SACRAMENTARIO. - Nome che nell'alto medio ricevo indicò il libro che conteneva le formule usate dal vescovo o dal sacerdote nella celebrazione eucaristica e nell'amministrazione dei Sacramenti: colletta, oratio super oblata (segreta), prefazio, canone, oratio ad complendum (postcommunio), oratio super populum.
SACRAMENTARIO - Il cosiddetto S. leoniano; «explicit» del «potestatium» della 3a messa di Pentecoste e le due prime orazioni delle Tempore di Pentecoste (ed. C. L. Felice, Cambridge 1896, pp. 27-28) - Verona, Biblioteca capitolare, cod. LXXXIV, f. 21' (seconda metà sec. VI).
I. ORIGINI
1. Nomenclatura
II. Termine deriva da sacramentum, che nel latino cristiano antico ha parecchi significati, ma direttamente designa il Sacramento per eccellenza, l'Eucaristia. Con lo stesso significato di sacra-mentum si usa talora mysterium e ciò spiega perché si trovi alle volte liber mysteriorum per liber sacramentum. Da sacramentum si è fatto sacramentarium e liber sacra-mentorum. Il primo titolo è il più comune; il secondo è usato da papa Adriano a Carlomagno (Jaffé-Wattenbach, I, p. 303). Questi termini in sé generici, corrispondono perfettamente al contenuto del volume.2. Le prime raccolte ecologiche
Nelle prime avvenisse cristiane non c'erano libri di sorta, tranne il Vecchio Testamento, cioè salmi, legge, profeti. Più tardi si aggiunsero le Lettere di S. Paolo, i Vangeli, gli Atti e gli altri libri del Nuovo Testamento. Le sinassi incrociarono con una lettura, prima continua, poi scelta secondo le circostanze o le ricorrenze. Ad un certo punto la lettura veniva interrotta da chi presiedeva, il quale, sotto la spinta dell'ispirazione, formulava una preghiera di lode e di ringraziamento a Dio, raccogliendo i voti dei presenti (I Cor. 14, 16; Giustino, I Apol., cap. 67). Lo schema iniziale di questa oratio dovette essere molto semplice. Derivava direttamente dalla tradizione apostolica, che a sua volta ne aveva desunto gli elementi fondamentali dall'ambiente giudaico. Tali elementi arricchiti del pensiero cristiano, si svilupparono man mano secondo il talento, la sensibilità e il temperamento del celebrante.Accanto alla S. Scrittura s'incominciò così a fissare le formule ecologiche più frequenti e più belle, tra le quali in primo luogo le dossologie: la lettera di S. Clemente (m. nel 101 [?]; S. Colombo, SS. Patrum Aposto-licorum opera, Roma 1938, pp. 135-41) ha certamente una ispirazione eucaristica; la preghiera di S. Policarpo (m. nel 156; ibid., pp. 452-53) riflette probabilmente l'improvvisazione liturgica dell'epoca. Le opere dei Padri e degli scrittori ecclesiastici dei primi secoli (Origine [m. nel 255], Novazione [m. nel 258]), S. Cirillo di Gerusalemme [m. nel 386], S. Giovanni Crisostomo [m. nel 407], S. Agostino [m. nel 430]) gli scritti gnostici, gli Atti degli Apostoli apocrifi, le stesse epigrafi funerarie contengono numerose formule eucaristiche liturgiche, con ogni probabilità usate o composte per le ordinarie sinasi (v. LIBRI LITURGICI).
Il principio dell'unicità di formulario, redatto per tutte le Chiese secondo uno schema comune e tradizionale, era stato nei primi tre secoli legge inderogabile. Al sec. IV si verificò in tutto l'Occidente un fenomeno singolare: quasi improvvisamente venne abbandonato il principio dell'unicità ed ogni messa del Temporale e del Santorale fu dotata d'un formulario proprio.
