ARMENIA - Basilica di Odzum (ca. sec. VIII).
del cattolicesimo. Gli fu ascritto a torto di avere concesso, nel Regolamento del patriarcato, ai laici nell'elezione dei patriarchi una parte condannata dalla Reversurus. Tale regolamento però servì per l'elezione dei suoi successori Paolo Pietro XI Emmanuelean (1899-1904) e Paolo Pietro XII Sabaghian (1904-1909), senza che Roma protestasse. Il fuoco si riaccese sotto i primi tre anni di patriarcato di Paolo Pietro XIII Terzian (1910). In Turchia era stata proclamata la nuova costituzione ottomana. Terzian non volle firmare un nuovo Regolamento che i laici avevano già presentato al predecessore suo Sabaghian, in cui volevano introdurre il voto popolare anche nell'elezione dei vescovi diocesani. Venuto a Roma, raccolse l'episcopato in un sinodo nazionale (1911); Pio X si riservò per quella volta la nomina delle sedi vacanti. Gli agitatori, questa volta esclusivamente laici, si ribellarono; e aiutati dalla Sublime Porta dichiararono deposto Terzian, quanto agli attributi civili di caponazione (1912). Lo scandalo non finì purtroppo che sotto la spada dei massacratori Turchi nel 1915-18, in cui 5 vescovi furono martirizzati, tre altri morirono in esilio; delle 16 diocesi rimasero 3 sole; di 250 sacerdoti, ca. 126 furono insieme massacrati, con una moltitudine di monache.
La conferenza episcopale armena tenuta a Roma nel 1928, per la munificenza di Pio XI, trasferiva da Costantinopoli a Beirut (Libano) la sede patriarcale di Cilicia, dove oggi risiede il card. Gregorio Pietro XV Agagianian, verso il quale sono rivolte le
speranze di tutti per una resurrezione spirituale della nazione armena.
#### IV. - IL RITO ARMENO.
1. Origine. - L'origine del rito armeno è collegata con la diffusione del Vangelo in A., avvenuta verso il 300, ad opera di s. ILLUMINAZIONE (v.), cresciuto a Cesarea di Cappadocia, e di altri seguaci. Costoro portarono in A. il rito di Cesarea che, a sua volta, derivava da quello di Antiochia, da cui erano partiti i primi missionari della stessa Chiesa. Grande era poi l'affinità tra i riti antiocheno e gerosolimitano, il quale era pure tenuto in grande considerazione dagli Armeni.
2. Lingua. - Col rito di Cappadocia venne adottata pure la lingua greca nel culto divino, per mancanza dell'alfabeto armeno. La Persia, antagonista di Bisanzio, nel breve periodo della sua invasione in A. (368-369), cercò di sostituire alla greca la lingua dei Siri, suoi fedeli sudditi, sostenendo la sua conservazione anche dopo la divisione dell'A. nel 387. L'inefficacia di quella incomprensibile favella per il profitto spirituale del popolo suggerì al dottore s. Mašthoc (Mesrop) di creare la scrittura armena, alla quale diede vita nel 404, ponendovi a base l'alfabeto greco. Con l'aiuto del patriarca Isacco e dei suoi discepoli, versati nelle lettere greche e siriaiche, tradusse subito la S. Scrittura e i libri liturgici. Calcedonia (v.) avvenne la separazione della Chiesa ufficiale armena (591), che si orientò verso i Siri suoi istigatori allo scisma monofisita, e cominciò a subirne l'influsso anche nel rito. Difatti sono del sec. VI: la soppressione dell'acqua nel calice della Messa, il ritorno all'antica unione del Natale con l'Epifania; nonché l'aggiunta « qui crucifixus es pro nobis » nel Trisagio, accettata e conservata ancora presso i giacobiti ed armeni dissidenti.
3. Ufficio. - Nel sec. V, in cui comincia il rito armeno propriamente detto, la preghiera pubblica (in armeno Pašton, ufficio) era composta di sei ore: tre, riportate dagli storici dell'epoca, recitate dai sacerdoti leoniani in carcere presso i Persiani: il Notturino, che aveva luogo a mezzanotte; il Mattutino, che incominciava al canto del gallo; e il Vespro, detto alla sera; c'erano pure le preghiere delle ore Terza, Sesta e Nona, che il Mandacuni arricchì dei suoi Avvertimenti e Preghiere quaresimali. Stefano, vescovo di Iunia, nel sec. VIII, alle ore suddette aggiunse altri due uffici, l'uno Al sorger del sole (Prima), e l'altro Del riposo (Compieta), che seguiva il Vespro. Ma questi due, propri in origine di quella diocesi, al sec. X erano già divenuti comuni, per cui poté commentarli Khosrov, vescovo degli anzevesi.
