CALBULO. - Poeta cristiano africano, forse vescovo, vissuto al principio del sec. VI. L'Antologia latina (n. 378, ed. A. Riese) conserva di lui una poesia per un battistero che egli aveva fatto ornare di marmi. Essa è preceduta da quattro epigrammi che descrivono le varie fasi dell'azione battesimale. Antonio Ferrua
CALCEDONIA. - Oggi Kadiköy, fondata dai Megaresi nel sec. vii, a. C., sta sulla costa della Bitinia di fronte a Bisanzio. Nel 74 a. C. passò ai Romani ma rimase città libera. Fu distrutta dai Goti sotto l'imperatore Gallieno; subì nel 616 un'invasione dei Persiani, ma fece parte sempre dell'impero bizantino. Il cristianesimo in C. dovette essere introdotto fino dai suoi esordi; ciononostante non si può precisare l'anno in cui divenne sede episcopale. Venerata in tutto il mondo fu la sua martire s. Eufemia, nella cui basilica fu tenuto il celebre Concilio ecumenico del 451 (v. sotto). C. tra i suoi vescovi conta Mari, uno dei primi e più tenaci ariani, Eracliano, nel sec. vi, autore di opere contro i manichei e i monofisiti. Con la costituzione dell'impero latino d'Oriente, anche C. ebbe i suoi vescovi latini. L'attuale sede titolare ha anche un metropolita per gli Armeni e un arcivescovo per i Siri, sempre titolari. Nei confini della diocesi di C. si trova Crisipoli (oggi Scutari) dove Licinio fu sconfitto da Costantino (324) e dove visse s. Massimo confessore (580-662) che tanto tenacemente sostenne l'ortodossia contro le minacce del monotelismo difeso dalla vicina Costantinopoli. La popolazione conta ca. 30.000 ab. per la metà greci; il resto, armeni, musulmani, ebrei; i cattolici (latini e armeni) sono ca. 5000; piccola è la colonia protestante.
Greek and Roman geography, I, Londra 1873, p. 596 sg.; J. Pargoire, Les premiers évêques de C., in Echos d'Orient*, 3 (1899), pp. 85-91; 4 (1900), pp. 204-209. Saverio Pericoli Ridolfini
IL CONCILIO di C. -
I. PRELIMINARI
Il Concilio di C. (IV Ecumenico, 8 ott.-1º nov. 451) fu convocato per riparare lo scandalo del secondo Concilio di Efeso (ag. 449) che il papa Leone I chiamò il «Latrocinium».Il conciliabolo presieduto da Dioscoro, patriarca di Alessandria, aveva riabilitato Eutiche, condannato come eretico dal Sinodo di Costantinopoli del 448, e aveva anatematizzato chiunque asseriva due nature (8/10 epiceic) in Gesù Cristo, dopo l'unione. Dioscoro aveva voluto imporre a tutta la Chiesa la terminologia monofisita, escludendo ogni altra, con il rischio di aprire la via ai più strani errori circa il mistero dell'Incarnazione: l'eutichianismo (v. EFESO, LATROCINIO di; EUTICHE). Con l'inganno e la violenza era riuscito a strappare il voto di quasi tutto l'episcopato orientale presente al Concilio ed aveva condannato indirettamente non solo gli orientali del patriarcato di Antiochia ma anche lo stesso papa s. Leone, la cui Lettera a Flaviano non aveva voluto nemmeno leggere.
Quando s. Leone seppe ciò che era accaduto, annullò la decisione del conciliabolo e chiese con insistenza all'imperatore Teodosio II la convocazione di un nuovo concilio ecumenico da tenersi in Italia, nel quale si sarebbe esaminato l'appello di Flaviano e degli altri vescovi oriental depositi ingiustamente da Dioscoro.
Nonostante l'intervento del suo collega d'Occidente, Valentiniano III, l'imperatore non volle saperne e fece eseguire le sentenze del conciliabolo. Un fatto imprevisto venne tosto a modificare del tutto la situazione. Il 28 luglio 450, Teodosio II morì cadendo da cavallo; non avendo eredi, la sorella Pulcheria s'impadronì del potere e fece coronare il vecchio senatore Marciano, che sposò rimanendo vergine.
I nuovi sovrani furono favorevoli alla causa dell'ortodossia e della giustizia. Marciano approvò il progetto di un nuovo concilio a condizione che si riunisse in Oriente e non in Italia. Il Papa ricevette in breve ottime notizie d'Oriente. Non solo il nuovo arcivescovo di Costantinopoli, Anatolia, che aveva sostituito Flaviano, morto subito dopo il latrocinio di Efeso, aveva sottoscritto la Lettera (o Tomo) a Flaviano, ma Massimo d'Antiochia s'adoprava con zelo per far firmare lo stesso documento dai suoi suffraganei.
I vescovi depositi da Dioscoro furono richiamati dall'esilio e Eutiche costretto ad abbandonare il suo monastero. Un po' dappertutto, i membri del «latrocinio di Efeso» segnalavano il loro pentimento e la loro sottomissione. Di fronte a questo inaspettato cambiamento Leone non vide la necessità immediata d'un nuovo concilio e preferì rimandarlo a più tardi, quando i vescovi d'Occidente, allora sotto l'invasione degli Unni di Attila, avrebbero potuto parteciparvi. Ma all'imperatore Marciano premeva molto il Concilio e voleva che la questione cristologica fosse risolta senza indugio e definitivamente. Perciò senza consultare il Papa e prima d'aver ricevuto le ultime lettere di lui, datate per lo meno dal giugno, aveva convocato il Concilio già dal 17 maggio 451.
I vescovi dovevano riunirsi a Nicea il 1º sett. 451. Il Papa s'inchinò davanti al fatto compiuto e accettò il Concilio con condizione che sarebbe stato presieduto da uno dei suoi legati, il vescovo Pascasino (che aveva come colleghi il vescovo Lucenzo, Giuliano vescovo di Cos e i preti Basilio e Bonifacio) e che la questione dommatica, già risolta con la Lettera a Flaviano, non fosse più discussa. Al giorno stabilito, più di 500 vescovi stavano a Nicea. Ma il Concilio non si aprì subito, perché l'imperatore, che voleva assistere all'apertura, era impegnato nel combattere i barbari. Nel frattempo i Padri s'occuparono di provvedimenti
preliminari. Fu allora, come sembra, che Dioscoro, la cui presenza nel Concilio non era affatto di buon augurio, tentò un colpo di scena. Volle fare scomunicare il papa s. Leone, ma non riunì intorno a sé che alcuni egiziani (cf. Epist. Concilii ad imperatorem Marcianum, in Mansi, VI, 1007). Questo tentativo non fece che aggravare la sua situazione. Vedendo i vescovi stanchi di aspettare, Marciano credette opportuno trasferire il Concilio a C. in prossimità della capitale.