GIUSTINO, SANTO, MARTIRE

GIUSTINO, santo, martire. - Apologeta e filo-sofo, m. ca. il 165.

SOMMARIO: I. Vita. - II. Opere. - III. Pensiero.

I. Vita

Della sua vita informa in primo luogo s. G. stesso. Infatti (I Apol., I, 1) si dichiara nato nella Siria palestinese a Flavia Neapolis, l'odierna Nabulus (Naplusa), succeduta all'antica Sichem, ca-poluogo di Samaria, da Prisco figlio di Bacchio, dun-que da famiglia immigrata probabilmente nel 72, quando vi fu fondata da Vespasiano quella città, e senza dubbio pagana (Dial., 28, 2). Dandosi egli alla filosofia, ma profondamente deluso ai primi contatti con i maestri, lo stoico, il peripatetico e il pitagoreo, si decise a seguire i platonici, approfittando di un'oc-casione offertasi per ventura al suo paese; fece rapidi progressi e si credette giunto di già a quella con-templazione di Dio a cui mira la filosofia platonica, quando un giorno, sul lido del mare, gli si accostò un vegliardo e aprendogli i libri dei profeti lo convertì in-vece alla filosofia di Cristo «la sola sapienza sicura e salutare» (Dial., 2, 3-8, 3). Ciò era successo prima del 135, poiché s. G. suggerisce (ibid., 1, 3) che quel dialogo con l'ebreo Trifone si fosse tenuto appunto in tempo della guerra (di Bar Kökhébhā). Nato quindi con ogni probabilità nei primi anni del II sec., anima retta e sincera, con il nobile ardore di vero maestro si sentì chiamato oramai a fare per la sa-pienza di Cristo quello che tanti facevano per le diverse scuole di dottrina pagane, vesti come loro il pallio e dove per le vie dell'Impero gli piaceva fer-marsi apri scuola, di propria autorità e da filosofo senza qualsiasi intervento della Chiesa. Gli atti del martirio (P. Franchi de' Cavalieri, Note agiografiche [Studi e testi, 8], Roma 1902, pp. 25-36 con l'appen-dice [Studi e testi, 9], ivi 1902, pp. 73-75), docu-mento di raro e indiscusso valore, mostrano nei compagni del supplizio un gruppo di scolari, nessuno dei quali per altro l'aveva seguito da catecumeno. Questi atti, se sono muti circa le peregrinazioni di s. G., fanno almeno conoscere, oltre a quel sog-giorno di Efeso, due distinti periodi di attività a Roma, e solo una mutilazione nel testo ha fatto perdere l'indicazione, dove abbia tenuto scuola la seconda volta; ma soprattutto offrono una descri-zione quanto più sobria tanto più attendibile e davvero commovente della fine eroica di una vita spesa tutta per la sola suprema sapienza. Confessando egli assieme a Caritone, Carito, Evelpistos, Ierace, Peone e Liberiano la fede in Cristo, il prefetto dell'Urbe Giunio Rustico (163-67) sentenziò: «Coloro che non vogliono sacrificare agli dèi e piegarsi all'ordine del-Imperatore saranno fustigati e condotti a scontare, conforme alle leggi, la pena capitale». Sopravvisse, oltre questa preziosa testimonianza, parte degli scritti, molto utilizzati e letti ancora a lungo (Atenagora, Teofilo, Pseudomelitone, Tertulliano, Ireneo, Meto-dio, Eusebio, Atanasio, Procopio di Gaza, Giovanni Damasceno, Fozio ecc.). Il filosofo martire ebbe pre-sto onore di culto in Oriente, attribuendogli la leg-genda il supplizio di Socrate, la cicuta. Nello stesso giorno, 19 giugno, ma con netta distinzione, i menei celebrano poi anche s. G. con compagni, segno che le notizie degli atti giunsero, quando quel culto si era già introdotto. In Occidente s. G. appare da principio con i compagni, come negli atti, ma sol-tanto con i Martirologi di Usuardo e Adone e al 13 apr. papa Leone XIII ne estese la festa (14 apr.) tutta la Chiesa.

