SACRAMENTARIO. - Nome che nell'alto medioevo indicò il libro che conteneva le formole usate dal vescovo o dal sacerdote nella celebrazione eucaristica e nell'amministrazione dei Sacramenti: colletta, oratio super oblata (segreta), prefazio, canone, oratio ad complendum (postcommunio), oratio super populum.

(da E. A. Lowe, Codices ixtini antiquiores, IV, Italy, Perugia, Verona, Oxford 1917, p. 28)
1. ORIGINI
2. Nomenclatura
Il termine deriva da sacramentum, che nel latino cristiano antico ha parecchi significati, ma direttamente designa il Sacramento per eccellenza, l'Eucaristia. Con lo stesso significato di sacramentum si usa talora mysterium e ciò spiega perché si trovi alle volte liber mysteriorum per liber sacramentorum. Da sacramentum si è fatto sacramentarium e liber sacramentorum. Il primo titolo è il più comune; il secondo è usato da papa Adriano a Carlomagno (Jaffé-Wattenbach, I, p. 303). Questi termini in sé generici, corrispondevano perfettamente al contenuto del volume.3. La prima raccolta eucologica
Nelle primitive assemblee cristiane non c'erano libri di sorta, tranne il Vecchio Testamento, cioè salmi, legge, profeti. Più tardi si aggiunsero le Lettere di s. Paolo, i Vangeli, gli Atti e gli altri libri del Nuovo Testamento. Le sinassi incominciavano con una lettura, prima continua, poi scelta secondo le circostanze o le ricorrenze. Ad un certo punto la lettura veniva interrotta da chi presiedeva, il quale, sotto la spinta dell'ispirazione, formulava una preghiera di lode e di ringraziamento a Dio, raccogliendo i voti dei presenti (I Cor. 14, 16; Giustino, I Apol., cap. 67). Lo schema iniziale di questo oratio dovette essere molto semplice. Derivava direttamente dalla tradizione apostolica, che a sua volta ne aveva desunto gli elementi fondamentali dall'ambiente giudaico. Tali elementi arricchiti del pensiero cristiano, si svilupparono man mano secondo il talento, la sensibilità e il temperamento del celebrante.Accanto alla S. Scrittura s'incominciò così a fissare le formole eucologiche più frequenti e più belle, tra le quali in primo luogo le dossologie: la lettera di s. Clemente (m. nel 101 [?]; S. Colombo, SS. Patrum Apostolicorum opera, Roma 1938, pp. 135-41) ha certamente una ispirazione eucaristica; la preghiera di s. Policarpo (m. nel 156; ibid., pp. 452-53) riflette probabilmente l'improvvisazione liturgica dell'epoca. Le opere dei Padri e degli scrittori ecclesiastici dei primi secoli (Origene [m. nel 255], Novaziano [m. nel 258?], s. Cirillo di Gerusalemme [m. nel 386], s. Giovanni Crisostomo [m. nel 407], s. Agostino [m. nel 430]) gli scritti gnostici, gli Atti degli Apostoli apocrifi, le stesse epigrafi funerarie contengono numerose formole eucaristiche liturgiche, con ogni probabilità usate o composte per le ordinarie sinassi (v. LIBRI LITURGICI).
Il principio dell'unicità di formulario, redatto per tutte le Chiese secondo uno schema comune e tradizionale, era stato nei primi tre secoli legge inderogabile. Al sec. iv si verificò in tutto l'Occidente un fenomeno singolare: quasi improvvisamente venne abbandonato il principio dell'unicità ed ogni messa del Temporale e del Santorale fu dotata d'un formulario proprio.
