tradizione antica: il monastero mechitarista di S. Lazzaro a Venezia e il convento di Eġmiadzin, sede patriarcale degli Armeni dissidenti e quest'ultimo fino all'inizio della guerra europea del 1914-18. I più celebrati cultori di musica sacra armena sono: l'abate Mechitar di Sebaste, fondatore della congregazione omonima, autore di numerose odi ispirate e dedicate alla Madonna in soavi melodie, il quale ha scritto anche alcune parti proprie per diverse feste adattabili all'ufficio divino; p. Minas Bažiškean (1777-1851), dotto musicologo mechitarista e principale cooperatore di Papà Hambartzum per la riforma della notazione armena; mons. Ignazio Ghiurekian (1833-1921), arciv. abate generale di S. Lazzaro, benemerito per gli studi paleografici musicali e per le pubblicazioni: Innario e Ore Canoniche, con notazione neumatica armena. Nella seconda metà del sec. XIX alla omofonia fino allora imperante incominciò a sostituirsi la polifonia ad opera specialmente di Cristoforo Ghara-Murza (1854-1902), autore di una Messa armena a più voci; Makar Ekmalean (1852-1902) scrisse una Messa a tre e quattro voci (Vienna 1896) diffusa in quasi tutte le chiese; Komitas Vartapet (1869-1935), il più celebre fra i musicisti armeni finora esistenti, il quale tra i suoi studi musicologici e numerosi canti popolari armeni è autore di una pregevole Messa per voci virili (Parigi 1933).
VIII. — L'ARCHEOLOGIA.
Lo Strzygowski nel 1918 ritenne che alcuni tipi architettonici di edifici di culto, specie a forma centrale, fossero stati creazione armena; è invece innegabile che le costruzioni armene sono ispirate ai più noti e tipici modelli dei vari paesi mediterranei, non esclusa l'Africa del Nord, spesso con interpretazione caratteristica e sempre con murature assai spesse; un grande fattore d'imitazione è costituito dalla riproduzione di molti santuari della Palestina, specie relativi alle Teofanie, sotto l'impulso di s. Gregorio Illuminatore, il quale costruì chiese cristiane sul posto dei templi pagani distrutti e sostituì feste cristiane a quelle pagane.

Le forme architettoniche che si riscontrano negli edifici sacri in A. si possono riassumere nei seguenti tipi: tipo quadrilatero con cupola e 4 nicchie absidate; tipo analogo, ma con cupola sorretta da 4 pilastri; tipo a cupola con 6 absidi; tipo rettangolare a nave unica con abside inscritta; tipo a tre navate con pilastri e abside esterni; tricora a cupola con nave unica; tricora triabsidata a tre navi con cupola sorretta da 4 pilastri; tipo rettangolare a tre navate con abside unica inscritta e cupola centrale sorretta da 4 pilastri.
Forse l'opera architettonicamente più notevole è quella della chiesa di Svartnotz (letteralmente «le potenze crescenti degli Angeli»), dedicata agli Angeli, fondata da Narsete III (641-61) sulla via dove, secondo la tradizione, il re Tiridate sarebbe andato incontro a Gregorio Illuminatore.
Più antica la cattedrale di Eġmiadzin fondata da Vahan Mamikonean circa l'a. 484; costituita nella sua forma primitiva di un grande quadrato, avente nell'interno una sala cruciforme con un'abside interna per ogni braccio e compartimenti rettangolari agli angoli. La cupola sorgeva in pietra o in legno; era munita di una cripta sepolcrale (J. Strzygowski, Die Baukunst der Armenier, fig. 381).
Presso Wagharšapat il Santuario di S. Rhipsimë eretto nell'anno 618 dal katholikós Comitas in luogo della primitiva basilica eretta da Sahak il grande, prima della metà del v sec.; tipo riprodotto anche a Bagaran. A Kutais era riprodotto fedelmente il piccolo mausoleo contenuto nella basilica del S. Sepolcro a Gerusalemme. Ad Anl la chiesa di S. Gregorio fondata da Abughamreutz. A Ereruk una grande basilica con cappelle che non comunicano con le navi laterali.
Bibliografia4 opere
La posizione geografica e le condizioni politiche favorirono in A. una vasta attività artistica pienamente individuata per i suoi caratteri originali. Specialmente l'architettura raggiunse una coerenza di intenti e di forme che in un periodo di maggiore splendore poté sottrarsi e finanche opporsi alla concezione bizantina, alla quale invece rimasero in certo modo sottomesse la scultura e la pittura.