II. OPERE

L'opera letteraria di s. G. è nota solo parzialmente e, ad eccezione delle numerose citazioni, dal solo ms. gr. 450 della Biblioteca nazionale di Parigi, finito di scrivere l'11 sett. 1364. Certamente autentiche non sono che quelle tre sezioni di questo volume che vanno sotto i nomi di I Apologia (maior, ff. 201-38°), II Apologia (minor, ff. 193-201) e il Dialogo con l'ebreo Trifone (ff. 50-193). Certo è pure che l'ordinamento dei due testi apologetici non è quello del manoscritto ma che va rovesciato come hanno fatto gli editori; non è altrettanto certo, invece, se la II Apologia di soli 15 capi-toli sia mai stata un'opera a sé o se faccia piuttosto parte della prima, ai cui 68 capitoli primitivi si sarebbe aggiunta questa appendice per comprendere i fatti del prefetto Urbico, una nuova illustrazione di quanto era già detto sull'ingiustizia della persecuzione. Niente di strano che vi si fosse poi aggiunta ancora la discussione di qualche altro problema attuale. Sta di fatto che Eusebio, il quale distingue appunto (Hist. ecc., 4, 18, 1) due diverse apo-logie, la prima dedicata a Antonino Pio, ai suoi figli e al

Senato e la seconda fatta per il successore Antonino Vero, attribuisce poi alla prima anche quei testi che cita della nostra seconda. Inoltre è richiamato ripetutamente (II Apol., 4, 2; 5, 6; 8, 1), nel testo più breve, un passo di quello più lungo con semplice προσεγγιμένο. Forse che vi erano due edizioni della stessa opera, dedicata a Antonino Pio, l’una senza e l’altra con l’appendice, dedicata a Marco Aurelio? Forse che Eusebio ha semplicemente preso un abbaglio con la sua seconda? O forse anche il secondo testo stava proprio a sé, un po’ più completo certo di adesso, un’apologia provocata eventualmente da un attacco di Frontone? Pare veramente che questo secondo testo assuma un atteggiamento nuovo di fronte al pensiero della Stoia, in auge proprio con Marco Aurelio. La redazione di questa parte sembra del resto assai più affrettata.

La I Apologia, dedicata all’imperatore Antonino Pio e i figli adottivi Marco Aurelio e Lucio Vero, al Senato e al popolo romano, fu scritta a Roma (cf. capp. 26 e 28) e a 153 (capp. 41, 1; c. 150 anni d. C.; capp. 26, 5; 58, 1; Marcione eretico; capp. 29, 2; L. Munatius Felix, prefetto d’Egitto, in carica nel sett. 151, prefetto pro-babilmente negli a. 150-54; cf. Oxyrh. Papyri, Londra 1899, II, p. 163). Rivolgendosi prima agli imperatori nel nome dei cristiani e invocando il loro giudizio serio e imparziale (1-3) si ribella contro un metodo iniquo di persecuzione che condanna i cristiani solo per il nome senza l’appoggio di qualunque prova per delitti commessi. Se sono veramente atei, nemici dello Stato, criminali, perché non rinnegano quel nome? Aspirano a una vita purissima nel cospetto di Dio, a quella appunto del Verbo incarnato, Gesù Cristo (4-12). A dimostrare questa vita, anziché prove storiche, troppo soggettive per lui, addice le profezie, argomenti inoppugnabili, perché rivelazione di Dio, fonte di ogni terrena verità, che non potranno mai sopraffare gli inganni dei demoni (13-60). La parte-cipazione dei cristiani a quella vita si attua nei misteri del Battesimo e dell’Eucaristia e nelle riunioni demoniali (61-67). In ultimo s. G. adduce un rescritto, diretto da Adriano a Minucio Fundano, per scongiurare le accuse calunniose (68).