C'è chi ha visto in questo movimento una naturale evoluzione. Intorno all'anafora invariabile si sarebbero cristallizzate a poco a poco un certo numero di parti
variabili a carattere impreciso. Col tempo alcune sarebbero decadute, altre spostate e si sarebbe formato lo schema della messa romana del sec. v (cf. A. Paredi, I Prefazi ambrosiani, Milano 1937, pp. 7-8). Altri autori, invece, ritengono che si tratti di una vera e propria rivoluzione liturgica compiutasi a Roma tra il 380 e il 420, ma presumibilmente ad opera di papa Damaso (366-384; Bourque, op. cit. in bibl., p. 37), il quale con l'assegnare le formole variabili alle messe avrebbe completato l'opera di restaurazione e di abbellimento dei cimiteri cristiani e del culto dei martiri. Le generazioni posteriori avrebbero conservato un vago ricordo della riforma damasiana, dimenticandone l'oggetto preciso. A questo si riferirebbe l'attività liturgica che le fonti del sec. vi-vii gli attribuiscono (MGH, Gesta Pontificum Romanorum, I, pp. 83-84).
4. I «libelli missarum»
Il s. è un libro composto di vari libelli missarum, di cui ogniChiesa era provvista per il normale svolgimento del culto. Caratteristico è l'episodio di Sidonio Apollinare, il quale, invitato a celebrare in occasione di una grande festa, ed essendogli stato portato via il proprio libellus, improvvisò con tanta eloquenza che i fedeli credettero di sentire un angelo (s. Gregorio di Tours, Historia Francorum, II, 22).
L'episodio dice che il libellus era usato comunemente anche per le messe solenni, e non solo per la celebrazione privata, come ha sostenuto qualche studioso (A. Ebner, Iter Italicum, Friburgo in Br. 1896, p. 359). Dapprincipio il libellus tiene il posto di ogni altro libro liturgico, riunendo i formulari necessari ad una data Chiesa. Più tardi, in pieno periodo di s., i libelli sostituiscono i s. per i sacerdoti missionari o itineranti, e contengono l'ordinario, un certo numero di messe votive e comuni, e il rituale di taluni Sacramenti.
La prima specie di libelli dovette fiorire particolarmente a Roma. La storia liturgica della Città eterna, fino alla seconda metà del sec. iv, mostra che nei tituli si celebrava solo quello che oggi si direbbe il Temporale, per altro assai ridotto. Il culto dei santi è esclusivamente locale, e si svolge intorno alle tombe dei martiri. Per questo la depositio martyrum e la depositio episcoporum aggiungono ad ogni festa l'indicazione topografica. Al di fuori di queste feste, i due documenti non ricordano che il Natale Domini, festa comune a tutti i tituli, e il Natale Petri de cathedra, che per i contemporanei non aveva bisogno di altra precisazione. Infine ogni titulus celebrava la Dedicatio. Da ciò si può facilmente ricostruire quel che poteva contenere il libellus missarum di un titulus: un temporale embrionale, una o due messe del Santorale e alcune benedictiones. Il libellus di una chiesa cimiteriale comprendeva le messe dei martiri ivi onorati.
L'eccezione finì per diventare regola durante il sec. V. s. Leone mostrano un forte sviluppo nel culto liturgico con la partecipazione sempre più frequente del pontefice. Si generalizzò l'uso che uno stesso santo fosse celebrato contemporaneamente in tutti i tituli. Un libro con i formulari delle messe eguale per tutti divenne necessario. Si giunge così alla fine del sec. v, epoca delle prime grandi raccolte note sotto il nome di s., che soppiantarono i libelli.
II. IL COSIDDETTO S. LEONIANO. -
5. Il manoscritto
Il manoscritto conservato tuttora alla Capitolare di Ve-rona è in lettere onciali e si compone di 138 fogli. La maggior parte degli studiosi (Delisle, Thompson, Duchesne, Feltoe) lo ritengono del principio del sec. VII. E. A. Lowe precisa: seconda metà del sec. VI (cf. Codices latini antiquiores, IV. Italy: Perugia-Verona, Oxford 1947, p. 32). Solo quest'ultimo autore lo dice eseguito alla scuola di Verona: altri (Beer, Traube, Bishop, Cabrol) propendono per la Spagna, l'Africa, Bobbio e Luxculi.
