GIUSTINIANO, IMPERATORE D'ORIENTE

GIUSTINIANO, IMPERATORE D'ORIENTE - Institutiones, II, 24.
Codice membranaceo di Monte Cassino (sec. IX).

legislativo e amministrativo. Che se i risultati furono nel campo militare poco duraturi, e negativi in quello religioso, egli, con la sua codificazione, salvò e trasmise ai posteri un tesoro di materiali e di dottrina, la cui inesauribile ricchezza ha alimentato ed alimenta tuttora il pensiero giuridico d'ogni paese.

N. l'11 maggio 482 d. C. a Tauresio, villaggio della valle del Vardar, nelle vicinanze di Scupi (l'odierna Uskub), apparteneva ad una famiglia umile, di stirpe romana o illirica romanizzata (che fosse di stirpe slava è leggenda inventata nel sec. XVI), e gli era stato imposto il nome di Sabbatius. Un suo zio materno, Giustino, nato nella stessa regione a Bederiana, si era arruolato, regnando Leone I (457-74), nella guardia imperiale ed era salito alla dignità di comes excubitorum. Forse, fin da allora, egli aveva chiamato a Costantinopoli il nipote, cui aveva fatto impartire una raffinata educazione giuridica e teologica. In seguito lo aveva adottato facendogli così assumere il nome di Flavius Petrus Sabbatius Iustinianus (che troviamo nei dittici consolari), donde poi derivò quello imperiale di Imp. Caesar Flavius Iustinianus.

Alla morte di Anastasio (518 d. C.), Giustino, messi da parte i legittimi discendenti dell'Imperatore defunto, riusciva con il favore popolare a salire sul trono: ed elevava allora il figlio adottivo alle più alte cariche, valendosi di lui quale consigliere e quale guida. In questi anni G. aveva conosciuto Teodora, una danzatrice del circo, che poi (abrogato da Giustino il divieto di matrimonio fra senatori e attrici) egli sposò e che, nonostante le accuse scandalose che leggiamo in Procopio, dobbiamo ritenere fosse donna di forte intelligenza e di ferma volontà, qualità che rivelò nei momenti più critici del lungo regno del marito. Le nozze furono celebrate lo stesso giorno in cui G. veniva dallo zio associato al trono (1 apr. 527); così alla morte di Giustino (1 maggio 527) G. e Teodora venivano acclamati legittimi sovrani.

Il programma di governo del nuovo Imperatore mirava all'attuazione di un sistema costruito con rigore su alcuni principi precisi. Cardine di esso è l'idea dell'ori-

gine divina del potere politico, in quanto questo si esplicì in una monarchia universale: colui che è investito di questa è pertanto un rappresentante di Dio sulla terra, solo creatore e interprete della legge, anzi legge vivente egli stesso. Monarchia universale è la respublica romana, che G. vuol restaurare nella sua antica grandezza e potenza. Ma se romano è l'Impero universale voluto da Dio e se la stessa universalità è nella Chiesa, il campo di questa e quello della romanità coincidono. Quindi compito dell'Imperatore è la difesa e l'esaltazione dell'unica fede: là dove giunge il diritto romano deve giungere la regola della Chiesa universale: all'uno e all'altra devono servire gli stessi ordinamenti, le stesse armi, la stessa arte: il trionfo dell'uno e dell'altra è affermazione di un unico principio, di un'identica concezione politica.

L'attuazione di questa idea della monarchia assoluta e universale di diritto divino ha per suoi necessari presupposti la ricostruzione dell'unità territoriale dell'Impero, la realizzazione dell'uniformità legislativa e amministrativa, la fondazione dell'unità religiosa. Questo triplice, arduo disegno venne affrontato da G. con energia e senza esitazioni.

Pochi mesi dopo il suo avvento al trono, con la costituzione Hace quae necessario (13 febbr. 528) dava inizio alla sua opera legislativa, ordinando la redazione del primo Codex, al quale seguirono poi le altre parti della compilazione, Digesta e Institutiones, e infine una seconda edizione del Codex (v. CORPUS IDIUS CIVILIS).

