CARLOMAGNO, re dei FRANCHI e dei LONGO-BARDI, IMPERATORE. -
I. NASCITA E PRIMI ANNI
Personalità energica e viva, natura ricca e complessa, e affascinante, d'uomo e di condottiero, C., che già cronisti coevi hanno chiamato, fatto singolare nella storia, « Magno », chiude, affrettando il maturare spontaneo dei tempi, l'età barbarica e apre la civiltà feudale. Tra la decadenza e il venir meno dell'Impero in Occidente e il sorgere dell'Impero romano germanico nei suoi più singolari rappresentanti, Ottone I e forse il Barbarossa o addirittura Federico II, la maggior tempra è la sua, che staglia possente sullo sfondo della gente franca, cristianizzata ma ancor primitiva, e la reca d'impeto a dominare sulla scena d'Europa, forgiando di questa, dopo il primo formarsi delle autonomie al disgregarsi di Roma, il volto che le resterà per il lungo medioevo.La sua opera si ricollega a quella del padre e dell'avo (e, vista in questa luce, ne è il perfezionamento attento e sagace); il suo posto è nella grande corrente dei neofiti di Cristo e della Chiesa romana, pur adattandovisi con la libertà di un temperamento esuberante, la sua azione è tutt'altro che un seguito ininterrotto di prodigi o di fortune. Ma dove ancor vigeva l'abito al compromesso, egli sostituisce la linea d'irritta e sicura, e l'azione chiara e coerente, che non s'arresta se non a fine raggiunto. Slargando i confini del non angusto regno di Pipino egli persegue, è evidente, la realizzazione di un impero cristiano che sarà retaggio grandioso del medioevo e la sua più alta conquista, finché la formola (sintonizzata nel musaico lateranense, « Beate Petre donas vitam Leoni papae et victoriam Carolo regi donas », ove l'Apostolo dà alle due figure inginocchiate ai suoi piedi con l'una mano il pallio con l'altra lo stendardo), di perfetto equilibrio, e di unità, tra i supremi poteri, non venne meno di fronte al sorgere della coscienza individuale. E la grandezza di C. è forse più nelle sconfitte, di cui accetta il monito e utilizza l'esperienza, nella tenacia e nella pazienza che mirabilmente si congiungono in lui alla rapidità delle mosse e alla percezione immediata della realtà. Anche erede di una tradizione, egli è però, di fronte a
nemici e ad amici, come una forza della natura : non solo per le qualità fisiche, oltre che per le morali, e per personale valore, ma per lo scarso rilievo di dati biografici e di notizie sulla sua vicenda personale, talché il silenzio, anche delle fonti più vicine, sulla sua vita avanti l'assunzione al regno può persino apparire come un espediente a esaltarne, oltre i limiti consueti, la personalità. Dalla natura ha il dono di trascorrere dalla violenza e dall'indomito fervore alla serenità e alle grandi calme, del raccoglimento e dell'aspettazione e di comporsi in un superiore equilibrio, ch'è la dote che più stupisce e più eleva l'uomo, pur nutrito di passioni; mentre nulla v'è ch'egli non comprenda o gli sfugga — ed anche in problemi teologici vuol lasciar la sua orma — così come egli, incolto e pressoché illetterato, si fa l'animatore di un moto di cultura che resterà legato al suo nome.
Nacque forse nel 742 (se è vero, come scrive Eginardo, che C. morisse in età di settantadue anni secondo un tardo

(fot. Enc. Catt.)
Nasce al termine del primo anno di governo del padre suo, Pipino il Breve, essendo morto nel 741 il vincitore di Poitiers e fondatore della potenza del casato, Carlo Martello. Novenne, vede il maturarsi del disegno paterno, con la deposizione dell'ultimo dei rois fainéants, Childerico III ; mentre, con l'invasione longobarda dell'Esarcato e del Ducato romano ed il viaggio oltralpi del nuovo pontefice Stefano II, in cerca dell'aiuto franco contro Astolfo, si apriva il dramma d'Italia, della Chiesa e di Roma, che l'inconsapevole bimbo sarebbe stato chiamato a comporre. Certo, tra i rari ricordi della giovinezza del futuro imperatore, è l'incontro, cui il padre lo volle presente, col minor fratello Carlomanno, tra Pipino e Stefano II. A Ponthion e a Quierzy vennero gettate le basi degli accordi la cui lontana scaturigine doveva essere la Respublica Romana Francorum e la rinnovazione dell'Impero in Occidente e, per intanto, la Promissio Carisiaca (fondata sulla pretesa, espressa nel falso Constitutum Constantini, dei circoli ecclesiastici al dominio di vasti possessi ex-imperiali) e il conferimento al re dei Franchi del patriziato romano. Il 28 ag. di quell'anno, 754, C. è presente alla cerimonia in St-Denis in cui il Papa incorona Pipino e Berta o Bertrada ed è da Stefano II consacrato re, col fratello Carlomanno. In cambio, Pipino moveva, contro l'irrequieto Astolfo, alla prima, e poi alla seconda guerra, non essendo stati mantenuti i patti concordati con il Longobardo. Poi, tra il 760 e il 763, C. compare in alcune donazioni monastiche,
accompagna il padre nella spedizione d'Aquitania, ne riceve taluni comitati.
La morte, nel fiore dell'età, di Pipino, il 24 sett. 768, reca i due fratelli al governo. Il regno franco è, per testamento, diviso : vanno a C. l'Austrasia e la Neustria a nord dell'Oise, a Carlomanno la Neustria a sud dell'Oise, la Borgogna, la Gotia, l'Alamannia, la Turingia. La contesa Aquitania pure è divisa. La capitale futura, Parigi, è nei domini di Carlomanno. Con lui confinano i Longobardi d'Italia ; la Baviera, semindipendente con Tassilone cugino dei re franchi e genero (come Arechi di Benevento) del longobardo Desiderio, confina coi possessi di C. Lo stesso giorno, 9 ott., i due fratelli, ciascuno in una località del proprio regno (C. a Noyon), vengono consacrati re. Tra loro non v'è concordia, né buon animo : lo mostra la rivolta che scoppia di lì a poco in Aquitania e che C. è costretto a domare da sé, vani restando gli appelli al fratello. Nel tentativo forse anche di una svolta, che rechi la pace, si disegna a questo punto, al di sopra dell'attività dei due re, una politica della regina-madre, Bertrada : rovesciando quella ch'era stata l'azione, prudente così da apparir tarda, ma d'ampio respiro, di Carlo Martello e di Pipino — l'accordo con la Chiesa contro i Longobardi e l'intervento in Italia — essa si fa l'ispiratrice di sponsali, tra C. e una figlia di Desiderio, Desiderata, e tra la sorella dei re franchi, Gisela, ed un figlio di Desiderio, forse Adelchi, il primogenito. Per questo, fatto inusitato in una donna di quel tempo, Bertrada si reca a Pavia, quindi a Roma a persuadere il Pontefice sulla sua mossa, e torna in Francia per Pavia, traendo seco la sposa per il suo C. È una politica di pace e di distensione che si disegna, e che va ben oltre l'intesa familiare : in realtà, alla spinta antagonistica dei Franchi si sostituisce l'accordo a tre franco-longobardo-bavarese, di cui il beneficiario è Desiderio, che assume una posizione centrale e libertà di movimento in Italia, e il soccombente è il Pontefice, che si trova a esser stretto in una morsa senza uscita, in condizioni peggiori — per la manifesta debolezza di Bisanzio e il progressivo venir meno dell'influenza greca in Roma — che al tempo di Gregorio Magno. Era, forse anche, il modo (ciò che più a cuore doveva stare a Bertrada) di rinsaldare i rapporti di C. con Carlomanno, filo-longobardo e filo-bavarese e propenso ad una politica di pace. Dinanzi al pericolo, ancor prima d'incontrare Bertrada, il nuovo papa Stefano III scrive la lettera meno dignitosa della non breve raccolta, usando tutte le vie perché il giovane re non tolga la sua sposa dalla « nefandissima » gente longobarda. Si ricorre persino al motivo canonico di un precedente matrimonio del re (ma si trattava di un legame non giuridico, anche se esso non era stato privo di conseguenze : non certo l'ultimo, malgrado le quattro spose di C.) : ma la volontà di Bertrada è ancor prevalente e Desiderata diviene regina franca, attorno il Natale del 770.