6. Contenuto
Il Leoniano è una raccolta di un migliaio di formole eucologiche composte per le varie esigenze del culto liturgico. Alcune elegantissime nel concetto e nella forma, altre scadenti e povere di pensiero. Tutte sono caratteristiche per il tecnico cursus. Su 1030 finali sono state rilevate 927 cadenze metriche. Particolarità artistica che tende a scomparire in s. posteriori. Formole leoniane si ritrovano negli altri s.: così il Gelasiano ne ha 107, il Gregoriano 118, il Missale Romanum 35.Le formole sono raggruppate secondo le varie occorrenze liturgiche, ma non senza confusioni. Ogni gruppo (sezione) consta di collette, segrete, postcommuni, orazioni super populum; inoltre uno o due prefazi; caratteristica del Leoniano, che ne conta 167. Le sezioni sono precedute da un titolo, che sembra riferirsi alla circostanza cortologica; oppure sono introdotte dalla semplice parola item alia (missa?). Sono sistemate secondo l'ordine dell'anno civile, cioè per mesi, cosa affatto originale, giacché gli altri s. hanno la tradizionale disposizione dell'anno ecclesiastico.
Nei mesi più poveri di ricorrenze cortologiche si direbbe che il compilatore abbia riempito i vuoti, inserendovi gruppi di messe per circostanze varie, ma in modo arbitrario. Così si spiega perché in apr. si trovino formole per il comune dei martiri, per il tempo pasquale e la dedicazione delle chiese; in luglio orazioni e preci diurne, mattutine e vespertine; a sett. preghiere per la consacrazione di vescovi, diaconi, presbiteri, vergini. Vi sono poi orazioni e prefazi di carattere assai polemico, p. es., contro i falsi confessores mescolati ai veri, contro avversari (subdoli operarii) dai quali bisogna guardarsi come da lupi.

(per cartella di d. C. Montberg, U.S.R.)
(fot. Ene. Catt.)
Ma questo disordine secondo A. Chavasse (op. cit. in bibl.), è solo apparente, e nasconderebbe un ordine reale, la cui percezione illuminerebbe singolarmente la composizione e l'origine dell'intera compilazione. Cioè il fatto che i diversi libelli non siano stati smembrati secondo il contenuto, ma siano rimasti intatti e giustapposti, costituisce un ottimo mezzo oggi per individuarli, datarli e assegnarne la paternità ai vari autori.
7. Autore e data
Le particolarità accennate fanno chiaramente vedere che il Leoniano non è un libro liturgico ufficiale. Certamente non ha mai servito all'altare. È una compilazione privata, fatta da un privato, a scopo privato. Una raccolta di materiali di diversa provenienza e di diverse epoche. Sull'autore e la data di composizione sono state avanzate innumerevoli ipotesi. Ecco le principali: a) autore s. Leone Magno (440-61). Così pensarono i primi editori, seguiti dal Quesnel, dal Tomasi e in parte dal Probst. Certo non mancano espressioni che risentono dello stile e del frasario di s. Leone (C. Callewaert, St-Léon le Grand et les textes du Léonien, in Sacris erudiri, 1 [1948], pp. 35-122). b) Composizione dopo Simplicio (468-83) e prima di Gelasio (492-96). Così gli autori (Muratori in particolare) che vedono una dipendenza del Gelasiano dal Leoniano. c) M. Rule pensa che il Leoniano abbia avuto tre redazioni differenti: una sotto s. Leone (440-61), la seconda sotto Ilaro (461-68), la terza sotto Simplicio (468-83). d) F. Probst lo faserebbe tra il 483 e il 492, con gruppi di formole anteriori (s. Leone e s. Damaso). Per alcune orazioni ammette che l'autore
(per cortesia di dom. L. Eisenhower, O.S.B.)
razione per la liturgia romana. Non si potrebbe pensare ad uno dei quei pellegrini dei quali restano altri lavori come le sillogi epigrafiche? 6) Il Leoniano non è né un s. né un pre-s., perché composto dopo il 560 quando già a Roma esisteva un s. Ma con tutti i suoi difetti ha un valore immenso perché ha conservato veri gioielli dell'antica liturgia romana e costituisce il termine di passaggio tra i libelli e i s.
