CALCEDONIA

II. LE SESSIONI

Il Concilio di Nicea diventò così quello di C. Fu il più importante Concilio ecumenico del periodo patriatico, sia per il numero dei vescovi che vi parteciparono che per le decisioni dottrinali e disciplinari che vi si presero. Gli atti quasi al completo si hanno in diverse collezioni. I vescovi presenti, tutti orientali, eccetto i legati pontifici e due africani fuggitivi, Aurelio d'Adrumeto e Rusticiano, erano almeno 500, e calcolando i procuratori dei vescovi assenti, possiamo, come fanno comunemente gli storici, elevare il numero a 630. Non tutti però vi restarono fino alla fine. Difatti gli atti greci che riportano 452 firme per il decreto dommatico sull'Incarnazione, promulgato alla 6ª sessione (25 ott.), ne riportano appena 185 per l'ultima sessione (1º nov.) in cui fu approvato il 28º canone.

Gli storici differiscono pure sul numero e la divisione delle sessioni. Alcuni ne contano 15, altri 16. Gli atti greci ce ne danno 17. I fratelli Ballarini, editori delle opere di s. Leone, dopo un'accurata investigazione calcolano a 21 le sessioni distribuite in 12 giorni. Queste divergenze sono di poca importanza dacché le grandi collezioni sono sostanzialmente le stesse. Tutte le sessioni ebbero luogo nella basilica della martire s. Eufemia di C. La prima si celebrò l'8 ott. 451. L'imperatore non vi poté assistere, ma fu rappresentato da un imponente ufficio di 19 commissari, che diressero le discussioni senza evidentemente prender parte al voto. I legati romani avevano il primo posto fra i vescovi eccetto Giuliano di Cos. Sin dall'inizio della seduta vollero espellere Dioscoro, ma i commissari imperiali fecero loro intendere che un giudizio in regola era necessario. Si procedette così alla lettura dei molti documenti che formavano l'incartamento del latrocinio di Efeso. La lettura fu interrotta da vari incidenti che rivelavano lo spirito appassionato dell'assemblea. Flaviano fu subito riconosciuto ortodosso; la deposizione di Dioscoro fu rimandata alla 3ª sessione (13 ott.) alla quale non assistettero i commissari imperiali; si perdonò ai suoi principali complici, fra cui figuravano Giovenale di Gerusalemme e Talassio di Cesarea.

Sin dalla 2ª sessione (10 ott.) s'intavolò la questione dommatica. I legati romani e la maggioranza del Concilio non volevano nuove definizioni di fede, ritenendo sufficienti all'esposizione dommatica i documenti già canonizzati dai precedenti concili e il Tomo di Leone. Ma i commissari imperiali insistettero per una nuova formola. Si finì con l'appagare i loro desideri. Una prima formola, redatta da una commissione privata, presieduta da Anatolia di Costantinopoli, fu esaminata alla 5ª sessione (22 ott.). Essa ebbe l'approvazione della maggioranza, ma i legati romani e gli orientali antiocheni la respinsero perché ambigua. Si dovette perciò redigerne un'altra con la partecipazione dei legati, pena il trasferimento del Concilio in Occidente. Tale infatti era stata la decisione dell'imperatore, cui premeva assolutamente una definizione abbastanza chiara per eliminare ogni sotterfugio. Dalla collaborazione dei rappresentanti delle due terminologie: la romana, la orientale e cirilliana, si arrivò alla formola desiderata, quella che fu approvata da tutti e promulgata solennemente nella 6ª sessione (25 ott.) alla quale assistette l'imperatore, che

arringò i Padri in latino. In calce al celebre documento furono apposte più di 600 firme di vescovi presenti o di delegati.

Dopo quest'atto, il compito principale del Concilio, per il quale il Papa aveva inviato i suoi legati, era terminato. Le sessioni che seguirono fino al 1º nov. inclusive, furono riservate a regolare questioni concernenti gli orientali. Una raccolta di 27 canoni fu redatta probabilmente alla 7ª sessione, altri dicono alla 15ª. Il famoso canone 28º sui privilegi della sede di Costantinopoli non apparve che il 31 ott. (15ª o 16ª sessione, alla quale non presero parte né i commissari imperiali né i legati romani). Le discussioni su questo canone, condannato dai legati, furono l'oggetto dell'ultima sessione (1º nov.).

Prima di accomiatarsi, i vescovi ancora presenti rivolsero al Papa una lettera di ossequio, chiamandolo loro padre, loro capo e loro dottore, e chiedendo in particolare la conferma del 28º canone, respinto dai legati. In una serie di sedute, fra il 25 e il 30 ott., si regolò il caso delle vittime di Dioscoro: Iba di Edessa, Teodoreto di Ciro, Giovanni d'Antiochia ecc. Nella sessione del 26 ott., Giovenale di Gerusalemme, molto compromesso nel «latrocinio di Efeso», fu ben fortunato di ottenere l'autonomia del suo seggio rispetto al patriarcato d'Antiochia e la giurisdizione sulle tre Palestine con le rispettive loro metropoli: Cesarea, Scitopoli e Petra, ciò che dava origine in tal modo ad un nuovo patriarcato.