II. CONQUISTE IN ITALIA
Passano pochi mesi : e il 771 non finisce che la giovane figlia di Desiderio viene rinviata al padre e l'intesa perseguita da Bertrada è rotta. È avvenuto che il 4 dic. Carlomanno è morto, e C., senza tener conto dei figli del fratello, si fa acclamare re anche dall'altra parte del reame e la vedova del morto, Gerberga, con gli orfani, prende, contemporaneamente a Desiderata, la via della corte di Pavia, con cui, bruscamente, si interrompono i rapporti. Sono fatti strettamente connessi, ma che a lor volta hanno una loro spiegazione in qualche cosa che possa aver avuto la forza di riportare C. sulla via segnata da Pipino. Assicuratosi le spalle con la nuova politica matrimoniale, Desiderio aveva ripreso la spinta verso le terre considerate patrimonio di S. Pietro, perseguendo forse il sogno inane di un'Italia longobarda, le cui premesse erano state poste coi ducati di Spoleto e di Benevento. A svellere dal fianco del Pontefice i rappresentanti del partito antilongobardo, Cristoforo, primicerio dei notai, e suo figlio Sergio, secondicerio, e col pretesto di regolare l'annosa vertenza delle giustizie di S. Pietro, Desiderio si era recato a Roma : tumulti si erano svolti tra la sua schiera di fideles e i due notabili,appoggiati da più esili schiere franche (della loro presenza colà, risalente forse all'inizio del regno di Carlomanno, non si è molto informati) e i Longobardi avevano prevalso. Il Papa, fatto buon viso a cattiva sorte aveva abbandonato a Desiderio e al suo tramite o rappresentante, il cubicolario Paolo Afiarta, i suoi amici: e aveva persino scritto alla corte franca vituperando la memoria degli uni e lodando la condotta dei secondi. Ma, virtualmente prigioniero, non aveva molto valore quel che affermava, circa le avvenute restituzioni. Queste né avvenivano né sarebbero avvenute: la Chiesa romana ne era ben convinta. Simili ed altre notizie, giunte in Francia, dovettero suscitarvi malcontento e reazione alla politica di Bertrada. La morte poi di Carlomanno, e la rifusione delle due parti del regno, danno libera mano

A Stefano III, un pontefice di ben diversa levatura è successo: Adriano I, di nobile casato romano e al di sopra delle fazioni. V'è uno scambio di ambascerie tra Roma e Pavia, ma a nulla approdano: da una parte, Adriano non crede più alle promesse del re longobardo, dall'altra questi è ormai attratto da un programma di vendetta contro l'offensore della figlia e richiede dal Papa il riconoscimento degli orfani di Carlomanno, suoi ospiti e che a vantaggio dei Longobardi avrebbero potuto rinnovare la situazione. Vi fu forse un prudente rifiuto di Adriano I. Certo, Desiderio invade le terre dell'Esarcato: ne fa un pegno ad ottenere la solidarietà del Pontefice. L'uccisione, a tradimento, del messo, l'Afiarta, spinge all'estrema tensione i rapporti tra Longobardi e Roma: è accusata anche la Pentapoli ed invasa la Tuscia romana. A questo punto, Adriano ripete la mossa di Gregorio III e di Stefano II, invocando il soccorso dei Franchi. Ma esso non sarebbe giunto a tempo (Desiderio con rinnovato furore aveva ripreso la strada di Roma, con un esercito e traendo con sé la vedova e i due figli di Carlomanno), se ancora una volta (come tra Gregorio II e Liutprando) la minaccia dell'anatema non avesse fer-
mato il re e fattolo retrocedere sino a Pavia. Peraltro, i rapporti non migliorano: ognuno dei contendenti è ormai impegnato e non può ritirarsi. Chi avesse ceduto, non poteva che perdere. Anche sulle giustizie di S. Pietro. Invano, C. fa la mossa di un versamento di denaro quasi a riscatto dei territori conquistati e contestati. Alla risposta negativa, l'intervento franco si delinea, reso inevitabile da ragioni di prestigio del sovrano e della dinastia. Diviso l'esercito, e affidatane una parte allo zio Bernardo, C., dopo un'assemblea dei grandi a Ginevra, scende per il Moncenisio: la morsa aggirante si chiude nella vallata della Dora Riparia dietro lo schieramento difensivo disposto alle Chiuse da Desiderio e da suo figlio. La rotta fu piena: i Longobardi superstiti si chiudevano con Desiderio a Pavia, a Verona con Adelchi e Gerberga. È il sett. del 773. Poco dopo Verona si arrende. Ancora fino al giugno dura invece l'assedio della capitale, che peraltro non limita l'attività di C. nella penisola. Alla resa seguono le sottomissioni dei duchi. Il re Desiderio, la regina Ansa, le figlie sono chiusi in monasteri: di loro non s'udrà più parlare. Della famiglia regia, solo Adelchi, scampato alle rese di Verona e di Pavia, rimarrà fiero avversario dei Franchi, contro i quali, esule sul Bosforo, rinfocolerà gli odi alla corte bizantina. C. assume la duplice dignità di re dei Franchi e dei Longobardi: l'unione personale delle due corone lascia in vita l'ordinamento longobardo; apparentemente, sembra tutto continuare sullo stesso binario, che nessuna rivoluzione sia compiuta. In realtà, attratti nell'orbita franca, così da non lasciar adito a speranze o illusioni (solo nel Friuli si accenderà, subito repressa, la rivolta), ai Longobardi non restava, nel 774, altro che il nome.
C. non aveva atteso la caduta di Pavia per recarsi a Roma: nella primavera, mentre il regno longobardo entrava ormai in decomposizione, accompagnato dai suoi grandi, si era posto in viaggio, accolto a trenta miglia dalla città dai rappresentanti del clero e delle milizie che poi trovava schierate in suo onore fuori le mura. Adriano I lo attese dinanzi a S. Pietro, lo abbracciò e lo fece entrare, tenendolo per mano, nella basilica, mentre il clero cantava «Benedictus qui venit in nomine Domini». Era il cerimoniale bizantino che si applicava al monarca franco. Durarono vari giorni le feste: il quarto, papa Adriano richiese a C. la conferma dei patti stabiliti tra Pipino e Stefano II, le donazioni contemplate nella Promissio Carisiaca (v'è questione dell'entità, riuscendo impossibile credere al biografo di Adriano, nel Liber Pontificalis). Era un entrare, comunque, in quei rapporti di collaborazione, che il conferimento, e l'accettazione, del patriziato rendeva naturali: col limite, però, che ne veniva dall'essere ora anche il patrizio re dei Longobardi e tenuto a contemperare quindi gli interessi, temporali ed italici, del papato e della corona.
Forse, C. non era sceso in Italia con un preciso intendimento, con un piano, rispetto all'azione ulteriore. La vittoria alle Chiuse gli mostrò l'intima debolezza della monarchia longobarda: la sua dissoluzione, durando ancora l'assedio di Pavia, gli dette, in concreto, la possibilità dell'unione personale e della fusione di vinti e di vincitori; il viaggio romano dovette svegliarne i sentimenti più riposti, a contatto dell'antico, di dominazione universale. Fu la spedizione italica, dopo il banco di prova costituito dalla rivolta aquitana, la rivelazione a se stesso di immense possibilità d'azione, l'atto risolutivo con cui si usciva dalla attenta e sagace preparazione dei maggior-domi per una politica di predominio della gente franca. Che poi, nel seguito degli eventi, questa politica si allarghi e si elevi ad essere espressione d'impero già in sé universale, ciò è dovuto al fascino, e all'influsso, di Roma.
Dal 774 all'800, in cui il nome dell'Impero risorge, scorrono gli anni più intensi dell'attività di C., quelli in cui, su un orientamento ormai chiaro, ma senza venir mai meno alla prudenza e all'equilibrio, egli dà forma unitaria, come già l'antico Impero, all'Europa occidentale; gli anni, anche, di continui rapporti con i pontefici, Adriano I e Leone III; di espansione religiosa, che l'idea cristiana (e la guerra mezzo alla sua vittoria) diviene il
sostrato dell'attività del re, intimamente religioso, ma consapevole anche del valore politico dell'idea che lo anima.