La II Apologia, scritta pure a Roma non molto più tardi (Q. Lollio Urbico prefetto nel 144-60), illustra le ingiustizie commesse dal prefetto Urbico dando appunto ascolto alla sola calunnia del nome cristiano, della verità non più preoccupato che il cinico Crescente (1-4). Ai cristiani importa più la verità che la vita. Non gettano via la vita, ma non rinnegano per essa la verità. Sacrificandosi sperano di liberare persino i persecutori dalle loro ingiustizie (5). Il Figlio di Dio si è fatto uomo per salvare i buoni dall’odio dei demoni, ma perché l’uomo è libero, ci vuole la lotta; ai più umili s’è divulgata la verità e trionfa nella morte, negli spettacoli eroici si manifesta al mondo la superiorità del cristianesimo (6-13).

Il Dialogo con l’ebreo Trifone, che nel manoscritto precede le apologie ma ne cita la prima (cap. 120), fu composto a. 1155-60 (forse a Efeso?). Molto più esteso (142 capp.), era diviso in origine in due libri secondo i due giorni che sarebbe durato, ca. 20 anni prima, il colloquio, collocato da Eusebio a Efeso. La dedica, ora perduta, a Marco Pompeio, d’altronde sconosciuto ma chiamato carissimo (8, 3) e menzionato ancora (120, 6), può aver data questa notizia. Una lacuna dopo il cap. 74 ha fatto sparire la fine della prima e l’inizio della seconda giornata e con ciò la divisione dell’opera. Il nome di Trifone richiama il rabbi Tarpòh, che ai tempi di s. G. insegnava a Lydda. Ma di carattere piuttosto litigioso, avversava il cristianesimo e ha forse contribuito al dialogo solo un nome sonoro. Sarebbe certo arduo di vedere sempre dalla finzione la verità.

Posto il problema circa Dio e la filosofia, s. G. narra (2-8) la propria conversione al cristianesimo. In seguito sono trattate senza ordine rigoroso, facendo seguito una profezia all’altra, con molte interruzioni e riprese tre gruppi di idee: la sostituzione del Vecchio al Nuovo Testamento (9-47), la messianità di Gesù Cristo e la sua funzione quale Verbo, intermediario delle Rivelazioni, prima dell’Incarnazione (48-108), la chiamata dei gentili a popolo eletto (109-42).

Uno scritto contro tutte le eresie sorte fino allora è menzionato nella I Apologia (26). Forse vi aveva pensato anche Tertulliano quando (Adv. Val., 5) considera s. G. come primo impugnatore delle eresie. Sarebbe molto comprensibile che fosse stato utilizzato dagli eresionisti posteriori, ma non se ne ha nessuna prova, se non bisogna identificarlo, in tutto, o meglio in parte con: Contra Marcione, che s. Ireneo cita due volte (Adv. haer., 4, 6, 2; 5, 26, 2) e di cui fa cenno anche Eusebio (Hist. eccl., 4, 18, 9; cf. 4, 11, 8-9).

Metodico d’Olimpo nel suo Dialogo sulla Riusruzione si riporta a s. G. Benché non sia specificata la fonte, è ovvio pensare, che sia il De Resurrectione citato da Procopio di Gaza e da Giovanni Damasceno nei Sacra Parallela d. quale senza dubbio si sono serviti già Ireneo (Adv. haer., 1, 5) e Tertulliano (De Resurrectione).

Eusebio cita inoltre (Hist. Eccl., 4, 18, 3) uno scritto Ad Graecos dove s. G. avrebbe fatto il confronto fra dottrina cristiana e filosofia greca trattando della natura dei demoni, e (ibid., 4, 18, 4) un altro Ad Graecos che era chiamato anche Confutatio, e ancora (ibid.), un trattato De monarchia Dei, con prove per l’unità di Dio, tratto non d’alla sola S. Scrittura ma anche dagli autori greci.