Negli esemplari del breviario del sec. XIV troviamo un'altra ora, che seguiva quella Del riposo ed era chiamata Ora della pace. Si recitava privatamente, prima di coricarsi, e solo più tardi divenne pubblica. In certi ambienti tutti e nove gli uffici erano recitati ogni giorno feriale, come nel Sunia, mentre altre testimonianze dal sec. VII al XIV parlano
della recita di sette solmente. Il Notturno era riservato alle feste, e quello del Sorger del sole ai giorni feriali, alternato a sua volta con quello dell'Ora della pace. Era questo il sistema seguito da tutta la nazione. In certi ambienti e periodi due di essi erano affatto soppressi, come affermano Mosè d'Erzinca, nel sec. XIII, ed altri.
Gli uffici obbligatori erano recitati dapprima privatamente, poi pubblicamente in chiesa, secondo testimonianze dal sec. VIII in poi.
Nel sec. V il breviario (Alotanoc o Alotamatoic) era composto dei 150 salmi e delle benedizioni profetiche, per cui nei canoni di s. Isacco è definito: « Ufficio di Salmodia ». Questo patriarca divise i salmi in otto « canoni » o gruppi, facendo seguire ad ognuno una benedizione, un « avvertimento » e una « preghiera » doppia. L'ufficio era completato poi da letture bibliche e spiegazioni dottrinali. Il Mandacuni vi aggiunse i suoi avvertimenti, come abbiamo detto sopra; e man mano si arricchì, anche con inni successivamente composti, che formarono un volume a parte, detto Sorocan (Innario); mentre l'ufficiatura di tutto l'anno, con le cerimonie e le letture della Messa, formavano il Conocoic (Calendario).
4. Rituale (Maithoc). - Il rituale fu composto, dopo l'abbandono di quello siriano, nel sec. V, come prova la sua affinità con quello greco, per quei legami di simpatia che legavano allora gli Armeni all'ellenismo. Non ci è nota la prima vera struttura di questo libro; ma sappiamo con certezza che esso cominciò presto a svilupparsi. Nel più antico esemplare del sec. XI conservato a S. Lazzaro di Venezia, il primo capitolo è sull'Ordine della Fondazione (e Consacrazione) della chiesa, di Giovanni Mandacuni, Katholikós degli Armeni (anni 478-90).
Il rituale subì nel sec. IX un'altra riforma, o meglio furono riunite in un solo volume tutte le benedizioni, prima separate, per facilitarne l'uso; quest'opera è attribuita da autori posteriori a Maithoc, superiore del convento di Sevan, il cui nome sarebbe stato apposto ai libri, mentre il suo discepolo Stefano, nel memoriale pervenutoci, avverte di aver compiuto egli stesso quel lavoro: « Feci, dice, questo libretto infimo nell'893 » (cod. n. 1571 di S. Lazzaro). Siccome questo memoriale trovasi solo nei rituali, riguarda dunque la stessa opera, che egli non pensa punto di attribuire al maestro nella biografia inserita nello stesso suo documento. È ben lungi però dall'essere un « libretto », poiché contiene 45 capitoli: è l'unico e prezioso rappresentante dello stato antico, non certo primitivo, del rituale, e pubblicato in inglese da Conybeare (Oxford 1905). Con l'avvicinarsi della Chiesa occidentale, all'Oriente e alla Cilicia armena al terzo delle crociate, il rito armeno subì l'influenza di quello romano. Il katholikós Gregorio IV, nel 1185, chiese al papa Lucio III il rituale romano, che fece tradurre in armeno. Nel codice Bb 100 del Vaticano (sec. XIII) ci sono due ordini di Battesimo: l'armeno e il latino e l'ordine della Cresima che viene conferita dal vescovo; e tutti e due praticati a volontà come confermava il Concilio di Sis nel 1342. È più abbondante l'elemento latino nell'esemplare scritto a Sis nel sec. XIV. Il concilio accenna pure ad altre innovazioni latinizzanti. Questa confusione di riti non poté perdurare neppure in Cilicia per la ragione che l'A. Maggiore non ha voluto mai saperne, e fu soppressa nei rituali successivi. Furono invece accolti spontaneamente e conservati da tutta la nazione gli ordini minori, sconosciuti nella chiesa armena, per