Contemporaneamente G. iniziava la sua riforma dell'amministrazione, sia introducendo un maggior rigore nelle esazioni fiscali, sia cercando di colpire gli abusi dei funzionari e soprattutto la loro venilità che era divenuta costume. E nel campo religioso, allo scopo di riavvicinarsi alla Chiesa romana, orientava la sua politica in senso favorevole all'ortodossia, anche per preparare un terreno alla progettata riconquista dell'Occidente. Con numerose costituzioni, degli 12. 527 e 528, cercò di eliminare gli ultimi residui del paganesimo, con severe sanzioni contro gli adepti, ai quali non lasciava altra scelta che fra l'esilio e la conversione: nel 520 egli disponeva poi la chiusura della scuola di Atene, ritenuta di propaganda pagana. Con altri provvedimenti introduceva nuove pene contro gli eretici (montanisti, manichei, nestoriani, monofisiti) che venivano in massa allontanati dagli uffici pubblici, mentre i vescovi dissidenti erano depositi o esiliati.

Queste misure provocarono però una fiera reazione che di de luogo ad una vera insurrezione contro l'Imperatore. Già l'11 genn. 532 le fazioni del circo, e cioè i «verdi» (monofisiti e sostenitori di Anastasio e della sua discendenza) e gli «azzurri» (ortodossi, favoriti da G.) erano venuti alle mani. Avendo l'Imperatore deliberato di punire i capi di ambedue le fazioni, queste si unirono contro di lui, pretendendo la deposizione dei suoi ministri Giovanni di Cappadocia e Triboniano, ritenuti ispiratori dei provvedimenti in materia finanziaria e religiosa. Gli inviti alla calma rivolti personalmente da G. rimasero inascoltati dai ribelli: i quali si rafforzarono dentro l'ippodromo, divenuto il loro quartiere generale, e proclamarono imperatore Ipazio, nipote di Anastasio. Dopo molte esitazioni, G. incurrò da Teodora, si decise a reprimere con la forza la rivolta, che fu domata da Narsete dopo una sanguinosa battaglia per l'occupazione dell'ippodromo. Eliminati Ipazio e i capi della rivoluzione, uccisi o esiliati molti senatori, i cui beni furono confiscati, la pace ritornò a regnare nella capitale.

Assicuratosi all'interno, G. poteva ora concretare il suo piano per le campagne d'Occidente, necessarie, sia dal punto di vista politico, sia da quello religioso (le popolazioni cattoliche dell'Occidente erano minacciate costantemente dagli ariani), per chi si proponeva di restaurare l'unità materiale e spirituale dell'Impero.

Queste nuove imprese erano state precedute da una intensa attività diplomatica. Per poter disporre di un numeroso esercito G. aveva nel 532 concluso la pace con la Persia: in Africa egli sperava di poter contare sull'appoggio di Ilderico, privato del trono dal re Gelimero: in Italia egli aveva annodato, con astuta doppiezza, rapporti, sia con Amalasunta (in conflitto coi capi dei Goti

per le sue simpatie verso i Romani), che chiedeva la sua protezione e gli prometteva aiuti contro i Vandali, sia con Teodato avversario di Amalasunta, che per ottenere contro quest'ultima l'appoggio di G. si dichiarava disposto a rinunciare ad una parte della penisola; in ogni regione d'Occidente svolgeva un'intensa propaganda contro i barbari dominatori facendo appello alle credenze religiose.

Così, nonostante le obiezioni dei più alti funzionari, l'impresa occidentale fu decisa. Il 22 giugno 533 Belisario salpava da Costantinopoli per l'Africa, dove, sbarcato nel sett., affrontava decisamente gli avversari, li sconfiggeva nelle battaglie di Decimum e Tricamarum, e nel 534 faceva prigioniero Gelimero. Immediatamente G. provvedeva al riordinamento dell'amministrazione dell'Africa, che peraltro fu spesso turbata da agitazioni dei Vandali sottomessi, appoggiati dall'irrequieto elemento berbero.

Nell'anno seguente, mentre proseguiva energicamente la riforma dell'amministrazione (Novellae 8 e 17 del 15 e 16 apr. 535), G. iniziava la campagna contro il nemico più forte, i Goti d'Italia. Anche qui la prima fase della campagna fu affidata a Belisario che sbarcava in Sicilia nell'estate del 535. I Goti incalzati dal sud, minacciati all'est da un esercito bizantino concentrato in Dalmazia e all'ovest da Teodeberto, re dei Franchi, accordatosi con G., chiesero di trattare, dichiarandosi disposti a rinunciare alla sovranità sull'Italia, purché potessero rimanere come federiti. Poco dopo però, approfittando della lontananza di Belisario passato in Africa per reprimervi una ribellione, ruppero la tregua e ripresero la guerra, che durò altri quattro anni, finché i Bizantini, che dovettero combattendo risalire dalla Calabria alla valle del Po, riuscirono ad espugnare Ravenna.