D’altra parte si trovano nella raccolta degli scritti di s. G. tre opere con titolo analogo a queste, citate da Eusebio: Oratio ad Graecos (PG 6, 229-40); Colottario ad Graecos (ibid., 241-312); De monarchia (ibid., 312-25). La prima potrebbe essere identificata con la seconda di Eusebio, ma, sebbene risalga forse al II sec., lo stile proibisce di attribuirla a s. G. Le Hypomnemonata che ne fece nel III sec. in Grecia un Ambrosius sono conservate solo in siriaco (W. Cureton, Spicilegium Syriacum, Londra 1855, II, 38-42, 61-69); la seconda non può essere identica con la prima di Eusebio, perché non ha la trattazione sui demoni; la seconda di Eusebio va esclusa per un’analoga ragione di stile (R. V. Sellers l’attribuisce ora a Teodoreto: Forum. theol. st., 46 [1945], pp. 145-60); la terza non conviene con la terza di Eusebio perché non dà le prove della S. Scrittura e i versi citati sono fabbricati più tardi.

Due altri scritti citati da Eusebio (Hist. eccl., 4, 18, 5): Psalmista e De anima non sono noti affatto. Quanto riferisce s. Girolamo (De vir. ill., 9) circa un commento dell’Apocalisse sembra debba attribuirsi al Dialogo con Trifone. Due frammentini di un Ad Euphrasium sophistam de providentia et fide sembrano spuri. Due altri da un Contra Judaeos compresi da s. Giovanni Damasceno nei S. Parallela è facile siano attribuiti a s. G. per semplice sbaglio.

Certamente spuri sono fra gli scritti di s. G.: Epistula ad Zenam et Serenum (PG 6, 1183-1204); Expositio rectae confessionis (ibid., 1207-40); Responsiones ad orthodoxos (ibid., 1249-1400); Quaestiones Christianae ad Graecos (ibid., 1401-64); Quaestiones Graecae ad Christianos (ibid., 1464-90); Confutatio quorundam Aristotelis dogmatum (ibid., 1491-1564); e l’Epistola ad Diognetum.

III. Pensiero

Sul pensiero di s. G. l’attuale informazione rimane necessariamente molto incompleta. Non solo s. G. non ha lasciato nessun’opera sistematica, ma purtroppo non ce n’è pervenuta nemmeno una in cui precisi maggiormente le sue idee in confronto con le correnti eretiche del cristianesimo e ci si deve contentare delle controversie più o meno occasionali con i pagani e gli Ebrei. Egli voleva essere filosofo; non rivestito di qualche missione, veste coscienziosamente il pallio; ma la filosofia sua è Cristo, il Verbo divino che ha preso carne dalla Vergine Maria. Chiamarsi cristiano, sentirsi uno di quegli odiati e ingiustamente perseguitati, questo è il suo maggiore, anzi l’unico vanto. Ci sono di quelli che si dichiarano cristiani e non insegnano la sua dottrina; invece di venerare Gesù lo riconoscono solo di nome. Ma lui, come ha imparato, vuole parlare; insegnare quello che gli fu insegnato. Sulla dottrina non vi può essere veramente discussione, la si riceve dalla Chiesa, e non occorre parlarne molto.

Ma più di un problema sorge, appena si tratta di farla intendere: quando è la volta del filosofo. Bisogna tuttavia tener sempre presente a questo riguardo - non è un semplice cenno autobiografico - come all'improvviso si accese un fuoco nel cuore del platonico, che credeva di aver raggiunto la contemplazione di Dio, e lo prese in possesso l'amore dei profeti e di quelli che sono gli amici di Cristo (Dial., 8, 1). Filosofia significa ormai amore di profezia. "Solo i profeti hanno visto e espresso agli uomini la verità"; "parlano per lo Spirito Santo", al di sopra di qualunque dimostrazione"; "quel che avviene e avviene costringe d'acconsentire a ciò che fu detto da loro" (ibid., 7). Ci sono anche i miracoli e la vita del profeta che giustificano la fede, ma l'argomento più forte sta precisamente in ciò che avviene secondo era predetto, e l'argomento sarà tanto più convincente quanto meno avviene sospettato.