III. S. GELASIANO. -
8. Contenuto
Il Gelasiano è un libro ufficiale, il primo s. romano; il Reg. 316 ne è il manoscritto più cospicuo (v. MEROVINGICA SCRITTURA). È diviso in 3 ll. Il I contiene il Temporale, cioè le messe dalla vigilia di Natale all'ottava di Pentecoste, i riti delle Ordinazioni, del catecumenato, della benedizione degli olii, del fonte e della consacrazione delle vergini. Il II raccoglie le messe del Santorale da s. Felice confessore (15 genn.) a s. Tommaso (51 dic.), otto schemi di messe in natal. plurimorum sanctorum, e 5 de adventum (!) Domini. Nel III si trovano 16 orationes et preces cum canone per dominicis diebus, il Canone, una raccolta di benedictiones super populum post communionem, messe votive, benedizioni varie (aque spargendae in domo, aquae exorcizatae ad fulgura, pomorum, arboris) e diversi schemi di orazioni per i defunti.9. Autore e data
Spogliato di tutte le sovrastrutture, per lo più gallicane, dei secc. VI-VIII nel Reg. 316 si ritrova sostanzialmente il s. originale composto alla fine del sec. V. Ciò è chiaro dai dati storici, dalle peculiarità lessicali e dal contenuto. Talune espressioni come consignatio, per indicare la confermazione, la formola speciale della Comunione, gli Hane igitur senza diesque noxtras, la mancanza di un numero determinato di domeniche dopo l'Epifania e la Pentecoste, espressioni parallele e analogie tra il Gelasiano e la Regola di s. Benedetto (scritta probabilmente tra il 535 e il 547) sono indizi d'una liturgia pregregoriana. Inoltre la liturgia del Gelasiano antico corrisponde perfettamente all'organizzazione, alla disciplina e alle istituzioni in vigore a Roma nel sec. VI. Così le messe degli scrutini di Quaresima, le tre messe del Giovedì Santo, la messa in reconciliatione poenitentia, la missa chrismatis e la missa ad vesperum, ridotte ad una sola al tempo di s. Gregorio, le due orazioni prima della secreta (la prima soppressa nel sec. VI), le cinque messe dell'Avvento introdotte nella seconda metà del sec. VI. Le aggiunte o variazioni fatte al Gelasiano anticosono: nel l. I, la prequaresima, alcuni ritocchi dei riti penitenziali, la denuntiatio pro scrutinio al lunedì della III settimana di quaresima, qualche ritocco all'ordo baptismi della vigilia di Pentecoste, nel rito delle ordinazioni, dove c'è tutta una serie di rubriche gallicane, infine ritocchi alla missa chrismalis del Giovedì Santo, l'ordo per la benedizione del cero pasquale e il rito della dedicatio ecclesiae. Nel l. II, che è la parte restata più pura, il santorale è quasi intatto: vi sono state aggiunte soltanto le quattro feste della Vergine e le due feste della s. Croce. Nel l. III è stato inserito il Canone, che è quello riformato da s. Gregorio, e qualche formola di benedizione.
Queste interpolazioni hanno tutte un carattere gallicano e sono state fatte a più riprese. Una prima revisione si può porre verso il 550, cioè dopo l'arrivo in Gallia del s. Sono di quell'epoca le messe dell'Avvento e i riti degli Ordini minori. Una seconda revisione deve aver avuto luogo dopo s. Gregorio (590-604) e prima di papa Sergio (687-701), quando furono introdotti il Canone e le feste mariane e della Croce. Terza revisione verso il 700, appena un mezzo secolo prima che fosse scritto il Reg. 316.
Il Gelasiano è un s. papale. Un esame attento del contenuto e delle fonti ne portano la composizione alla fine del sec. VI. Dal Liber Pontificalis (scritto verso il 530) si sa che Gelasio (492-96) fecit... sacramentorum praefationes et orationes canto sermone (Lib. Pont., I, p. 255). Si tratta con molta probabilità della collezione sistematica di formole liturgiche, che papa Gelasio ha compilato sulla scorta dei numerosi libelli missarum dei santuari romani e delle collezioni lateranensi, alla quale la tradizione e la storia liturgica ha conservato senza mentire il nome del suo autore.