Senonché, dopo questi successi, G. aveva dovuto volgere la sua attenzione all'Oriente e richiamare dall'Italia una parte delle sue truppe, per difendersi dai Persiani, che avevano infranto il trattato del 532 e iniziato un'offensiva, e per tenere a freno le orde di Unni, di Bulgari, di Slavi che razzavano la Mesia, la Tracia, l'Illirico (le incursioni si rinnovarono nel 544 e negli anni successivi; particolarmente gravi quelle degli Unni negli aa. 550 e 558, che la seconda volta giunsero fino ai sobborghi di Costantinopoli). Cinque anni durò la guerra contro i Persiani, finché nel 545 si addivenne ad un armistizio, rinnovato più volte fino alla pace del 562.

Intanto (544) in Italia i Goti, imbaldanzi della diminuita pressione delle truppe bizantine, avevano ripreso, sotto la guida di Totila, la controffensiva favorita dall'impossibilità per G. di soddisfare alle richieste di uomini e di denaro rivoltegli con insistenza dai suoi generali. Soltanto nel 550 G., assicuratosi dal lato della Persia, poteva organizzare una nuova spedizione sotto il comando di Narsete, che nel 551 entrava in Italia dalla frontiera orientale, mentre una flotta bizantina guidata da Artabano rioccupava la Sicilia. La strategia di Narsete, con le battaglie di Tagina e di Monte Lettere, portava alla sconfitta totale dei Goti, i cui re Totila e Teia cadevano eroicamente in combattimento. L'Italia, completamente rioccupata, ritornava ad essere il centro della prefettura, la cui amministrazione avrebbe dovuto provvedere a sanare le piaghe infette al paese dalla dominazione gotica e dalle ripetute guerre. In gran parte a questa ricostruzione era destinata la Prammatica Sanzione del 554, che fra l'altro estendeva alle regioni riconquistate le costituzioni emanate dopo la compilazione giustiniana, precedentemente inviata in Italia.

Peraltro, in Occidente, la Gallia era ancora in gran parte dominata dai Franchi, come la Spagna dai Visigoti. Contro la Gallia nulla fu tentato. Della Spagna una spedizione condotta dal patriogo Liberio riuscì a rioccupare la regione sud-orientale (Cartagena, Malaga, Cordova), ma dovette poi arrestarsi di fronte alla tenace resistenza dei Visigoti. Tuttavia il risultato ottenuto non era disprezzabile: in conseguenza di tale occupazione, succeduta a quella dell'Africa e della Sicilia, il Mediterraneo occidentale era ridiventato un mare romano: mentre il ristabilimento della signoria bizantina in Dalmazia e in Italia e il mantenuto statu quo nei Balcani e in Asia Mi-

nore assicuravano all'Impero anche il dominio del Mediterraneo orientale.

In Oriente poi, dopo la pace del 562 con la Persia, la Lazica (la regione a sud del Caucaso avente per centro l'attuale Batum) ritornava all'Impero, in cambio di un tributo annuo da pagarsi alla Persia: questa però concedeva libertà di culto ai cristiani viventi entro i suoi confini, contro l'impegno da parte di Costantinopoli di rinunciare alla propaganda religiosa in territorio persiano.

È quindi ingiusto asserire che l'attività di G. nel campo della politica estera ed interna sia in ogni parte fallita. Invece si deve riconoscere l'insuccesso degli sforzi dell'Imperatore diretti all'unificazione religiosa del mondo cristiano, che era un altro dei piani contenuti nel suo programma.

L'Imperatore, fedele al credo ortodosso, aveva dapprima sperato di poter raggiungere il suo fine, insistendo per l'accordo con la Chiesa di Roma, riconosciuta da lui caput omnium sanctarum ecclesiarum, e cercando di reprimere l'azione dei dissidenti, pagani ed eretici: e tale atteggiamento aveva giovato in occasione della riconquista dell'Occidente. Ma ai provvedimenti resistevano tenacemente i monofisiti, specialmente numerosi in Siria e in Egitto, e annidati anche nella corte, dove contavano su potenti aderenze nonché sulla protezione dell'imperatrice Teodora. In un primo tentativo G., senza rinunciare ai principi e senza intaccare le leggi emanate, credette di potersi conciliare i monofisiti attenuando l'applicazione delle misure di rigore e ricorrendo ad un espediente con cui sperava di indurli ad accettare la formula calcedonese. Nel 535, morto il patriarca di Costantinopoli Epifanio, G. scelse a suo successore Antimo, vescovo di Trebisonda, segreto simpatizzante per i monofisiti: il nuovo patriarca, a sua volta, chiamò a Costantinopoli l'ex-patriarca di Antiochia, Severo, capo spirituale della Chiesa giacobita, allo scopo di concertare con lui una formula di compromesso con i vescovi della Siria e dell'Egitto. Ma questa manovra fu trencata dall'intervento del papa Agapito che, giunto a Costantinopoli nel 536, scomunicò e depose Antimo. G., dopo aver cercato di salvare il proprio patriarca, dovette piegarsi e ratificare il provvedimento (l'accordo con il Papa era necessario all'Imperatore per la progettata spedizione d'Italia). Poco dopo veniva convocato un sinodo nel quale venivano ribadite le misure contro i capi monofisiti, misure peraltro applicate assai blandamente.