III. CONQUISTE FUORI D'ITALIA
Sono gli anni in cui si delinea la triplice spinta: verso la Sassonia, verso la Baviera, sul medio Danubio. Le lotte contro i Sassoni, le bellicose tribù ancor pagane abitanti la Westfalia, durano, si può dire, quanto il regno di C.: è una serie di rivolte, con l'erigersi di un autentico eroe nazionale, Widuchindo, che obbliga il re franco a continue campagne, a improvvisi ritorni e che non gli dà sicurezza alle spalle; ed egli reagisce violentemente con stragi (4500 morti a Verden), con la distruzione degli idoli, con i battesimi forzati in massa. V'è però gradualità, v'è, fra mezzo ad indubbia ferocia, prudenza; e v'è, come nell'impresa d'Italia, un perseguire la mèta fino al raggiungimento, con la tenacia che sparpaglia le altrui file. La questione bavarese è più semplice: è tutta nel ridurre la Baviera da stato semi-indipendente a regione dell'Impero; ed è una questione di famiglia, che riconduce ai rapporti col fratello-collega, Carlomanno. Il duca di Baviera, Tassilone III, che non s'era mosso a impedire il fato della gente longobarda, s'era accorto con ritardo dell'errore: le fonti ascrivono alla di lui moglie, la longobarda Liutberga, figlia di Desiderio, l'intessersi di trame con la corte bizantina (ov'è Adelchi) e beneventana (ov'è l'altra sorella, Adelberga). Anche a Ratisbona, come a Benevento, il venir meno dello stato centrale longobardo e la supposta acquiescenza franca, ingrandiscono gli appetiti: dal ducato si passa al principato e, per la Baviera, si fan sogni d'indipendenza, mentre la Carinzia è annessa. Con la tagliente prontezza ch'è sua caratteristica e forza, C. interrompe, nel 782, appena rassodato il regno italico, le ambizioni di Tassilone. All'assemblea di Worms questi presta il giuramento di vassallaggio, lascia ostaggi. Ma riprende a tesser la sua tela: riscoperto, nel 787, chiede, timoroso della vendetta di C., l'appoggio della Chiesa, presso cui la Baviera, regno cattolico e sempre stato fedele, non poteva che trovar grazie. Ma il re non si ferma alle preghiere del «frater sum» Adriano, lo costringe anzi ad assumere posizione contro il ribelle, quella contro chi toglie al suo signore la fedeltà dovuta, e nel 787, dopo una nuova spedizione, Tassilone cede e rinnova il suo giuramento. Per ricominciare ancora, non reggendogli il cuore, forse, di vedere ridotto il suo Stato al rango d'uno dei tanti ducati del regno franco. Questa volta, C. non perdona più: condannato a morte, Tassilone finisce i suoi giorni in un monastero, e la Baviera, come tale, cessa d'essere un'individualità nella storia. La Baviera era necessaria testa di ponte per la terza impresa: quella contro gli Avari, il cui agitarsi nella zona mediana del Danubio preludeva a un nuovo balzo verso Occidente. Fermarli in tempo era, tra il proseguirsi delle campagne sassoni, la preoccupazione della corte franca: dapprima si tentano vie pacifiche, sicché si vedono all'assemblea di Worms ambasciatori del Khan e si può immaginare dei franchi presso di lui. Ma, quando si precisa qualche collusione con la corte di Ratisbona e ogni accordo si palesa impossibile, nel 791 si aprono le campagne contro gli Avari, lunghe e sanguinose e che, dopo alterne vicende, si concludono col forzamento del Ring barbarico, con ingente preda e con la strage dei vinti, nel 799. A condurre gli eserciti, questa volta, sono valorosi luogotenenti di C.: il duca bavarese Geroldo e il duca del Friuli, Enrico, entrambi caduti combattendo. Sassoni, Bavari, Avari: erano tre punti ripresi dal programma di Pipino il Breve, con i rinsaldati rapporti con la Chiesa e la definizione della questione longobarda. Ma quelli ch'erano accenni anticipatori sono ora realizzazioni che ai contemporanei seppero di prodigioso e l'ampiezza di orizzonti consente ora il delinearsi della immane costruzione dell'Impero carolingio.Altrove, per Benevento e la Spagna, che erano i punti di giuntura e di attrito con le sole due potenze terrestri che C. sentì uguali o comunque temibili, l'Impero bizantino e l'Islam, egli userà ben diversa prudenza. Solo alla quarta discesa in Italia, C. mostra di accorgersi delle pretese d'indipendenza del principe beneventano e del

(da Ph. Lauer, Iconographie Carolingienne... in Mélanges en hommage... de Fr. Murtage, Parigi 1911)
voloso sovrano d'un mondo dai limiti neppur concepiti. Ma quando i rapporti con l'una e l'altra corte si stringono, un evento risolutivo si è ormai compiuto nell'Occidente, e ne sono nati nuove esperienze e nuovi bisogni: esperienze e bisogni dell'Impero risorto.
IV. SCUOLE E CULTURA
Quello che si era disegnato, con le conquiste e i vassallaggi, durante l'opera intensa di C., e che andava dalla Britannia, che si riconosceva tributaria, alla Marca hispanica, dall'Aquitania alla Langobardia coi dipendenti ducati, alla Westfalia, alla Baviera, alla Slavia, era l'aggregato più vasto di nazioni che il mondo avesse conosciuto, dopo l'Impero romano. Non uno Stato unitario: C. lasciava a ciascun popolo consuetudini e ordinamenti, si accontentava di una formola religioso-militare, da cui trarrà gran forza il feudalesimo, favorendo così quell'autonomia dei grandi, ch'egli per altro era volto a livellare. Ma il premio della fedeltà era divenuto per lui canone di governo. Però dalla creazione carolingia, creazione, non si dimentichi, barbarica, non poté svilupparsi una civiltà armonizzatrice, com'era stata quella dell'antico Impero. Restava, elemento unificatore che aveva tratto proprio dalle campagne dei Franchi la massima espansione, la Chiesa. E C. si strinse ad essa, ne riconobbe il valore, ne sviluppò al massimo le possibilità civilizzatrici: ma senza nulla sacrificare della sua autorità di regolatore delle vicende temporali, delle sue attribuzioni di un potere ch'ebbe il senso derivasse da Dio e per il quale il Pontefice non poteva aver valore che di tramite. Finché sulla Cattedra di Pietro vi fuun uomo come Adriano che, pur più pensoso forse di creare una base temporale al papato, era però probo e illuminato pastore, non vi fu screzio o problema che non venisse pacificamente composto. Ma quando ad Adriano, sul finir del dic. 795, succedeva un oscuro prete romano, Leone III, privo dell'unanimità attorno a lui e di tempra più pieghevole, allora la mano del re si fece più duramente sentire. Nuovo fu allora il problema del rapporto tra il re dei Franchi e dei Longobardi e patrizio dei Romani e il Pontefice come nuovo riuscì il rapporto, dopo il Natale dell'800, tra l'Impero d'Oriente e il risorto Impero occidentale. Gli altri problemi, invece si potevano dire risolti o avviati a soluzione. Con mirabile lucidità, a conservare le maggiori autonomie, senza nulla avere a temerne, C. aveva posto a capo di determinati territori, i suoi figli, con titolo regio, ma in realtà con poteri vicereali: Pipino nell'Italia ex-longobarda, Ludovico in Aquitania. Sensibile alle correnti della cultura, alle arti e alle scienze, così da volere un'educazione attenta e compiuta per i suoi figli, raduna attorno a sé letterati, artisti, filosofi, scienziati d'ogni provenienza, affida loro la costituzione di una scuola di palazzo e di un'accademia in quella che, discostandosi definitivamente dalla tradizione franca, è ormai la sede fissa della corte, e la capitale splendente di nuove costruzioni e di tesori d'arte: Aquisgrana. Vi si danno convegno l'anglo Alcuino, il longobardo Paolo Diacono, il franco Eginardo: il primo, il più gran dotto del tempo e consigliere esperto del re, incontrato per caso a Parma nel 781 e da allora non più dimenticato; il secondo, venuto in Francia a perorare la causa dei prigionieri longobardi, tra i quali un fratello, e rimastovi, quasi in pegno di una superiore collaborazione nell'ideale e nell'interesse della cultura, il grande storico della sua gente; il terzo, il fedelissimo, biografo, attento e acuto. Con loro vi compaiono pure Pietro di Pisa e Paolino d'Aquileia, un grammatico e un poeta, il cavalleresco cugino del re, Adalardo (il solo che levi un lamento sulla sorte di Desiderata, l'infelicissima), Rabano Mauro, Gottschalk, Giona, Agobardo, Walafrido Strabone, Ermoldo il Nero, un carolingio anch'esso, e poi Etelwulfo, Angilberto, Fridegiso, Teodulfo. Le conquiste estendono il campo della fede, ma anche, insieme, della cultura: sorgono le chiese, e, nelle chiese, le scuole. Scuole episcopali per gli studi superiori sorgono anch'esse: l'intervento dello Stato è palese, quando si abbia presente, ad es., quel capitolare dell'825, di Lotario, ch'è come l'eredità viva delle intenzioni del grande imperatore.
