GREGORIO I, PAPA, detto MAGNO, santo, dottore della Chiesa. - N. a Roma verso il 540, ascese il pontificato il 3 sett. 590, m. il 12 marzo 604.
1. PRIMA DEL PONTIFICATO
1. La famiglia
Non v'ha dubbio che G. appartenesse ad una famiglia patrizia, voluta precisare con gli Anicii, ma in una delle sue lettere G. parla dell'ospizio degli Anicii senza dir nulla in proposito (Reg., IX, 8). Se G. è stato un Anicio, lo è stato per mezzo dei Petronii ai quali appartenevano i suoi antenati, poiché nel sec. VI tra le due famiglie numerosi erano i legami di parentela (cf. G. B. De Rossi, Inscriptiones christianae urbis Romae septimo saeculo antiquiores, I, Roma 1867, p. 371 sg.). Felice III, papa dal 483 al 492, era suo trisavolo. Due sorelle di suo padre Gordiano, Tarsilla ed Emiliana, si consacrarono a Dio lo stesso giorno (Homil. in Evang., XXXVIII, 15) ed erano onorate come sante, non meno della madre di G., Silvia. Le immagini di Gordiano, di Silvia e di G. quali apparivano nella decorazione pittorica del monastero «ad Clivum Scauri» furono minuziosamente descritte da Giovanni Diacono (sec. IX), in S. Gregorii Magni vita (IV, 83-84), così da lasciare immaginare un ritratto approssimativo del Pontefice e dei suoi genitori (cf. H. Leclercq, s. v. in DACL, VI, coll. 1764-68). La famiglia di G. possedeva sul Celio un grande palazzo, dove oggi sorge la chiesa di S. Gregorio.
2. Formazione intellettuale
Il contemporaneo s. Gregorio di Tours (Hist. Francorum, X, 1) assicura che G., al momento dell'elezione papale, era «così bene istruito nelle lettere, nella grammatica, nella dialettica e nella retorica che nella città eterna non era secondo ad alcuno». Ad uno scrittore come Gregorio di Tours, che trovava difficoltà anche nelle regole più semplici della grammatica latina e che confessava di ignorare i casi dei sostantivi e i tempi dei verbi, doveva certamente meravigliare la cultura letteraria del suo omonimo che, senza dubbio, non aveva competitori in materia ma era di un'eccellenza tutta relativa. Basterà ricordare che lo stesso G., anche se con iperbole, dichiara di non conoscere il greco e in latino si confessa incapace di evitare i barbarismi o di dare sempre ai nomi il caso richiesto da ogni preposizione. Il suo latino era quello della buona società romana dell'epoca, quello della conversazione, ma non un latino letterario.
La cultura biblica e la conoscenza dei Padri, assai vasta e veramente profonda, rimonta al tempo della vita monastica di G., mentre in precedenza aveva dovuto imparare la giurisprudenza e le leggi che regolavano l'amministrazione di Roma, di assoluta necessità per la carriera di alto funzionario, alla quale era stato avviato.
3. Prefetto di Roma
G. ricorda in una lettera (Reg., IV, 2) il tempo in cui firmò, in qualità di prefetto (forse di pretore) di Roma, un atto solenne, cioè la dichiarazione del vescovo di Milano, Lorenzo, con la quale accettava, davanti a testimoni, la condanna dei Tre Capitoli. Un tale ufficio procurava non poche beghe e al termine della carica il titolare doveva andare a rendere conto a Ravenna. Lo stesso G. ricorda che ben pochi dei suoi successori se la cavarono senza danni. Per conseguenza, solamente per dovere ritenne la detta fastidiosa magistratura, tanto più che si sentiva fortemente attratto alla vita monastica. Dichiarava infatti a Leandro di Siviglia (Reg., V, 53 a) di essere stato trattenuto qualche tempo dal seguire questa vocazione non solo per la difficoltà che provava a cambiare abitudini, ma anche perché gli sembrava di dover ancora prestare «servizio» nel mondo, nonostante la sua ripugnanza.
Degli anni di amministrazione conservò però il vivo senso di disciplina e della necessità dell'ordine e, da papa, ricorderà volentieri ai magistrati e ai dignitari ecclesiastici il rispetto alla regola della loro professione e la regolarità del disbrigo degli affari, tradizionale negli alti funzionari romani, che rimane per tutti la migliore garanzia del diritto e del bene pubblico.
4. Professione monastica
Ad un certo momento la vocazione allo stato religioso prevalse. Rinunciò agli onori, regolò i suoi conti, mutò abito e costume. Mentre prima, dice Gregorio di Tours (Hist. Franc., X, 1), lo si vedeva per le vie di Roma vestito di toga di porpora, ornata di gemme, ora si scorgeva coperto dell'umile abito monastico.
Il suo monastero fu la casa paterna sul «Clivus Scauri», che s'innutò all'apostolo Andrea. Ne fondò poi altri sei nei suoi poderi in Sicilia. G. non volle essere abate del monastero da lui fondato, preferì praticare l'obbedienza sotto la guida dell'abate Valenzione (Dialog., IV, 21). La Regola adottata era quella di s. Benedetto, al quale G. riservò il secondo libro dei suoi Dialoghi.
La difficoltà incontrata nel praticare il digiuno fu esiziale per la sua salute che ne risentì per tutta la vita (Reg., V, 53a; Hom. in Evang., II, 22).
5. Apocrisario a Costantinopoli
G. non poté godere a lungo la pace della vita monastica. Era vacante il posto di un diacono regionario e il Pontefice scelse G., di cui era conosciuto il merito e l'attitudine negli affari. Non è certo se l'ordinazione di G. sia avvenuta sotto Benedetto I (574-78) o all'inizio del pontificato di Pelagio II (579-90). Non v'ha dubbio invece che Pelagio II l'abbia inviato apocrisario, oggi si direbbe nunzio, a Costantinopoli, presso l'imperatore Tiberio II nel 579.