Il conflitto rimaneva quindi insoluto: e allora G., certamente premuto da Teodora, pensò di scegliere un'altra via, procurando che al pontificato fosse chiamato un religioso meno intransigente.

Morto Agapito a Costantinopoli, deposto ed esiliato (537) il papa Silverio, perché accusato di aver collaborato con i Goti, riuscì a G. di far eleggere Vigilio, che era stato nunzio in Oriente. Ma il nuovo Pontefice si rivelò non meno rigido dei suoi predecessori. Allora l'Imperatore, ispirato da un astuto prelato, Teodoro Askidas, pensò che si potesse trovare una via per superare l'intransigenza ortodossa scalzando le basi del Concilio di Calcedonia, senza attaccarne direttamente i deliberati. L'espedito fu la condanna postuma di tre rappresentanti della teologia antiochena, Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Ciro e Iba di Edessa, condanna che infirmava il valore di tutte le decisioni calcedonese. Questa condanna, emanata alla fine del 543 o al principio del 544, diede luogo Tre Capitoli (v.) e ad un conflitto decennale fra il papato

e l'Oriente. Il provvedimento, in ogni modo, rivelava in G. l'intenzione di considerare la Chiesa come un ente subordinato e la pretesa di decidere delle causae fidei con editti imperiali: ed il contenuto della condanna, che suscitava tanta opposizione da parte di Roma, non aveva per di più soddisfatto nemmeno i monofisiti.

L'unità religiosa, cui G. aspirava, non era stata raggiunta: ed il contrasto fra ortodossi e monofisiti costituì il tormento degli ultimi anni di vita dell'Imperatore, che si lasciò completamente assorbire dai problemi di politica religiosa: la sua ultima costituzione del 26 marzo 565 si occupa solo di questioni ecclesiastiche ed è una fioritura di citazioni del Vangelo e dei ss. Padri.

G. si spegneva il 14 nov. 565, dopo un quarantennio di regno travagliatissimo, non soltanto dalle vicende descritte, ma dalla continua preoccupazione per il disordine dell'amministrazione (si veda la Nov. 134 che rinnovava le disposizioni delle Nov. 8 e 17), dagli sforzi

zi diretti a promuovere il progresso economico e specialmente quello dell'agricoltura (si deve a lui l'introduzione in Europa dell'allevamento del baco da seta) ed a sviluppare il commercio fra Oriente e Occidente, e dal fervore con cui aveva cercato di stimolare l'attività artistica, cui si devono templi meravigliosi come S. Sofia in Costantinopoli, S. Vitale e S. Apollinare in Classe a Ravenna e il duomo di Parenzo. E non si può disconoscere che fosse soltanto per la sua opera legislativa - siano stati nel vero i posteri che ne hanno esaltato, come Dante (Par., V), la figura ed assegnato a lui una posizione altissima nella storia della civiltà.

BIBL.: F. A. Isambert, Histoire de Justinien, Parigi 1856; A. F. Gfroer, Kaiser Justinien, in Byzantin, Gesch., II, Graz 1873; J. Bryce, History of Justinien, in English historical review, 1887; P. Jörs, Die Reichspolitik Justinien, Vienna 1893; Ch. Diehl, Justinien et la civilisation byzantine au VIe siècle, Parigi 1901; W. G. Holmes, The age of Justinien and Theodora, Londra 1912; E. Grupe, Kaiser Justinien, Lipsia 1923; B. Biondi, G. primo principe legislatore cattolico, Milano 1936; P. de Francisci, Arcana Imperii, III, II, ivi 1948, pp. 192-203; B. Biondi, La concezione cristiana del diritto naturale nella codificazione giustinianea, in Ius, nuova serie, 1 (1950, 1), pp. 2-23. Pietro de Francisci