la prima volta citati da Zaccaria Dsordsoretzi, nel primo quarto del sec. XIV, e dal Concilio del 1342, e inseriti nel predetto codice del 1345, insieme con l'unzione dei vescovi e sacerdoti, e la consegna dei vasi, ricordate pure dal suddetto concilio, e finora praticate; come pure l'ordine dell'incoronazione dei re, usato in Cilicia. I cattolici poi accettarono, per suggerimento di Roma, l'infusione dell'acqua nel vino del calice, la separazione del Natale e delle feste connesse, e l'Estrema Unzione, abbandonata dal sec. X, che si era già tentato di ripristinare in Cilicia; nonché la modifica del Trisagio, e la benedizione dell'olio degli infermi, fatta dal vescovo invece che dal sacerdote. Oltre a questi, parecchi altri punti del rito latino sono stati adottati dal clero cattolico nel suo rituale, che pubblicò l'Hassunian (1880), e che si allontana
da quello approvato dalla S. Congregazione di Propaganda Fide nel 1840, ed edito dai Mechitaristi di Venezia, sulla base dei testi antichi (1831).
Col rito di Cappadocia l'A. adottò naturalmente anche la liturgia della Messa (Patarag), che era detta di s. Giacomo, formata in Anticchia su quella conservata nelle Costituzioni apostoliche, in lingua greca, e che fu diffusa in Siria, a Gerusalemme, in Cappadocia e in altre parti dell'Asia Minore (cf. L. Duchesne, Origines du culte chrét., Parigi 1925, pp. 65-69). S. Basilio ritoccò quella liturgia nella sua diocesi, dandole il proprio nome; fu conosciuta come tale da vari scrittori antichi, ed accettata dal De Meester, almeno nella sua forma primitiva.
Quel che interessa qui è il fatto che detta Messa fu accolta subito anche dalla Chiesa armena, come risulta da un passo messo in bocca ad un celebre armeno da Fausto, che scriveva verso la fine del sec. IV, e posto in rilievo da P. Gathircian (SS. Liturgie degli Armeni, pp. 97-132). La traduzione armena di questa liturgia, eseguita nel sec. V, è ancora conservata nei codici insieme ad un'altra sua versione del medioevo. Essa fu seguita da quella attuale, che fin dal sec. X è nota in A. con il nome di Atanasio. Il Gathircian ha trovato, tra i sec. V e VIII, tracce di questa Messa nella letteratura armena. Un passo comune a questa e ad un « avvertimento » del Mandacuni, gli bastano per concludere che c'era la mano del medesimo patriarca in quella liturgia (op. cit., pp. 323-28). Può egli essere un rimaneggiatore della medesima, che nella parte essenziale risponde a quella in uso oggi nel rito greco-bizantino, col nome di Crisostomo. Quindi è chiara la sua origine; e ragionevolmente F. Cabrol la collegò con la bizantina (in DThC, IX, col. 817). Ed è ancora la stessa liturgia, dapprima più breve e in seguito sviluppata nel testo greco e nell'armeno, che venne commentata da Khosrov verso il 950 (Comment. Missae, Venezia 1869) e da Narsete Lambronesc, arcivescovo di Tarso, nel 1177 (Comment. Missae, Venezia 1846), il quale ultimo « abbell » egli pure il messale. Dopo di lui, vi

Una delle caratteristiche della liturgia armena è, oltre l'assenza dell'acqua dal calice, l'azzimo, il cui uso è antichissimo, e confermato da tutti gli scrittori armeni, a cominciare da Mosè II, che, nella lettera all'imperatore Maurizio (591), dichiarava di non voler recarsi da lui, per «non mangiare del pane sotto in forno, o bere dell'acqua calda», che erano gli elementi della Messa greca. Nelle antiche collezioni liturgiche armene troviamo pure quella dei Presanificati, conforme al testo greco, mentre il codice ciliciano n. 1411 di S. Lazzaro l'ha modificata con varie soppressioni e con l'aggiunta di qualche passo dell'ordinario messale armeno, intercalandola poi nell'ufficio vespertino. Era da celebrarsi «nel mercoledì e venerdì di quaresima». Pare che fosse arbitrariamente praticata in Cilicia, mentre l'A. Maggiore non voleva saperne, di questa «semimessa» o «Messa presantificata», secondo Gregorio di Tavel 1397.