III. PRINCIPALI DECISIONI

La più importante decisione del Concilio fu certamente la definizione dommatica sul mistero dell'Incarnazione, la cui elaborazione fu tanto faticosa e che i commissari imperiali strapparono finalmente alla maggioranza dei vescovi.

Il passo principale è il seguente: «Il Concilio anatematizza coloro che hanno inventato questa storia che prima dell'unione vi erano due nature (δύο φύσεις), nel Signore, ma che dopo l'unione non ve né che una sola. Con i Padri, noi tutti unanimi insegniamo un solo e stesso Figlio, Nostro Signore Gesù Cristo, completo anche nella Sua umanità; lo stesso veramente Dio e veramente uomo composto di un'anima ragionevole e di un corpo; consustanziale al Padre nella Sua Divinità, consustanziale a noi nella Sua umanità; in tutto simile a noi salvo il peccato; generato dal Padre prima di tutti i secoli quanto alla sua divinità, e lo stesso, in questi ultimi tempi, nato per la nostra salvezza dalla Vergine Maria, Madre di Dio, secondo l'umanità. Noi riconosciamo un solo e stesso Cristo, Figlio, Signore Unigenito in due nature (ἐν δύο φύσεις) unite senza confusione, senza trasformazione, senza divisione, senza separazione, poiché la differenza delle nature non è affatto soppressa dalla loro unione; al contrario, ognuna di esse conserva ciò che le è proprio, unendosi con l'altra per formare una sola persona e una sola ipostasi. Noi non confessiamo infatti un Figlio diviso in due persone, ma un solo e stesso Figlio e Unigenito, che è il Dio Verbo, il Signore Gesù Cristo» (Mansi, VII, 116).

Ciò che più importa in questa formola è la netta distinzione che si fa tra la parola φύσεις e la parola ὑπόστασις, relative al mistero dell'Incarnazione. Il termine φύσεις indica la natura concreta e individuale, considerata in se stessa, come essenza, οὐσία, indipendentemente dal suo supposito o persona. Il termine ὑπόστασις è preso come sinonimo di πρόσωπον, ma un πρόσωπον concreto, fisico, e significa la persona, il soggetto d'attribuzione, l'Io. Questo io, questa ipostasi, questa persona si identifica con l'io, con l'ipostasi, con la persona di Dio-Verbo, il Figlio unigenito del Padre, da Lui generato prima di tutti i secoli, fattosi perfetto uomo per noi nel tempo. In tal modo si afferma chiaramente, contro l'eresia nestoriana, l'intima unità di Cristo, Uomo-Dio.

Con questa terminologia, la formola: due φύσεις prima dell'unione; un'unica φύσις dopo l'unione, diventa insostenibile e inconcepibile. S. Cirillo col dire, dopo lo pseudo Atanasio: una sola φύσις incarnata del Verbo di Dio, dava alla parola φύσις il senso di soggetto concreto, cioè d'ipostasi e di persona. Proclo di Costantinopoli nel suo Tomo agli Armeni, sostituì, per buona sorte, nella formola cirilliana la parola φύσις con il termine ὑπόστασις. Questo modo di esprimersi viene precisamente consacrato dalla definizione di C. Essa dice che Cristo è, sussiste in due nature (ἐν δύο φύσεσιν), e non che è di due nature (ἐκ δύο φύσεων), come voleva Dioscovo, perché questa formola che arrideva alla maggioranza dei Padri, e che fu respinta dai legati, era equivoca e tendeva a ricondurre all'unica φύσις dopo l'unione. Impressionati dalle interminabili e tristi dispute che seguirono il Concilio, alcuni storici senza esitare dicono che questa definizione fu uno sbaglio (cf. L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, III, Parigi 1910, p. 457-58). Essi infatti non riflettono che se il Concilio fosse stato meno esplicito e si fosse accontentato di approvare il tomo di Leone, gli eutichiani certamente sarebbero stati confutati in pieno, ma i seguaci fedeli di Nestorio si sarebbero riparati senza difficoltà dietro il documento papale, e gli Egiziani discepoli esclusivisti di Cirillo, ne sarebbero pure rimasti scontenti. Se si fossero attenuti alla formola: ex duobus naturis (ἐκ δύο φύσεων) i cirilliani sarebbero probabilmente rimasti soddisfatti; ma tale formola avrebbe potuto ricoprire tutti i monofisismi, perfino i più grossolani, e senza fallo avrebbe provocato lo scontento fra gli antiochemi, dispiacendo così anche agli occidentali. Si pensi inoltre che nel distinguere nettamente φύσις da ὑπόστασις o πρόσωπον nella teologia dell'Incarnazione, il Concilio ha stabilito l'uniformità della terminologia per quel che concerne i due grandi misteri della Trinità e dell'Incarnazione: In Dio una sola natura e tre ipostasi o persone, in Gesù Cristo due nature e una sola ipostasi o persona.