La dimostrazione non si fa con metodo strettamente logico; si potrebbe più giustamente, spiegando anche la predilezione per l'esegesi simbolico-tipica, chiamarlo analogico. Con la piena rivelazione di Dio nel Verbo incarnato sono incommensurabili tutte le altre rivelazioni e a più forte ragione la scienza umana. Certe in onore non dovrebbero quindi troppo sconcertare. Così può apparire un certo subordinazionismo, quando, trattando della creazione, pare s. G. comprometta l'eternità e necessità della generazione del Figlio e parlando delle apparizioni divine faccia del Figlio il supremo servitore di Dio. Eppure appare chiaro d'altronde che s. G. non dubitava della vera e adorabile divinità di Cristo. Si crede certo ortodossso quando professa il millenarismo. Quanto alle dottrine filosofiche, chiamate in aiuto, valgono solo in quanto contengono una lontana profezia, sia che i filosofi abbiano attinto al Vecchio Testamento, sia che questo si spieghi nel linguaggio dello Stoa con il λόγος σπερματικός.

Scrittore senza gran fascino, in cui si cerca invano la tecnica retorica, senza logica stringente, si è meritato però l'ammirazione di uno scolaro molto difficile come Taziano, ha nutrito la dialettica di Tertulliano e la teologia di Irenèo, ha dato spunti alla critica e all'esegesi e preziosissimi documenti di dottrina, di liturgia e di vita, ma soprattutto ha dato l'amore della suprema verità fino al versamento del sangue.

Bibl.: Opere: testo e trad. a cura di I. C. Th. de Otto, Corpus apologetarum Christ. sac. II, I-V, 3ª ed., Iena 1876-81; PG 6: E. J. Goodsped, Die ältesten Apologeten, Gottinga 1914. Dialogo: a cura di G. Archambault. 2 voll., Parigi 1900. Apologie: a cura di L. Pautigny, ivi 1904; di S. Frasca, con vers. II. e note (Corona Patr. Sal., ser. gr., 3). Torino 1928; trad. II. di I. Giordani, Le Apologie e brani scelti del Dialogo con Trifone, Firenze 1920; E. Sanesi, La prima Apologia, Siena 1920; id., La seconda Apologia, ivi 1929. Studi: per una bibl. dal 1916 al 1925; Bursian Juhresb., 220 (1929), pp. 169-76; cf. inoltre: A. Harnack, Judentum und Judenchristentum in Fistins Dialog mit Tryphon, Lipsia 1913; E. Preuschen, Die Eichtheit von Fistins Dialog gegen Tryphon, in Zeitschr. f. neutest. Wissenschaft, 19-20 (1919-20), pp. 102-27; E. Goodenough, The theology of Fistins Martyr, Jena 1923; G. Bardy, Fustin, in DThC, VIII, coll. 2228-77; B. Capelle, Le rescrit d'Hadrien et st Fustin, in Rev. bénéd., 39 (1927), pp. 365-68; I. Giordani, La prima polemica cristiana, Torino 1930, pp. 94-110; L. Alfonsi, Ricerche sull'Aristotele perduto, III, G. nella tradizione platonico-aristotelica, in Rivista di storia della filosofia, 1 (1946), p. 229 sq.; id., Lattanzio e G., in Rendiconti Istituto lombardo di scienze e lettere, 82 (1949), p. 19 sq.

Nel Folklore. - La città di Chieti in Abruzzo, che venera s. G. come patrono, lo solennizza nella prima decade di maggio con grandi festeggiamenti civili e religiosi. Un antico fondo di riti di propiziamento agreste comuni alle feste di maggio può riconoscersi nelle manifestazioni più caratteristiche a cui dà luogo la «sagra di s. G.»: palii e corse di cavalli, fuochi artificiali, gare di canti e musiche, processioni in cui si riafferma la devozione e la religiosità del popolo abruzzese.

Bibl.: V. Troiani di Nerfa, Sagre, feste e riti, Roma 1932, p. 127.