Messa cantata – e anche l'unica dapprima – era riservata, oltre che ai giorni festivi, al sabato e alla domenica, come disponeva il Concilio di Duin, nel 645 (can. 6). Ma più tardi appare in A. pure la Messa piana, derivante dall'applicazione ai privati del divino Sacrificio in «quarantine», che è citata nei canoni del Concilio di Partaw nel 768 (can. 18), e che rendeva necessaria la quotidiana celebrazione privata. Questa maniera era diffusa nel medioevo per tutto il paese, come confermano innumerevoli lapidi rimaste nelle antiche chiese e il Lambronese, che descrive pure la forma semplicissima di essa, col solo celebrante (Comment. Missae, p. 438), o con l'assistenza di un ministro. Questo sistema continuò fino al sec. XVII e quindi fu conservato soltanto presso i cattolici. Nella quaresima, in cui era sospesa la liturgia, tranne il sabato e la domenica, si usava invece in tutta l'A. un «Ordine della preghiera di refezione all'ora nona di quaresima», che era la cosiddetta Messa secca, cioè senza oblazione. A quell'epoca essa non aveva ancora uno schema proprio, ma si leggeva una delle Messe in uso, ad es. quella di s. Atanasio. Più tardi ebbe un formolario suo, che è descritto nelle «Istruzioni», prese nel sec. XII dal convento Theleni (cod. n. 1372 di S. Lazzaro). Era un riassunto della Messa ordinaria, come figura nel breviario della principessa Mariun (sec. XIV) a S. Lazzaro (cod. n. 521), e nel codice V 3 del Vaticano (sec. XIII), il quale ultimo finisce così: il sacerdote «benedice del pane e lo distribuisce, e si congedano», come nella liturgia comune. Il messale in pratica oggi presso i cattolici è doppio; quello stampato a Roma nel 1677, con alcune arbitrarie correzioni dottrinali del sacerdote armeno Barsech; e quello pubblicato dal patriarca Hassunian, nel 1879, per la Messa letta, e alquanto latinizzato. Tutti gli altri sono in disuso.
Parigi 1900, pp. 352-633; L. Petit, s. V. in DThC, I, coll. 1934-68; F. C. Conybeare e A. J. Maclean, Rituale Armenorum and the East Syrian Epiphany rites, Oxford 1905; V. Hatzuni, Hai Diese 1911 tarvoj azgain sinodosi gordeodz meg. (Il rito armeno negli atti del Sinodo nazionale del 1911), Venezia 1919; R. Janin, Les Églises orientales et les Rites Orientaux, Parigi 1922; V. Hatzuni, Potumthin bin hai Torazin (Storia degli antichi usi armeni), Venezia 1924; J. Muyldermans, Le costume liturgique arménien (tratto dal lavoro precedente), Lovanio 1926; J. M. Hanssens, Institutiones liturgicae de ritibus orientalibus. De Missa rituum orientalium, 2 voll., Roma 1930-32; V. Hatzuni, Pataragamatoiz (Messale), con descrizione del rito autentico della Messa, Venezia 1936; C. Gatti e C. Korolevskii, I riti e le Chiese Orientali, Genova-Sampierdarena 1942. Vardan Hatzuni
V. – IL DIRITTO CANONICO.
Fino al sec. V il repertorio canonico della Chiesa armena era costituito, come per le altre chiese d'Oriente, dalle decisioni di concili ecumenici, dalle collezioni pseudo-apostoliche, e da qualche sinodo nazionale.
I canoni di Nicea (325) furono introdotti tramite s. Aristakes che vi aveva preso parte. Per i canoni dei concili topici ci mancano allusioni contemporanee delle fonti storiche; però non è improbabile che siano stati introdotti i canoni di questo o di quel concilio topico, ai quali gli Armeni avevano preso parte attraverso l'esercato di Cesarea.