C'è chi ha visto in questo movimento una naturale evoluzione. Intorno all'anafora invariabile si sarebbero cristallizzate a poco a poco un certo numero di parti variabili a carattere impreciso. Col tempo alcune sarebbero decadute, altre spostate e si sarebbe formato lo schema della messa romana del sec. v (cf. A. Paredi, I Prefasi ambrosiani, Milano 1937, pp. 7-8). Altri autori, invece, ritengono che si tratti di una vera e propria rivoluzione liturgica compiutasi a Roma tra il 380 e il 420, ma presumibilmente ad opera di papa Damaso (366-384; Bourque, op. cit. in bibl., p. 37), il quale con l'assegnare le formule variabili alle messe avrebbe completato l'opera di restaurazione e di abbellimento dei cimiteri cristiani e del culto dei martiri. Le generazioni posteriori avrebbero conservato un vago ricordo della riforma damasiana, dimenticando l'oggetto preciso. A questo si riferirebbe l'attività liturgica che le fonti del sec. VI- VII gli attribuiscono (MGH, Gesta Pontificum Romanorum, I, pp. 83-84).
3. I libelli missarum
11 s. è un libro composto di vari libelli missarum, di cui ogni provvista per il normale svolgimento del culto. Caratteristico è l'episodio di Sidonio Apollinare, il quale, invitato a celebrare in occasione di una grande festa, ed essendogli stato portato via il proprio libellus, improvvisò con tanta eloquenza che i fedeli credettero di sentire un angelo (S. Gregorio di Tours, Historia Francorum, II, 22).L'episodio dice che il libellus era usato comunemente anche per le messe solenni, e non solo per la celebrazione privata, come ha sostenuto qualche studioso (A. Ebner, Iter Italicum, Friburgo in Br. 1896, p. 359). Dapprin- cipio il libellus tiene il posto di ogni altro libro liturgico, riunendo i formulari necessari ad una data Chiesa. Più tardi, in pieno periodo di s., i libelli sostituiscono i s. per i sacerdoti missionari o itineranti, e contengono l'ordinario, un certo numero di messe votive e comuni, e il rituale di taluni Sacramenti.
La prima specie di libelli dovette fiorire particolarmente a Roma. La storia liturgica della Città eterna, fino alla seconda metà del sec. IV, mostra che nei tituli si celebrava solo quello che oggi si direbbe il Temporale, per altro assai ridotto. Il culto dei santi è esclusivamente locale, e si svolge intorno alle tombe dei martiri. Per questo la deposito martyrum e la deposito episcoporum aggiungono ad ogni festa l'indicazione topografica. Al di fuori di queste feste, i due documenti non ricordano che il Natale Domini, festa comune a tutti i tituli, e il Natale Petri de cathedra, che per i contemporanei non aveva bisogno di altra precisazione. Infine ogni titulus celebrava la Dedicatio. Da ciò si può facilmente ricostruire quel che poteva contenere il libellus missarum di un titulus: un temporale embrionale, una o due messe del Santorale e alcune benedizioni. Il libellus di una chiesa cimiteriale comprendeva le messe dei martiri ivi onorati.
L'eccezione finì per diventare regola durante il sec. V. s. Leone mostrano un forte sviluppo nel culto liturgico con la partecipazione sempre più frequente del pontefice. Si generalizzò l'uso che uno stesso santo fosse celebrato contemporaneamente in tutti i tituli. Un libro con i formulari delle messe eguale per tutti divenne necessario. Si giunge così alla fine del sec. V, epoca delle prime grandi raccolte note sotto il nome di s., che soppiantarono i libelli.