Nella capitale bizantina, G. rimase fino al 585, continuando, per quanto gli era possibile, la vita in comune con alcuni monaci che lo avevano seguito da Roma. Nonostante non parlasse speditamente il greco, fu in relazione con eminenti personaggi di Costantinopoli, e, eletto papa, conservò queste amicizie. La conoscenza poi dell'imperatore Maurizio, succeduto a Tiberio nel 582, che G. giudicava enigmatico, e le esperienze fatte dell'ambiente bizantino gli furono utilissime per il governo della Chiesa. La sua attività diplomatica a Costantinopoli non gli impedì di iniziare la celebre esposizione del Libro di Giobbe, conosciuta con il nome di Moralia, per la quale era stato pregato dall'amico s. Leandro di Siviglia.
Tornato a Roma nel 585 riprese la vita monastica al «Clivus Scauri», meditando e commentando le S. Scritture. Ma Pelagio II, che conosceva il valore dell'uomo, non mancava di usarne nelle difficoltà dei molteplici affari e non poche delle lettere del Pontefice, riferisce Paolo Diacono (Hist. Langobardorum, III, 30), sono opera di G. che gli fungeva da segretario.
II. PONTEFICE
1. Elezione
Nell'ott. 580 si rovesciarono in Roma non poche sciagure che, come conclusione, portarono, nel genn. del 590, la terribile peste inguinaria (Gregorio di Tours, Hist. Franc., X, 1; G., Dial., III, 19; Paolo Diacono, Hist. Lang., III, 23; id., Vita Greg., 10; Giovanni Diacono, Vita Greg., I, 34-35). Tra le prime vittime fu papa Pelagio II che morì verso il 15 genn., ma i morti poi non si contarono più. Paolo Diacono (Vita Greg., 10) afferma che intere contrade della città rimasero spopolate.
In questo stato di abbattimento e di angoscia, con i gravi pericoli che incalzavano, si vide la necessità di provvedere subito all'elezione del nuovo pontefice. Fu acclamato da tutto il popolo G. che cercò di sottrarvisi. Anche il tentativo di pregare l'Imperatore che non confermasse l'elezione, andò a vuoto, poiché il prefetto ritenne la lettera di G. e inviò la supplica del popolo romano perché Maurizio si affrettasse a confermare la designazione del suo amico. Dopo un vano tentativo di fuga, G. fu costretto a lasciarsi condurre in S. Pietro per esservi consacrato papa. La cerimonia fu compiuta il 3 ott. 590 (Lib. Pont., I, p. 312).

2. Azione pastorale: a) a Roma e in Italia
Mentre si era ancora in attesa della conferma imperiale, G. uscì dal monastero e si pose subito all'opera per organizzare i soccorsi, tenne al popolo un discorso che era insieme un grido di angoscia e un invito alla speranza (Giovanni Diacono, Vita Greg., I, 41), indicava così per il giorno seguente una processione di penitenza che doveva muovere dalle varie chiese di Roma verso la Basilica Liberiana: la cosiddetta litania septiformis, che fu ripetuta tre giorni di seguito.
Quando cessò la peste, Roma andò soggetta ad altre sciagure: la fame, che G. cercò di alleviare sollecitando da Giustino, pretore della Sicilia, spedizioni di grano superiori alle normali (Reg., I, 2); il pericolo di occupazione longobarda, che rimaneva sempre minaccioso; la guarnigione che si agitava perché non veniva pagata (Reg., I, 3); si aggiungevano le tempeste che sradicavano gli alberi e facevano cadere le case e le chiese (Homil. in Evang., I, 1, 5). G. con le sue lettere e con le sue omelie incoraggiava tutti ed esortava i funzionari al compimento esatto dei loro doveri.

Come capo della Chiesa universale e patriarca di Occidente, esercitò un'autorità particolare, quella cioè di metropolita, sulle Chiese d'Italia che costituivano la sua giurisdizione «suburbicaria», con a nord la Toscana e a sud la Sicilia. G. esercitò un costante controllo tanto sulle elezioni vescovili quanto sull'adempimento dei doveri dei vescovi: i rettori che, in ogni provincia dove la S. Sede aveva dei beni, erano incaricati dell'amministrazione dei medesimi, gli servivano d'intermediari ufficiali per compiere inchieste e rendere note le decisioni. La loro nomina veniva notificata ai vescovi che, a loro volta, dovevano considerarli come rappresentanti del Papa. Quando un caso particolare poi lo avesse richiesto, il Papa designava un visitatore che sul luogo stesso compisse un'inchiesta, facesse il suo rapporto e promulgasse, all'occorrenza, le decisioni prese.
La storia della Chiesa di Napoli, sotto G., ha procurato un esempio significativo di tali interventi (cf. Reg., III, 15, 58, 60; X, 19; XI, 12, 53; XII, 29). Non meno risoluti furono gl'interventi di G. con i vescovi di Amalfi e di Taranto. Come però G. era risoluto nell'esigere dai vescovi i loro doveri, lo era altrettanto nel difendere i loro diritti: appena un «defensor», incaricato del patrimonio di Sicilia, usurpa i diritti del vescovo, cui solo spetta guidare il proprio clero (Reg., XI, 24) o si profitta della vacanza della sede per compromettere i diritti del successore su un monastero della diocesi (Reg., XI, 54), il Papa interviene per impedire gli abusi che mettono in pericolo l'autorità dell'episcopato.
All'infuori della metropoli di Roma e del suo territorio, l'Italia si divideva in tre metropoli: Milano, Aquileia e Ravenna. Il più delle volte G., rispettoso come era dei diritti altrui, non corrispondeva direttamente con i vescovi di dette circoscrizioni, ma solamente con i metropoliti, i quali rispondevano dei loro suffraganei, come egli dei propri. Ma quando il caso richiedeva un'azione presso i singoli vescovi, per il bene comune della Chiesa, non mancava di farlo. Così infatti fu posto fine allo scisma di Aquileia, quando il metropolita Severo non volle sottomettersi al giusto richiamo del Papa (cf. Reg., XII, 13; XIII, 36).
Nella provincia di Milano la prudenza di G. riuscì a vincere le ultime resistenze alla condanna dei Tre Capitoli, dovute soprattutto alla pressione di Teodolinda, regina dei Longobardi, la quale, benché cattolica, vi era attaccata per ispirazione del suo direttore di coscienza, il monaco Secondo (cf. Reg., XIV, 12).