Nel sec. VII si inizia la fioritura di edifici a cupola; non ne è estraneo l'influsso anatolico, tuttavia il complesso sistema di trasmissione delle spinte attraverso archi e semicalotte ai muri perimetrali richiama la tecnica costruttiva tardo-romana e l'evoluzione della pianta cruciforme ad analoghi modi bizantini. La cupola su pennacchi a tromba e con il tamburo traforato da finestre si imposta dapprima sui muri perimetrali disposti secondo una pianta circolare, quadrata o poligonale, spesso con quadriconchi a camere angolari di raccordo. I monumenti principali di questo tipo sono la chiesa di S. Rhipsimë a Vagharšapat (618), di Mastara (650), di Artik (sec. VII), di Mzket (sec. VII), ecc. Contemporaneamente i sostegni si isolano dal muro perimetrale formando un quadrato centrale: l'esempio più antico è quello della chiesa di Bagaran (624). La cupola si inserisce anche sulla basilica, determinando un transetto alto quanto la navata, nella quale si aprono cappelle come a Thališ (sec. VII). L'applicazione nelle basiliche a croce inscritta con o senza campate addizionali dà origine agli edifici più complessi e tipici dell'architettura armena, come le chiese di Odzum, Mren, di S. Gaiana ad Egmiadzin, appartenenti per la maggior parte al sec. VIII. Le cupole sono in esse costantemente nascoste all'esterno da un tetto conico o piramidale e le masse murarie si differenziano in blocchi nitidi e precisi che rivelano all'esterno la logica concatenazione degli spazi interni.
Nel terzo periodo aureo dell'architettura armena, che va dal IX al XII sec., accanto ad edifici centrali con camere angolari, come ad Altamar (sec. X), si hanno le forme più svariate di costruzioni cupolate con sostegni liberi entro un perimetro circolare (S. Salvatore ad Ani, S. Sergio di Xekonk, chiesa di Bana, XI sec.), quadrato (S. Gregorio di Sanahin, sec. XI), poligonali con absidi e vani radiali (S. Apostoli a Kars, Agrak, Sarinz, sec. XI) o poligonali semplici (S. Gregorio di Ani, sec. XI). Fra le basiliche cupolate merita particolare menzione la cattedrale di Ani del sec. X. Le opere di quest'ultimo periodo, oltre che per una maggiore complessità di effetti e di risoluzioni costruttive, si distinguono per la decorazione ad arcature cieche su colonne, che fascia il tamburo delle cupole o il paramento delle navate, per le cornici a linee spezzate od altre che circondano la parte superiore delle finestre alte e strette. Taluni motivi ricorrenti nell'architettura armena poterono passare attraverso scambi commerciali e culturali nell'Occidente romanico, e specialmente nell'ambiente pisano, ma non ebbero quella funzione formativa che taluno ha voluto scorgervi.
Con l'architettura occidentale quella armena presenta qualche affinità nella serrata logica delle masse e nell'articolazione degli spazi, in contrasto con l'architettura bizantina che gli spazi stessi dilata in una rarefazione dei limiti risolta in immobilità contemplativa; essa non cessa di essere orientale, poiché è sempre priva di un interiore dinamismo.
Oltre alle chiese sono notevoli alcuni complessi di carattere sacro con conventi, torri campanarie, tombe e sacelli, spesso cintati di mura, vere entità urbanistiche non disciplinate razionalmente come in Occidente, quali i conventi di Sanahin e di Svartnotz.
La scultura armena asservita all'architettura svolse con rilievo piatto e con una frontalità di derivazione siriaca fregi con animali favolosi o storie del Vecchio e Nuovo Testamento, come nella chiesa di Althamar (sec. X) o nel S. Gregorio di Amaghu (sec. XII). Interamente assoggettata ai canoni bizantini provinciali appare la pittura nei poveri e tardi cicli pittorici del Salvatore e di S. Gregorio ad Ani che raggiungono già il sec. XIII. Discende invece da forme siriache la più antica miniatura armena, la quale raggiunse dopo il Mille una sua individualità fondata sulla fantastica ricchezza dell'ornato, non immune da qualche spunto decorativo d'origine musulmana.
Nella produzione più recente l'A. si adagiò su una vuota ripetizione di temi e formole che per essere private di ogni loro ragion d'essere hanno scarso interesse. - Vedi Tavv. CXXXV-CXXXVI.
Bibliografia4 opere
Guglielmo Matthiae