V. RELAZIONI CON LA CHIESA
Ispirazione personale e interesse di Stato lo portavano pure (e qui doveva riflettersi un lato negativo della sua personalità accentratrice) a diretti interventi nel più geloso campo della Chiesa: in questioni di disciplina ecclesiastica e in controversie teologiche. Animatore dell'attività missionaria, che da s. Bonifacio a s. Willibrordo, aveva raggiunto il suo slancio più grande, C. non si perita di dare egli stesso istruzioni al clero, di farsene giudice e di regolare la liturgia (v. sotto). Ma al vertice dei suoi pensieri sono i problemi teologici, di cui non avverte la distanza dalle passioni della politica o, se l'avverte, vuole, con la sua autorità, essere d'aiuto a riporli su quella che considera la via giusta. Sdegnato che senza sua partecipazione (ma con quella dei legati papali) si fosse potuto definire ecumenico il Concilio di Nicea
CARLOMAGNO - Cristo in Maestà. Miniatura dell'evangelario di C., opera del calligrafo Gotescalco (781-82) - Parigi, biblioteca Nazionale, lat. 1203, nouv. acq., f. 3.
del 787, che condannò definitivamente l'iconoclastia, non si trattenne dall'indire egli stesso un concilio a Francoforte, in cui la questione fu riproposta e in cui fu stabilita (e per l'appoggio del braccio secolare ebbe valore di legge) l'obbligatorietà della decima ecclesiastica. E l'imbarazzo di papa Adriano fu notevole, quando, coi Libri Carolini, tutta la questione delle immagini fu ripresa, in antagonismo alle decisioni di Nicea, sia pure col ritorno alla felice espressione di Gregorio Magno, che le immagini potessero essere oggetto di venerazione solo a patto che servissero a stimolare, nelle masse, la devozione. Così, nella questione dell'adozianismo spagnolo (l'eresia che faceva il Cristo, come uomo, figlio adottivo di Dio, di recente sostenuta dal vescovo d'Urgel, Felice) ed in quella del Filioque (lo Spirito Santo procede dal Padre e

(fot. Galleria Nussi Veterani)
Geloso custode dei diritti dello Stato, ben scarsi furono gli acquisti consentiti allo stesso Adriano: la conferma della Promissio Carisiaca si ridusse a un atto formale, le aspirazioni del papato sui territori ex-longobardi andarono per la più gran parte eluse, ove si eccettui la retrocessione della Tuscia meridionale, dove, attorno a Viterbo ed Orvieto, si accenterà il Patrimonium Sancti Petri, fondamento, con la donazione di Sutri, dello Stato temporale. Ma anche su quel che cede o riconosce l'autorità del re non lascia libera quella del Papa: è che, a differenza di Pipino, C. non tralascia un istante di annettere al suo titolo di patrizio un significato che non è più puramente onorario. Di fronte al papato, C. è sì il credente devoto, ma, quasi difensore della fede, si considera il responsabile dell'ordine voluto da Dio e assume pertanto l'atteggiamento, non sempre facile a sostenersi, del protettore. Come patrizio, egli dà anche corpo a quei poteri speciali sul popolo della città eterna che i pontefici non avevano mai pensato altro che in funzione difensiva per essi e per la loro dignità.
La situazione si aggrava, e in un certo senso si risolve, col succedere di Leone III ad Adriano I. Quanto il pontificato di questo aveva ottenuto il
consenso dei Romani, tanto il pontificato del successore si annunciava, dal principio, minato dai contrasti e dalle turbolenze. Leone, appena eletto, assumeva verso il re franco un atteggiamento quasi di soggezione: gli scrive, comunicandogli la sua elezione e promettendogli fedeltà e obbedienza e d'invia le chiavi della confessione di S. Pietro e il vessillo della città, chiedendogli di inviare un messo per ricevere dai Romani il giuramento di fedeltà. C. invia Angilberto e ammonisce, nella lettera di risposta, il Papa sui doveri del suo ufficio. Tanta palese debolezza fu forse all'origine della cospirazione romana del 799: il 5 apr., muovendo il Papa in processione verso S. Lorenzo, giunto presso il monastero dei SS. Stefano e Silvestro, fu assalito da una turba d'armati, gettato da cavallo, percosso e lasciato mezzo morto nel monastero di S. Erasmo (la leggenda, raccolta dal biografo papale, dice che al Pontefice furono cavati gli occhi e tagliata la lingua, di che sarebbe poi miracolosamente guarito). Dall'improvvisata prigione lo trassero a notte alcuni fedeli che lo ricondussero a S. Pietro: di là lo condusse seco, al sicuro, il duca spoletano Guinigiso, subito accorso. Ma, fosse a scusarsi fosse ad accusare, il Papa volle porsi in cammino per la Francia, mentre C. si apprestava a una nuova spedizione contro i Sassoni. Nel luglio, a Paderborn, il re e il Papa s'incontrarono e non mancarono a Leone le maggiori attestazioni d'ossequio. Due o tre mesi dimorò in Francia il Pontefice: ma dei colloqui col re nulla ci dicono le fonti. Verso la fine di sett., munito d'una numerosa scorta, Leone ritornava verso Roma, ove giungeva il 30 nov. Con lui erano venuti, incaricati d'una inchiesta, messi franchi che, riconosciuti colpevoli della cospirazione e dell'attentato il primicerio Pasquale e il sacellario Campolo, li inviarono prigionieri in Francia. I fatti erano però tanto gravi da render necessaria la presenza di C., del resto promessa al Papa, nel congedarsi da lui. E del compito che lo attende, di ristabilire la pace in Roma, egli dà annunzio, all'assemblea di Magonza, l'ag. dell'800. Scende con un esercito (che, affidato al figlio Pipino, doveva dirigersi, da Ancona, alla volta del ducato beneventano, ma non vi pervenne, o lo fermò la peste, che infieriva) e a Nomento è accolto dal Papa in persona e dalla nobiltà romana. Il 24 nov. fa il suo ingresso solenne nella città: una settimana dopo, in S. Pietro, dinanzi ad una numerosa assemblea di notabili ecclesiastici e laici, franchi e romani, convoca le parti. Un cronista franco dice che gli avversari del Pontefice non riuscirono a provare le loro accuse. Il 23 dic., nella stessa basilica, Leone III era indotto a protestare con un giuramento la propria innocenza. Allora soltanto, ma alcuni giorni dopo, C. faceva tradurre dinanzi al suo tribunale Pasquale, Campolo e i loro seguaci e pronunciava contro di loro sentenza capitale, poi convertita nell'esilio in Francia.
Ma, tra i due ultimi atti del dramma romano, il giorno di Natale una più grandiosa cerimonia s'era svolta. Era presente il fiore della nobiltà romana e franca alla Messa celebrata dal Pontefice. Genuffesso il re dinanzi all'altare, papa Leone gl'impose una corona d'oro, mentre dagli astanti si levava per tre volte l'acclamazione: «Carolo Augusto, a Deo coronato, magno et pacifico imperatori, vitam et victoriam!». Quindi, inginocchiatosi, il Papa rendeva omaggio al nuovo imperatore.