I metropoliti di Ravenna, data la particolare situazione della città, sede dell'esarca bizantino, sembravano talvolta perdere veramente il controllo, per conseguenza i rapporti del Papa con loro richiedevano speciale attenzione, che G. non mancò di usare. Costretto dal proprio ufficio a far sentire la sua severità, lasciava intravvedere la tenerezza del suo cuore, mantenendo sempre alto il prestigio della Sede di Roma (cf. Reg., V, 11, 15; XI, 21; XIII, 30).
b) Nella Spagna. - Tra le province dipendenti dal patriarcato d'Occidente una delle più tranquille, durante il pontificato di G., era la Spagna. Nel 587 era avvenuta la conversione del re visigoto. Recaredo e nel 589 il III Concilio di Toledo ricevette la notizia ufficiale della conversione di tutti i Visigoti. Leandro di Siviglia che aveva tanto lavorato a questa conversione ne informò il nuovo Papa che era anche suo amico. G. dimostrò la sua gioia in una lettera dell'apr. 591 (Reg., I, 41). Recaredo stesso inviò poi a G. tre abati che dovessero presentare i suoi omaggi e i suoi doni, ma il mare fu così cattivo che non permise loro di andare oltre Marsiglia. Da parte sua G. aveva mandato a Malaga il sacerdote Proibino e il Re lo invitò a corte, senza che questi vi potesse andare per ragioni di salute. Vi fu però lo scambio dei doni tra Recaredo e G. Questi, con i suoi buoni uffici e con la discrezione richiesta, aiutò il Re perché i Bizantini rimanessero nella costa sud-est, lungo il litorale. Anche in questo territorio G. esercitò il suo ufficio di giudice supremo nelle questioni ecclesiastiche: intervenne nei confronti del governatore Comiziolo che aveva fatto deporre arbitrariamente due vescovi, inviando il «defensor» Giovanni per ristabilire le cose.
c) In Africa. - Dopo la vittoria di Belisario sui Vandali, l'Africa settentrionale era passata ai Bizantini e, per conseguenza, la Chiesa aveva ripreso a poco a poco il suo vigore. Un improvviso rifiorire del donatismo impegnò l'azione pastorale di G., il quale si oppose con tutte le forze a fare scomparire gli scandali che ne provenivano. Dopo aver fatto inutile appello all'autorità civile, si rivolse alle sole forze dell'episcopato e, affiancato da si validi cooperatori, ottenne quanto desiderava. Dopo il 596 non si trova più alcuna lettera di G. che parli dei donatisti.
d) In Francia. - La Gallia era stata recentemente unificata sotto il Regno cattolico dei Franchi, ma le guerre civili che agitavano e sconvolsero il Regno merovingico, le inaudite crudeltà dei sovrani e dei principi ebbero un riflesso doloroso anche sulle condizioni morali e disciplinari della Chiesa. Le condizioni della Chiesa franca, quando G. fu eletto papa, erano veramente disastrose (cf. Gregorio di Tours, Hist. Franc., IV, 12, 43; VII, 20; VIII, 29, 29). Pregato da Childeberto, re dell'Austrasia, G. inviò a Virgilio di Arles il pallio e lo nominò vicario pontificio delle province d'Austrasia, di Burgundia e di Aquitania, con facoltà di risolvere le questioni di minore importanza, usando la sua stessa autorità, e quelle più gravi con l'aiuto di dodici vescovi. Solo in casi estremi doveva ricorrere a Roma. G. intervenne ripetutamente e con successo presso la regina Brunichilde per far cessare lo scandalo della simonia, della consacrazione dei laici all'episcopato e delle pratiche paganeggianti ancora in uso, specialmente nelle campagne.
e) In Inghilterra. - Quando nel 590 G. ascese il soglio pontificio, nulla lasciava intravvedere che l'Inghilterra fosse alla vigilia di divenire una nazione cristiana. Gli Angli e i Sassoni invasori vi avevano ristabilito il paganesimo. Il bisogno della conversione degli Anglosassoni nella mente di G. sorse non appena le condizioni politiche del Regno franco gli dettero garanzia di passaggio ai missionari che avrebbe mandato. Nel 595 G. ordinava al prete Candido di acquistare dei giovani schiavi anglosassoni, perché fossero educati in uno dei monasteri di Roma e nel 596 tentò l'impresa inviando un gruppo di monaci missionari dal suo monastero «ad Clivum Scauri». Nel 597 la conversione del re Etelberto e di dieci mila anglosassoni diceva che il disegno di G. era pienamente riuscito (v. AGOSTINO, vescovo di CANTERBURY, santo). G. tracciò anche le linee generali della gerarchia cattolica in Inghilterra (Reg., XI, 39), basata sulla divisione romana dell'Impero, che però s. Agostino di Canterbury, tenendo conto della situazione politica attuale, credette bene modificare. Nell'epitaffio di G. è fatta menzione della conversione dell'Inghilterra per opera sua (cf. il testo in A. Silvagni, Inscriptiones christianae urbis Romae saeculo septimo antiquiores, II, Roma 1935, n. 4156).
f) In Oriente. — Le relazioni tra la Chiesa di Roma e quelle di Oriente, al tempo di G., si riducono in massima parte alle vicende del dissidio con la Chiesa di Costantinopoli, che la prudenza e la costanza del Papa non valsero a risolvere. Nel Concilio di Costantinopoli del 587, il patriarca Giovanni il Digiunatore, che lo presiedette, firmando gli atti si sottoscrisse con il titolo di «patriarca ecumenico». Pelagio II si rifiutò di riconoscere legale tale Concilio radunatosi senza la sua autorizzazione e protestò contro il titolo di «patriarca ecumenico» assunto dal Digiunatore (cf. Reg., V, 44), nel quale vedeva, giustamente, compromessa la stessa autorità del papato in Oriente.