È degna di essere ricordata la lettera canonica, costituita dalle risposte alle 9 domande degli Armeni, presumibilmente scritta verso l'anno 333 da Macario I Gerosolimitano a s. Verthanes katholikos (o, secondo alcuni, verso il 564 da Macario II a Verthanes vescovo della Sunia).
Vi erano inoltre le decisioni canoniche del I Sinodo nazionale legislativo di Aštisat (354-55), ove furono adottati i cosiddetti Primi Canoni Apostolici, cioè la Doctrina Apostolorum composta di 34-35 articoli; quindi i canoni Efesini (dogmatici) introdotti in A. ufficialmente tramite i Traduttori sotto il katholikos S. Sahak nel sinodo nazionale di Aštisat verso il 435; i canoni disciplinari del Concilio nazionale di Sahapivan (447), e presumibilmente anche i cosiddetti Canoni di S. Sahak il Grande, Soperk Haykakanlı, Venezia 1853, 2ª serie, pp. 71-134 (erm.), come anche i cosiddetti Secondi Apostolici che sarebbero i Canones Apostolici costituiti da 85 articoli, pubblicati dal Funk, e infine i Canoni di s. Taddeo Apostolo.
Al principio del sec. VIII sembra che sia stato fatto il primo lavoro di sistemazione o di coordinazione nella forma di una Collezione canonica ufficiale, Kanonaghirkh, da Giovanni Oznetzi katholikos detto il Filosofo (717-28), della serie dei canoni fino allora introdotti o in uso nella Chiesa armena, esistenti nella Curia patriarcale. Il merito dell'opera sembra sia stato l'aver raccolto tali norme secondo l'ordine cronologico, ricostituendo di ciascuna serie la prefazione ove indicava la motivazione, l'epoca, l'indice, per agevolarne l'uso. Mancandoci la Collezione di Oznetzi in originale o in un manoscritto coevo, non è facile fissare con precisione di quali gruppi canonici fosse essa costituita. Possiamo congetturare solo, attraverso le testimonianze storiche e le citazioni fatte dagli scrittori contemporanei, che la detta Collezione dovrebbe contenere, oltre la serie dei canoni da noi citati sopra, altri gruppi nuovi introdotti nella Chiesa armena dopo il sec. V fino all'epoca sua. Sicuramente vi era la serie dei canoni dei Concili di Ancira (314), di Neocesarea (314-25), di Antiochia (341), di Laodicea (343-81); forse anche i canoni cosiddetti di s. Atanasio e dei sinodi nazionali convocati nella città della residenza patriarcale a Duino, cioè i 39 canoni di Nerses II di Aštarak, i 12 canoni di Duino del 645, sotto Nerses III, e del 719 sotto Giovanni Oznetzi; e forse altre serie di canoni dei Santi Padri che non ci è possibile fissare. Questa Collezione di Oznetzi è stata ulteriormente arricchita fino al sec. X o anche XI, con l'aggiunta degli altri gruppi canonici dei sinodi armeni, e forse anche di Santi Padri.
A giudicare dal codice più antico che ci sia rimasto di
detta Collezione canonica (codice di Giulfa, Persia, scritto nel 1098, oggi conservato nel monastero del S.mo Salvatore), alla fine del sec. XI la Collezione canonica armena, il Kanonaghirkh, conteneva oltre i sopracitati gruppi canonici, anche i 114 canoni detti Secondi Niceni (realmente una giustapposizione eclettica dei canoni niceni e topici); i 50 canoni di s. Basilio della prima serie, detti i primi, e della seconda serie, detti i secondi; i 21 canoni di Sardica (343-44), i 23 canoni di Gangra, i 24 canoni del Sinodo nazionale di Partaw (771), i canoni detti di s. Gregorio Illuminatore, e molti altri canoni pervenuti sotto il nome di Giov. Mandacuni, di Abramo vescovo dei Mamikonesni, e del Sinodo nazionale di Karin (Erzerum); e sotto il nome dei Santi Padri e scrittori ecclesiastici, come i 27 canoni pervenuti sotto il titolo dei Padri Successori degli Apostoli, oltre a quelli a nome dell'Apostolo Filippo, di Clemente Romano e di s. Nettario, di s. Ippolito e di s. Epifanio, s. Efrem, s. Gregorio Teologo, s. Cirillo, s. Dionigi aless., s. Giovanni Gerosolimitano, Dionigi areopagita, ecc. contenenti uno o due canoni di minore importanza.