Era, e così lo intesero i contemporanei, il risorgere dell'Impero in Occidente: e l'avvenir ciò in Roma, tra
il tripudio dei Romani, che dalla prima venuta di C. avevano riudito la voce del passato (così come scrittori di ogni gente gareggiano da allora a celebrare la città altrice di gloria universale), impediva che ci si fermasse troppo a pensare sul fatto che il conferente era il Pontefice e sull'altro, che un altro Impero era vivo, di là dal mare, e si chiamava del pari Impero romano, inviolato fin allora dai barbari, al contrario dell'Occidente. Ma se i circoli romani e franchi, i politici e i letterati delle due corti, tra i quali l'idea dell'esaltazione imperiale aveva preso consistenza, e che avevano abilmente manipolato la scena, non ne avevano visto che le luci, ben vi dovette pensare, allora e poi, l'imperatore, se la frase famosa di Eginardo (riferita all'assunzione del titolo imperiale: quod primo in tantum aversatus est, ut adfirmaret, se eo die, quamvis praecipua festivitas esset, ecclesiam non intraturum, si pontificis consilium praescire potuisset) corrisponde realmente a un suo sentimento. Non forse tanto per la parte presa dal Pontefice (per quanto la diversa impostazione della coronazione di Ludovico ad Aquisgrana nell'813 possa avere il suo peso); ma per i riflessi diplomatici dell'atto sulla corte di Bisanzio, cui il seguito del testo di Eginardo indubbiamente accenna (Invidiam tamen suscepti nominis, Romanis imperatoribus super hoc indignantibus, magna tulit pacientia», anche se «sicit eorum contumaciam magnanimitate, qua eis procul dubio longe praestantior erat, mittendo ad eos crebras legationes et in epistolis fratres eos appellando).
VI. RELAZIONI CON BISANZIO
Era quella di C. verso l'Impero d'Oriente una posizione della massima delicatezza: l'ostilità ingenerata dalla conquista dell'Italia longobarda non si era risolta in guerra solo per la pazienza e lo studio postivi da C., che non aveva voluto avventure beneventane e aveva posto per limite ai suoi interessi nella penisola la città di Roma. D'altra parte, l'atteggiamento d'indipendenza del principe beneventano e le collusioni in genere dei Bizantini coi suoinemici molto lo turbavano, senza che la distanza, e l'assenza d'una flotta, potessero consentirgli una soluzione militare. C., che non voleva la guerra se non quando la pace si manifestava impossibile, ricercava ansiosamente le vie di un accordo. Questo gli apparve possibile quando, durante la terza discesa in Italia, a Roma, nel 781, messi bizantini giunsero a chiedergli la mano della figlia Rotrude per il giovanissimo Costantino Porfirogenito, asceso al trono l'anno prima, reggente la madre, la bella e ambiziosa Irene, ispiratrice, col ristabilimento del culto delle immagini, d'una ripresa di rapporti con la Chiesa romana e con l'Occidente. Era il tempo in cui il papato si staccava definitivamente, sotto le ali franche, da ogni, anche formale, dipendenza bizantina: ne scompare ogni traccia dagli atti pubblici e privati e dalle monete. E dell'occasione dovette forse approfittare il Pontefice, per ottenere il consenso imperiale alle mutazioni intervenute in Italia e all'indipendenza dello Stato ecclesiastico. Ma delle nozze auspicate tra i due principi ancor troppo giovani non si sa nulla: o, meglio, si sa solo che non avvennero, forse per essersi C. reso conto degli ambiziosi disegni d'Irene o per il seguito di urti degli anni successivi con Bisanzio, di cui palese si faceva la connivenza alle periodiche rivolte bavare e beneventane. Nel 788, in Calabria, Franchi e Longobardi, agli ordini di Grimoaldo, fermano assieme i Bizantini ivi sbarcati. Anche nella questione religiosa, C. convoca un concilio a Francoforte per non lasciare che fosse ecumenico solo quello di Nicea. Un fremito d'orrore s'era levato nel 797 nella cristianità alla notizia dello scempio perpetrato da Irene sul proprio figlio che aveva fatto abbacinare e internare in un monastero per assumere essa il trono. L'Impero fu allora considerato, e per il delitto, e perché occupato da una donna, vacante: e alle voci di esaltazione del passato illustre di Roma si aggiunsero le prime idee di translatio della dignità imperiale dall'Oriente di nuovo all'Occidente.
In questo quadro dei rapporti franco-bizantini è da porsi la cerimonia del Natale 800, che cade, da ogni punto di vista, opportuna, elemento anzi di singolare valore nella vita storica a sollevarne il tono e a imprimerle una benefica scossa. Ma dopo, quando s'ebbe sentore delle sfavorevoli ripercussioni in Oriente, quando soprattutto alla trista usurpatrice, con cui pure C. aveva tentato approcci, successe un imperatore dell'energia di Niceforo, si volle, senza smentirlo, gettar su qualcuno (e fu il Pontefice) la responsabilità dell'atto compiuto e lasciar aperta la strada a quello a cui C. teneva di più: il riconoscimento bizantino dell'altro Impero, sorto in Occidente. Doveva giungervi, proprio con quella costanza di cui parla il suo biografo, quando, caduta Venezia e la Dalmazia sotto il dominio franco ed essendone la corte greca assai allarmata, le nuove conquiste servirono a C. di mezzo di scambio al suo riconoscimento e alla pace.
Quando questa fu firmata ad Aquisgrana l' 811, la lunga e intensa vita dell'imperatore volgeva rapidamente alla fine, attristata dalla perdita precoce dei figli, il re d'Italia Pipino (810) e il primogenito Carlo (811). L'atto di successione con cui nell'806 aveva (ancora una volta secondo l'esempio paterno: ma riservando il titolo imperiale, di cui così poche volte si fa parola) diviso il grande Impero non aveva più ragione: solo dei suoi figli rimaneva Ludovico, cui i contemporanei, in mancanza d'altre doti, avreb-

VII. L'IMPERO FRANCO
Costruzione immensa, dai contorni troppo imprecisi e di troppo pesante condotta, mancante di unità e di vita sua propria, e quindi di saldezza, l'Impero di C., fondato sulla personalità eccezionale del suo costitutore, si può dire entri in crisi non appena lui morto. Sarà una crisi lunga: dall' 814 all'888. Ma anche quando, per la seconda volta dopo lo sfacelo del mondo romano, da quella crisi riceveranno vita le nazioni e gli Stati dell'Occidente, l'opera di C. non risulterà meno grande e, ai fini della storia, meno provvidenziale. Da lui, che pur l'aveva percorse insanguinandole e le aveva tenute ferme col suo duro pugno, acquistano fisionomia e struttura grandi nazioni, come la Francia e la Germania. Anche l'Italia gli deve, pur con l'arresto della funzione unificatrice longobarda, almeno il primo nome unitario di regno italico. La civiltà cristiana diviene il comune denominatore di genti diverse, la sola base possibile d'un'unità morale e politica successiva a quella dell'Impero di Roma. Che è poi, se ben si guardi, la prima unità europea, cioè occidentale e che superi i confini di latinità o di barbarie germanica, e le fonda e le avvii ad un processo organico di cultura.Tradizione e creazione personale si contemperano nell'opera di C. Con l'incoronazione dell'800 Leone III pagava il debito contratto verso la gente franca, fedele neofita di Cristo, da Stefano II e Adriano I, che se n'erano serviti a impedire il soffocamento morale e materiale del papato. Non per nulla i re franchi, da Carlo Martello in poi, erano stati il braccio secolare per le giustizie di S. Pietro. Né importa che, quando la coronazione avviene, l'Impero sia ormai uno stato di fatto: per lunga tradizione la Chiesa riconosce e sancisce, e non si sanciscono se non le opere compiute. Così, per giungere al risultato dell'accordo franco-bizantino e dell'altro riconoscimento - quello da parte di Bisanzio del titolo imperiale - era occorsa tutta l'esperienza storica dal 476 in poi, e l'impostazione dei rapporti con l'Impero bizantino e la Chiesa romana dei barbari dominatori d'Italia: da Odoacre a Teodorico, ai re longobardi. C'era, del resto, in quell'ansia di riconoscimento, in quel valore dato alla formalità e al cerimoniale, l'impronta viva della mentalità barbarica. Si può dire che Roma avesse educato i barbari al senso e al rispetto della tradizione: che li fa preoccupati e esitianti di fronte a simboli od a popoli inermi, li piega alle fonti della sapienza, senza nulla togliere della loro sagacia o del loro ardimento. Ma taluno d'essi, come C., apriva il solco dell'avvenire: gettando il seme delle nazioni, diffondendo il senso e la prassi della giustizia, assicurando l'uguaglianza sociale, come dinanzi alla fede così dinanzi alla cultura. Ripresa dall'esempio di Roma l'organizzazione militare, basata sulle marche di confine; imponente l'attività legislativa, fondata sulle assemblee e sui capitolari; originale, nell'impossibilità d'una più snodata articolazione, il controllo del sovrano - a mezzo dei missi dominici - su funzionari e vassalli. E v'è a volte il balenio d'un'anticipazione che coglie: come quando (e non dovette essere il successo meno gradito della sua vita) i rapporti instaurati con gl'infedeli, in particolare con Hārūn

(da Die Schatzkammer des Aecheuer Münsters, Aquisgrana 1911, p. 35)
Si comprende come, già circondato in vita da un'ammirazione e un rispetto, che da molti secoli gli uomini non avevano conosciuto, la leggenda si formi attorno a C. Spunti offerti da Eginardo o dagli Annales Laurissenses consentono la fantasiosa biografia del monaco di S. Gallo. Poi la fantasia popolare s'impadronisce dell'imperatore. Le chansons de geste, i poemi cavallereschi, la poesia drammatica esalta l'uomo e le sue imprese. Non solo dove il suo culto sembrerebbe più naturale: nella Francia, tratta a divenir sede d'impero universale. Anche nella Germania, che egli percorse da vincitore, la saga lo innalza al di sopra degli stessi eroi della resistenza, d'Arminio o di Winduchindo: agiva forse già nell'anima popolare la coscienza d'una nazione tratta alla civiltà e alla storia dal tenace oppositore dei Sassoni. Anche in Italia, in Spagna, nell'Inghilterra. Così - aspirazione forse sua più fervente - egli avrebbe preso posto, nelle immaginazioni e nelle leggende del medioevo, accanto a quei grandi dell'antichità, cui era andato sempre il suo pensiero e la cui opera aveva più o meno consapevolmente ripreso.