G. aspettò cinque anni dopo la sua elezione per domandare a Giovanni la rinuncia del titolo che non gli spettava. L'occasione gli fu offerta dall'appello che due sacerdoti dell'Asia Minore avevano fatto alla S. Sede (Reg., V, 45). Con le lettere all'Imperatore, all'Imperatrice e al Patriarca (Reg., V, 37, 39, 44) nel giugno 595, insisteva specialmente sul carattere orgoglioso del titolo suddetto, «simmatizzando l'orgoglio del Digiunatore con termini molto chiari (Reg., V, 37). Nelle lettere inviate ai patriarchi di Alessandria e di Antiochia, che sono dello stesso tempo, G. rifaceva la storia del conflitto a cominciare da Pelagio II: ricordava che il Concilio di Calcedonia non aveva dato ai romani pontefici un tal titolo ed esortava i patriarchi a non volerlo assumere né darlo a lui nelle loro lettere (Reg., V, 41). L'imperatore Maurizio non fece nulla perché il patriarca Giovanni rinunciasse al titolo suddetto, anzi nel 597 fece un serio tentativo per vincere l'intransigenza di G. verso il patriarca Ciriaco, succeduto a Giovanni nel sett. 595 (Reg., VII, 30). Ciriaco, già amico di G., ritenne l'aborrito titolo. Gli sforzi di G. per risolvere la questione andarono falliti, ma il pericolo che egli temeva finì per essere allontanato mediante il significato speciale che prese il termine «ecumenico», divenuto sinonimo di autocelalo.
3. Azione politica: a) con i Longobardi
Il 5 sett. 590 moriva Autari, il primo dei re longobardi, che i duchi avevano eletto per provvedere al pericolo della loro situazione anarchica (Paolo Diacono, Hist. Lang., III, 35). Autari aveva vietato di battezzare i Longobardi secondo il rito cattolico. Gli successe Agilulfo, duca di Torino, che sposando la vedova, lasciò concepire grandi speranze, poiché Teodolinda, venendo dalla Baviera, professava non già l'arianesimo ma il cattolicesimo, ed era amatissima dal suo popolo. La realtà presente però non offriva nulla di rassicurante e G. vi conosceva i segni precursori della fine del mondo. Invano cercava di attirare l'attenzione dell'esarca Romano e dello stesso Imperatore sul grave pericolo. Una sola azione tentata dall'esarca fu una manovra inopportuna, che indusse Agilulfo a marciare su Roma.
Per la neghittosità dell'Esarca, G. s'incaricò di trattare con il Re longobardo, e, mediante un tributo di 500 libbre d'oro, indusse Agilulfo a ritirarsi. Paolo Diacono ha colorito il racconto drammatico dell'incontro di G. con Agilulfo, così da farlo somigliare a quello di Leone Magno con Attila (Vita Greg., 26); così pure l'anonimo continuatore della Cronaca di Prospero, verso il 640, era giunto ad assicurare che G. non sarebbe uscito da Roma per supplicare Agilulfo, ma lo avrebbe incontrato sulla gradinata di

GREGORIO I. PAPA, santo — Seppellimento di S. G. e sommossa leggendaria contro la memoria di S. G. avvenuta dopo la morte del Pontefice; il diacono Pietro dall'ambone rende testimonianza a S. G. mentre il popolino getta al rogo i libri del Pontefice. Interessante la facciata del vecchio S. Pietro. Disegno della Vita s. Gregorii, contenuto in un codice del sec. XI proveniente da Farfa — Windsor, Eton College, ms. 124.
S. Pietro (Prosperi auctarii Avicensis novissima, 17). Tutto questo però sta a ribadire il concetto gregoriano della protezione di Roma per mezzo del Principe degli Apostoli, che agiva nella persona del suo successore (cf. O. Bertolini [v. bibl.], p. 283).
I buoni rapporti fra il Papa e la regina Teodolinda furono frustrati nei loro effetti di pace per l'ostinazione dei Bizantini che vedevano con altro occhio il problema longobardo. Nel 595 Agilulfo era disposto ad una tregua generale con l'Esarca e, in mancanza di questa, ad un'altra con il Pontefice, ma a condizioni assai meno vantaggiose. G. ne rese edotto il rappresentante imperiale di Ravenna (Reg., V, 34) ma senza esito, anzi l'Esarca ne trasse motivo per accusare il Papa a Costantinopoli che trattava separatamente con il Re longobardo. L'Imperatore ebbe l'impudenza di rampognare G. con l'ingenuità di un fatuo, ma il Pontefice non perdette la sua calma, rispose come un uomo dolorosamente ferito, ma per nulla intimorito e fermo nel suo patriottismo, sicuro della sua buona coscienza (Reg., V, 36). L'Esarca fece ancora affiggere in Ravenna un libello anonimo in cui l'opera di G. per la pace veniva stigmatizzata come un delitto. Il Papa rispose con la scomunica qualora il calunniatore non fosse riuscito a provare le sue accuse, ipotesi impossibile a verificarsi, sicurissimo come era G. del fatto suo (Reg., VII, 42).
La morte dell'esarca Romano, avvenuta quando il Papa aveva maggiore motivo di lamentarsi della ferocia dei Longobardi, portò un cambiamento di cose. Il successore Callinico si mostrò più ragionevole e, per la mediazione di G., nell'ott. 598 fu firmata la tregua che il Papa intendeva giovasse all'uno e all'altro popolo, cioè ai Longobardi e ai Romani, e costituisse il fondamento della « repubblica cristiana ».
In questo senso vanno intese le felicitazioni e i ringraziamenti del Pontefice ad Agilulfo e alla regina Teodolinda (Reg., IX, 66-67). La politica di G. aveva abilmente preferito le trattative all'intransigenza dell'Imperatore Maurizio, salvando ad un tempo gl'interessi dell'Italia e quelli della Chiesa, avvicinando i Longobardi, ancora ariani, al cattolicesimo.
La tregua del 598 fu rotta per l'imprudenza di Callinico, che fece prigionieri a Parma la figlia e il genero del Re longobardo, ma il nuovo imperatore d'Oriente, Foca, comprese che la politica di G. era l'unica da seguire in Italia, mandò pertanto il vecchio esarca Smaragdo, amico del Papa, per restituire la situazione. G. si fece mallevadore della tregua dei trenta giorni, firmata nel giugno 603 (Reg., XIII, 36), che poteva essere rinnovata e che, secondo il nuovo accordo, doveva durare fino all'apr. del 605. Una lettera scritta dal Papa nel dic. 603 alla regina Teodolinda (Reg., XIV, 12), prega di ringraziare il Re per la tregua concessa ed esprime la gioia di G. per la nascita del principe Adaloldo che ricevette il Battesimo e nel giugno 604 fu proclamato re (Paolo Diacono, Hist. Lang., IV, 25, 27, 30): doveva essere il primo re cattolico dei Longobardi, ma G. non era più tra i vivi.
b) Con i Bizantini. — Nei suoi rapporti con Bisanzio G. si considerava sempre come suddivis. dell'Imperatore e nelle relazioni epistolari non cambia minimamente il formulario protocollare dei predecessori. Ma conscio della sua responsabilità, non ha alcun timore di opporsi anche energicamente all'Imperatore quando questi veniva ad intaccare l'autorità della Chiesa e della S. Sede.