Dal sec. XI in poi questa collezione ufficiale non ha subito ulteriori sviluppi in maniera che le decisioni dei sinodi nazionali susseguenti, del secc. XII-XVII, sono rimasti fuori della collezione. Quasi tutti i codici dei Kanonaghirkh del secc. XI-XVII mantengono l'identico contenuto.
Tutta questa serie canonica fu raccolta sotto forma di Nomocanone dal glossatore Mechitar Goš (m. nel 1213) nel Datastanaghirkh (libro dei giudizi o di sentenze giudiziali) ove l'autore secondo un ordine sistematico proprio cita il testo del canone, o di un vóμος, e ne dà il commentario. L'opera è scritta tra il 1184-1213. Questa Collezione Nomocanone dominò per tutto il medioevo quale manuale di Codice ecclesiastico-civile, sia nell'A. Maggiore che in Cilicia, ove dominò piuttosto sotto la veste della redazione del Codice di Sampat Connetable, sia anche nelle colonie armene di Polonia, ove una versione latina fu ratificata da Sigismondo I nel 1519, e della Tartaria ove fu fatta una versione tartara per le colonie armene di Astrakhan e della Crimea. Anzi ebbe notevole influsso sul Codice georgiano nella redazione di Vahtank VI (sec. XVIII), nella cui parte 3ª è incorporata, e indirettamente anche sul Codice generale dello zar Nicola I nel 1835, quando fu deciso che il Senato russo si sarebbe servito del suddetto Codice di Vahtank VI.
La Collezione Canonica del Kanonaghirkh, come del Nomocanone Datastanaghirkh, di Mechitar Goš, essendo chiusa alla fine del sec. XII, gli atti disciplinari dei sinodi armeni susseguiti, o le encicliche patriarcali, tra i secc. XIII e XVI, sono rimasti fuori delle collezioni sopra citate. Tra questi atti sono degni di menzione l'Enciclica Patriarcale di s. Nerzès Glajese (1166-73), di Costantino I katholikós (1220-67), gli Atti dei Sinodi armeni di Sis degli
anni 1204, 1246, 1307 (l'ultimo sotto Gregorio VII di Anazarba), del Sinodo di Adana dell'anno 1316, che confermò gli Atti del sinodo precedente (1307), del Sinodo di Sis del 1342; come pure le Costituzioni del monastero di Zak del 1270, e del Sinodo di Gerusalemme del 1651. I Sinodi di Sis dell'anno 1307, e di Adana dell'anno 1316, quali sinodi di tendenza latinizante, non furono accettati dai vartapet orientali. Era l'epoca in cui aveva preso inizio l'influsso della disciplina latina, attraverso le fitte corrispondenze e le ambasciate fra i romani Pontefici ed i patriarchi, i re ed i principi della Cilicia armena, durante i secoli delle Crociate. Tale influsso, benché fosse contrastato, crebbe sempre in proporzione diretta della penetrazione
dei missionari occidentali, Francescani e Domenicani prima, poi in seguito, dopo il sec. XVI, anche di altri Ordini (Gesuiti, Teatini, Carmelitani, Cappuccini ecc.), e infine degli alunni armeni del Collegio Urbano, e del Collegio armeno di Leopoli.
All'inizio del sec. XVIII, come conseguenza dell'ufficiale e definitivo scisma armeno, la Disciplina canonica armena si biforca: Disciplina cattolica armena e Disciplina non-cattolica e dissidente. Questa ultima è costituita prevalentemente dalla Collezione tradizionale antica di Kanonaghirkh, dai canoni di sinodi armeni extra-Collezionali, dal libro Datastanaghirkh di Mechitar Goš, e dalle decisioni sino-
dali o extrasinodali dei patriarchi di Egmiadzin. Le lettere encicliche e private dei katholikói di Egmiadzin, di Simeon d'Erivan (1763-80) di Lukas Karnetzi (1780-99), di Hovsep Arluthian (1800-1801), di Daniele I (1801-1808), si trovano raccolte in Alaneantz sac. Kiut, Archivio della Storia Armena (in arm.), tt. III, IV, IX, Tiflis 1893-99.