3. I «Gelasiani del sec. VIII». — Entrato in Gallia poco prima della metà del sec. VI (Bourque, cit. in bibl. p. 199), il S. gelasiano vi ebbe una grande diffusione, soppiantando i libri del vecchio rito gallicano. Però il testo genuino romano dovette subire adattamenti per le Chiese francesi. Verso il 750, probabilmente per impulso del re Pipino, fu redatto un s. sincretista, che tenne per base il Gelasiano, ma con aggiunta di elementi tratti dal Gregoriano, già penetrato in Francia e da altri s. locali. A questo tipo composito di s. i liturgisti danno di solito, dopo il Bishop, il nome di «Gelasiani del sec. VIII», altri preferiscono la denominazione «vecchi Gelasiani» per quelli antichi e «tardi Gelasiani» per questo nuovo tipo che continuò a restare e riprodursi anche dopo il sec. VIII.
Al tipo gelasiano si riconnette il Missale Francorum (cod. Reg. Vat. 257), scritto presso Liegi alla fine del sec. VII, edito dal Tomasi (Opera, VI, pp. 341-68) e dal Muratori (Lit. Rom. vet., II, pp. 661-758). Il Wilmart lo ritiene dell'inizio del sec. VIII. Inizialmente (sec. VI) era un pontificale col rito delle ordinazioni, più tardi furono aggiunti alcuni formulari di messe e il Canone pregregoriano. Non mancano neppure elementi gallicani.

naz. ms. lat. 12048, composto nel 770-80, inedito. Studio comparativo di P. de Puniet in Ephem. lit. 1934-38. 2) Angoulême, Bibliot. naz., ms. lat. 816, fine sec. VIII o inizio IX, ed. P. Cagin, Angoulême 1920; indice anal. di F. Combaluzier, in Ephem. lit., suppl. al fasc. III, 1952. 3) S. Gallo, ms. 348, verso 800-20, ed. C. Mohlberg, Münster in V. 1930. 4) Rheinau Bibliot. di Zurigo, ms. 30, iniz. sec. IX, utilizzato da Gerbe, t. Monom. vet. lit. alem., I. Sankt Blasien 1779, pp. 362-99. 5) Fuldense, sec. X, ed. G. Richter-A. Schönfelder, Fulda 1912. 6) Rossianum, Bibl. Vat., Ross. lat. 204, sec. XI, ed. G. Brinktrine, Friburgo in Br. 1930. 7) S. triplex (Gelasiano, Gregoriano, Ambrosiano) (Bibliot. di Zurigo C. 43), ed. Gerbert, op. cit., I, pp. 1-240; analisi e storia in DACL. VIII, 233 sgg. 8) S. di Berlino 125 (Phill. 1667), fine sec. VIII o iniz. IX, inedito, studio di P. de Puniet in Ephem. lit., 43 (1929), pp. 91-1909, 280-303; 46 (1932), pp. 379-95. 9) S. palinsesto (Roma, Bibliot. Angelica), sec. VIII, descriz. C. Mohlberg, Roma 1925. 10) Echternach, Parigi, Bibliot. naz., ms. lat. 9433, fine sec. IX. 11) Montecassino, ms. 271, datato 760-70. 12) Praga, Bibliot. cap. O. LXXXIII, sec. VIII-IX, ed. A. Dold-L. Eizenhöfer, Beuron 1949. 3. Studi: E. Bourque (cit. sopra), pp. 171-298; DACL, VI, coll. 747-77; C. Mohlberg, Note liturgiche. Elementi per precisare l'origine del S. Gel. del sec. VIII, in Rend. Pont. Ac. Rom. Arch., 7 (1931), pp. 19-33; id., Note in alcuni S., ibid., 14 (1940), pp. 131-79; B. Capelle, Le pape Géluse et la Messe romaine, in Rev. d'hist. ecclés., 40 (1939), 22-34; A. Chavasse, Les Messes quadragésimales du Gelasien, in Ephem. lit., 63 (1949), pp. 257-75.