Afferma il principio di indipendenza di fronte al potere civile e rivendica con risolutezza i diritti di s. Pietro, che più volte dichiara avere il fondamento nel S. Vangelo (Reg., V, 37; cf. P. Batifol, St Grégoire le Grand, 3ª ed. Parigi 1928, p. 207, nota 1). Si oppone energicamente a tutto ciò che possa diminuire l'autorità del primato romano, come del primato ecumenico; mantiene ed estende il diritto di appello alla S. Sede su tutte le tendenze diocesane, come pure quello di intervenire sulle questioni disciplinari di tutte le diocesi.
Ritiene poi che l'Imperatore abbia il dovere di difendere Roma e l'Italia contro i Longobardi, ma se la necessità lo esige o i soccorsi imperiali non vengono, nulla gli proibisce di assumere egli stesso la difesa.
Così G. non esitò a fare le sue rimostranze presso l'imperatore Maurizio quando giudicò che la legislazione civile fosse in contrasto con quella ecclesiastica (cf. Reg., III, 61, 64). Biasima fortemente il patriarca di Alessandria Eulogio per non avere approvato i quattro Concili generali e il Tomus ad Flavianum di Leone Magno, per non aver condannato con sufficiente chiarezza Eutiche; Dioscoro e Severo, e non aver definito con precisione teologica le due nature in Cristo (cf. O. Bardenhewer, Ungedruckte Exerpte einer Schrift des Patriarchen Eulogius von Alexandrien (580-607) über Trinität und Incarnation, in Theologische Quartalschrift, 78 [1896], pp. 353-401). Lo stesso G., in una lettera al vescovo di Siracusa, affermava chiaramente che « la Chiesa di Costantinopoli sia sottomessa alla Sede Apostolica, ciò che il piissimo Imperatore e il nostro fratello, il vescovo della città non cessano di riconoscere » (Reg., IX, 26).
4. Azione amministrativa
La legislazione imperiale e le particolari condizioni determinate dall'occupazione longobarda, dal cattivo governo dei Bizantini e dalle calamità, avevano, a poco a poco, imposto ai vescovi di Roma compiti che esorbitavano dalla semplice sfera religiosa ed entravano, non solamente, come si è veduto, nel campo politico ma anche amministrativo ed economico. Anche in questo campo G., nonostante la sua professione di distacco totale dalle cose della terra, dimostrò che l'esperienza personale della giovinezza e della maturità era stata veramente feconda.
La parte più cospicua dell'attività amministrativa ed economica della Chiesa di Roma proveniva dalle estesissime proprietà fondiarie che la facevano considerare la più grande proprietaria di terre nell'Italia bizantina. L'insieme di queste proprietà era indicato con la denominazione di « patrimonium s. Petri », in quanto affermava che il proprietario era lo stesso Principe degli Apostoli.
Al tempo di G., i gruppi patrimoniali della Chiesa di Roma erano: il « patrimonium Alpium Cottianum », tra le Alpi Marittime e Cozie, il Po, l'Appennino tosco-emiliano e il mare (Giovanni Diacono, Vita Greg., II, 53); il « patrimonium Ravennate et Histriae » (Reg., XI, 8); il « patrimonium Piceni », fra l'Adriatico e l'Appennino umbromarchigiano (Giovanni Diacono, loc. cit.); il « patrimonium Tusciae », fra l'Arno, il Tevere e il Tirreno (Reg., IX, 96); il « patrimonium Sabinum et Carseolanum » (Reg., XIII, 38; III, 21); il « patrimonium Appiae », lungo le Vie Appia e Ostiense (Reg., XIV, 14); il « patrimonium Urbanum », i beni immobili nell'interno di Roma (Giovanni Diacono, loc. cit.); il « patrimonium Sanniticum » (id., ibid.), andato quasi completamente perduto con l'occupazione longobarda; il « patrimonium Apulum » molto danneggiato (id., ibid.); il « patrimonium Calabrianum » (Reg., IX, 205-206); il « patrimonium Campaniae », che comprendeva proprietà anche nelle isole antistanti (Reg., XIII, 29); il « patrimonium Lucaniae et Brutiorum » (Reg., IX, 124-27), con l'occupazione longobarda si poteva praticamente parlare del solo « patrimonium Brutiorum », quello lucano essendo scomparso. Era invece rimasto intatto il « patrimonium Siciliae », distribuito in tutte le parti dell'isola (Reg., IX, 29), che indusse G. a rendere più agevole l'amministrazione ripartendolo in due circoscrizioni: « patrimonium Panormitanum » nella Sicilia occidentale, e « patrimonium Siracusanum », nella Sicilia orientale (Reg., IX, 38).
Vi erano ancora il « patrimonium Sardiniae » e il « patrimonium Corsicanum », nelle rispettive isole (Giovanni Diacono, loc. cit.); il « patrimonium Germanicianum », dalla città Germanicia nella Numidia (id., ibid.); il « patrimonium Dalmatianum » e il « patrimonium Illyricum », ambedue assai ridotti dalle incursioni degli Avari e degli Slavi (Reg., II, 23); il « patrimonium Galliarum », non molto esteso (Reg., VI, 6).
Ogni patrimonio costituiva un'amministrazione particolare, gestita da un rettore, nominato dal Papa, scelto di solito fra i diaconi o suddiaconi per i patrimoni di maggiore importanza; fra i notai della Sede Apostolica e tra i difensori della Chiesa romana per gli altri. G., come si è veduto, conferì ai rettori poteri così ampi, anche nel campo spirituale, da farne dei veri e propri legati papali.
Il rettore era coadiuvato da funzionari di concetto, detti notarii, chartularii, defensores e da altri impiegati minori, detti actionarii.