EDIFICI SACRI GIUSTINIANEI. - Durante il sec. v e la prima metà del sec. vi, l'Oriente aveva cercato, oltre al perfezionamento della costruzione delle basiliche (v. , p. es., la basilica di S. Menna; la chiesa della Natività a Betlemme - secondo periodo -; CESAREA DI FILIPPO; Efeso; Kasawijjeh), varie soluzioni di edificio di culto centrale e sormontato da una volta: accanto ad edifici rotondi e poligonali (come la basilica rotonda a Scitopoli-Bejsän; la chiesa di S. Maria sul Monte Garizim; le chiese di S. Giorgio ad Esra) si incontrano anche combinazioni di basiliche con cupola, da una parte con piante orientate verso occidente e cupola ad oriente (così a Högah Qal'esi; Meryemlik; Atene, basilica dell'Ilissoo), dall'altra nello schema volta a botte, cupola e volta a botte (p. es., la chiesa giu-

giustiniana di S. Irene; la basilica di S. Maria ad Efeso - secondo periodo -; Qasr ibn Wardän), e infine anche costruzioni rettangolari con allargamento semicircolare delle parti centrali dei fianchi (così la chiesa del Monte Horeb), le quali all'interno sono caratterizzate per lo più da una disposizione a quadruplice incrocio dei pilastri e delle colonne (p. es., la cattedrale di Bosra; il martyriou a Rusäfah e ad Antiochia Pieriae). Ora, tutti questi elementi di forme antiche e in parte pure orientali hanno raggiunto nella attività architettonica di G. la più alta espressione. I tipi allora creati, però, non vengono maggiormente sviluppati nel periodo successivo, sicché è proprio in essi che culmina e termina l'architettura ellenistico-romana.

Article illustration
(da J. Keil, in Jahreshefte des naturr. arch. Institut, 67 [1938], Berbott, fig. 45) GIUSTINIANO, IMPERATORE d'ORIENTE - Pianta della Chiesa costruita da G. sulla tomba dell'apostolo s. Giovanni, secondo gli ultimi scavi.

Delle numerose chiese erette per incarico di G., descritte in parte assai dettagliatamente da Procopio (De aedificiis), sono rimaste conservate solamente poche, tra cui però, fortunamente, le più importanti. Come fondazioni di G. sono state accertate le seguenti costruzioni in puro stile basilicale: la chiesa sul Monte Sinai, le due chiese a Zenobia-Halebijjeh e la basilica di Cartagine-Dermesch, che molto probabilmente è identica alla chiesa di S. Prima (Procopio,

De aedificiis, VI, 5, 9). Tra le costruzioni a pianta centrale è da annoverare la chiesa dei SS. Sergio e Bacco, detta la piccola (kütschük) Costantinopoli (v.). Di carattere tipicamente costantinopolitano - in confronto, p. es., con gli ottagoni siriaci - si presenta l'accurato equilibrio del sistema della volta, congiunto pure alla volta dell'ambulacro. I sostegni del piano inferiore sono coperti da un poderoso architrave che reca l'iscrizione della fondazione: il piano superiore, invece, mostra delle arcature. L'architrave del piano inferiore accentua la disposizione orizzontale che si ritroverà poi nella chiesa di S. Sofia, mentre l'esempio occidentale, S. Vitale a Ravenna, sottolinea altrettanto fortemente la linea verticale. Quest'ultima costruzione, consacrata nel 547 ed eretta probabilmente con l'appoggio di G., conserva l'ottagono anche nella parte esterna e rappresenta la forma definitiva di questo tipo, in quanto rende all'interno più leggera la disposizione dei pilastri e delle colonne mediante le esedre. L'accennata disposizione verticale, che nulla nasconde della costruzione, crea uno spazio di straordinaria compattezza strutturale; spazio che, quantunque non sia concepibile senza il modello costantinopolitano, pur tuttavia rimane fedele alla concezione spaziale occidentale-romana.

Il mai raggiunto capolavoro dell'epoca, il cui progetto risale allo stesso G. (Procopio, De aedificiis, I, 1, 70), è l'Hagia Sophia, la chiesa patriarcale e imperiale, dedicata alla seconda persona della S.ma Trinità.