IV. S. GREGORIANO. — I. Contenuto. — Varia secondo i diversi manoscritti, ma sostanzialmente ha questa disposizione: temporale e santorale sono fusi insieme e incominciano con la vigilia di Natale. Seguono le feste di s. Stefano, s. Giovanni, i ss. Innocenti, l'Epifania, la Purificazione (2 febbr.), l'Annunciazione (25 marzo), le domeniche della prequaresima, quelle di Quaresima, Settimana Santa con alcune benedizioni per i catecumeni, sei lezioni al Sabato Santo e la benedizione del fonte, l'ottava di Pasqua, le litanie maggiori al 25 apr., l'Ascensione, la Pentecoste con l'ottava, le quattro tempora del quarto mese, la festa di s. Giovanni Battista, dei ss. Pie-

(per cortesia di d. L. Mohlberg, O.S.B.)
10. Autore e data
Dal sec. IX la tradizione è costante nel ritenere il Gregoriano opera di s. Gregorio (590-604). Questa paternità è oggi ammessa universalmente, dopo che le tesi contrarie di A. Gevaert e di G. Eckhart sono state respinte.La testimonianza più antica risale alla fine del sec. VII. S. Adelmo (m. nel 709) vescovo di Sherbourne, che visse dal 687 al 701 a Roma, riferisce che s. Gregorio ha posto nel Canone vicini i nomi di s. Agata e s. Lucia (De laud. virg., 42: PL 39, 142). L'arcivescovo di York, Egberto, è ancora più esplicito quando in uno scritto del 735-36 attribuisce a s. Gregorio la composizione d'un antifonario e d'un messale (PL 89, 441), da lui visti a S. Pietro. Abbondanti sono le testimonianze dei secoli successivi.
La critica interna conferma questi dati ormai acquisiti alla storia. La data di Pasqua al 3 apr. e della Pentecoste al 22 maggio e la disposizione generale dell'anno del calendario nel Gregoriano, assicurano che il S. è stato composto per il 595. In quell'anno Gregorio riunì in sinodo 23 vescovi e 35 presbiteri dei tituli urbani nei quali erano state compiute importanti riforme liturgiche.
11. Carattere
Un semplice raffronto tra il Gelasiano e il Gregoriano mostra che la riforma, pur restando in una linea perfettamente romana, è profonda e completa. Non s'è limitata alla parte formale del messale, ma si è spinta fino agli schemi dei formulari e alla sostanza dei formulari stessi. Probabilmente, come Gelasio, il Papa si fece raccogliere i libelli missarum dei vari tituli e su questi lavorò. Una delle preoccupazioni principali fu di abbreviare e fare una cosa pratica. Per questo inserì il santorale nel temporale, ridusse sensibilmente il numero dei prefazi (267 nel Leoniano, 54 nel Gelasiano, 25 nel Pa-duensis, 10 nell'Hadrianum), e degli emboliami festivi del Canone. S. Gregorio non esitò a derogare pure alla tradizione, quando lo scopo che voleva raggiungere col suo ordinamento lo richiedeva. Così nella serie del communio di Quaresima, sostituì cinque antifone prese dai salmi con altrettante prese dal Vangelo del giorno, per sottolineare l'idea battesimale.
Alle orazioni super populum diede la forma di collette ordinarie, modificando il carattere originario di benedizione.
Le feste comuni al Gelasiano e al Gregoriano sono 35, quelle proprie del Gregoriano 28, delle quali una diecina sono gli eponimi dei tituli romani; 15 feste del Gelasiano non si ritrovano nel Gregoriano.
Il lavoro di s. Gregorio non fu dunque una pura compilazione. Ma le idee e lo stile del grande riformatore si ritrovano in tutto l'insieme come anche in taluni formulari, ad es. nella messa di s. Agata, del venerdì di Passione, nel prefazio di Natale, nel communicantes dell'Ascensione e dell'Epifania.