Organo di collegamento tra il rettore ed i funzionari del suo ufficio da una parte e la massa dei rurali dall'altra, era una categoria di fittavoli detta dei conductores; fattori, massari, che esercitavano le unità agricole (condunnae, massae), dalle quali dipendevano la unità elementari (fundi), con i rispettivi fittavoli minori e i lavoratori della terra in genere (coloni, rustici Ecclesiae).
Tutte le varie amministrazioni locali dei patrimoni facevano capo a Roma, all'amministrazione centrale della Chiesa nel Palazzo Lateranense. Al tempo di G. la cassa dell'amministrazione centrale era gestita da un diacono, con il titolo di « dispensator Ecclesiae Romanae ». Tutte le entrate e le uscite, le pensiones in argento e in oro pagate dai fittavoli e dai coloni, erano elencati in un grosso registro, impiantato da papa Gelasio I, detto perciò Gelosianum polyptychum (Reg., II, 38; IX, 199; Giovanni Diacono, Vita Greg., II, 24). Tutta questa mirabile organizzazione funzionava regolarmente sotto il controllo di G. e le lettere con le quali impartiva le sue direttive ai conductores sono veri modelli di illuminata saggezza amministrativa (cf. Reg., I, 39 a, 42; II, 38).
Ingeniti somme di denaro ed enormi quantità di prodotti affluivano a Roma in modo che la S. Sede poteva provvedere non soltanto alle spese della Chiesa, del personale degli uffici centrali e provinciali, ma anche ai bisogni della città. Giustamente Giovanni Diacono (Vita Greg., II, 26), dopo aver descritto le copiose distribuzioni generali e le offerte che G. faceva compiere il primo giorno di ogni mese, dice la Chiesa « nihil aliud quam communia quaedam horrea » e colui che « discretissime » presiedeva a tali distribuzioni, « paterfamilias Domini ».
III. SCRITTORE
G. è il primo grande scrittore del medioevo e tra i papi il più fecondo. La sua attività letteraria va dagli anni della nunziatura a Costantinopoli fino alla morte. Le sue opere riflettono tutte il carattere eminentemente pratico dell'opera sociale, disciplinare e morale che svolse.
Le Epistole sono la fonte più ricca e preziosa d'informazione su tutto ciò che si riferisce alla sua molteplice attività di Papa. Ne sono pervenute 854, raccolte e distinte cronologicamente secondo gli anni del suo pontificato in 14 libri o « registri », dirette a imperatori, re, patriarchi, vescovi, monaci, laici di ogni grado e condizione, per i quali spiega un apostolato di zelo, pieno di prudenza, sapienza e bontà. Lo stile semplice ma dignitoso, intuitivo ed efficace, anche se non rifinito nella forma, contribuì non poco alla formazione del latino ecclesiastico, particolarmente del protocollo curiale e giuridico.
La Expositio in bestum Iob libri XXXV, più nota con il nome di Moralia, fu iniziata a Costantinopoli, durante il tempo della nunziatura, ma fu terminata a Roma verso il 595. L'esegesi di G. tiene fermo il triplice senso della Sacra Scrittura, ma fa prevalere all'interpretazione storica la considerazione morale. Questa è la ragione per cui nel medioevo quest'opera fu adottata come manuale di morale applicata a tutte le condizioni della vita, particolarmente sacerdotale (cf. F. Lieblang, Grundfragen der mystischen Theologie nach Gregors des Grossen « Moralia » und Ezechielhomilien, Friburgo in Br. 1934).
La Regula pastoralis rientra sotto quest'ultimo punto di vista. In 4 ll. espone il programma di G. nell'atto di assumere il pontificato, ed è una specie di esame di coscienza: vi è proiettata la figura ideale di un buon pastore. È noto il successo straordinario di quest'operetta che, ancora vivente l'autore, fu fatta tradurre da imperatori e da re nella loro lingua, e dai concili venne imposto ai sacerdoti come codice di vita (cf. S. C. Hedley, Lex levitarum, Parigi 1922).
Le 40 Homiliae in Evangelia che si possiedono nella raccolta pubblicata da G. nel 593, furono probabilmente svolte dal Papa durante l'anno liturgico 590-91. Le prime 20 furono dettate durante la sua infermità e lette in sua vece al popolo che amava di ascoltarlo (cf. Reg., IV, 17 a). Le 22 Homiliae in Ezechielem furono pronunciate dal Pontefice durante l'assedio dei Longobardi, raccolte da stenografi e rivedute poi, alcuni anni dopo, da lui (cf. Reg., XII, 16 a).
I Libri IV Dialogorum de vita et miraculis patrum Italicorum et de aeternitate animarum furono composti durante gli stessi anni delle Homiliae in Ezechielem, 593-94, quasi a sollievo delle gravi cure d'ufficio. In forma di dialogo con il diacono Pietro, nei ll. I e III narra le gesta prodigiose di santi italiani, mentre il II l. lo ha dedicato tutto alla vita di s. Benedetto e il IV al racconto di apparizioni di defunti, per provare l'immortalità dell'anima; nel IV, 55 si ha il fondamento della devozione riconosciuta dalla Chiesa, detta delle « Messe Gregoriane ».
I Dialoghi che G. offrì alla regina Teodolinda (Paolo Diacono, Hist. Lang., IV, 5), ebbero immediatamente un successo da non dirsi. Nel sec. VIII, papa Zaccaria, greco di nascita, li tradusse nella lingua materna, poi si ebbe una serie di traduzioni in arabo (sec. VIII), in sassone (sec. IX), in francese (sec. XIII), in italiano (sec. XIV). I Greci e gli Slavi per distinguere G. dagli omonimi, lo chiamarono « Il Dialogo, ἐ Σαυλόνος ».
Tra le opere che portarono il nome di G. bisogna ricordare il Sacramentarium e l'Antiphonarium. La tradizione antica che risale a Giovanni Diacono (Vita Greg., II, 6-10, 17) e al Venerabile Beda (Hist. eccl. gentis Anglarum, I, 25; II, 20; IV, 2, 12, 18; V, 20) attribuisce a G. un'attività liturgica che fa capo ad ambedue le opere suddette.
Il Sacramentario cosiddetto gregoriano contiene le orazioni della Messa, negli esemplari oggi conosciuti, ha subito ritocchi, aggiunte, trasformazioni che, non di meno, gli hanno lasciato l'impronta del Papa ordinatore.