La disciplina armeno-cattolica, invece, anche dopo il ripristino (1741) parziale di una nuova gerarchia armena cattolica nella sede del patriarcato di Cilicia (perché la maggior parte del territorio ecclesiastico armeno-cattolico quanto allo spirituale rimase sotto il Vicariato patriarcale latino di Costantinopoli fino all'anno 1830), non ha avuto per tutto il sec. XVIII fino alla metà del sec. XIX, nessuna produzione canonica degna di nota. I nuclei di Armeni cattolici sparsi ed isolati in tutto l'impero ottomano, erano governati, salvo per gli istituti canonici più conosciuti attraverso la tradizione, «secondo i principi chiari ed organici della disciplina occidentale», meglio conosciuta sia dalla gerarchia alla quale sottostavano direttamente (Vicariato patriarcale di Costantinopoli; Patriarcato di Cilicia; S. Congr. di Propaganda), sia dai missionari stessi

L'anno 1848, durante la visita apostolica di mons. Innocenzo Ferrieri, si presero alcune risoluzioni (Archivio di Propaganda, Atti del 1849-50, testo dei 37 Dubbi, ff. 92-93; Rescritti, ff. 81-91); e nel 1851 si tenne la conferenza episcopale del primate Hassun (ibid., Atti del 1853, parte III, Ponenza Stato della Nazione Armena). Lo stesso anno (16-18 ott.) si convoca sul Monte Libano il Sinodo Armeno di Bzommar, sotto la presidenza di Michele-Pietro VIII katholikos (Mansi, XL, col. 890 sgg.), i cui atti però esaminati a Roma non furono approvati, perché incompleti o forse piuttosto per la mancata unione dei Padri sinodali stessi. Nel 1867 vi fu la Conferenza episcopale di Roma (Mansi, XL, 953-1018). Il Sinodo armeno di Costantinopoli del luglio-ott. 1869, convocato col decreto del 4 apr. del patriarca Hassun, dietro i suggerimenti venuti da Pio IX con la lett. Commissum humilitati e Libentissime certe, dell'anno 1869, per restaurare la disciplina armena cattolica, fu preparato con serio studio da una commissione costituita da competenti teologi e canonisti, come Azarian Vartapet, Malachia Ormanian, ecc., e da personaggi eminenti del clero armeno-cattolico secolare e regolare, che insieme alla disciplina latina conoscevano pure le antiche fonti e tradizioni canoniche armene. Quando il sinodo già stava per concludersi, d'agraziatamente le sedute furono sospese ex abrupto, dovendo i padri sinodali partire per il Concilio Vaticano. Bisogna confessarlo: è il primo sinodo armeno-cattolico fatto con larghe vedute, in grande stile, da persone veramente competenti quali erano quelle che costituivano le tre Commissioni Preparatorie (teologie, canoniste, liturgica). Gli atti non poterono essere promulgati; si trovano soltanto nelle poche copie litografate che servirono ai padri sinodali stessi. È un documento prezioso per penetrare nella mente e nelle vedute dei prelati di un'epoca in cui vi furono molto accese controversie disciplinari e problemi di conciliazione degli istituti disciplinari e privilegi orientali con istituti occidentali, onde dare ai primi quel dinamismo e vitalità di cui erano dotati i secondi.
Il Sinodo di Calcedonia (1890), convocato dal patriarca Azarian, non è che il perfezionamento degli atti del Sinodo del 1869 di Costantinopoli. Azarian Vartapet che era stato l'anima del Sinodo di Costantinopoli e uno dei principali propulsori, a Calcedonia non fece altro che promulgare, dopo certi ritocchi e aggiunte, con la propria autorità patriarcale, gli atti stessi del Sinodo del 1869, in attesa all'approvazione pontificia, che però non fu purtroppo ottenuta. Gli atti, complessivamente 928 canoni, furono editi l'anno 1910 a cura dell'Sirounian Alessio Vartapet. È da notare che fu il sinodo più organico, meglio elaborato, e migliore rappresentante degli istituti disciplinari armeni, adattati alle esigenze dei tempi moderni. A chi studia, pur di volo, gli atti di questi due ultimi sinodi cattolici (di Costantinopoli e di Calcedonia) salta tosto agli occhi il gran servizio reso dalle dotte pubblicazioni storiche, teologiche, liturgiche, canoniche, fatte dalla fine del sec. XVIII in poi per tutto il sec. XIX, dai due cenobi mechitaristi di Venezia e di Vienna, quali furono le dotte opere di Ciamcian, di G. B. Aucher, di Ave-
dichian, di Gathircian ecc., le quali crearono la prima corrente di fiducia e di rispetto verso le antiche fonti della tradizione armena.