II. IL COSIDETTO S. LEONIANO. - I. Il manoscritto. Il manoscritto conservato tuttora alla Capitolare di Ve-
ronca è in lettere onciali e si compone di 138 fogli. La maggior parte degli studiosi (Delisle, Thompson, Duchesne, Feltoc) lo ritengono del principio del sec. VII. E. A. Lowe precisa: seconda metà del sec. VI (cf. Codices latini antiquiores, IV. Italy: Perugia-Verona, Oxford 1947, p. 32). Solo quest'ultimo autore lo dice eseguito alla scuola di Verona: altri (Beer, Traube, Bishop, Cabrol) propendono per la Spagna, l'Africa, Bobbio e Luxeuil.
4. Contenuto
Il Leoniano è una raccolta di un migliaio di formule eucologiche composte per le varie esigenze del culto liturgico. Alcune elegantissime nel concetto e nella forma, altre scadenti e povere di pensiero. Tutte sono caratteristiche per il tecnico cursis. Su 1030 finali sono state rilevate 927 cadenze metriche. Particolariità artistica che tende a scomparire in s. posteriori. Formole leoniane si ritrovano negli altri s.: così il Gelasianone ha 107, il Gregorianone 118, il Missale Romanum 35.Le formule sono raggruppate secondo le varie occorrenze liturgiche, ma non senza confusioni. Ogni gruppo (sezione) consta di collette, segrete, postcommunia, orazioni super populum; inoltre uno o due prefazi; caratteristica del Leoniano, che ne conta 167. Le sezioni sono precedute da un titolo, che sembra riferirsi alla circostanza cortologica; oppure sono introdotte dalla semplice parola item alia (missa?). Sono sistemate secondo l'ordine dell'anno civile, cioè per mesi, cosa affatto originale, giacché gli altri s. hanno la tradizionale disposizione dell'anno ecclesiastico.
Nei mesi più poveri di ricorrenze cortologiche si direbbe che il compilatore abbia riempito i vuoti, inserendovi gruppi di messe per circostanze varie, ma in modo arbitrario. Così si spiega perché in apr. si trovino formole per il comune dei martiri, per il tempo pasquale e la dedicazione delle chiese; in luglio orazioni e preci diurne, mattutine e vespertine; a sett. preghiere per la consacrazione di vescovi, diaconi, presbiteri, vergini. Vi sono poi orazioni e prefazi di carattere assai polemico, p. es., contro i falsi confessores mescolati ai veri, contro avversari (subdoli operarii) dai quali bisogna guardarsi come da lupi.

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**SACRAMENTARIO - S. gregoriano, Codice Padovano (metà sec. IX).** Messa in onore di s. Clemente, mutuata poi dal prototipo (sec. IX) del Messale glagolitico di Kiew (sec. XI) - Padova, Biblioteca capitolare, cod. D. 47.

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**SACRAMENTARIO - S
razione per la liturgia romana. Non si potrebbe pensare ad uno dei quei pellegrini dei quali restano altri lavori come le sillogi epigrafiche? 6) Il Leoniano non è né un s. né un pre-s., perché composto dopo il 560 quando già a Roma esisteva un s. Ma con tutti i suoi difetti ha un valore immenso perché ha conservato veri gioielli dell'antica liturgia romana e costituisce il termine di passaggio tra i libelli e i s.
SACRAMENTARIO - S. di Praga. Le fonti gelasiane e gregoriane sono fuses con un sistema diverso da quello seguito dal compilatore del Gelasiano del sec. VIII. I numeri marginali sono stati aggiunti sulla fot. da d. A. Dold - Praga, Biblioteca capitolare, 1 cod. O. 83 (sec. VIII-IX).