C. Mohlberg ha chiarito lo sviluppo del Sacramentario gregoriano con la classificazione dei manoscritti conservati in due gruppi: nel primo gruppo figurano il codice di Padova D. 47 del sec. IX (C. Mohlberg-A. Baumstark, Die älteste erreichbare Gestalt der « Liber Sacramentorum anni circuli » der römischen Kirche [cod. Pad. D. 47], in Liturgische Quellen, 11-12, Münster in V. 1927]), e il codice glagolitico di Kiew, parimenti del sec. IX (C. Mohlberg, Il Messale glagolitico di Kiew [sec. IX] e il suo prototipo romano del sec. VI-VII, in Memorie della Pont. Accad. romana di archeologia, 2 [1928], pp. 207-20); nel secondo gruppo vanno posti, ma in due classi, i manoscritti pubblicati da H. Lietzmann (Das « Sacramentarium Gregorianum » nach dem Aachener Urexemplar, Münster in V. 1921) e H. A. Wilson (The Gregorian Sacramentary, Londra 1915).
La compilazione dell'Antiphonarium, che contiene i canti da eseguirsi durante la Messa, ha seguito, a un dipresso, lo stesso sviluppo. G. conosceva i canti usati prima di lui nella Chiesa romana, li ha ordinati secondo il ciclo liturgico, moderando l'esuberanza dei neumi e aggiungendo parti mancanti. Non è certo che sia stato il fondatore della Schola cantorum; le diede, però, una costituzione, ciò che ha giustamente portato a dare ben presto il nome di « gregoriano » al canto della Chiesa romana.
IV. CONCLUSIONE
G. visse e operò in un periodo di profonda trasformazione politica e religiosa della società. Si può dire che fu l'ultimo dei romani e il primo del medioevo, come pure fu l'ultimo dei classici maestri della Chiesa e il primo degli scolastici.
Ebbe una intelligenza chiara, una mente vasta e profonda, una coscienza pura, riunendo così le
doti del vero romano. Il suo pontificato fu una vera
provvidenza per la Chiesa e per l'Italia. La cristia-
nità in Occidente usciva appena dal caos della disor-
ganizzazione barbarica: la Gallia, allora unificata
nella fede dei cattolici Franchi, si dibatteva in
difficoltà di ogni genere; la Spagna vedeva la conver-
sione dei Visigoti solamente nei primi anni del pon-
tificato di G.; l'Inghilterra era ancora immersa
nelle tenebre della
superstizione e del-
l'errore. L'Italia
poi, invasa dai Lon-
gobardi ariani, ma-
lammente protetta
dai cattolici Bizan-
tini, era in un vero
disordine politico-
religioso. L'unica
forza capace di
agire tra tendenze
così varie e dispa-
rate, armate l'una
contro l'altra allo
scopo di distrug-
gersi a vicenda, era
la Chiesa, elemento
di centro e mode-
razione morale. G.
inaugura l'opera
medievale di questa
forza di produzio-
ne e rigenerazione
civile e religiosa.

Con il suo spirito eminentemente pratico, ebbe
subito la visione netta dei doveri e dei diritti del
papato. Egli non fu un teologo, né un filosofo, né
un letterato nel vero senso della parola. Fu un
maestro di disciplina, un monaco, un apostolo, pra-
fondo conoscitore del diritto romano, dotato di
non comuni facoltà organizzative.
Maestro di disciplina al popolo, al clero, ai ve-
scovi, dettò le leggi e fissò le basi della predicazione
che reputava il primo dovere dell'episcopato. Mo-
naco di costumi rigidi ed austeri, fu vigile custode
della vita morale del clero, di cui corresse gli abusi,
e la ricondusse a una più esatta osservanza dei pre-
cetti e dei consigli evangelici. Apostolo, trasse alla
luce del Vangelo le province che erano ai confini
dell'antico Impero, combatté i residui del paganesimo
e delle eresie. Organizzatore, salvò Roma dalla
fame, s'improvvisò comandante d'esercito, patteggiò
tregue. Amministratore, riordinò la complessa ge-
stione del «patrimonium S. Petri» determinando
la gerarchia amministrativa, eliminando gli abusi,
ristabilendo la giustizia.
La posizione di preminenza da lui acquistata al
papato nel mondo e il riordinamento dell'ingente
patrimonio della Chiesa, unite allo spirito di iniziativa
di fronte alle circostanze, crearono la preparazione pros-
sima alla costituzione del dominio temporale dei papi.
Come scrittore, G. spicca per la tendenza pratica
che ebbe non solo efficacia nell'indirizzo pure pra-
tico della scolastica, ma su tutta la vita e il progresso
della Chiesa durante il medioevo. La sua importanza
dogmatica è piuttosto pedagogica, per avere adat-
tato cioè alla media intelligenza del suo tempo e
dei popoli la dottrina tradizionale, particolarmente
quella di s. Agostino.
Nell'attività liturgica si presenta come un rior-
dinatore del patrimonio del passato, al quale im-
prime l'impronta del suo carattere.
G. è uno dei quattro Dottori della Chiesa occi-
dentale. La sua festa ricorre il 12 marzo.
Bibliografia
PL 77-79. Per i Dialoghi v. Fed. di U. Mo-
ricca nella collezione Fonti per la Storia
d'Italia, Scrittori del
sec. VI, Roma 1924. La
Vita più antica di G. è
quella del Liber Pontificalis,
ed. Duchesne, I,
p. 312; ed. Mommsen,
pp. 161-62. La Vita
Gregorii I, scritta dal
monaco di Whitby, già
segnalata da P. Ewald
(Die älteste Biographie
Gregori I., in Historische
Aufsätze dem An-
deschen an G. Waitz ge-
vidmt, Hannover 1886,
pp. 17-54), e pubblicata
da A. Gasquet, A life
of pope Gregory the
Great, Westminster
1904, risale al primo
deennio del sec. VIII.
Ca. il 787 scrisse la
Vita s. Gregorii Magni
Paoli Diacono, edita da
H. Grisar, in Zeitschrift
für Kathol. Theologie,
11 (1887), pp. 102-72.

(Int. Anderson)
Giovanni Diacono scrive infine la S. Gregorii Magni vita
(PL 75, 59-242) a Roma tra l'872 e l'873. In tutte queste vite,
vi sono pochi elementi che non provengono dalle opere di G.