VIII. CULTO
In corrispondenza all'idealizzazione chedella figura dell'imperatore tessé il medioevo, e che colori in saghe e leggende, con particolare intento politico, in uno dei momenti cruciali della lotta tra Chiesa ed Impero, l'antipapa Pasquale III procedeva, nel 1165, alla canonizzazione di C. L'iniziativa partì da Rainaldo di Dassel, cancelliere del Barbarossa. Per quanto il decreto trovasse applicazione in Aquisgrana, dove attorno alla tomba e nel giorno della morte (28 giorni) fiorì il culto, la Chiesa, come era logico, non riconobbe mai l'atto dell'antipapa.
Nel medioevo e sino alla riforma dei Propri diocesani incominciata da Pio X (1912) C. era venerato in diverse diocesi della Francia e principalmente della Germania; oggi tale culto è circoscritto alla sola città di Aquisgrana, di cui è patrono (cf. Proprium diocesanum, approvato dalla S. Congregazione dei Riti e pubblicato nel 1932).
IX. ICONOGRAFIA
L'iconografia di C. s'alimenta per la più larga parte dalla leggenda. I suoi tratti son quelli fissati dai suoi biografi. Sola immagine coeva, forse, la statuetta in bronzo, d'arte carolingia, del museo Carnavalet; che lo rappresenta a cavallo, eretto della persona e con diadema. Rozza, ma non priva di qualche elemento veridico la miniatura del Codice 84 di Gotha, di scuola franconica del 1a sec. Convenzionale la figura di C., inginocchiato ai piedi di S. Pietro e accanto al Pontefice, nel musaico già esistente nel triclinio lateranense e fattovi porre da Leone III, poi più volte restaurato.BIM. Eginardo, Vito Caroli Magni, ed. G. H. Pertz in MGH, Scriptores, II (1829); ed. G. Waitz-O. Holder-Egger, in Bibl. Rer. Germ., IV, Berlino 1867; ed. L. Halphen (Classique de l'hist. de France), Parigi 1923; Poeta Saxo, Annales de gestis Caroli Magni, ed. G. H. Pertz, in MGH, Scriptores, I (1826); ed. Ph. Jaffé, in Bibl. Rer. Germ., IV; ed. P. V. HERSFELD, in MGH, Poetae aevi Carolini, IV, 1 (1809); Monachus Sangallensis, De gestis Caroli Magni, ed. G. H. Pertz, in MGH, Scriptores, II; ed. Ph. Jaffé, in Bibl. Rer. Germ., IV; ed. Meyer V. Knouau, S. Gallo 1918; Annales Laurissenses maiores, ed. G. H. Pertz, in MGH, Scriptores, I (1826); ed. Fr. Kurze, in Script. Rer. Germ., VI, Hannover 1893 (con gli Annali attribuiti a Eginardo); Annales Laurissenses minores, ed. G. H. Pertz, in MGH, Scriptores, I; Annales Mettenues priores, ed. B. V. Simson (Script. Rer. Germ. in usum scholarum), Hannover 1905; Annali carolingi brevi (Annales Moselliani, S. Germani minores Alamannici), ed. G. H. Pertz, in MGH, Scriptores, I (1826), IV (1841); per gli ultimi, V. ed. Henking, S. Gallo 1884; Annales Iucarenses, ed. H. Bressiau, in MGH, Scriptores, XXX (1896); Annales Maximiliani, ed. G. Waitz, in MGH, Scriptores, XIII (1881); Annales Fuldenses, ed. G. H. Pertz, in MGH, Scriptores, I (1826); ed. Fr. Kurze, in Script. Rer. Germ., VII, Hannover 1891; Annales Bertiniani, ed. G. H. Pertz, in MGH, Scriptores, I; ed. G. Waitz, in Bibl. Rer. Germ., Hannover 1883; Diplomatica Karolinorum, in MGH, ed. E. Mühlbacher (1906); J. F. Böhmer, Regesta chronologica-diphonatica Carolorum, Francoforte 1833, nuova ed. E. Mühlbacher, Regesta Imperii, I. Die Regesten d. Kaiserreichs unter d. Karolingern (751-918), Innsbruck 1899-1908; Lettere, in MGH, Epistolae, III (1892), IV (1895), V (1898), VI (1902-1912), VII (1912-28), VIII (1939); Codex Carolius, ed. Ph. Jaffé, in Bibl. Rer. Germ., IV; ed. W. Gundlach, in MGH, Epistolae, III; ed. T. J. Haller, Lipsia 1907; Alcani Epistolae, ed. E. Dümmler, in Bibl. Rer. Germ., VI; Poetae latini medii aevi, in MGH; Poetae aevi carolini, I (1880-81) e II (1884), ed. E. Dümmler, III (1886), ed. L. Traube; IV (1899-1923), ed. P. von Winterfeld-C. Strecker; Capitularia, in MGH, ed. A. Boretius, I (1883); id. e V. Krause, II (1907); Concilia, ibid., ed. F. Maassen, I (1893); A. Werninghoff, II (1906-1908). Sulle fonti carolingie: G. Monod, Etudes critiques sur les sources de l'hist. carolingienne, I, Parigi 1898; A. Kleinclausz, Eginard, ivi 1942, ecc. - Letteratura: C. Balbo, Il regno di C. in Italia, Firenze 1862; S. Abel, Jahrbücher d. frühk. Reiches unter Karl d. Gr., I-II, Lipsia 1866-88 (v. ed. a cura di B. V. SIMONE); B. Malfatti, Imperatori e papi ai tempi della signoria dei Franchi in Italia, I-II, Milano 1876; E. Mühlbacher, Deutsche Geschichte unter d. Karolingern, Strasburgo 1896; A. Kleinclausz, L'Empire Carolingien, ses origines et ses transformations, Parigi 1902; E. A. Freeman, Western Europe in the 1st century and onward a. afterward, Londra 1904; G. Bryce, Il Sacro Romano Impero, trad. U. Balzani, 2e ed. it., Milano 1907; G. Romano, Le dominazioni barbariche in Italia, ivi 1909, nuova ed. ivi 1939; F. Kampers, Karl d. Gr., Magonza 1910, trad. it., Milano 1910; L. Halphen, Etudes critiques sur l'hist. de Charlemagne, Parigi 1921; Anna J. Cooper, Le Pèlerinage de Charlemagne, ivi 1925; K. Hampe, Karl d. Gr., in Meister d. Politik, Stoccarda 1927; A. Kleinclausz, Charlemagne, Parigi 1933; E. Amann, L'epoca carolingia, in Fliche-Martin-Frutz, VI; C. de Clercq, La législation religieuse franque de Clovis à Charle-
magne, Parigi-Lovanio 1936; G. Schnürer, Kirche u. Kultur im Mittelalter, I, 3e ed., Paderborn 1936; H. Pirenne, Mahomet et Charlemagne, Parigi 1937; L. Salvatorelli, L'Italia medievale, Milano 1937; R. Caggese, L'Alto Medio Evo, Torino 1937; E. Lesne, Les écoles de la fin du VIIIe siècle à la fin du XIVe, in Hist. de la Propriété ecclésiastique en France, V, Lilla 1940; E. Eichmann, Die Kaiserkrönung im Abendl., II, Würzburg 1942; J. Calmette, Charlemagne, sa vie, et son oeuvre, Parigi 1945 (trad. ital., Torino 1948); L. Halphen, L'Empire carolingien, Parigi 1947; K. Böhmer-H. Tüchle, Kirchengesch. II: Mittelalter, 12e ed., Paderborn 1948. - Oltre gli studi particolari (per cui V. F. C. Dahlmann-G. Waitz, Quellenkunde der deutschen Geschichte, nuova ed., Lipsia 1932); per la fortuna di C.; G. Paria, Histoire poétique de Charlemagne, Parigi 1865 (nuova ed. a cura di P. Meyer, ivi 1905); E. Müntz, La légende de Charlemagne dans l'art du moyen âge, in Romania, 14 (1885); G. Rauschen, Die Legende Karls d. Gr. im 11. u. 12. Jahrh., Lipsia 1899; J. Bedier, Les légendes épiques, 2e ed., Parigi 1914-21; H. Hoffmann, Karl d. Gr. in Bilde d. Geschichtschreibung d. frühen Mittelalters, Lipsia 1919; P. E. Schramm, Die zeitgenössischen Bildnisse Karls d. Gr., ivi 1928; per il culto: E. Pauls, Heiligsprechung Karls d. Grassen, in Zeitschr. d. Aach. Gesch. - Ver., 25 (1903); M. Buchner, Pseudoturpin, Reinold von Dassel und der Archipoet in ihren Beziehungen zur Kanonisation Karls, in Zeitschr. d. franz. Sprache u. Literatur, 51 (1928), pp. 1-72; M. Kneer, Urkunden über die Heiligsprechung Karls, Erlangen 1930. Pier Fausto Palumbo