abbia trascritto libelli separati. e) B. Capelle e C. Coebergh (cit. in bibl.) vedono in più punti la mano di papa Gelasio. f) R. Buckwald ne fa autore s. Gregorio di Tours (sec. VI) e ritiene il Leoniano il canovaccio del Gelasiano. g) A. Chavasse (cit. in bibl.) assegna un buon numero di formulari a papa Vigilio. h) Tra il 537 e il 590 lo pone L. Duchesne, basandosi principalmente su alcuni avvenimenti politici di quel periodo. i) C. L. Felice, e dopo di lui E. Bourque, con verosimiglianza, ritengono che il manoscritto di Verona sia l'archetipo e l'unico esemplare che sia mai esistito. Le conclusioni del Bourque, oggi in genere ammesse, sono: 1) la raccolta leoniana contiene formulari che vanno dal 440 al 560, salvo qualche formulario forse più antico. 2) Il manoscritto di Verona è l'archetipo: la fisionomia della raccolta, il disordine, le divisioni false, le trasposizioni, le note marginali e testuali denotano una redazione di primo getto; una copia avrebbe di certo eliminato gli errori più grossolani. 3) Il Leoniano sembra un unicum, anche se alcune formule isolate (mai una serie intera) si ritrovano in altri s. Le formule identiche si spiegano con il fatto che i libelli usati a Roma non erano ignoti agli stranieri (pellegrini) e finirono per essere inserite nei libri liturgici. 4) Primo scopo del compilatore è stato quello di fare una raccolta ridotta, selezionata, scegliendo tra i santi venerati a Roma solo quelli più rappresentativi. Qualcosa di mezzo, dunque, tra i libelli misurato e i s. propriamente detti. Secondo scopo sarebbe stato quello di fare della raccolta una fonte dove attingere in seguito. Una prova si ha nell'uso delle sigle e nelle note tironiane del manoscritto. 5) I materiali usati sono di origine puramente romana (la congettura che il Leoniano sia di origine ravennate, già avanzata da qualche studioso e recentemente riproposta con ricchezza di particolari da G. Lucchesi, Nuove note agiografiche ravennati, Ravenna 1943, p. 71 sgg., non ha incontrato favore). L'anonimo compilatore che li ha messi insieme aveva una grande venen
III. S. GELASIANO. -
I. Contenuto
Il Gelasiano è un libro ufficiale, il primo s. romano; il Reg. 316 ne è il manoscritto più cospicuo (v. MEROVINGICA SCRITTURA). È diviso in 3 III. Il I contiene il Temporale, cioè le messe dalla vigilia di Natale all'ottava di Pentecoste, i riti delle Ordinazioni, del catecumenato, della benedizione degli olii, del fonte e della consacrazione delle vergini. Il II raccoglie le messe del Santorale da s. Felice confessore (15 genn.) a s. Tommaso (21 dic.), otto schemi di messe in natal. plurimorum sanctorum, e 5 de adventum (!) Domini. Nel III si trovano 16 orationes et preces cum canone per dominicis diebus, il Canone, una raccolta di benedictiones super populum post communione, messe votive, benedizioni varie (aquae spargendae in domo, aquae exorcizatae ad fulgura, pomorum, arboris) e diversi schemi di orazioni per i defunti.5. Autore e data
Spogliato di tutte le sovrastrutture, per lo più gallicane, dei secc. VI-VIII nel Reg. 316 si ritrova sostanzialmente il s. originale composto alla fine del sec. V. Ciò è chiaro dai dati storici, dalle peculiarietà lessicali e dal contenuto. Talune espressioni come consignatio, per indicare la confermazione, la formola speciale della Comunione, gli Hanc igitur senza diesque nostros, la mancanza di un numero determinato di domeniche dopo l'Epifania e la Pentecoste, espressioni parallele e analogie tra il Gelasiano e la Regola di s. Benedetto (scritta probabilmente tra il 535 e il 547) sono indizi d'una liturgia pregregoriana. Inoltre la liturgia del Gelasiano antico corrisponde perfettamente all'organizzazione, alla disciplina e alle istituzioni in vigore a Roma nel sec. VI. Così le messe degli scrutini di Quaresima, le tre messe del Giovedì Santo, la messa in reconciliazione poenitentis, la missa chrismatis e la missa ad vesperum, ridotte ad una sola al tempo di s. Gregorio, le due orazioni prima della secreta (la prima soppressa nel sec. VI), le cinque messe dell'Avvento introdotte nella seconda metà del sec. VI. Le aggiunte o variazioni fatte al Gelasiano antico