Notizie su G. si hanno anche nella Historia Francorum di
Gregorio di Tours, ultimata nel 591; in De viris illustribus di
Isidoro di Siviglia (m. nel 636); in De virorum illustrium scriptis
di Ildefonso di Toledo (m. nel 667); nella Historia gentis Anglorum
di Beda (m. nel 735).
Letteratura: su G. esistono non poche monografie, ma fino
a quella di Ed. Clauser, St Grégoire le Grand, pope et Docteur
d'Église, Parigi 1886-91, sono tutte di scarso valore critico. Degne
di nota sono quelle di C. Wolfsgruber, Gregor der Grosse, Rav-
ensburg 1897; H. Dudden, Gregory the Great, his place in history
and in thought, Londra 1905; H. Grisar, S. G. Magno, trad. it.
di A. De Santi, Roma 1928 (ristampa); P. Batiffol, St Grégoire
le Grand, Parigi 1928.
Non è raro che nelle grandi storie della Chiesa vi siano
dei capi su G. di notevole importanza, come in J. P. Kirsch,
Kirchengeschichte, I. Friburgo in Br. 1930; E. Caspar, Geschichte
des Papattums von den Anfängen bis zur Höhe der Weltherrschaft,
II, Tubinga 1933 (del medesimo autore v. anche lo studio:
Gregor der Grosse, in Meister der Politik, 3 [1923], p. 327 sgg.); Fr. X. Seppelt, Das Papattum im Frühmittelalter, Lipsia 1934;
Fliche-Martin-Fruta, V, pp. 19-83. Così pure le storie generali:
The Cambridge Medieval history, II, Cambridge 1913; A. Fliche,
La chrétienté médiévale, Parigi 1929; L. Halphen-Ph. Sagnac,
Peuples et civilisations, V, 2e ed., ivi 1930.
Parimenti dicasi delle storie della letteratura come quelle
di O. Bardenhewer, U. Moricca e M. Manitius. Sull'azione
passorale di G., particolarmente in Italia, v. L. Duchesne, Les
écédents d'Italie et l'invasion lombarde, in Mélanges d'archéologie
et d'histoire, 23 (1903), pp. 83-116 e 25 (1905), pp. 365-99;
C. Giuriani, L'italianità nell'opera di G. Magno, Cemo 1934.
Sull'azione politica con i Longobardi e con i Bizantini v. O.
Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna
1941, pp. 241-59. Sull'azione amministrativa v. P. Fabre, De
patrimonium Romanum Ecclesiae usque ad aetatem Carolinorum,
Lilla 1892; R. Aigrain, Le patrimoine de l'Église romaine, in
Fliche-Martin-Fruta, V, pp. 365-75.
Sull'attività letteraria di G. v. la relativa bibl. in Moricca,
III, II, Torino 1934, pp. 1363-67; sull'attività liturgica v. la
relativa bibl. in B. Altaner, Patrologia, trad. it. della 3ª ed. rive-
duta da A. Ferrua, Torino 1944, pp. 329-40, nota 3.
Benedetto Pesci
V. S. G. NELL'ARTE
Dai tempi più antichi (affresco in S. Maria Antiqua a Roma, sec. VIII) rappresentato in veste pontificale, dal sec. XII (affresco di Nonnberg) anche con la tiara, s. G. reca inoltre il pastorale con semplice e doppia Croce e, come Dottore della Chiesa, un libro.
Siccome già miniature tedesche del tardo sec. X, nonché i Sacramentari d'Ivrea, lo raffigurano con la colomba dello Spirito Santo che gli detta i suoi scritti, tale colomba divenne poi il suo attributo individuale. Fra le rappresentazioni isolate del Santo spiccano un quadro di Antonello da Messina (ivi, Museo civico), un rilievo di Luca della Robbia (Firenze, Duomo), la statua del Cordier (1602, S. Gregorio al Celio a Roma) e, nell'arte tedesca, il quadro di M. Pacher dall' altare dei Quattro Dottori a Monaco, dove, accanto a s. G., compare la figura dell'imperatore Traiano, salvato da questi dall'inferno; tra le altre storie della leggenda l'arte figurativa prescelse la liberazione del monaco Giusto dal purgatorio (rilievo di G. Capponi, Roma, S. Gregorio al Celio), la cena dei poveri (dipinti di P. Veronese a Vicenza e del Vasari a Bologna) nonché il brandium sanguinante (quadro di A. Sacchi nella Pinacoteca Vaticana, copia in musica in S. Pietro a Roma). Un'immagine di per sé stante venne costituita dalla cosiddetta Messa di s. G. con l'apparizione di Cristo piagato sull'altare, rappresentata prevalentemente da artisti settentrionali del sec. XV.
Bibliografia6 opere
Kurt Rathe
VI. S. G. NEL FOLKLORE
La fantasia popolare fin dal medievo ha attribuito alla figura del grande Papa il motivo leggendario dell' incestuoso inconsapevole, già riflesso nel mito di Edipo. Tale adattamento in clima agiografico di un tema proprio dell'antica mitologia e della fiabistica popolare s'informò all'idea cristiana « che non vi ha si gran colpa la quale non si lavi dinanzi a Dio con la penitenza rigorosa e sincera » (D'Ancona); e scelse s. G. come personaggio rappresentativo per eccellenza. In
Francia (dove forse è nata come opera letteraria), in Germania, in Inghilterra e anche in Italia, la leggenda ispirò numerose narrazioni in versi e in prose, dalla Vie du pape Grégoire le Grand (inizi del sec. XII) al poema Gregorius of dem Stein di Hartmann von Axe (1150-1220) e all'antico romanzo inglese Sir Degore (sec. XIII). Essa ebbe straordinaria diffusione anche nell'Europa orientale, e discese nella tradizione orale dei volghi, presso cui tuttora si conserva. In Italia la si trova sia in forma di fiaba, sia come canto narrativo in endecasillabi epici: quest'ultimo derivato da un antico poemetto, di cui una lezione abruzzese fu pubblicata da G. Ciccone (v. bibl.). Lo stesso motivo mitico-fiabesco ha dato luogo anche alla « leggenda di Vergogna ». - Vedi tav. LXXXI.
Bibliografia4 opere
Paolo Toschi