Mentre la chiesa giustiniana di S. Irene (il rifacimento dell'a. 740 ha ampiamente modificato la copertura e la disposizione dell'interno) seguiva probabilmente lo schema volte a botte, cupola, volte a botte e quindi lo spazio era stato concentrato la modo disadatto mediante l'unione degli elementi contrastanti di botte e cupola, nella chiesa di S. Sofia, invece, le botti sono state sostituite da semicupole, in modo che, entrando, si ha subito la visione completa di tutto l'interno fino al vertice della cupola: la fusione del vano longitudinale con quello centrale è perfettamente riuscita e la compenetrazione reciproca di questi elementi

apparentemente contrastanti tra di loro conferisce all'ambiente la sua singolare vitalità.

Le navate laterali superiori e inferiori sono sistemate in modo del tutto indipendente, per quanto siano connesso per mezzo delle aperture alternate con il vano centrale, che appunto da esse riceve luce. Il rivestimento polieromo di marmi e musaici a sfondo d'oro nasconde lo scheletro della costruzione e scioglie in colore e luce la materialità delle pareti. A tale effetto di scioglimento della materia è subordinato anche lo scarso rilievo plastico dei cornicioni, il quale però è abbastanza forte per ottenere l'effetto orizzontale dello schema costruttivo dell'edificio.

Questa linea orizzontale accentua infatti, insieme con i colonnati superiori e inferiori, il carattere basilicale della pianta e riconduce sempre di nuovo lo sguardo dalla cupola (che è il nucleo della costruzione, dal quale parte l'effetto dinamico dell'architettura) verso la parte anteriore, cioè verso l'altare. L'Imperatore e i suoi contemporanei erano ben consapevoli della singolarità eccezionale e dell'importanza simbolica di questa chiesa, ed anche i posteri riconoscevano in essa il « modello del dominio dei romei » (Cantecuzeno, Hist., IV, 4).

Di carattere completamente diverso è il secondo edificio monumentale dell'epoca, la chiesa dei SS. Apostoli, che non è più conservata, ma della quale ci si può fare una idea in quanto la chiesa del Teologo ad Efeso ne è una imitazione. Si ha qui una basilica di tipo più antico, costruita a forma di croce, trasportata poi nel linguaggio architettonico dell'epoca giustiniana. È vero che questa volta il vano non ha trovato una forma centrale, benché il centro del transetto (la cupola è più alta e illuminata da finestre poste al margine di essa) sia particolarmente rilevato in confronto dei bracci. In compenso però i bracci sono suddivisi in singoli rettangoli sormontati da cupole, mentre ciascuno di questi elementi spaziali è chiaramente staccato dall'altro mediante un costolone. Ciò, nonostante l'effetto dello spazio, è assai più concentrato e omogeneo di fronte ai tipi precedenti di basilica, perché gli ambulatori a due piani congiungono saldamente l'una all'altra le varie parti. Le colonne poste fra i singoli quadrati accentuano ancor più la direzione longitudinale e trasversale della pianta, e conferiscono, come nella chiesa di S. Sofia, l'effetto di una struttura disfana al vano della cupola. - Vedi tav. LX.

BIBL.: In generale: V. BIZANTINA, ARTE, ARTE. Sulle varie costruzioni: P. Barnabé-Meistermann, Guide du Nil au Jourdain, Parigi 1909, p. 125 (pianta della chiesa del Sinai); Sarre-Herzfeld, Archäologische Reisen im Euphrat- und Tigrisgebiet, I, pp. 136, 166 (Zenobia); P. Gauckler, Basilisches chrétiennes de Tunisie, Parigi 1913, p. 11 (Cartagine); A. van Millingen, Byzantine churches in Constantinople, Londra 1912, p. 63 (SS. Sereio e Bacco); Gerola, Felix Boevens, 1913, p. 427 (S. Vitale). Sulla chiesa di S. Sofia: Antoniades, Ἐκφρατὴς τῆς ἁγίας Σοφίας, Parigi-Lipsia 1909-11; R. W. Zaloziecki, Die Sophienkirche in Konstantinopel, Roma-Friburgo 1936; E. H. Swift, Hagia Sophia, Nuova York 1940. Per la costruzione tecnica cf. A. Choisy, L'art de bâtir chez les Byzantins, Parigi 1882, p. 136 (S. Kell, Jahreshefte des österreichischen arch. Inst., 1932, suppl., p. 62 (Efeso)). Antonio Maria Schneider
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“GIUSTINIANO, IMPERATORE D'ORIENTE.” Enciclopedia Cattolica, vol. VI (1951), p. 510. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/giustiniano-imperatore-d-oriente.