Il Sinodo nazionale di Roma del 1911, convocato dal patriarca Terzian, con l'aiuto di un corpo di illustri teologi e canonisti consultori latini, che rappresentavano nella Commissione preparatoria la parte preponderante in confronto di quella di consultori armeni, è il sinodo attualmente vigente e in uso nel Patriarcato armeno di Cilicia, perché approvato in forma communi dalla S. Congr. di Prop. Fide. Sotto il punto di vista di espressione del Diritto canonico armeno, ha un valore molto limitato, sia per la larga adozione di principi e di istituti occidentali, sia per la prevalenza della parte dogmatica ed esortativa nella quale viene quasi perduta la parte dispositiva.
D'altronde bisogna notare che, data la conoscenza quasi rudimentale della tradizione canonica armena, nessuna di queste conferenze o sinodi armeni cattolici del secc. XIX-XX rappresenta l'antica tradizione disciplinare in completo, nemmeno il sinodo di Calcedonia, benché sia stato quello che ha realizzato la migliore espressione dello sforzo di ripristinare la disciplina canonica tradizionale armena. Ciò confessa il Sinodo stesso nei cann. 117, 118, 216 (ed. arm.).
Per il Diritto Canonico moderno delle chiese dissidenti di Egmazin, cf. Aivarat (riv. arm. di Egmazin), 1882, p. 83; per le risoluzioni del Sinodo sotto Giorgio IV circa i doveri dei vicari foranei, vedi la stessa rivista 1887, pp. 47, 93, 140, 288 ecc.; e negli anni successivi vedere i titoli Archiv. del Beat. Patriarca, e la Cronaca del Sinodo. Questa rivista è ricca di notizie circa il diritto canonico dissidente.
Studi: F. Bischoff, Das alte Recht der Armenier in Lemberg, Vienna 1862; A. Balay, Historia Dogmatis Catholici apud Armenus, Vienna 1878; A. Pipas, L'Autorità legislativa degli armeni della città di Elisabetopoli di Transilvania, in Pazmaveb 1891, pp. 104, 172, 373; 1893, pp. 335 ecc.; A. Meghavorian, Etude ethnoge, juridique sur la famille et le mariage arménien, Ginevra 1895; G. Daëan, Doctrina Apostolorum (in arm.), Vienna 1896; V. Hatzuni, Cod. can. or., Fonti, fasc. VIII, Città del Vaticano 1932, pp. 141-66; G. Amaduni, Cod. can. or., Fonti, 2ª serie, fasc. XII, Monachismo, Venezia 1940; V. Hatzuni, L'autore della lettera a Verthanes à Macario I e non II, in Pazmaveb (riv. arm.), 89 (1931), fasc. I-II.
Infine si trovano molte notizie utili riguardanti il diritto canonico armeno, negli studi circa il diritto armeno civile, come: M. Brosset, Notice sur le Code Glorien, manuscrit de la biblia Royale, in Nouveau journal Asiatique, 3 (1829), pp. 177-201; id., Détails sur le droit public arménien, extraits du code glorien du roi Wakhhang, in Nous, journ. Asiatique, 9 (1832), pp. 21-30; A. von Haxthausen, Transilvania, 2 tomi in 1 vol., Lipsia 1856 (contiene molte interessanti notizie circa il diritto armeno comparato con quello dei Georgiani, ecc.); M. Brosset, Rapport sur un manuscrit arménien de Mechitar Gos, in Bull. de l'Acad. impér. des sciences de Saint-Pétersb., cl. hist. phil., 6 (1849), pp. 380-382; J. Kohler, Das Recht der Armenier, in Zeitschrift f. Vergl. Rechtswissenschaft, 7 (1887), pp. 385-436; M. Ghazarian, Armenien unter der Arabischen Herrschaft bis zur Entstehung des Bagratidenreiches, Marburgo 1903, p. 87; H. Thopdschian, Politische und Kirchengeschichte Armeniens unter Alet I und Sinopad I, Berlino 1905, pp. 96-215; V. Aptowitzer, Beiträge zur mosaf-