In complesso, la storia del Concilio di C. dà un grande risalto al primato romano di diritto divino. Molti sono i brani, negli atti del Concilio, in cui si asserisce con evidenza questo primato sia dai Padri che dai legati romani e dal papa s. Leone. Ma nel famoso canone 28°, che il Papa rifiutò di approvare, vi è un passo che, preso letteralmente, distrugge dalle fondamenta questo primato. Infatti ivi è detto: «Meritamente i Padri hanno attribuito il primato (τὰ πρεσβεῖα) alla sede della Roma antica, perché questa città era la capitale dell'impero» (Mansi, VII, 369).

Sul senso e l'importanza di questa grossolana e vera menzogna ufficiosa, inventata per la necessità della causa, V. COSTANTINOPOLI, PATRIARCATO di. Gli stessi Padri che approvarono questo testo, scrissero al papa Leone un'umile supplica per chiedergli l'approvazione e la conferma del loro decreto mediante la sua autorità, salutando in lui l'interprete «della voce di Pietro, colui che ha ricevuto dal Salvatore la custodia della sua vigna», cioè di tutta la Chiesa; il «Capo di cui essi sono i membri», il Padre di cui essi sono i figli: PL 54, 951 sg. Anatolio vescovo di Costantinopoli, uno dei primi interessati in questo affare, dichiarò al Papa: «La sede di Costantinopoli ha per padre la vostra sede Apostolica» (Epist. ad Leonem Papam, 4: PL 54, 984 A).

Inoltre tutti i Padri, alla 3ª sessione, approvarono esplicitamente la sentenza della deposizione di Dioscovo, pronunciata dal legato Pascasino, nella quale l'origine divina del primato romano è apertamente indicata: «Leone, per mezzo nostro e di questo santo Concilio, in unione con il beato Pietro Apostolo, che è la pietra angolare della Chiesa Cattolica ed il fondamento della fede ortodossa, gli ha tolto l'episcopato e ogni dignità sacerdotale» (Mansi, VI, 1047). I dissi-

denti orientali che ancora oggi fanno appello al 28° canone per negare l'origine divina del primato di Roma, fanno astrazione da questo contesto storico e si attengono alla lettera del testo. Si capisce perché s. Leone ne rifiutò l'approvazione e scrisse all'imperatore Marciano: «Altra è la natura delle cose umane, altra quella delle cose divine; e nessun edificio sarà stabile senza la pietra che il Signore ha posto» (Epist. 104 ad Marcianum, 3: PL 54, 993-95).

BIBL.: Gli atti del Concilio si trovano nelle collezioni Mansi, VI, VII e Hardouin, II. Una edizione critica è stata edita recentemente da E. Schwartz, Acta conciliorum ascunmicorum, II, che comprende 6 fasce., Berlino e Lipsia 1932-38: 1. Acta graeca. 2. Versiones Particulares. 3. Versio Antiqua a Rustico correcta. 4. Leonis Papae I Epistolarum collectionex. 5. Codex encyclicus. 6. Indices. Le lettere di s. Leone I, di grande importanza per ciò che si riferisce al Concilio, sono state nuovamente edite da C. Silva-Tarouca, S. Leonis Magni epistulae contra Eutychis haeresis (Textus et documenta, 15, 20), Roma 1934-1935: id., nella medesima collezione, S. Leonis Magni Tomus ad Flavianum episcopum constantinopolitanum cum testimonis Patrum et epistola ad Leonem I imperatorem, ivi 1932.

La bibliografia sul Concilio di C. è immensa ma piuttosto antiquata. Vedi quella di Hefele-Leclercq, II, pp. 649-51; Fliche-Martin-Frutz, IV, pp. 208-37. Si segnalano alcuni lavori recenti: P. Batiffol, Le Siège Apostolique de s. Damate à s. Léon le Grand, Parigi 1920; id., Léon I, in DThC, IX, coll. 216-301 (con bibl.); E. Caspar, Geschichte des Papsttums, I, Tubinga 1930, pp. 314 sgg.; J. Harapin, Primatus Pontificis romani in Concilio chalcedonensi et Ecclesiae dissidentes, Quaracchi 1933. Sulla definizione dommatica del Concilio, vedi le storie dei domini, specialmente quella di J. Tixeront, Histoire des dogmes, III, Parigi 1912, p. 89 sg.; J. Bois, Chalcédoine, Concile de, in DThC, II, coll. 2190-2208; M. Jugie, Nestorius et le tome de s. Léon. Nestorius et la définition de Chalcédoine, note nell'opera: Nestorius et la controverse nestorienne, Parigi 1912, pp. 307-12. Martino Jugie

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“CALCEDONIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. III (1949), p. 211. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/calcedonia.