X. RIFORMA DELLA LITURGIA
Al diretto influsso di C. si deve l'affermarsi della liturgia romana oltralpe e il
CARLOMAGNO - Cassa reliquiario di C. incominciata da Federico Barbarossa nel 1165, terminata da Federico II nel 1213. Aquisgrana, tesoro della Cattedrale.
suo definitivo trionfo nell'Occidente latino. Egli accelerò e rese effettivo quel movimento liturgico verso Roma, di cui abbiamo le prime tracce nei libri liturgici d'origine gallicana della fine del sec. VII e della prima metà del sec. VIII, come il Missale Gotlicum (ed. H. M. Bannister, Londra 1917; C. Mühlberg, Augusta 1929), il Missale Francorum (ed. J. Mabillon, Parigi 1685), il Missale Gallicanum vetus (ed. J. Mabillon, ivi 1685) e il Missale di Bobbio (ed. E. A. Lowe, Londra 1920), movimento intensificato dalla provvida azione di s. Bonifacio, l'apostolo della Germania, di s. Crodegango di Metz, di s. Remigio di Rouen, e soprattutto di Pipino, dopo il soggiorno alla corte franca (753-55) del papa Stefano II. La principale preoccupazione di Pipino fu la riforma della cantilena, ossia del canto che volle riportare alla purezza delle fonti romane (cf. MGH, Capitularia, I, p. 80: Epistola generalis, scritta tra il 786 e l'800; Walfrido Strabone, De ecclesiasticarum rerum exordis et incrementis, 35: PL 114, 957). Naturalmente la riforma del canto provocò anche quella degli altri libri occorrenti alla salmodia, ossia all'intera officiatura corale (Ufficio e Messa) e in primo luogo del Sacramentario. Di ebbe così, verso la metà del sec. VIII, per opera di un benedettino, il libro, chiamato da E. Bishop, Sacramentario gelasiano del sec. VIII, che poté soddisfare le esigenze del riformatore, fondendo insieme il Sacramentario gelasiano antico e un Gregoriano pur non trascurando alcuni usi dell'antica liturgia gallicana certamente assai cara al clero (cf. P. de Puniet, Le Sacramentaire de Gellone, Roma s. d., estratto dalle Ephemerides liturgicae, 1934-38; V. SACRAMENTARIO). Di conseguenza si ebbe subito la composizione parallela di Lezionari e Evangeliari dello stesso tipo (cf. Th. Klauser, Das römische Capitulare Evangeliorum, Münster in V. 1935). Il Capitulare de imaginibus (Libri
carolini) assicura che Pipino si preoccupò di tale riforma « ut non esset dispar ordo psallendi, quibus erat compar ardor credendi » (I, 6: MGH, Concilia, II, suppl., p. 21) o, come dice l'Admonitio generalis, dal 23 marzo 789, § 80: « ob unanimitatem Apostolicae Sedis et Sanctae Dei Ecclesiae pacificam concordiam » (MGH, Capitularia, I, p. 61).
C., spirito eminentemente unificatore e amantissimo di tutto ciò che toccava la teologia e il culto (basti ricordare i suoi interventi nelle questioni delle immagini, dell'adozianismo spagnolo, e del Battesimo) raccolse con vivo interesse l'iniziativa riformatrice del padre e le diede un apporto decisivo merek l'aiuto Alcuino (v.), squisitamente romano nella sua cultura. Con un gesto veramente geniale, C. ordinò la revisione totale del testo della Sacra Scrittura, libro per eccellenza del culto. Il lavoro fu compiuto parallelamente da Alcuino e da Teodulfo di Orléans: questa non ebbe che scarso seguito, l'altra invece, oggi detta alcuiniana, ebbe larga fortuna; Alcuino vi lavorava ancora nell'apr. dell'800, e in occasione di un Natale, non meglio determinato, offriva a C. i Vangeli (cf. MGH, Epistolae Karolini aevi, IV, pp. 322-23, [V. anche pp. 418-20]; PL 100, 374, 923). Mentre si procedeva a questa revisione, C. provvedeva alla diffusione di libri liturgici di « tipo gregoriano », onde eli-
minare l'ibridismo dei libri liturgici in uso nei suoi Stati, come il Comes riveduto da Alcuino ca. il 781 (ed. A. Wilmart, cit. sotto) e soprattutto il Sacramentario, dai liturgiati chiamato Hadrianum, perché ricevuto, dopo reiterate domande, da Adriano I tra il 785 e il 791 (cf. lettera di Adriano a C.: MGH, Epistolae Merovingici et Karolini aevi, I, p. 626); il manoscritto originale fu posto nella biblioteca imperiale di Aquisgrana, e i vescovi furono invitati a trascriverlo e a divulgarlo. Le copie levate direttamente su questo manoscritto recano l'annotazione: « ex authentico libro bibliothecae cubiculi scriptum ». La copia più antica sinora conosciuta recante questa nota è contenuta nel cod. 159 (164) di Cambrai (ed. H. Lietzmann, Münster in V. 1921), eseguita per ordine di Edoardo, vescovo della stessa città, nell'811 o 812. Alcuino, che già aveva riveduto il Comes (cf. notizie e testi in Wilmart, pp. 146-48, 164; da notare che il supplemento del Comes è posteriore ad Alcuino), provvide a colmare le gravi lacune del Sacramentario giunto da Roma munendolo di un ampio supplemento. Per questo lavoro, cui premise la piccola prefazione Hucque, si servì di un Sacramentario gelasiano del sec. VIII e di usanze ormai care al clero e al popolo franco (cf. l'ed. di un Gregoriano con la predetta prefazione e il supplemento a cura di H. A. Wilson, The Gregorian Sacramentary, Londra 1915). In tal modo il « Temporale »
e il « Santorale » si trovarono considerevolmente aumentati di nuovi testi e feste (ad es., le ventiquattro domeniche dopo Pentecoste) e completati con una ricca raccolta di messe votive, di benedizioni episcopali e di prefazi. Con il sec. x il supplemento di Alcuino arricchito di altri elementi passò nel corpo stesso del Sacramentario (cf. i tre sacramentari di Corbie, adoperati da H. Ménard nel 1643 per la sua ed. del Gregoriano: PL 78, 26-264 e A. Wilmart, V. Corbie, in DACL, III, 2933-40), dando così origine ad un libro di contenuto alquanto ibrido,

C. provvide pure alla compilazione e alla divulgazione di un nuovo lezionario per le letture dell'Ufficio divino, che affidò alla nota sagacia di Paolo Diacono (cf. MGH, Capitularia, I, pp. 80-81: Epistola generalis, scritta tra 786 e l'800; V. ed. del lez. di Paolo Diacono curata da F. Wiegand, Das Homiliarium Karls des Grossen,