12. L'Adrianeo
Nel sec. VII-VIII il Gregoriano originale (A) subì aggiunte, accorciamenti e rimanioplazioni. Verso la fine del sec. CARLOMANNO (v.), nell'intento di introdurre in tutto l'Impero la liturgia romana chiese a papa Adriano (771-95) un s. che servisse di norma. Il Papa, tra il 784 e il 791, gli mandò il Liber sacramentorum a sancto dispositus praedecestore nostro deifluo Gregorio papa. Il codice rimase come esemplare tipico nella Biblioteca imperiale di Aquisgrana e ne furono fatte numerose copie (B). Il nuovo S. adrianeo-gregoriano, o più semplicemente franco, s'introduesse nelle Gallie, sostituendo a poco a poco i s. gelasiani e gregoriani preesistenti. Ma il nuovo arrivato non corrispondeva appieno alle esigenze gallicane. Perciò il consigliere imperiale Alcuino (m. nell'804) dai s. usati fino allora estrasse alcuni formulari, formandone un supplemento, che aggiunse al manoscritto venuto da Roma. Al supplemento premise un prologo (la «praefatiuncula»: Hucusque) nel quale Alcuino espose i criteri usati nella compilazione. Il s. franco munito del supplemento alcuiniano si diffuse rapidamente (C); però alcune Chiese per maggior comodità composero propri supplementi (D), mentre altre, per rendere il libro ancora più pratico, incominciarono a scrivere i formulari in margine o ad inserirli nel testo (E) finché nel sec. X l'inserzione fu completa, e il s. col supplemento formarono un tutto organico (F).A questo punto (sporadicamente era apparso già dal sec. VII) va affermandosi quest'ultimo tipo. Alle formole ad uso del celebrante si aggiungono le letture e i canti, formando un libro composito che abbina la completezza alla praticità. Esso segna il declino, poi il tramonto definitivo del s., per lasciare passo libero, nel sec. XII, al messale plenario, antesignano del nostro Missale romanum (
V. MESSALE)
Vedi tav. XCVI.Adrianeo senza supplem.: Cambrai, ms. 164 (sec. IX), ed. H. Lietzmann (Münster in V. 1928). C) Adrianeo con suppl. regolare; Vat. Ottob. 313, Reg. 337 (sec. IX), hanno servito di base all'ed. del Muratori e del Wilson; Parigi, Bibliot. naz. 12050 (sec. IX), ed. U. Ménard, Parigi 1641, riprodotto in PL 78, 26-240. Colonia, Bibliot. capitolare 137 (sec. XI), ed. G. Pamelius, Colonia 1571. D) Adrianeo con suppl. irregolare: Magonza, Bibliot. del Seminario (sec. IX), ed. A. Dold, Beuron 1919. Verona, Bibliot. capitolare, cod. LXXXVI (81) e XCI (86) (sec. IX). E) Adrianeo con fusione incipiente; Firenze, Bibliot. naz. XXXVI, 13 (sec. X), Ivrea, Bibliot. capitolare, 86 (S. di Varmondo, fine sec. X), cf. L. Magnani, Le miniature del s. d'Ivrea, Città del Vaticano 1934. Bibliot. Vatic. 3806 (sec. X), ed. A. Rocca, 1596. F) Adrianeo a fusione completa: Bibliot. Vatic. 4770 (sec. X-XI), Montecassino, cod. 339 (sec. XI), Bibliot. Vatic. 3548 (sec. XI), apparonato col S. Fuldense (sec. X), Milano, Bibliot. Ambros. D. 84 (sec. X); è un messale plenario. 3. Studi. Bourque (citato sopra), pp. 299-304; F. Cabrol, Grégorien (Sacramentaire), in DACL. VI, coll. 1776-96 (con ampia bibl. fino al 1925); H. Lietzmann, Auf dem Wege zum Urgregorianum, in Jahrb. für Liturniewirschsch., 9 (1929), pp. 132-38; H. Schmidt, De lectionibus variantibus in formulis identicis Sacramentariorum Leoniani, Gelusiani et Gregoriani, in Sacris erudiri, 4 (1932), pp. 103-73. Annibale Bugnini