Sacramentario - S. di Praga. Le fonti gelasiane e gregoriane sono fuse con un sistema diverso da quello seguito dal compilatore del Gelasiano del sec. VIII. I numeri marginali sono stati aggiunti sulla for. da d. A. Dold - Praga. Biblioteca capitolare. co
sono: nel 1. I, la prequaresima, alcuni ritocchi dei riti penitenziali, la denuntiatio pro scrutinio al lunedi della III settimana di quaresima, qualche ritocco all'ordo baptismi della vigilia di Pentecoste, nel rito delle ordinazioni, dove c'è tutta una serie di rubriche gallicane, infine ritocchi alla missa christalis del Giovedì Santo, l'orto per la benedizione del cero pasquale e il rito della dedicatio ecclesiae. Nel 1. II, che è la parte restata più pura, il santorale è quasi intatto: vi sono state aggiunte soltanto le quattro feste della Vergine e le due feste della s. Croce. Nel 1. III è stato inserito il Canone, che è quello riformato da s. Gregorio, e qualche formula di benedizione.
Queste interpolazioni hanno tutte un carattere gallicano e sono state fatte a più riprese. Una prima revisione si può porre verso il 550, cioè dopo l'arrivo in Gallia del s. Sono di quell'epoca le messe dell'Avvento e i riti degli Ordini minori. Una seconda revisione deve aver avuto luogo dopo s. Gregorio (590-604) e prima di papa Sergio (687-701), quando furono introdotti il Canone e le feste mariane e della Croce. Terza revisione verso il 700, appena un mezzo secolo prima che fosse scritto il Reg. 316.
Il Gelasiano è un s. papale. Un esame attento del contenuto e delle fonti ne portano la composizione alla fine del sec. VI. Dal Liber Pontificalis (scritto verso il 530) si sa che Gelasio (492-96) fecit... sacramentorum praefationes et orationes cauto sermone (Lib. Pont., I, p. 255). Si tratta con molta probabilità della collezione sistematica di formole liturgiche, che papa Gelasio ha compilato sulla scorta dei numerosi libelli missarum dei santuari romani e delle collezioni lateranensi, alla quale la tradizione e la storia liturgica ha conservato senza mentire il nome del suo autore.
3. I « Gelasiani del sec. VIII ». — Entrato in Gallia poco prima della metà del sec. vi (Bourque, cit. in bibl. p. 199), il S. gelasiano vi ebbe una grande diffusione, soppiantando i libri del vecchio rito gallicano. Però il testo genuino romano dovette subire adattamenti per le Chiese francesi. Verso il 750, probabilmente per impulso del re Pipino, fu redatto un s. sincretista, che tenne per base il Gelasiano, ma con aggiunta di elementi tratti dal Gregoriano, già penetrato in Francia e da altri s. locali. A questo tipo composto di s. i liturgisti dàmno di solito, dopo il Bishop, il nome di « Gelasiani del sec. VIII », altri preferiscono la denominazione « vecchi Gelasiani » per quelli antichi e « tardi Gelasiani » per questo nuovo tipo che continuò a restare e riprodursi anche dopo il sec. VIII.
Al tipo gelasiano si riconnette il Missale Francorum (cod. Reg. Vat. 257), scritto presso Liegi alla fine del sec. VII, edito dal Tomasi (Opera, VI, pp. 341-68) e dal Muratori (Lit. Rom. vet., II, pp. 661-758). Il Wilmart lo ritiene dell'inizio del sec. VIII. Inizialmente (sec. VI) era un pontificale col rito delle ordinazioni, più tardi furono aggiunti alcuni formulari di messe e il Canone pregegoriano. Non mancavano neppure elementi gallicani.