Lipsia 1897; l'ed. riprodotta nella PL 95, 1159 sgg. è difettosa). Questo lezionario si diffuse lentamente, ma finì per soppiantare i lezionari più antichi, di tipo romano, come quelli di Agimundo, di Alano di Farfa e di Egino da Verona (cf. G. Löw, Il più antico sermonario di S. Pietro in Vaticano, in Riv. di archeol. crist., 19 [1942], pp. 143-83). Sempre per volere imperiale, il clero dovette dedicarsi allo studio sistematico del canto romano (cf. Admonitio generalis, del 789, § 80: Capitularia, I, p. 61; Capitula de examinandis ecclesiasticis, dell'802, § 2: ibid., p. 110; Quae a presbyteris discenda sint, dell'805 ca., § 9; ibid., p. 235) e dell'uso romano per la celebrazione della S. Messa (cf. Interrogationes examinationis, dopo l'803, § 4: ibid., p. 234; Conc. Rispacense, del 798 (Arnonis instructio, pastoralis, IV: MGH, Concilia II, p. 198) e l'amministrazione dei Sacramenti fra i quali il Battesimo (cf. Duplex legationis edictum, del 23 marzo 789, § 23: MGH, Capitularia, I, p. 64; Concilio di Magnona, maggio-giugno 813: ibid., Concilia, I, p. 261). Gli Ordines Romani, piccoli fascicoli contenenti la descrizione del rito papale della Messa, del Battesimo, delle ordinazioni ecc., furono in quello stesso tempo raccolti oltralpe in manualetti e adattati agli usi e alle necessità della loro nuova patria. Inoltre, il Sacramentario, che in origine conteneva tutte le formole che si riferivano alla Messa e all'amministrazione dei Sacramenti, ma senza le rubriche, incominciò
pure a spogliarsi delle formule relative a questi ultimi; per ragioni pratiche esse furono riunite agli Ordines, dando così origine al cosiddetto Pontificale corolingio - di cui i primi esemplari risalgono appunto all'inizio del sec. IX - protoparente del Pontificale romano-germanico del sec. X e quindi dell'odierno Pontificale romano.
Nel suo lavoro di riforma, C. fu validamente aiutato dall'episcopato che si fece un dovere di aderire pienamente al volere imperiale, come risulta dagli atti dei sinodi tra i quali si ricordano quello di Rispach (Baviera) del 798 e i sinodi riformatori dell'812 tenuti ad Arles, Reims, Magonza, Chalon-sur-Saône e Tours (cf. MGH, Concilia, II, pp. 196 sgg., 245 sgg.), nonché dagli Statuti di Rispach, Frisinga e Salisburgo del 799 e dell'800 (cf. MGH, Capitularia, I, pp. 229-30), dai Capitula de examinandi ecclesiasticis, dell'802 (cf. ibid., p. 110) e dai Capitula ecclesiastica, dell'807-23, del vescovo Haito di Basilea (cf. ibid., p. 363).
C. pensò anche alla trasmissione accurata dei testi liturgici, allora assai difficoltosa: infatti nell'Admonitio generalis, del 23 marzo 789, § 72 (cf. ibid., p. 60) egli stabilì che il Vangelo, il Salterio e il Messale fossero copiati diligentemente da uomini di età matura, «perfectae aetatis»; tale ordinanza ha certamente contribuito a invogliare i grandi «scriptoria» - primo tra tutti quello di Tours - dell'evo carolingio a preparare i numerosi codici scritturistici e liturgici di gran lusso, talvolta perfino purpurei, con lettere d'oro e d'argento, scritti nella nitida minuscola carolina, con rare abbreviazioni, e riccamente ornati e miniati, i quali costituiscono oggi ancora il più bell'ornamento di molte biblioteche pubbliche e private.
Però, malgrado tutte le sollecitudini dell'Imperatore (esistono al riguardo interessanti racconti leggendari) e dell'episcopato, la riforma procedette, per svariate cause, piuttosto a rilento. Due furono le principali difficoltà: 1) la povertà impedi molte chiese e monasteri, spesso depredati, di procurarsi subito tutta la biblioteca, allora occorrente, per la celebrazione della liturgia; 2) le diversità esistenti fra gli stessi principali libri liturgici, giunti da Roma, dovettero generare una certa qual confusione, come si rileva anche dal fatto che Amalario credette opportuno occuparsi di queste discrepanze nel suo Liber officinalis e di comporre il Liber de ordine Antiphonarii (cf. ed. critiche di J. M. Hanssens [*Studi e Testi, 139-40], Città del Vaticano 1948-49). Ad eccezione dello schema generale del «Temporale» e del «Santorale» non esisteva infatti tra questi libri: un'unità assoluta, per la semplice ragione che le maggiori basiliche romane dalle quali provenivano avevano ognuna un calendario proprio. In tal modo il Comes romane, riveduto da Alcuino, e il Sacramentario*, inviato da Adriano I, pur essendo dello stesso tipo e contemporaneamente in uso a Cambrai non concordano tra loro, tranne che nella Quaresima, nelle Tempora e in poche feste del «Santorale». Comunque la riforma liturgica, solidamente impostata, fu condotta con tutti i mezzi allora disponibili e illustrata dalle opere dei grandi liturgisti dell'epoca più o meno tributari di Alcuino, come Wala, abate di Corbie, Walafrido Strabone, Paolo Diacono, Elisacario, Amalario di Metz e Rabano Mauro. L'intenso lavoro liturgico promosso dalla riforma di C. ha pure il merito di averci conservato, in più manoscritti, quasi tutti i documenti della liturgia romana anteriori al sec. X.
BIBL.-C. Kriev, Die liturgischen Bestrebungen im harolingischen Zeitalter. Antrittsprogramm, Friburgo in Br. 1888; S. Bäumer, Histoire du Bréviaire, trad. fr. di R. Biron, I, Parigi 1905, pp. 237-342; E. Bishop-A. Wilmart, Le génie du Rit romain, Parigi 1921; id., La réforme liturgique de Charlemagne, in Ephemerides liturgicae, 45 (1931), pp. 186-207; A. Wilmart, Les anciens Missels de la France, ibid., 46 (1932), pp. 237, 242-43; id., Le lectinnaire d'Alcuin, ibid., 51 (1937), pp. 136-97; Th. Klauser, Die Liturgischen Austauschbeziehungen zwischen der römischen und fränkisch-deutschen Kirche vom 8.-11. Jahrhundert, in Historisches Jahrbuch der Görresgesellschaft, 53 (1933), pp. 169-89; C. Callewaert, Liturgicae Institutiones, I, 3ª ed., Bruges 1933, pp. 69-79; Ph. Oppenheim, Introduktio in litteraturam liturgicam, 2ª ed., Torino 1945, pp. 28-33; id., De libris liturgicis deque iure ex eis manante, ivi 1940, pp. 17-82; M. Andrieu, Les Ordines Romani du haut moyen âge (VIIIe-Xe siècle): I. Les Manuscrits, Lovanio 1913, pp. 466-548; II. Les Textes, ivi 1948, pp. XVII-XIX; P. Borella,
Inflarsi carolingi e monastici sul Messale ambrosiano, in Miscellanea liturgica in honorem L. C. Mohlberg, Roma 1948, pp. 73-115.